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22 Aprile 1999 Favara (AG). Resta ucciso il piccolo Stefano Pompeo, in un agguato mafioso, PDF Stampa

Foto archivio Giornale di Sicilia da: centropasolini.it   

Fonte: Televideo Agrigento

Favara. La triste storia di Stefano Pompeo.
Notiziario di Mercoledì 26 Febbraio 2003

Un dolore ancora vivo, una ferita aperta quella tragica sera del 22 aprile del 99. Una vita spezzata a soli 11 anni. Quella di Stefano Pompeo, vittima della mafia e della barbarie umana. La tragedia di Stefano si consuma la sera di mercoledì 22 aprile 99. Il piccolo decide di accompagnare il padre, impegnato nella macellazione di un maiale da cucinare e da consumarsi nella campagna di proprietà di Carmelo Cusumano, ritenuto capo di una cosca di Favara, con altre persone. I due arrivano poco dopo le 18. Alle 20,40 Stefano decide di salire sul Fuoristrada del Cusumano, guidata da Vincenzo Quaranta, per andare a comperare il pane. E’ troppa la sua voglia di fare un giro su quella Jeep. Poco dopo, però, l’auto viene colpita da tre colpi di fucile. Stefano viene raggiunto alla testa. Arriverà già morto in ospedale. I killer sbagliano bersaglio. Credono che sull’auto vi sia proprio Carmelo Cusumano ed invece spengono la piccola esistenza di Stefano. Un delitto che suscita profonda commozione in tutt’Italia. Un anno dopo la risposta dello Stato con l’operazione Fratellanza che decima le due famiglie mafiose di Favara in guerra: quella dei Cusumano e quella dei Vetro. A Stefano Pompeo, Favara il 29 settembre scorso intitola la villa del paese. Stefano è oggi riconosciuto vittima della mafia dallo Stato. Ed anche vittima di una società in cui il valore della vita umana, anche quella di un bambino, conta poco o nulla. Un sacrificio, quello di Stefano, che deve servire da monito.

 

 

 

 

Articoli da L'Unità del 23 Aprile 1999

"Non stupiamoci dell'orrore"

Fava: "La peggiore minaccia mafiosa è la capacità di letargo"

di Claudio Fava

Esiste un modo elegante e feroce per tornare a parlare di mafia: aspettare l’offesa di un’altra morte ignobile. Per uscirsene poi con una battuta su Sagunto: mentre nei cenacoli romani si discute sulla fine ormai prossima di Cosa Nostra, in Sicilia le cosche continuano a sparare addosso ai ragazzini.
Il fatto è che quei bambini giustiziati non aggiungono nulla all’oltraggio mafioso. Nemmeno il ragazzino di Favara, nemmeno lui riesce a regalarci orrore: un agguato, una rosa di pallettoni, lamira un po’ rozza dei guappi di provincia e pazienza se ci va di mezzo un ragazzino di 11 anni, peggio per lui che s’è fatto trovare nel posto sbagliato e nel momento sbagliato...
Fa parte del gioco. Un gioco senza regole, dove ogni scorciatoia è permessa, ogni pena è esclusa. L’errore, il nostro errore, sta in questa periodica ellisse di stupore, come se l’alfabeto di Cosa Nostra conoscesse misure o pudori.
L’errore nel nostro bisogno di statistiche, di conforto dei numeri che ci spiegano quanti morti in meno o in più dall’ultima mattanza mafiosa.
I morti sono diminuiti, dicono oggi le cifre. Le cosche decimate, i baroni mafiosi in galera, i picciotti allo sbando.
Abbiamo svuotati i covi, abbiamo riempito le aule di tribunale. Poi, ammazzano un bambino e quell’artificio di numeri d’improvviso evapora.
Ecco il vizio: questo eterno oscillare tra un improvviso bisogno di emergenza e la pigrizia dei vincitori. Senza comprendere che la più grave minaccia della mafia sta proprio nella sua capacità di letargo.
In questo tempo lento che tiene insieme tritolo e silenzio, le improvvise fiammate di violenza con lunghe pause di armistizio. Non so quanta strategia vi sia e quanta necessità; so che è la fisiologia del comportamento mafioso, la loro abitudine a misurare i passi e i gesti. Senza mai celebrazioni e senza lutti.
A noi non è concesso. A noi tocca il peso dei lutti e l’orgoglio delle fiaccolate. A noi resta il privilegio dello stupore, quando scopriamo che non ci sono più regole, che non ce ne sono mai state e anche quelle cartoline sugli uomini d’onore (loro che almeno rispettavano donne e infanti) erano monete false, come falsa e stolta l’idea di averli finalmente costretti alla resa. Ma a Favara, il paese in cui hanno ucciso quel bambino di 11 anni, qualche mese fa avevano accolto il procuratore Caselli dando fuoco alla scuola in cui avrebbe dovuto parlare. Ci mandano a dire che non ci sono zone franche nella sfida mafiosa: o noi o loro.  



Stefano, undici anni assassinato dalla mafia

di Walter Rizzo

Il bimbo era con un amico del padre a bordo di un’auto a Favara - Lo ha ucciso un colpo alla testa
L’incredibile silenzio del paese  - A scuola e nella classe del ragazzino ieri niente lutto ma lezioni regolari

AGRIGENTO Un bambino di 11 anni ammazzato con una raffica di pallettoni alla testa. Ancora un orrore, ancora una «normale» giornata di violenza folle che non guarda in faccia nessuno, che spezza una vita che non ha avuto il tempo di gustare il sapore del mondo.
Ancora una volta un bambino. Ancora una volta in Sicilia, dove molti Farisei dicono che la mafia è ormai battuta e che il suo potenziale di pericolo è solo un lontano ricordo. Era accaduto pochi giorni prima a Randazzo, dove i sicari dovevano ammazzare un commerciante e invece hanno colpito al cuore e alla testa un ragazzino di 13 anni, che solo per un miracolo non è morto. Fortuna, solo fortuna, hanno detto i medici che hanno strappato Alessio alla morte. Una fortuna che non ha avuto invece Stefano Pompeo, il ragazzino di Favara che mercoledì sera è stato falciato da una scarica di lupara mentre si trovava a bordo del fuoristrada di un pregiudicato, Carmelo Cusumano. Un personaggio imparentato con uomini d’onore della mafia agrigentina, che sicuramente era già stato condannato a morte. Solo che sulla sua vettura c’era un giovanotto di 29 anni, Enzo Quaranta, che aveva preso a bordo il piccolo Stefano. Stefano ci teneva a fare un giro sul grosso Toyota e la commissione affidata a Quaranta era stata l’occasione buona. Insieme erano partiti per andare a comprare del pane al villaggio Mosé, mentre nella villetta di Cusumano si consumava il rito barbaro della macellazione in casa di un maiale, per festeggiare con una colossale abbuffata l’acquisto di una cava da parte del pregiudicato. Un uomo ricco, anche se in odor di mafia, che ci teneva a celebrare degnamente l’aumento della sua «roba ». Il padre di Stefano, che lavora come macellaio, era stato reclutato per sgozzare l’animale e si era portato dietro il ragazzino.
Il fuoristrada percorre pochi chilometri fino alla contrada «Ciavola Costa d’Inverno». Stefano è affascinato dalla vettura e, forse, neppure si accorge delle due auto che, d’improvviso, tagliano la strada al mezzo, costringendo Enzo Quaranta ad una brusca frenata. Poi partono le scariche e la vita di Stefano finisce in un attimo. Inutile la corsa fino all’ospedale di Agrigento. I carabinieri non hanno dubbi: l’obiettivo era certamente Cusumano. L’imprenditore sessantacinquenne è infatti imparentato con uno degli esponenti di spicco della famiglia agrigentina di Cosa Nostra, finito in galera l’anno scorso nel corso dell’operazione «Akragas», contro una delle famiglie mafiose più antiche e pericolose di Cosa Nostra. La mafia agrigentina ha da sempre un peso non indifferente nell’organigramma criminale siciliano e non è stato certo per un caso che Giovanni Brusca avesse scelto come suo ultimo rifugio una tranquilla
villetta a pochi chilometri da Agrigento. Ma non solo. La mafia agrigentina alcuni mesi fa proprio a Favara, aveva lanciato un sinistro messaggio a Giancarlo Caselli, bruciando il teatro dove il giorno seguente il procuratore avrebbe dovuto tenere una conferenza. Per tutta la notte e per l’intera giornata Cusumano e Quaranta sono stati interrogati dai carabinieri e dal sostituto procuratore Giulia Lavia che conduce l’inchiesta. Sulla pista mafiosa non vi sono dubbi. «Occorrono risposte e fatti concreti - dice Franca Imbergamo, il magistrato della Dda di Palermo che segue i fatti di  mafia ad Agrigento - la mafia agrigentina è tra le più forti e coese, lo ha dimostrato più volte». Il deputato  agrigentino Giuseppe Scozzari non usa mezzi termini e punta l’indice dritto verso l’inadeguatezza delle strutture antimafia. «Non è tollerabile - dice il deputato - che a Favara vi siano solo pochi carabinieri, senza neppure una caserma e che ad Agrigento da un anno sia vuoto il posto di procuratore della Repubblica». Il risveglio di Favara è stato a dir poco surreale. La vita, il mattino dopo l’agguato, scorre tranquillamente. Persino nella scuola frequentata da Stefano, sembra non sia accaduto nulla. «Ci ha avvertito il professore di matematica - racconta un compagno di classe di Stefano - ci ha detto che Stefano non era più con noi, era morto perché qualcuno gli aveva sparato. Lo abbiamo saputo così. Ci siamo messi a piangere. Poi la giornata è andata avanti come tutte le altre. Solo ad un certo punto è entrato il preside insieme ad un uomo con una telecamera». Una giornata normale anche per il resto del grosso comune agricolo. Solo il sindaco, Carmelo Vetro, cerca di proporre ai cronisti l’improbabile immagine di una città che reagisce di fronte  all’orrore. «La Favara onesta - dice - saprà reagire». Una reazione che al momento sembra esistere solo nelle parole del primo cittadino.

 

 

 

 

 

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