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5 Maggio 1971 Palermo. Ucciso in un agguato il magistrato Pietro Scaglione e il suo autista Antonio Lo Russo. PDF Stampa
Il magistrato Pietro Scaglione e Antonio Lo Russo,
Agente di custodia che gli faceva da guardia del corpo ed autista.
(Foto dapolizia-penitenziaria.it/

Foto e fonte da:wikipedia.org

Pietro Scaglione (Palermo, 2 marzo 1906 – Palermo, 5 maggio 1971) è stato un magistrato italiano.

Fu assassinato in via dei Cipressi a Palermo il 5 maggio 1971 mentre era a bordo di una Fiat 1300 nera insieme al suo autista Antonio Lo Russo. Scaglione era stato da poco destinato a Procuratore Generale di Lecce. L'assassinio del procuratore della repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, 65 anni, si può considerare il primo omicidio eccellente compiuto in Sicilia dopo quello di Emanuele Notabartolo del 1893. Il magistrato era uscito dal cimitero dove era andato a pregare sulla tomba della moglie Concettina Abate. Furono usate le classiche tecniche di delegittimazione dell'ucciso: cioè che fosse colluso, che insabbiasse le inchieste , invece era vero tutto il contrario. Fu Tommaso Buscetta a chiarire le motivazioni dell'omicidio (Leonardo Vitale, primo pentito di mafia non fu mai creduto). Colui che decise l'omicidio fu Luciano Liggio che eseguì l'omicidio insieme a Totò Riina. Il potere mafioso era passato in mano al gruppo dei corleonesi.


La testimonianza di Piero Grasso

Nel libro la Mafia Invisibile, il superprocuratore antimafia Piero Grasso (intervistato da Saverio Lodato) si occupa ampiamente dell'omicidio Scaglione.

Grasso racconta:
« Ero appena entrato in magistratura. Appresi la notizia mentre ero pretore a Barrafranca, in provincia di Enna. L’impressione e lo sgomento tra i colleghi fu enorme. Era il primo magistrato siciliano a cadere sotto il piombo dei mafiosi. Erano altri tempi. Ricordo che un giornale nazionale, se non erro il "Giorno" di Milano, titolò. "Sangue sulla toga". Ricordo le prime campagne di delegittimazione sulla figura del magistrato. Ricordo che circolarono certe voci per gettare ombre sulla sua attività: calunnie poi categoricamente smentite dalle indagini successive. Scaglione aveva sempre tenuto un atteggiamento coerente e rigoroso nei confronti di una criminalità che allora era ancora difficilmente decifrabile come mafiosa. Ovviamente, trattandosi della morte di un magistrato, indagò un’altra autorità giudiziaria Genova. Posso solo dire che, all’epoca di quel delitto, Cosa Nostra era governata da quel triumvirato di cui faceva parte anche Luciano Liggio. Parecchie fonti hanno confermato che quell’esecuzione fu decisa ed eseguita personalmente da Luciano Liggio per un suo astio personale. Scaglione propose Liggio per il soggiorno obbligato, ma il boss riuscì a scappare in tempo da una clinica di Roma dove era ricoverato, rendendosi latitante. Il procuratore a quel punto riuscì a spedire al confino, sia pure per brevissimo tempo, una delle sorelle del boss. La sorella nubile che non era mai uscita da Corleone in vita sua... Liggio ebbe buon gioco a dipingere il suo nemico come un persecutore che, non potendo colpire lui, si era accanito contro una giovane donna innocente. La mattina dell’agguato, come ogni giorno, Scaglione si recava al cimitero dei Cappuccini nel centro della vecchia Palermo, per deporre un mazzo di fiori sulla tomba della moglie, accompagnato da Lo Russo, un agente di custodia. L’auto dei killer tagliò loro la strada. La guidava Pino Greco "Scarpuzzedda", della famiglia di Santa Maria di Gesù. A bordo c’era anche un uomo d’onore di Porta Nuova, territorio in cui veniva commesso il delitto. E secondo tantissime ricostruzioni, anche Luciano Liggio che avrebbe addirittura sparato a Scaglione. Liggio, dal canto suo, fin quando rimase in vita, si difese dicendo che la tubercolosi ossea non gli avrebbe permesso una simile performance. Ma le malattie dei mafiosi molto spesso sono un alibi »

(in Lodato-Grasso, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa Nostra. Milano, Mondadori 2001, p. 91 ss.).

 

 

 

Documento dell'Archivio Storico Istituto Luce

11/05/1971
Palermo: funerali di Stato per il procuratore di Palermo Pietro Scaglione ucciso in un agguato mafioso.

 

 

 

 

 

 

 

Foto dall'Archivio de L'Unità  

Articolo del 4 Maggio 2012 da antimafiaduemila.com

41 anni fa l’omicidio del Procuratore Pietro Scaglione e dell’agente Antonio Lorusso

Il 5 maggio del 1971, a Palermo, fu ucciso il procuratore capo della Repubblica Pietro Scaglione, definito – anche  in sede giurisdizionale penale – “un magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacità professionali e di assoluta onestà morale, persecutore spietato della mafia”.

Il Procuratore Scaglione, che ha segnato l’inizio del martirologio nella magistratura  italiana, fu ucciso - con il fedele agente Antonio Lorusso - alle ore 10.55 del 5 maggio del 1971 in via Cipressi a Palermo, nel corso di un agguato mafioso, dopo la consueta visita nel cimitero dei Cappuccini, dove era sepolta la moglie.
Purtroppo, non si conoscono né i mandanti né gli esecutori del duplice omicidio. E’ stato però accertato che i possibili moventi del delitto sono in ogni caso da ricollegare  all’attività giudiziaria svolta “in modo specchiato” e inflessibile dal magistrato, soprattutto nella repressione della mafia.
Nella sua lunga carriera di giudice e, soprattutto, di pubblico ministero, iniziata nel 1928, Pietro Scaglione si occupò dei principali misteri siciliani: dal banditismo del dopoguerra agli assassini dei sindacalisti Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale, dalla strage di Portella della Ginestra alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro.
Per quanto riguarda gli “Atti relativi ai mandanti della strage di Portella della Ginestra”, nelle Conclusioni del PM Pietro Scaglione (datate 31 agosto 1953), i moventi principali accreditati furono i seguenti:  la lotta “ad oltranza” contro il comunismo che Salvatore Giuliano “mostrò sempre di odiare e di osteggiare”; la volontà da parte dei banditi di accreditarsi come “i debellatori del comunismo”, per poi ottenere l’amnistia; la volontà di “usurpazione dei poteri di polizia devoluti allo Stato”; la “difesa del latifondo e dei latifondisti”.   
In relazione agli assassini dei numerosi sindacalisti siciliani negli anni Quaranta e Cinquanta, l’allora sostituto procuratore generale Pietro Scaglione chiese il rinvio a giudizio per i mafiosi imputati nel processo Rizzotto e per i campieri accusati dell’omicidio Carnevale. Nelle sue dure requisitorie, il pm Scaglione parlò di “febbre della terra” e ricondusse il movente  alle coraggiose lotte sindacali di Carnevale e Rizzotto. Al riguardo, il Generale Dalla Chiesa testimoniò davanti all’autorità giudiziaria, dichiarando che il magistrato Scaglione “quando esercitava le funzioni di pubblico ministero all’udienza aggrediva la mafia”.
Dopo la strage di Ciaculli del 1963, grazie soprattutto alle inchieste condotte dall’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (guidato da Cesare Terranova) e dalla Procura della Repubblica (diretta da Pietro Scaglione) “le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse”, come si legge nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia del 1976.
Secondo quanto scrisse il giornalista Mario Francese (ucciso nel 1979), il procuratore Pietro Scaglione “fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli  nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro tra l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la “linea” Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculato o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici”; il riacutizzarsi del fenomeno mafioso, nel biennio 1969-1970, “aveva indotto Scaglione ad intensificare la sua opera di bonifica sociale”, infatti, richieste di “misure di prevenzione e procedimenti contro pubblici amministratori ……. hanno caratterizzato l’ultimo periodo di attività del Procuratore capo della Repubblica” (M. FRANCESE, Il giudice degli anni più caldi, in il Giornale di Sicilia, 6 maggio 1971, p. 3).
In questo contesto - come affermò Paolo Borsellino (in La Sicilia, 2 febbraio 1987, p.10) – “la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino calunniati. Accadde così per Scaglione [….]”.  
L’uccisione del procuratore Scaglione - come scrisse, a sua volta, Giovanni Falcone (in La Posta in gioco, edizioni Bur, 2011, p. 320) - ebbe sicuramente “lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino”.
Il Procuratore Scaglione svolse, con impegno e dedizione, anche la funzione di Presidente del Consiglio di Patronato per l’assistenza alle famiglie dei detenuti ed ai soggetti liberati dal carcere, promuovendo, tra l’altro, la costruzione di un asilo nido; per queste attività sociali, gli fu conferito dal Ministero della giustizia  il Diploma di primo grado al merito della redenzione sociale, con facoltà di fregiarsi della relativa medaglia d’oro. Infine, con Decreto dello stesso Ministero della Giustizia del 1991, previo parere favorevole del Consiglio Superiore della Magistratura, Pietro Scaglione fu riconosciuto “magistrato caduto vittima del dovere e della mafia”.

Distinti saluti
La famiglia Scaglione

 

 

 

Articolo da L'Unità del 4 Novembre 1972

Il magistrato è convinto che...
«Almeno duecento conoscono chi uccise Scaglione»

GENOVA. 3. Il procuratore generale di Palermo, Pietro Scaglione venne freddato dentro l'auto probabilmente da una scarica di mitra. Il suo autista Antonino Lo Russo venne successivamente finito a colpi di rivoltella: questa la sostanza di quanto hanno lasciato trapelare ieri, conversando con i giornalisti i  magistrati genovesi incaricati dalla Cassazione di indagare sul duplice omicidio di via dei Cipressi, verificatosi con un agguato mafioso compiuto il 5 maggio 1971.
L'uso di un mitra, di cui per primi ieri fornimmo notìzia ai nostri lettori, è stato ipotizzato dal perito balistico Luciano Cavenago esaminando i bossoli trovati sul luogo della sparatoria e i proiettili estratti dai cadaveri dei due assassinati. Si tratta di una perizia che contrasta, in diversi punti, con quella svolta dai primi periti, incaricati dalla magistratura palermitana di esaminare il caso. La prima perizia aveva accennato soltanto all'uso di rivoltelle. Ora salta fuori il mitra. Una vera e propria esecuzione sommaria, con il colpo di grazia al povero autista.
La raffica di proiettili calibro nove che raggiunse per primo il procuratore generale Scaglione probabilmente è stata sparata con un MAB.
Le indagini, ora, sono indirizzate a un esame dei mitra trafugati a suo tempo presso il comando della guardia di finanza di Palermo, a quanto ha fatto capire uno dei giudici genovesi.
Non c'è molto ottimismo. peraltro, tra gli inquirenti. Il giudice istruttore dott. Bonetto. che affianca il consigliere dott. Grisolia nella indagine, a una nostra domanda sulla possibilità di identificare i mandanti del delitto ha risposto testualmente: «Per giungere ai mandanti bisogna prima arrestare gli esecutori del delitto. Ho interrogato molti testimoni. Sono persuaso che almeno duecento degli interrogati conoscano perfettamente chi ha sparato, ma nessuno finora ha il coraggio di parlare». Delitto di mera marca mafiosa, quindi, che esclude ogni ipotesi più blanda, emotiva.
Il nuovo elemento infatti conferma la pista mafiosa che carabinieri e polizia dicono — con quali risultati? è lecito chiedersi — di stare ancora seguendo; e può segnare una effettiva svolta nell'accertamento delle responsabilità di una vicenda che, per quasi tutti gli elementi, resta misteriosa e oscura.
Cosa è che legittima questo giudizio? Appunto il tipo di arma usata.
Ricostruiamo, un attimo, la clamorosa vicenda del furto delle armi nella casermetta di Acqua dei Corsari dove il contrabbando, con la complicità di alcuni finanzieri, aveva un punto di copertura.
Cinque dei Mab rubati furono ritrovati un mese dopo in un magazzino di via Uditore, proprietà del boss Salvatore Di Maio ricercato dalla polizia per associazione a delinquere e incriminato come uno degli esponenti della nuova mafia palermitana. Di Maio fu arrestato con numerosi complici, ma dei 19 mitra rubati nessuna traccia. Per la clamorosa vicenda di Acqua dei Corsari furono rinviate a giudizio complessivamente 27 persone, tra cui 12 guardie di finanza; il processo è ancora da celebrare e forse potrà portare alla ribalta particolari interessanti del giro di contrabbando a Palermo. Se sarà accertato con precisione che a sparare contro Scaglione furono appunto quei Mab trafugati ad Acqua dei Corsari, ecco che un nuovo interessantissimo capitolo si aprirà nelle indagini generali sulla mafia palermitana e suoi commandos che, negli ultimi anni, hanno seminato morte e caos a Palermo.
g. m.

 

 

 

Articolo da La Stampa del 6 Maggio 1971

Ucciso perché?

Di Piero Gasco

L'ombra di Liggio sul crimine di Palermo
Il Procuratore capo della Repubblica è stato crivellato di colpi cou il suo autista per ordine della mafia: è la sola cosa certa - Per il resto interrogativi e ipotesi - Il dottor Scaglione (dopo l'implicita censura della Commissione antimafia per la fuga di Liggio) era stato promosso e trasferito a Lecce, a giorni avrebbe lasciato la sede di Palermo, presto sarebbe andato in pensione - Chi voleva farlo tacere per sempre? e su che cosa?

Palermo, giovedì sera. Un delitto senza precedenti; mai la mafia aveva osato tanto. Soltanto questo, almeno per ora, si può dire con certezza del feroce agguato in cui ieri hanno perso la vita il procuratore capo della Repubblica, dottor Pietro Scaglione ed il suo autista, l'agente Antonino Lo Russo. Palermo è disorientata: abituata da una tradizione di violenze e di sopraffazioni a sopportare ed accettare ogni cosa, il racket e le stragi, il terrorismo e le minacce, questa volta non si riconosce più. «Ormai — sono le parole del sostituto procuratore della Repubblica, dottor Giovanni Coco — delinquenza e mafia hanno superato ogni limite, ormai siamo pienamente esposti a forze troppo forti e troppo oscure perché se ne possa, non dico prevenire, ma neppure immaginare la straordinaria e nefasta potenza ».
Alcuni fermi
Attorno alla salma di Pietro Scaglione, composta a Palazzo di Giustizia, si è vegliato tutta la notte. Stamane le indagini sono riprese Impegnando uomini e mezzi come mai era accaduto. Ma si ha l'impressione che gli inquirenti non sappiano in che direzione muoversi, come districarsi dalla pania di mistero in cui è avvolto questo delitto. Ieri sera è stato fermato un uomo, sorpreso nel a zona del porto mentre cercava di imbarcarsi per Napoli sotto falso nome. Aveva una pistola in tasca, mentre lo interrogavano ha cercato di svenarsi con una lametta. Si è poi accertato che è Salvatore Ferrante dì 29 anni, palermitano, ma residente a Torino. E' uno dei «killers» di via dei Cipressi?
Gli inquirenti non dicono nulla, ma nessuno crede a questa possibilità. L'agguato ha le stigmate feroci della mafia e i killer assoldati per questa operazione sono professionisti, ben protetti alle spalle da una rete fittissima di omertà. Altri 20 fermi sono stati compiuti stamane, ma si tratterebbe di un'operazione più che altro dimostrativa.
Probabilmente gli assassini poco dopo il delitto erano già al sicuro, forse sono ancora in città e non hanno nessuna intenzione di abbandonarla. Chi può parlare? Chi può tradirli? Nessuno. L'uccisione del dottor Scaglione è avvenuta alle undici di mattina, in un quartiere popolare dove la gente vive per strada. Un tassista mi ha detto che per evitare di passare in via dei Cipressi molti preferiscono fare lunghe deviazioni per non correre il rischio di rimanere bloccati. Eppure non ci sono testimoni. Nessuno ha visto. Nessuno ha sentito anche se i killer hanno sparato decine di colpi di pistola e raffiche di mitra. Ma anche se la giustizia riuscisse ad arrestare gli assassini non si sarebbe fatto che un piccolo passo verso la soluzione del mistero. Chi sono i mandanti? Quali interessi, intrighi si nascondono dietro di loro? Perché hanno ucciso il dottor Scaglione? Sono interrogativi inquietanti cui sarà estremamente difficile dare una risposta.
I massacri
I precedenti di sangue e dì violenza di questi ultimi mesi a Palermo sono significativi. Il massacro di viale Lazio (10 dicembre 1969: quattro o forse cinque morti) non è stato ancora spiegato; e così l'uccisione a colpì di lupara del manovratore delle Ferrovie Nicolò Di Maio, genero di un noto mafioso (21 aprile 1970); e così la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre'70); e così l'eliminazione dell'albergatore Cluni, giustiziato il 28 ottobre all'Ospedale civico da cinque killer travestiti da infermieri; e così altri delitti minori. A Palermo si spara, si uccide, si regolano i conti fra le cosche mafiose alla luce del giorno, e mai una prova. Nulla, almeno in apparenza, che possa far risalire ai boss misteriosi che regolano le fila della città. Ma questa volta la vittima è un procuratore capo, della Repubblica, un uomo dello Stato. La eco è stata troppo vasta perché non si impieghi ogni possibile mezzo per andare a fondo della cosa, per svelare intrighi e responsabilità. Un insuccesso significherebbe una resa senza condizioni dell'autorità e della legge al mondo della mafia. E' da qui, da via dei Cipressi che gli inquirenti devono partire.
Cerchiamo quindi di ricostruire il delitto. E' mattina. Il procuratore capo della Repubblica di Palermo, dott. Pietro Scaglione, 63 anni, comincia la giornata al solito modo. Su una macchina dello Stato, accompagnato dall'agente Antonino Lo Russo, quarantenne, si reca al cimitero a deporre un mazzo di fiori sulla tomba della moglie Concettina, morta sei anni fa, stroncata da un male incurabile. Con lui dovrebbe essere anche il figlio Antonio, 32 anni, assistente di Diritto penale, ma all'università c'è una sessione d'esame e il giovane professore deve essere presente. Al cimitero il dott. Scaglione rimane assorto in preghiera per qualche minuto, poi rìsale in macchina e dice all'agente di portarlo al Palazzo di giustizia. Da sei anni ogni mattina sempre la stessa strada. L'auto imbocca via dei Cipressi, una viuzza stretta da cui si dipartono i vicoli di un quartiere popolare. Ad una strozzatura, accanto al convento dei Cappuccini, l'agguato. Una « 850 » bianca affianca la « 1500 » del magistrato, la stringe verso il muro. Il Lo Russo cerca di destreggiarsi ma è costretto a fermarsi. E' un attimo: dalla « 850» balzano fuori i killers e cominciano a sparare. Sono due o tre, a giudicare dai bossoli trovati disseminati sul luogo del delitto. Sparano all'impazzata con mitra e pistole. Per molti secondi echeggiano le detonazioni. Il magistrato e il suo autista si abbattono riversi sui sedili, colpiti a morte da decine di proiettili. Poco dopo qualcuno telefona ai carabinieri: «Ci sono due uomini coperti di sangue su un'auto in via dei Cipressi».
Cominciano le indagini. I sostituti procuratori Alìquò, Saito e Pedone, il comandante del gruppo carabinieri di Palermo ten. col. Lo Presti e il commissario di p.s. dott. Contrada, ne assumono il comando. Posti di blocco, interrogatori, perquisizioni.
Ma i testimoni non esistono. Davanti al luogo in cui è avvenuta la sparatoria abita Rosa Badalamenti: era in casa, ma sostiene di non aver visto nulla. Non ha sentito neppure gli spari, soltanto le sirene della polizia.
Dall'interrogatorio di decine e decine di persone, si arriva soltanto alla descrizione dell'auto dei killers, una «850» bianca. Via dei Cipressi era un tempo il regno di Gaetano Filippone, uno dei boss della malavita palermitana.
La gente ha imparato a tacere.
L'inchiesta
La notizia si diffonde in città in un baleno. A Palazzo di giustizia, avvocati e magistrati decidono di sospendere ogni attività per tre giorni in segno di lutto. Il sindaco, dott. Giacomo Morchella, convoca la Giunta municipale.
Si susseguono dichiarazioni di sgomento, di sbigottita incredulità, di esecrazione. Via dei Cipressi viene bloccata tutto il giorno per permettere alla «scientifica» i più minuziosi controlli; a sera giungono da Roma, inviati dal ministro dell'Interno Restivo, il vice capo della polizia Calabresi e l'ispettore generale di pubblica sicurezza e vice dirigente della Criminalpol, Testa. E' un intrecciarsi febbrile di consultazioni, ma c'è ancora troppo disorientamento per tracciare un primo bilancio delle indagini. Oggi forse si saprà qualcosa di più.
Gli inquirenti, che lavorano in stretto contatto con la commissione antimafia riunita a Roma, avranno preparato un piano d'azione, cominceranno controlli più approfonditi, a partire da quello in programma nell'ufficio del dott. Scaglione.
Forse è ingenuo sperare che fra i documenti del magistrato ucciso ci sia la chiave per risolvere il « giallo », ma forse in quell'ufficio potrebbe farsi un primo spiraglio di luce. Per ora è il momento delle ipotesi. Partendo dal presupposto che ci troviamo di fronte ad un delitto di mafia, se ne possono fare a dozzine, tutte plausibili, tutte inquietanti. E al centro vi è la figura, per molti versi sconcertante, del dott. Scaglione.
Perché è stato ucciso? Sentiamo questa dichiarazione, ancora del sostituto procuratore Coco, che ha parlato a nome di tutti i magistrati: « Il dott. Scaglione è caduto vittima di un coraggio grandissimo, che ha sempre mostrato assumendo di persona anche posizioni scomode... Un uomo di cui si fermerà un ricordo personale di bontà e di gentilezza umana e diuturno coraggio assolutamente impareggiabili».
Un magistrato irreprensibile, dunque. Il suo carattere schivo e riservato, le sue iniziative umanitarie (era presidente del Patronato per l'assistenza ai liberati dal carcere e ai figli dei carcerati), il suo attaccamento alla famiglia (era molto legato non solo alla memoria della moglie, ma anche ai due figli, Antonio e Mariella, ai fratelli e alle sorelle) contribuiscono a rafforzare questa immagine.
Ed ora sentiamo il sen. Li Causi,, comunista, vicepresidente della Commissione antimafia: «Si è rotto col trasferimento, già deciso dal Consiglio superiore della magistratura, del procuratore Scaglione a Lecce, un equilibrio di potere che il magistrato proteggeva, come hanno dimostrato gli episodi che attirarono l'attenzione della Commissione antimafia,della fuga di Liggio, della vicenda Ciancimino. Per cui, sconvolto questo equilibrio, gli interessi ingentissimi che sono stati messi in gioco, — e non c'è dubbio che sono interessi mafiosi — hanno determinato questo terribile e crudele regolamento di conti». Una accusa senza mezze misure. Per il sen. Li Causi Pietro Scaglione era dunque uno di quegli altissimi personaggi, insospettabili, conniventi con la mafia, e quindi essi stessi mafiosi. A molti forse viene in mente a questo punto la scena finale del recente film di Damiani, «Confessioni di un commissario di polizia al Sostituto Procuratore della Repubblica», quando l'ingenuo procuratore scopre che a tessere le fila degli interessi mafiosi è proprio sua eccellenza, il presidente del tribunale. I manifesti di questo film, che a Palermo è stato molto criticato, campeggiano ancora sui muri della città. Molti sussurrano che la figura del magistrato era stata «suggerita» a Damiani dal dott. Scaglione.
Dove sta la verità? Impossibile dirlo. Forse da tutte e due le parti. Il dott. Scaglione, nato a Lercara Friddi, in provincia di Palermo, aveva esercitato per 40 anni la sua professione in Sicilia, prima come pretore, poi come applicato alla Procura generale, poi come sostituto procuratore (in tale veste si occupò dei processi contro la banda Giuliano)', poi come presidente di sezione della Corte di Appello, ed infine, dal '62 come procuratore. La mafia dunque doveva conoscerla bene. E può aver fatto qualche concessione. O qualche promessa. E una promessa non mantenuta è sufficiente per firmare una condanna a morte. Ma c'è un nome che negli ultimi tempi è stato spesso legato a quello del dott. Scaglione: Luciano Liggio, il boss più crudele della Sicilia, la «primula rossa» di Corteone. Assolto incredibilmente, con formula dubitativa, dal tribunale di Bari da una serie di efferati omicidi, Liggio si fece ricoverare all'ospedale di Taranto per una infezione ai reni; poi su consiglio dei sanitari si trasferi a Roma nella clinica dì via Villa Massimo, diretta dall'urologo prof. Bracci. Era sorvegliato dalla polizia, almeno così si diceva, ma un bel giorno Liggio, che era quotidianamente assistito dal genero di Frank Coppola, il gangster italo-americano re della droga, scomparve. Sul suo capo pende ora una condanna all'ergastolo emessa dalla Corte di Assise d'Appello, ma nessuno sa dove egli si trovi. Sulla sua fuga la Commissione antimafia aprì una inchiesta. C'era, di mezzo un ordine di custodia precauzionale firmato dal dott. Scaglione, eseguibile soltanto nella zona di Corleone. Perché questa limitazione? Il questore dì Palermo, dott. Zamparelli e il Procuratore Capo della Repubblica si palleggiarono le responsabilità. L'Antimafia concluse i suoi lavori inviando un rapporto al ministro dell'Interno e al Consiglio superiore della magistratura in cui indicava nei magistrati e negli alti funzionari di polizia di Palermo, quindi principalmente in Zamparelli e Scaglione, i responsabili della fuga di Liggio. Il questore fu subito richiamato a Roma. Per il dott. Scaglione si attese ancora parecchi mesi, ma il suo recente trasferimento alla Procura di Lecce (sìa pure «sotto forma di promozione) è abbastanza significativo.
Proprio stamane la sezione antimafia del tribunale di Palermo, doveva prendere in esame un provvedimento di rinvio al confino per cinque anni a carico di Liggio.Un procedimento risibile per un uomo condannato all'ergastolo, pure gli avvocati del « boss » si battevano perché il provvedimento non venisse approvato. Segno che Liggio è ancora potente, vuol far sentire la sua voce. Potrebbe esserci qualche collegamento con l'agguato di ieri.
Ma quale? Perché la mafia ha colpito il dott. Scaglione proprio alla vigilia della sua partenza per Lecce? Le supposizioni si intrecciano, tutto diventa contorto, fumoso. Si può addirittura pensare — è un'ipotesi che è stata avanzata a Palazzo di Giustizia — che  il procuratore capo della Repubblica sia stato ucciso con deliberata ferocia da una cosca a scopo dimostrativo: un modo disumano per affermare la propria supremazia sul mondo della mafia. p. g.

 

 

 

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