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12 Ottobre 1991 Palermo Serafino Ogliastro, ex poliziotto e all’epoca venditore di auto, scompare nel nulla. PDF Stampa

Foto da onoreaglieroi.splinder.com

Fonte wikipedia.org

(... – Palermo, 12 ottobre 1991) è stato un poliziotto italiano, vittima della mafia.
Serafino Ogliastro era un ex agente della Polizia di Stato e, all'epoca della scomparsa, un venditore di automobili. Ucciso a Palermo da Salvatore Grigoli con il metodo della lupara bianca, era sposato e padre di due figli. Controversa è la motivazione della sua scomparsa: alcuni ritengono che i mafiosi di Brancaccio sospettavano che Ogliastro nell'ambito del suo lavoro fosse venuto a conoscenza degli autori dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo; altre versioni ipotizzano che la vittima sapesse qualcosa della morte di uno degli esattori del "mago dei soldi" di Villabate, Giovanni Sucato. Il corpo dell'uomo non fu mai rinvenuto, solo l'auto della vittima venne fatta ritrovare dopo oltre un anno dalla scomparsa tramite la trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?".
Secondo le dichiarazioni del killer pentito Salvatore Grigoli, Ogliastro fu interrogato e torturato. Successivamente, furono in sei a strangolarlo e a caricare il corpo su una Fiat 127 per occultarlo in un luogo rimasto sconosciuto. Nel 2002 Grigoli, coinvolto in dieci omicidi, fu condannato a 15 anni di detenzione.
Serafino Ogliastro è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi.

 

 

Articolo da:  onoreaglieroi.splinder.com

Ex agente della polizia di stato, ucciso a Palermo da Salvatore Grigoli con il metodo della lupara bianca. I mafiosi di Brancaccio sospettavano che Ogliastro nell'ambito del suo lavoro fosse venuto a conoscenza degli autori dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo. Al processo, Grigoli si autoaccusò dell'omicidio indicando altri 7 complici.

Angela Ogliastro porta sul corpo i segni della disperazione: un tumore al cervello è stata la conseguenza di un’attesa durata anni, dal 12 ottobre ‘91, giorno in cui suo fratello Serafino, ex poliziotto e all’epoca venditore di auto, scomparve nel nulla. «Nessuno coltiva la cultura dell’odio», dice riferendosi anche ai suoi genitori. «Per anni, però, siamo vissuti con l’onta di aver avuto un fratello scomparso perché ucciso dalla mafia.

«Mio fratello lo abbiamo cercato ovunque, speravamo in un colpo di testa. Ci rivolgemmo persino a Chi l’ha visto? e, la sera della trasmissione, gli assassini di Serafino seguirono la televisione sganasciandosi dalle risate. Grigoli lo racconta nei suoi verbali. Certo, è stato lui a rivelarci la fine di mio fratello, che quel giorno verso la 13 si recò nell’autosalone dove c’erano Grigoli, Spattuzza e gli altri. La mafia riteneva che Serafino fosse venuto a conoscenza dell'identità dell'assassino del boss Quartararo. Lo interrogarono con i metodi che usa la mafìa, torturandolo. Lo strangolarono in sei e alla fine lo caricarono su una 127 andandolo a seppellire non sa dove.
«Lo so che non si può vivere eternamente nell’odio, e so anche», aggiunge Angela trattenendo le lacrime, «che i collaboratori di giustizia sono necessari per combattere la mafia e che, per assurdo, devo dire grazie a Grigoli che ci ha svelato il mistero della fine di mio fratello e soprattutto che quella morte fu un errore. Ma io chiedo a quest’uomo che oggi si gode la sua famiglia e i suoi figli e che addirittura viene indicato come testimone della santità di Padre Puglisi: “Perché non ci ridai il corpo di Serafino? Perché non consenti a mia madre e mio padre di andare a piangere sulla tomba che attende i resti di un innocente?”».

«Lo so che il mio pentimento non restituirà mai la vita alle 46 persone che ho ammazzato», ha scritto Salvatore Grigoli a don Mario, «Ma la faccia del Padre il giorno dell’omicidio, quando Rosario Spanazza gli disse: “Questa è rapina!” e lui si voltò e, guardandoci in faccia, rispose: ‘‘Me l’aspettavo!”, non posso proprio togliermela dagli occhi. Se oggi sono in questa condizione di ravvedimento, lo devo soltanto a lui. D’altronde, mi da conforto sapere che Gesù, morendo sulla croce ha pensato anche a me, si è sacrificato per me, per la mia redenzione. Io so che il mio cammino sarà completato un giorno quando, incontrando una persona qualunque, potrò guardarla in faccia e dirle: “Buongiorno”, sapendo di rivolgermi a lei purificato.

Angela Ogliastro scuote il capo, alza gli occhi al cielo per ingoiare le lacrime, accarezza la sua cagnolina, poi ti guarda come se dovesse esplodere: «Noi non chiediamo vendetta, ma non è giusto che quello non stia in carcere. Il suo pentimento, se davvero fosse sincero, si sarebbe manifestato innanzitutto verso le vittime sconosciute, quelle che non appaiono sui giornali. Invece ci sembra strumentale che Grigoli voglia parlare solo di don Puglisi e si dimentichi altamente delle altre vittime.

«A noi non ha scritto neppure un rigo per chiederci quel perdono che forse gli concederemmo pure. Ma essersi arrogato il diritto di togliere la vita, di interrompere a 31 anni il cammino di un uomo padre di due figli, di averci negato il piacere di gioire assieme a lui a Natale, nei compleanni e negli altri momenti di intimità familiare, deve avere un prezzo. Lui, addirittura, sogna un futuro per sé e i propri figli. E i figli di mio fratello? E i miei genitori devastati da questa tragedia? Qualcuno ci deve aiutare, non possiamo essere lasciali soli a guardare, come spettatori impotenti, gli avvenimenti che si succedono contro la nostra volontà. Ci siamo costituiti parte civile contro Grigoli e gli altri assassini di mio fratello, compresi i Graviano, famiglia mafiosa di Brancaccio. Ma vi siete chiesti perché siamo gli unici ad aver avuto questo coraggio?...».

 

 

 

 

 

Articolo del settimanalle Oggi Sulla scarcerazione di Gricoli

Fonte:  gennarodestefano.it

Che giustizia è liberare il carnefice di questo bambino? (riferito al piccolo Giuseppe di Matteo)


«Tra le 46 persone uccise da Salvatore Grigoli, oltre al piccolo Giuseppe Di Matteo, c’era mio fratello Serafino», dice Angela Ogliastro - «Ma a noi non ha scritto neanche una riga per chiedere perdono: ci sentiamo abbandonati» - E il pubblico ministero ammette: «Sono arrabbiatissimo, ma non potevo non applicare la legge»

di Gennaro De Stefano


Palermo, novembre - Un uomo, autodefinitosi «d’onore», uccide 46 persone, scioglie nell’acido un bambino di 11 anni, Giuseppe Di Matteo, strangola assieme ad altri un ignaro ex poliziotto di 31 anni, Serafino Ogliastro, e infine ammazza a sangue freddo un prete, don Pino Puglisi, il cui unico torto era quello di insegnare ai bambini palermitani che esistono valori positivi che superano di gran lunga quelli della mafia.
Questo uomo, Salvatore Grigoli, viene arrestato, decide di collaborare con la giustizia, è processato, condannato a parecchi anni di carcere ma sta beatamente a casa assieme ai suoi familiari. La sua attività di ignobile macellaio gli è costata soltanto due anni di effettiva prigione, un tribunale ha sancito che Grigoli non è «socialmente pericoloso» e che deve godere dei benefici previsti dalla legge sui «collaboratori dì giustizia».
È giusto tutto ciò? È moralmente accettabile, oppure dobbiamo ancora una volta chinarci dinanzi al realismo giudiziario per cui i cosiddetti «pentiti» devono essere comunque premiati per le informazioni che danno e un pluriassassino non pagherà mai il prezzo cui la società civile lo ha condannato con una sentenza?
Le vittime sono quasi sempre sconosciute. Ma a volte no, come nel caso di don Pino Puglisi, sacerdote del quartiere Brancaccio, o Serafino Ogliastro, accusato in una riunione da bar fatta dai suoi assassini (spacciata per simulacro di processo mafioso) di essere a sua volta il killer di un boss di Cosa Nostra e per questo strangolato e fatto sparire in un campo chissà dove.
I morti ammazzati hanno parenti, mamme, sorelle, mogli e figli ai quali lo Stato non è andato a chiedere: «Scusi, lei che ne pensa se a Salvatore Grigoli non facciamo fare neppure un giorno di carcere?». E non si tratta di una domanda retorica. A monte c’è la disperazione e le ferite laceranti di chi ha subito un dolore enorme. A Palermo abbiamo cercato chi potesse dare risposte a queste domande. Innanzitutto i familiari di don Pino Puglisi, il sacerdote ammazzato proprio da Grigoli il giorno del suo compleanno, il 23 settembre 1993.
Il prete ha due fratelli che da allora sono chiusi in un riserbo che va rispettato. Ma se è vero, come si dice al Brancaccio, che Padre Pino in realtà la sua «famiglia» vera l’aveva creata attorno al centro Padre Nostro, allora c’è un fratello, Padre Mario Golesano, 50 anni, che sta coraggiosamente portando avanti il lavoro iniziato nel tessuto sociale palermitano da Puglisi. Poi c’è Angela Ogliastro, 36 anni, assistente di polizia e mamma di due bambini, che a nome della madre, del padre e dei fratelli, chiede giustizia e, soprattutto, che Grigoli, strangolatore impietoso di suo fratello Serafino, gli dica almeno dove recuperare il cadavere, per poterlo seppellire e portargli ogni tanto un fiore.
A questo punto, la domanda è immediata e brutale: è genuino il pentimento di una belva che ha scannato vittime innocenti e s’è arrogato il diritto di togliere la vita? Lei, Padre Mario, lo assolverebbe? Il sacerdote, fratello in Cristo di Padre Pino, è una delle due facce di questa incredibile vicenda giudiziaria: intrattiene da mesi una corrispondenza diretta con Salvatore Grigoli, ne sta raccogliendo il pentimento, quasi un «cammino di redenzione», come dice.
«Cosa sappiamo noi delle ultime motivazioni di Grigoli che lo hanno portato all’assassinio di don Pino? Noi assistiamo agli eventi finali, viviamo in una città dove le follie si scoprono ogni giorno.
«Se uno come Grigoli ha davvero trovato il coraggio di ripensarsi in maniera critica, perché ipotizziamo che sia un profittatore? Lui non ha chiesto nessun vantaggio e io, nelle lettere che mi scrive, ho potuto verificare uno stile che evidenzia un percorso di sincero pentimento. Il passo lo ha compiuto per i suoi figli, ai quali ha raccontato tutto, anche di aver sciolto il piccolo Giuseppe Di Matteo nell’acido È un uomo che ha la terza media, quando scrive non potrebbe fingere, e io, in nome proprio della fede, ho il dovere morale di aiutarlo nel suo percorso». Parole che mettono i brividi, perché impensabili. Per alcuni addirittura inaccettabili.
Angela Ogliastro porta sul corpo i segni della disperazione: un tumore al cervello è stata la conseguenza di un’attesa durata anni, dal 12 ottobre ‘92, giorno in cui suo fratello Serafino, ex poliziotto e all’epoca venditore di auto, scomparve nel nulla. «Nessuno coltiva la cultura dell’odio», dice riferendosi anche ai suoi genitori. «Per anni, però, siamo vissuti con l’onta di aver avuto un fratello scomparso perché ucciso dalla mafia.
«Mio fratello lo abbiamo cercato ovunque, speravamo in un colpo di testa. Ci rivolgemmo persino a Chi l’ha visto? e, la sera della trasmissione, gli assassini di Serafino seguirono la televisione sganasciandosi dalle risate. Grigoli lo racconta nei suoi verbali. Certo, è stato lui a rivelarci la fine di mio fratello, che quel giorno verso la 13 si recò nell’autosalone dove c’erano Grigoli, Spattuzza e gli altri. Qualcuno aveva deciso che lui era l’assassino del boss Quartararo, anche se non era vero. Lo interrogarono con i metodi che usa la mafìa, torturandolo, poi lo strangolarono in sei e alla fine lo caricarono su una 127 andandolo a seppellire non sa dove.
«Lo so che non si può vivere eternamente nell’odio, e so anche», aggiunge Angela trattenendo le lacrime, «che i collaboratori di giustizia sono necessari per combattere la mafia e che, per assurdo, devo dire grazie a Grigoli che ci ha svelato il mistero della fine di mio fratello e soprattutto che quella morte fu un errore. Ma io chiedo a quest’uomo che oggi si gode la sua famiglia e i suoi figli e che addirittura viene indicato come testimone della santità di Padre Puglisi: “Perché non ci ridai il corpo di Serafino? Perché non consenti a mia madre e mio padre di andare a piangere sulla tomba che attende i resti di un innocente?”».
«Lo so che il mio pentimento non restituirà mai la vita alle 46 persone che ho ammazzato», ha scritto Salvatore Grigoli a don Mario, «Ma la faccia del Padre il giorno dell’omicidio, quando Rosario Spanazza gli disse: “Questa è rapina!” e lui si voltò e, guardandoci in faccia, rispose: ‘‘Me l’aspettavo!”, non posso proprio togliermela dagli occhi. Se oggi sono in questa condizione di ravvedimento, lo devo soltanto a lui. D’altronde, mi da conforto sapere che Gesù, morendo sulla croce ha pensato anche a me, si è sacrificato per me, per la mia redenzione. Io so che il mio cammino sarà completato un giorno quando, incontrando una persona qualunque, potrò guardarla in faccia e dirle: “Buongiorno”, sapendo di rivolgermi a lei purificato.
Angela Ogliastro scuote il capo, alza gli occhi al cieper ingoiare le lacrime, accarezza la sua cagnolina, poi ti guarda come se dovesse esplodere: «Noi non chiediamo vendetta, ma non è giusto che quello non stia in carcere. Il suo pentimento, se davvero fosse sincero, si sarebbe manifestato innanzitutto verso le vittime sconosciute, quelle che non appaiono sui giornali. Invece ci sembra strumentale che Grigoli voglia parlare solo di don Puglisi e si dimentichi altamente delle altre vittime.
«A noi non ha scritto neppure un rigo per chiederci quel perdono che forse gli concederemmo pure. Ma essersi arrogato il diritto di togliere la vita, di interrompere a 31 anni il cammino di un uomo padre di due figli, di averci negato il piacere di gioire assieme a lui a Natale, nei compleanni e negli altri momenti di intimità familiare, deve avere un prezzo. Lui, addirittura, sogna un futuro per sé e i propri figli. E i figli di mio fratello? E i miei genitori devastati da questa tragedia? Qualcuno ci deve aiutare, non possiamo essere lasciali soli a guardare, come spettatori impotenti, gli avvenimenti che si succedono contro la nostra volontà. Ci siamo costituiti parte civile contro Grigoli e gli altri assassini di mio fratello, compresi i Graviano, famiglia mafiosa di Brancaccio. Ma vi siete chiesti perché siamo gli unici ad aver avuto questo coraggio?...».
Padre Mario cammina sulle stampelle. Nel rione Santa Rosalia tutti lo salutano con affetto e lui ironizza sull’incidente che gli è capitato, scivolando su una buccia di banana. «Io capisco le ragioni della signora Ogliastro», dice.
«Ma vorrei anche sottolineare che vivere nell’odio inaridisce gli animi. Perdonare è sicuramente più difficile, soprattutto perché si tratta di gente senza più valori etici. Per uno come Grigoli la contabilità degli omicidi era puramente numerica. Mi scrive: “Vede padre, a me la mafia ha estirpato il cervello”. Perché non dovrei credergli, pur sapendo che il suo percorso è forse appena agli inizi?
«Tutti sappiamo che, finché sono fuori, questi personaggi si sentono dei padreterni, con il mito delle raffiche, ma questo è perché non hanno tempo per pensare. In carcere, forse, qualcuno di loro vive la famosa Notte dell’Innominato di manzoniana memoria, la notte del pentimento e della redenzione. È sbagliato dire che il pentimento di Grigoli sia il primo miracolo di don Pino così come è errato valorizzare il gesto dell’ex mafioso fino a farne un eroe negativo. Se ha iniziato un’autocritica, non abbiamo diritto di negargliela».
In questa storia si aggiunge anche la proposta di condurre Grigoli davanti al tribunale ecclesiastico per fargli testimoniare la santità di don Pino e il suo martirio. Onestamente, si sta forse perdendo il senso della misura e allora hanno ragione i parenti delle migliaia di sconosciute vittime della mafia ad alzare la testa e a chiedere maggiore giustizia.
Ma com’è possibile che uno come Grigoli possa vivere libero e protetto?
«Noi applichiamo la legge», dice il dottor Lorenzo Matassa, pubblico ministero che ha dovuto chiedere al tribunale della libertà la scarcerazione del «collaborante» dopo che la Coite d’assise di Palermo ne aveva ordinato la custodia in carcere.
«C’è la legge sui collaboratori di giustizia: tutti dicono di volerla cambiare ma nessuno lo fa. Finché esiste, dobbiamo applicarla. Sono arrabbiato nero sapendo che un omicida è in libertà, ma non avevo alternative. Se la normativa mi consente di chiedere a un boss o a un picciotto di collaborare proponendo in cambio alcuni benefici, non posso tradire quell’impegno preso a nome dello Stato».
Già, uno Stato che deve mantenere la parola data a un pluriassassino e che, troppo spesso, dimentica le vittime. Quelle fanno parte di una burocratica contabilità mafiosa che a volte determina la «qualità» del pentito. Più morti ammazzati hai sulle spalle, più vali. Forse è davvero giunto il momento di cambiarla, questa legge. È una questione di civiltà.

 

 

 

 

TG2 dell'8 Novembre 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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