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29 Dicembre 2007 Orgosolo (NU). Ucciso in un agguato Peppino Marotto, sindacalista, poeta, scrittore e cantante PDF Stampa

Foto da:  manifestosardo.org  

 


Articolo di Quotidiano.net del 29/12/2007


Ucciso in un agguato Peppino Marotto
Il sindacalista appassionato di poesia

Si è spenta una delle voci più importanti della Barbagia. Peppino Marotto, sindacalista, poeta, scrittore e cantante, conosciuto e amato in tutta la Sardegna, membro fondatore dei 'Tenores Supramonte di Orgosolo', è stato ucciso questa mattina in un agguato proprio nella sua Orgosolo, il paese dei 'Murales'. Marotto, 82 anni, è stato freddato mentre, intorno alle 10.30, come d'abitudine, comprava i giornali all'edicola del paese in pieno centro, in Corso Garibaldi: sei colpi di pistola lo hanno raggiunto alla schiena e per lui non c'è stato più niente da fare.

Sul posto sono intervenuti carabinieri, polizia e un'autoambulanza del 118. I sanitari purtroppo non hanno potuto far altro che constatare il decesso della vittima. Finora sono pochi gli elementi che trapelano dalle indagini coordinate dal procuratore del Tribunale di Nuoro, Daniele Rosa, e condotte dalla polizia. Con tutta probabilità il killer di Marotto era solo e conosceva molto bene le sue abitudini.

Ha aspettato la vittima in un vicolo adiacente alla chiesa parrocchiale e quando l'ha visto arrivare l'ha raggiunta e gli ha sparato alle spalle poco prima che entrasse nell'edicola. Successivamente sarebbe scappata a piedi riuscendo a far perdere le proprie tracce. In ogni caso è giallo sul movente.

Marotto era una persona amata e stimata da tutta la comunità e in molti sostengono che non avesse nemici. Sul suo conto grava una condanna per tentato omicidio che risale agli anni Sessanta. Un tentato omicidio per il quale il poeta si è sempre detto innocente ma per il quale ha dovuto conoscere la galere e il confino, revocatogli in seguito con l'amnistia. Nato a Orgosolo nel 1925, Marotto ha speso fra le fila della Cgil e del Partito Comunista la sua vita, che ha finito spesso con l'intrecciarsi con le vicende che hanno segnato la storia del centro barbaricino negli ultimi cinquanta anni. Moderno cantastorie, Marotto per tutta la vita ha cantato i suoi ideali di emancipazione e di libertà nelle piazze della Sardegna e del mondo.

La sua poesia racconta della sua gente e della sua terra. Il poeta ha anche dedicato un canto alla Brigata Sassari al ritorno dalla Grande Guerra: con «Sa brigada sassaresa» ha narrato la presa di coscienza dei Sassarini, al ritorno dalla I guerra mondiale e prima dell'avvento del fascismo. Marotto è stato dirigente a livello locale della Cgil e del Partito Comunista.

Una volta andato in pensione non ha smesso di collaborare quotidianamente con la sede di Orgosolo del sindacato pensionati. Fra le sue opere più importanti 'Su pianeta 'e Supramontè (1996), 'Testimonianze poetiche in onore di Emilio Lussù, (1983), 'Cantones Politicas Sardas', (1978). La sua ultima apparizione pubblica risale allo scorso aprile quando ha partecipato a una serie di convegni sulla figura di Antonio Gramsci e ha stupito il pubblico intonando un canto sull'intellettuale comunista.

L'uccisione di Marotto getta Orgosolo ancora una volta nell'oscurità e riporta i suoi cittadini alla vigila di Natale del 1998 quando qualcuno uccise il sacerdote professore don Graziano Muntoni, tuttora un delitto irrisolto. Chi ha conosciuto il sindacalista poeta lo ricorda come una persona speciale, impegnata tanto nell'attivismo sociale e politico quanto nella poesia. Il segretario regionale della Cgil, Giampaolo Diana, ricorda «un uomo straordinario, sia per la passione politica, che era quella di un ventenne, che per il suo profilo da poeta». «Peppino - sottolinea Diana - era un uomo in cui ritrovare i valori che hanno contribuito a creare diverse generazioni di sindacalisti in Sardegna. Gli si leggeva in faccia il bisogno di giustizia sociale, la sua ragione di vita». «Marotto - prosegue il segretario regionale della Cgil - si è impegnato soprattutto per trasformare l'economia del suo territorio, tentando di dare più dignità ad un mondo abbastanza difficile».

Ragionando sul movente che possa avere armato la mano del killer di Marotto Diana dice: «La sua uccisione ci lascia attoniti. Era un uomo amato e stimato da tutti. È difficile, impossibile, voler male a un poeta, a un uomo che fa della poesia una ragione di vita. A chi sapeva dare con le sue parole un senso alle cose genuine della vita». Il sindaco di Orgosolo, Francesco Meloni, sottolinea che «tutto il paese è fortemente sconvolto dall'uccisione di Peppino Marotto». «Lavorava e ha sempre lavorato per il bene della comunità e per questo l'evento ci sconvolge doppiamente», continua. «Era un signore - sottolinea il primo cittadino - fortemente impegnato nelle battaglie politiche e sociali per il riscatto del nostro territorio. Con il suo lavoro aiutava i più deboli, a cominciare dai pensionati. E ai giovani amava spesso ricordare che quando occorre cambiare le cose occorre avere il coraggio di farlo».

Nemmeno Meloni riesce a darsi una spiegazione per quanto accaduto. «Non riesco a darmi nessun tipo di spiegazione - afferma il sindaco - Marotto era largamente stimato in paese e fuori. Non riusciamo a capire quale possa essere il motivo, ammesso esista, che ha spinto qualcuno ad ucciderlo». Per il predecessore di Meloni, il professore Pasquale Mereu, l'assassino di Peppino Marotto rappresenta una sfida all'intera comunità. «In questi giorni a Orgosolo - spiega l'ex sindaco - si svolgono alcuni appuntamenti importanti per le festività natalizie e per il capodanno, eventi che coinvolgono e che sono amati da tutti».

A Orgosolo le celebrazioni per la fine dell'anno sono molto sentite. La tradizione vuole che i ragazzini vadano in giro per il paese per raccogliere i pani dalle case e che i cori 'a tenorè si rechino invece nelle case delle coppie che si sono sposate nel corso dell'anno per cantare una serenata. «A due giorni dalla ricorrenza chi ha ucciso - commenta professor Mereu - sembra voler dire, noi ce ne freghiamo di quelli che sono i momenti importanti della comunità. Quella di oggi non è una giornata casuale. Per questo rimaniamo doppiamente allibiti». Anche per l'ex sindaco è difficile che la vittima avesse qualche nemico. «Era una persona affabile - dice - benvoluta. È improbabile che avesse malumori con qualcuno. In paese si sarebbe saputo. Fra l'altro lui non si nascondeva, non prendeva precauzioni».

«La Sardegna è una terra che vive perennemente al confine tra modernità e arcaismo - ha detto Flavio Soriga, giovane scrittore cagliaritano - È una terra ultramoderna, ma anche un luogo dove succedono cose incredibili, in cui è possibile che un poeta, un sindacalista di 82 anni come Peppino Marotto, venga ucciso da qualcuno che gli spara alle spalle». Secondo Soriga l'omicidio di Marotto «è più che altro è l'ennesima irruzione dell'arcaismo nella nostra incompleta modernità».

 

 

Articolo dal Corriere della Sera del 30 dicembre 2007

Il poeta della Barbagia ucciso a 82 anni

di Alberto Pinna

Peppino Marotto colpito da sei proiettili nel centro di Orgosolo. Cantastorie, aveva fondato i tenores del Supramonte. Il sindaco: è una sfida al paese

ORGOSOLO (Nuoro) - Andava a prendere i giornali, come ogni mattina, all' edicola di corso Repubblica, strada principale di Orgosolo: Peppino Marotto, poeta-pastore e cantastorie della Barbagia, 82 anni, molto popolare in tutta la Sardegna, una vita da sindacalista nella Cgil, ha visto come un' ombra alle spalle. Si è voltato d' istinto, un uomo gli ha sparato dal sagrato della vicina Chiesa di San Pietro. Sei colpi di pistola; i pochi che passavano hanno visto una figura allontanarsi a passo svelto nelle stradine intorno alla vicina chiesa. Marotto è caduto riverso in avanti, dal suo giubbotto chiaro è colato un rivolo di sangue, colpito a morte; è spirato prima che arrivasse l' autoambulanza. «Un delitto assurdo, inspiegabile. Una persona che ha dato una mano a molti, non aveva nemici». Pasquale Mereu, sindaco di Orgosolo, è costernato: «Questa è una sfida contro il paese». L' ultimo omicidio fra Natale e Capodanno, quasi 10 anni fa: un agguato a pochi passi dalla cattedrale. Don Graziano Muntoni, vice parroco, tuonava dal pulpito contro i ragazzi che con troppa facilità maneggiavano le armi. Crivellato di colpi e i suoi assassini non sono mai stati individuati. Fra le migliaia che avevano partecipato in quegli ultimi giorni del 1998 alla fiaccolata-processione dopo i funerali di don Muntoni c' era anche Marotto. Non aveva voluto mancare, lui comunista da sempre, «perché contro la barbarie bisogna essere uniti». Ma è assai improbabile che fra i due delitti ci sia collegamento. Più indietro ancora, negli anni ' 50 Peppino Marotto era stato in carcere (condanna a 7 anni) e al confino, implicato in un tentato omicidio. Ne era infine uscito dopo un' amnistia. Diceva: «Non potrò mai dimenticare. In galera innocente». Possibile che qualcuno abbia covato per quasi 60 anni la vendetta per servirla, come d' uso in Sardegna, fredda a un uomo di più di 80 anni? Paolo Pillonca, poeta e giornalista, amico di Marotto e autore della prefazione a un suo libro: «Non ho parole, ma se una spiegazione ci deve essere, va cercata nelle tenebre del passato». Proprio in carcere Peppino Marotto aveva cominciato a scrivere poesie. Aveva fondato i tenores del Supramonte, fra i primi gruppi (con Maria Carta) che fecero conoscere fuori della Sardegna i canti popolari. Il suo nome è accanto a quello di Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini («Da lui ho appreso l' arte del racconto, dell' improvvisazione») nel Nuovo Canzoniere Italiano. Ha anche collaborato con Alberto Negrin (il regista di Perlasca, un eroe italiano) e Ennio Morricone. Tre le opere principali, tutte in lingua sarda: Su pianeta e' Supramonte, Testimonianze poetiche in onore di Emilio Lusso, Cantònes politicas sardas (Canzoni politiche sarde), sulla sua terra e le lotte di pastori, contadini e operai, su Antonio Gramsci e Salvador Allende. Militante del Pci e poi dei Ds, per decenni segretario della Camera del lavoro di Orgosolo, negli ultimi anni si occupava del sindacato pensionati. Ieri, come ogni mattina, è uscito di casa poco dopo le 10 per andare all' edicola. Un centinaio di metri a piedi in corso Repubblica, la strada dei murales, fra croci segnate sui muri a ricordare altri agguati. Chi lo ha ucciso ha aspettato al riparo di un' auto parcheggiata. Ma non si trovano testimoni, non c' è nessuno che ha visto, nessuno che ha sentito.

 

 

Articolo dal Corriere della Sera del 5 Gennaio 2008

Uccisi due fratelli. «Vendetta per l' omicidio del poeta»

Pinna Alberto

Orgosolo Pochi giorni fa il delitto di Peppino Marotto, il letterato sindacalista sardo.
La figlia: se è una risposta è un gesto folle


DAL NOSTRO INVIATO NUORO - A modo suo, Orgosolo si è fatto giustizia. Denunciare l' assassino del poeta-pastore Peppino Marotto? Consegnarlo alla polizia? Nei codici delle implacabili leggi della Barbagia c' è scritto ben altro: e meno di una settimana dopo, chi era indicato dalla voce del popolo come «colpevole» ha pagato. Due fratelli, Egidio (47 anni) e Salvatore Mattana, 45: giustiziati a fucilate, colpiti in viso da pallettoni, sfigurati, la condanna che il codice delle leggi di Barbagia prevede per chi ha disonorato la comunità. E per il duplice delitto ci sono già degli indagati. Pastori come Marotto, suoi vicini di casa, i Mattana andavano al loro ovile. L' agguato poco dopo le 16, nelle campagne di Galanoli, crocevia di sequestri di persona e rapine. La loro auto è stata crivellata di colpi; uno, ferito, ha cercato di fuggire. Pochi passi, già barcollante; raggiunto, ancora fucilate e su di lui morente il colpo di grazia in faccia. Marotto colpito alle spalle, i Mattana in faccia. È l' inconfondibile rituale della vendetta. Anche questo agguato non ha avuto testimoni, più persone hanno partecipato. Ma a Orgosolo ci sono pochi dubbi: è stata una spedizione punitiva. Quando il paese ha avuto le sue certezze, non c' è stato neanche bisogno di un processo sommario. Alla condanna «morale» che correva di bocca in bocca, è seguito il verdetto e l' immediata esecuzione. I vicini di pascolo dei Mattana hanno sentito le fucilate, sono accorsi. Il commando era già andato via, e hanno chiamato la polizia. I Mattana abitano vicino alla famiglia Marotto. Madre, tre fratelli, una sorella. E adesso si dice che potrebbe stato uno screzio a scatenare le ire di uno dei Mattana: ma più che Egidio e Raffaele il paese indicava Salvatore, il terzo fratello, fra i destinatari di un rimprovero di Peppino Marotto, un affronto che avrebbe fatto scattare una rappresaglia sproporzionata, insensata. Marotto, 82 anni, un patriarca, uno dei «saggi» di Orgosolo, dopo essere stato anche lui in gioventù fra i baléntes della «società del malessere» (una condanna a 7 anni per rapina e tentato omicidio: «Innocente» ha sempre protestato), è stato ucciso il 29 dicembre mentre andava all' edicola; sei colpi di pistola alle spalle. «Hanno ucciso un uomo che aveva fatto del bene a tutto il paese e che lo aveva onorato con il suo impegno di sindacalista e di poeta», aveva stigmatizzato il sindaco. Ai funerali, la bara avvolta nella bandiera della Cgil, i sindaci della Barbagia con la fascia tricolore, centinaia di persone accorse da tutta la Sardegna per l' ultimo saluto al poeta che aveva cantato la sua gente, Antonio Gramsci e Emilio Lussu. «Non voglio vendetta - ha detto subito la moglie Michela -. Vorrei soltanto guardare negli occhi chi lo ha ucciso e chiedergli: perché?». E la figlia Lena, saputo dell' uccisione dei fratelli Mattana, ha avuto un moto d' orrore: «Una follia. Per chi gli ha sparato la sola condanna che avrei immaginato è costringerlo a leggere i libri che ha letto mio padre e quelli che ha scritto. Poi lo avrei interrogato. E se non avesse saputo rispondere gli avrei dato un colpo di frusta». Non hanno un passato tranquillo, i Mattana. Una sera di 8 anni fa Raffaele accolse a fucilate i carabinieri: «Li ho confusi per banditi» si giustificò. Condannato a 7 anni. Un tentato omicidio fra i precedenti del fratello Salvatore: colpi di pistola, nel 2001, contro un ragazzo, davanti al municipio. Una sera d' altri tempi a Orgosolo, ripiombata nei bui anni ' 50, ai tempi del bandito Pasquale Tandeddu, temuto e rispettato fino a che non ordinò l' uccisione di inermi e donne. Il paese reagì e anche allora «processo» e sentenza sommaria: fu ucciso in un viottolo. Chi ha emesso e eseguito la sentenza nessuno l' ha mai saputo. L' esecuzione scatenò una faida che andò avanti per decenni: e adesso? * * *
La vicenda La morte di un simbolo Il 29 dicembre, a Orgosolo, viene ucciso per strada Peppino Marotto, 82 anni, poeta-pastore e cantastorie della Barbagia, una vita da sindacalista della Cgil, militante del Pci e poi dei Ds. Negli anni ' 50 Marotto era stato in carcere, implicato in un tentato omicidio; era uscito per un' amnistia. In cella aveva iniziato a scrivere poesie. Fondatore dei tenores del Supramonte, il suo nome è accanto a quello di Giovanna Marini, Pietrangeli e Della Mea nel Nuovo Canzoniere italiano

 

Articolo da La Repubblica del 13 Gennaio 2008

Orgosolo e i fantasmi degli uomini balentes

di Giovanni Maria Bellu

ORGOSOLO (Nuoro) All' origine di tutto continua a esserci quell' uomo solo, solu che fera, solo come una fiera, il pastore, e un' organizzazione sociale modellata sulla sua precarietà e sulle sue paure. All' origine di tutto c' è ancora la vendetta come norma regolatrice della convivenza, come sanzione estrema: la "bomba atomica" dell' eterna guerra fredda della Barbagia. Anche se, come raccontano questi mazzi di fiori accanto all' ingresso dell' edicola di Orgosolo, la vendetta ha perso i caratteri di gradualità, proporzionalità e prudenza che le avevano dato dignità di norma fondamentale di un vero e proprio ordinamento giuridico studiato in tutto il mondo: il "codice barbaricino", come all' inizio degli anni Sessanta lo chiamò il suo scopritore, il giurista Antonio Pigliaru. Il fatto è che quell' uomo "solo come una fiera" - che trovava in se stesso, nel suo valore, nella sua balentìa - la legittimazione ad agire col consenso comunitario, ha scoperto traumaticamente di essere anche un ragazzo. Ha incontrato un nuovo tipo di solitudine - figlia non più del silenzio ma dello spaesamento - e paure nuove, insopportabili, un tempo sconosciute. Il 2007 di Orgosolo si è concluso con l' omicidio del poeta ottantaduenne Peppino Marotto - sono per lui questi mazzi di fiori - ma era stato segnato da cinque suicidi, tutti di giovani: tre uomini e due donne. Francesco Meloni, giovane sindaco diessino aderente al Partito democratico, è consapevole di guidare l' amministrazione di un simbolo. E sa che un omicidio a Orgosolo è un po' come un miracolo a Betlemme. Questi riflettori, questi giornalisti stranieri che si aggirano nel paese, sono una voce passiva dello stesso bilancio che ha molte voci attive: «Una costante crescita economica negli ultimi dieci anni, l' emergere, in questo territorio tradizionalmente refrattario alla cooperazione imprenditoriale, di un' associazione che ha messo assieme diciannove viticultori, di un' altra che raccoglie diciassette imprenditori turistici, di un' altra ancora che riunisce cinquanta allevatori di suini». Orgosolo, quattromilacinquecento abitanti, è l' unico paese dell' area a non conoscere lo spopolamento. Sempre meno vive di pastorizia e sempre più di turismo: si calcola che ogni anno tra le settantamila e le centomila persone vengano qua per vedere il Supramonte, regno dell' ultimo dei banditi mitologici, Graziano Mesina il quale - uomo concreto, uomo della vecchia guardia - ha pensato bene di trasformarsi in guida turistica e, con due soci, ha aperto a Padova un' agenzia di trekking. Di certo non apparteneva alla stessa categoria criminale Salvatore Mattana, classe 1963, pregiudicato per tentato omicidio, assassinato assieme al fratello Egidio - che disgraziatamente era in sua compagnia - appena sei giorni dopo Peppino Marotto. Un' esecuzione rabbiosa e selvaggia: gli assassini si sono fermati solo quando le pallottole avevano cancellato la faccia di entrambe le vittime. Poche ore dopo, le agenzie di stampa già presentavano l' omicidio dei due fratelli come la risposta a quello di Marotto. Non solo perché polizia e carabinieri avevano già qualche sospetto attorno a Salvatore Mattana, né perché il nome di un terzo fratello, Raffaele, l' unico superstite dal ramo maschile della famiglia, circolava da giorni in paese. Sono stati i killer - nella scelta dei tempi e di modalità ferocemente simboliche - a voler rendere evidente la connessione. Anche troppo, forse. Tanto da far sorgere il sospetto che abbiano preso a pretesto l' omicidio del poeta per regolare altri vecchi conti rimasti in sospeso. Per nascondere un movente più remoto e complesso dietro un fatto spaventoso, sacrilego. Chiunque, non solo ad Orgosolo ma nell' intera Sardegna, era in grado di prevedere che l' uccisione di Peppino Marotto avrebbe suscitato enorme scalpore, mobilitato la stampa e gli inquirenti. In altri tempi, si sarebbe pensato a un omicidio politico, al disegno destabilizzante di un gruppo terroristico. Ma questi terroristi non esistono. Esistono, però, i pazzi e gli sbandati. Da almeno un paio di decenni hanno anche un nome: balenteddus, li chiamano per significare che dell' antico balente scimmiottano i modi ma non hanno la sostanza. Dei disadattati. I dati sulla devianza minorile a Orgosolo sono da record: la percentuale dei ragazzi dai quattordici ai diciotto anni denunciati alla magistratura oscilla negli ultimi anni dal tre al dodici per cento. Anche otto anni fa, e sempre sotto le feste di Natale, a Orgosolo fu commesso un omicidio sacrilego, quella volta in senso stretto. Il viceparroco, don Graziano Muntoni, fu assassinato all' alba con una scarica di pallettoni sparata quasi a bruciapelo. E anche allora la qualità della vittima e l' assenza di un ragionevole movente portarono a ipotizzare che il killer - mai identificato - fosse uno sbandato: qualche settimana prima don Muntoni aveva aspramente rimproverato alcuni giovani balordi che tutte le notti si ubriacavano a pochi metri dalla porta della sua casa. Dopo l' omicidio del viceparroco di Orgosolo, il vescovo di Nuoro Antonio Meloni consacrò l' esistenza dei balenteddus parlando di «ragazzi sbandati, che non hanno il senso della sacralità della vita, e uccidono come in un videogame». Ma esistevano già dalla metà degli anni Ottanta. La loro comparsa nel mondo della Barbagia era stata segnalata dal diffondersi di un reato che, per le sue modalità, sembrava una metafora degli effetti della globalizzazione nel Supramonte: il sequestro di automobile a scopo d' estorsione. Rubavano le macchine e chiedevano il riscatto. Col passare degli anni, col succedersi delle generazioni, sono arrivati il traffico di droga e le rapine. Alcuni hanno ritrovato il senno, molti altri sono diventati uomini senza riuscire a crescere. Anche i turisti che giungono a migliaia a Orgosolo per vedere i murales politici - che poi sono il racconto per immagini di quella stessa volontà di riscatto cantata da Peppino Marotto coi suoi versi - hanno modo di accorgersi dei balenteddus. Sfrecciano a velocità folle nelle strade strette del paese, rumoreggiano, provocano. Agiscono sempre in gruppo - raramente le denunce al tribunale dei minorenni si riferiscono a fatti commessi individualmente - come per farsi coraggio l' uno con l' altro. Come per confortarsi reciprocamente del loro precoce fallimento virile. «Uno dei problemi principali dei nostri ragazzi - dice il sindaco - è il confronto con le donne». Orgosolo è uno dei rari luoghi dove il numero dei maschi supera quello delle femmine. Così il divario reale tra i due sessi è ancor più netto di quello che emerge dall' esame dei titoli di studio degli iscritti al collocamento: dei 180 che hanno conseguito il diploma di scuola media superiore, le donne sono 137, gli uomini 43; dei 22 laureati, 19 sono di sesso femminile. «Le nostre ragazze - dice l' ex sindaco Maria Antonia Podda - sono fortemente motivate. Molte di loro, dopo la laurea, non tornano più in paese. Trovano un lavoro e restano dove hanno studiato». Quando era solu che fera e trascorreva mesi lontano da casa, il pastore aveva una donna ad attenderlo. E, quando si trovava nella necessità di sancire una pace, aveva le figlie da dare in sposa. Scriveva Franco Cagnetta nel suo fondamentale Banditi a Orgosolo (1975) a proposito delle complesse procedure che venivano messe in atto per porre termine a una disamistade tra famiglie: «La conciliazione più abituale nel paese è il matrimonio tra un uomo del gruppo dell' ucciso e una donna del gruppo dell' uccisore». La donna era il tramite tra il suo uomo e la comunità della quale era generatrice e garante. L' obbligo scolastico le ha consentito di trovare un nuovo modo di affermare il suo ruolo. L' uomo non è stato altrettanto veloce. «Ti ritrovi coi tuoi coetanei fino all' adolescenza. Poi hai sempre meno argomenti in comune, alla fine prendi la tua strada», dice una ragazza di Orgosolo che preferisce restare anonima. Non sempre i giovani maschi che si perdono diventano balenteddus, a volte si smarriscono nella solitudine interiore, che è molto più terribile di quella fisica dei padri e dei nonni. I suicidi dell' anno passato vengono attribuiti a vicende che appartengono alla categoria della "delusione amorosa". La crisi della società pastorale, colpendo la Barbagia, ha colpito al cuore l' intera isola che - come sottolinea Pino Arlacchi nel suo recentissimo Perché non c' è la mafia in Sardegna (Am&D edizioni) - è la regione italiana con il più alto numero di suicidi. Le zone interne sono l' epicentro di questa crisi che «genera aggressività verso gli altri e verso se stessi». Secondo uno studio condotto da Giuseppe Puggioni, dell' università di Cagliari, i pastori, oggi appena il due per cento della popolazione isolana, sono quasi un terzo delle vittime degli omicidi. E nella provincia di Nuoro, dove vive solo il diciassette per cento dei sardi, è avvenuto più di un quarto degli omicidi 1985-2003. I fratelli Mattana, prima di quello fatale della settimana scorsa, avevano già subito altri attentati. Raffaele, l' unico superstite, era un ragazzo di vent' anni quando in Barbagia cominciò a delinearsi la figura del balenteddu. Ma non andava per le campagne. Trascorreva buona parte dei suoi pomeriggi al bar facendosi notare per la piega perfetta dei suoi pantaloni alla moda, a "zampa d' elefante". Lo avevano soprannominato "pranza", che significa "ferro da stiro". Per non rovinarsi la piega, evitava di sedersi. Stava fuori dalla porta, con una catena-portachiavi in mano, e la faceva roteare per ore.

 

 

 

 

 

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