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9 Maggio 1978 Cinisi (PA). Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani. PDF Stampa

Foto da La Repubblica articolo del 10/09/09

Fonte: lastoriasiamonoi.rai.it

Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, in un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare, Cinisi, a 30 km da Palermo, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Ha 30 anni, è un militante della sinistra extraparlamentare e sin da ragazzo si è battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Impastato è il capo indiscusso di Cosa Nostra negli anni Settanta, Gaetano Badalamenti, bersaglio preferito delle trasmissioni della Radio libera che egli ha fondato a Cinisi.

Cento passi separano, in paese, la casa degli Impastato da quella dell'assassino di peppino, Tano Badalamenti, come ricorda il titolo del film di Marco Tullio Giordana che ha fatto conoscere al grande pubblico, attraverso il volto di Luigi Lo Cascio, la figura di Peppino Impastato.

Secondo lo storico Salvatore Lupo, in un piccolo paese come Cinisi, la mafia funge da centro di mediazione sociale in cui personaggi localmente influenti si presentano come intermediari sempre disponibili a trovare la soluzione del problema sia con il povero contadino sia con il grande avvocato. Ma questa bonomia apparente ha sempre dietro la minaccia della soluzione violenta. Un clima di intimidazioni e di omertà che Peppino Impastato respira sin dalla nascita. Suo padre, Luigi Impastato, pur non avendo mai avuto un ruolo di primo piano, è strettamente legato a Cosa Nostra attraverso suo cognato, Cesare Manzella, il capo della cupola negli anni Sessanta; Manzella è colui che sposta gli interessi della mafia dalle campagne alla città ed è soprattutto colui che avvia il traffico di droga con gli Stati Uniti.

Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe: "La mia famiglia era di origine mafiosa. Mio zio Cesare Manzella, sposato con una sorella di mio padre, capo della cupola negli anni Sessanta, viene ucciso nell’aprile del 1963 con la prima autobomba nella storia dei delitti di mafia. Peppino sin da subito mi disse che si sarebbe battuto tutta la vita contro la mafia. E iniziò la sua rottura all’interno della società, del suo paese ma soprattutto della propria famiglia."

In questo senso Peppino Impastato rappresenta un caso particolare, quello di un militante, una attivista che combatte la mafia pur provenendo da una famiglia mafiosa. Una circostanza anomala, dato che la famiglia rappresenta di solito la cellula più compatta e più impermeabile della struttura mafiosa. Peppino è un ragazzo che si pone il problema del suo stesso sangue, delle sue radici, della sua stessa esistenza. Come ricorda il fratello Giovanni ci furono alcune figure che esercitarono sul giovane Giuseppe un fascino particolare, quella dello zio Matteo, un liberale dalle idee molto aperte, ma soprattutto quella di Stefano Venuti, pittore anticonformista, fondatore della sezione del PCI di Cinisi.

Negli anni Sessanta, insieme ad un gruppo di amici e compagni, Peppina fonda il giornale Idea Socialista, in cui mette in evidenza i rapporti tra gli amministratori locali e la mafia. Nonostante la madre Felicia cerca di dissuaderlo, Peppino è deciso a intraprendere la sua personale guerra, e niente sembra poterlo fermare. Anche se il prezzo da pagare è subito altissimo. Dopo aspri conflitti suo padre lo caccia di casa. La madre Felicia cerca di fare un mediazione tra padre e figlio, e in qualche occasione il padre tenta un riavvicinamento. Ma non basta; Peppino non torna sui suoi passi e non rinuncia alla sua guerra e usa anzi strumenti sempre più efficaci per mettere a nudo la vera natura di Cosa Nostra.

Il Sessantotto è alle porte e anche Peppino Impastato scopre una nuova dimensione dell’impegno politico.Intraprende delle battaglie di carattere sociale, come ad esempio la difesa dei terreni dei contadini che venivano espropriati per permettere l’ampliamento dell’aeroporto di Punta Raisi. Una questione delicatissima; nell’aeroporto si concentravano, infatti, gli interessi mafiosi dato che il controllo dello scalo siciliano implicava il controllo di tutti i traffici tra la Sicilia, il resto d'Italia e soprattutto verso l’America.

L'esperienza di Musica e Cultura
Intorno a Peppino si raccoglie un gruppo di giovani, animati dallo stesso spirito di ribellione, che organizza a Cinisi il circolo Musica e Cultura, che promuove attività di vario genere e che diventa un punto di riferimento fondamentale per tutti i giovani di Cinisi, attratti dall’unico luogo di aggregazione della zona. Musica e Cultura diventa il centro da cui partono le denunce verso l’operato mafioso, le devastazioni delle coste, l’abusivismo, tutti gli scempi subiti dal territorio. All’interno del circolo c’è anche il collettivo femminista, che discute della libertà della donna in un contesto particolarmente arretrato.
Oltre a quello impegnato, però, c’è un aspetto scanzonato nel carattere di Peppino Impastato; attraverso Musica e Cultura organizza concerti, cineforum, e finanche un carnevale alternativo.

Radio Aut e la trasmissione Onda Pazza
Nel 1977, con il boom delle radio libere, Peppino Impastato decide di fondarne una propria, a Cinisi. Con gli amici si procura in maniera rocambolesca l’attrezzatura e inizia le trasmissioni. La chiama Radio Aut e, nella trasmissione Onda Pazza, usa la satira per sbeffeggiare i capimafia e i politici locali rivelando trame illecite e attività illegali. Il bersaglio preferito è don Tano Badalamenti, l’erede di Cesare Manzella nonché l’amico di suo padre Luigi, soprannominato Tano Seduto.
Peppino Impastato per la prima volta fa nomi e cognomi, senza reticenze, cercando di rompere il tabù dell’intoccabilità dei mafiosi, in un paese dove la gente, al passaggio di Tano Badalamenti, quasi si inchina e dei boss non è prudente nemmeno pronunciare il nome.

La reazione di Tano Badalamenti
A quel punto don Tano Badalamenti convoca il padre di Impastato. Il messaggio è chiaro: tuo figlio la deve smettere, altrimenti lo ammazziamo. Il padre di Peppino, senza comunicare il motivo alla famiglia, va negli Stati Uniti a chiedere oltreoceano protezione per suo figlio. Ma pochi mesi dopo il suo ritorno, il 19 settembre 1977, Luigi Impastato muore, investito da una macchina.
Peppino Impastato si scaglia contro la gente che si reca a casa della famiglia per fare le condoglianze domandando come facessero, proprio loro che lo avevano ucciso, a presentarsi a casa sua.

Dopo la morte del padre Peppino non ha più nessuno che lo protegge dalle minacce di Badalamenti. Ma nonostante il dolore per la perdita del padre e il pericolo che sente crescere intorno a sé, Impastato non rinuncia alla sua battaglia. Nel 1978 si candida alle elezioni comunali nelle liste di Democrazia Proletaria, ma ormai il suo destino è segnato.

La morte di Peppino Impastato
L’8 maggio 1978 Peppino passa l’intera giornata e l’intera notte a Radio Aut, come spesso accadeva. Il giorno successivo va a salutare dei parenti americani in paese, poi si sarebbe dovuto incontrare con gli amici la sera per un comune impegno politico. Gli amici, non vedendolo arrivare, si mettono a cercarlo. A casa non sanno niente di lui. Così passa la notte; gli amici sono ormai certi che sia successo qualcosa. E in effetti qualcosa è successo, l’irreparabile: Peppino Impastato è stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani.

Le indagini deviate
I familiari e gli amici non hanno dubbi, ad uccidere Peppino è stato Gaetano Badalamenti, eppure le indagini prendono tutt’altra direzione; si ipotizza il suicidio oppure che il giovane sia morto saltando per aria mentre preparava un attentato dinamitardo. Si indaga negli ambienti della sinistra extraparlamentare di Cinisi, si perquisiscono le case dei familiari e dei compagni alla ricerca di prove. Impastato è un terrorista o un suicida; questo è l’ultimo oltraggio della mafia contro il giovane che ha osato sfidarla. Nessuna indagine viene fatta sull’esplosivo, mentre vengono portati in caserma e interrogati i suoi più cari amici. La scena del crimine viene alterata, contrariamente ad ogni corretta procedura investigativa. Le prove, gli occhiali, le chiavi di Peppino Impastato, due pietre insanguinate sul luogo della morte, scompaiono nel nulla. Secondo Vincenzo Gervasi, legale della famiglia Impastato, si trattò di un vero depistaggio.

Al funerale di Peppino Impastato si presenta spontaneamente una folla di giovani, accorsi da tutta la Sicilia; Felicetta Vitale, la cognata di Peppino lo ricorda come “un momento di un’emozione unica”. Ma la gente di Cinisi non si presenta, e lascia la famiglia sola. “Neanche i vicini di casa” sottolinea con amarezza Felicia, la madre del giovane ucciso.

Le condanne tardive
Nel gennaio del 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Gaetano Badalamenti. Quattro anni dopo, però, l’inchiesta viene archiviata. Ci vogliono altri 7 anni perché Badalamenti venga effettivamente processato per l’omicidio di Peppino Impastato; ad inchiodarlo, questa volta, è la testimonianza di un pentito eccellente della mafia di Cinisi, Salvatore Palazzolo.
L’11 aprile del 2002, finalmente, il Tribunale emette la sentenza contro don Tano Badalamenti: ergastolo per l’omicidio Impastato, di cui viene identificato come mandante. Trent’anni per il suo luogotenente, Salvatore Palazzolo.

“Quello che ho fatto in vita mia lo ritornerei a fare. Credo di non avere fatto male e avere sempre cercato di fare bene. Possibilmente facendo bene ho fatto male.” Così diceva Tano Badalamenti nel 1997, intervistato da Ennio Remondino.

Gaetano Badalamenti è morto per arresto cardiaco il 29 aprile 2004, all’età di 80 anni, nel carcere di Ayer, negli Stati Uniti.
Salvatore Palazzolo è morto l’11 dicembre 2001.
Gli esecutori materiali di quell’omicidio non sono mai stati condannati.

 

 

La Storia siamo noi (Puntata integrale)

Peppino Impastato

Omicidio di mafia

 

 

 

 

 

Youtube

La mamma di Peppino Impastato

 

 

Foto da: canicattiweb.com

FELICIA

Tratto da "La bellezza e l'inferno" di Roberto Saviano

Per vent'anni. Per vent'anni, che è un tempo che se si chiudono gli occhi non si riesce neanche lontanamente a delineare. Per vent'anni Felicia ha cercato di lottare affinché la memoria di suo figlio non fosse cancellata e l'assenza di una sentenza di condanna non risucchiasse in un gorgo senza ricordo il senso di quello che suo figlio aveva fatto e tentato di fare. Peppino è stato per anni definito da certa stampa e da certi politici nient'altro che un mezzo terrorista morto mentre stava mettendo una bomba su un binario. La messinscena che i mafiosi di Badalamenti architettarono per non aver problemi proprio nel loro paese riuscì per ventiquattro lunghissimi anni.

La fragile Felicia ogni giorno continuava assieme a suo figlio Giovanni a guardare in volto le persone di Cinisi, i carabinieri, gli uomini di Cosa Nostra. Per vent'anni ha atteso che emergesse un frammento di verità e che Tano Badalamenti, il boss di Cosa Nostra che aveva ucciso suo figlio, fosse finalmente condannato. Felicia Bartolotta ha vissuto per vent'anni con l'assassino di suo figlio che spradoneggiava a Cinisi di ritorno dai suoi viaggi negli Usa, con Badalamenti che prima di essere sconfitto dai Corleonesi di Riina e Provenzano era l'incontrastato sovrano degli affari di Cosa Nostra.

In una bella intervista di qualche anno fa, avevano fatto a Felicia la solita domanda. Una domanda screanzata che fanno sempre ai meridionali. Una domanda screanzata ma ormai considerata normale quando si interloquisce con un uomo o una donna del Sud. "Perché non si trasferisce?" Lei aveva risposto con il suo solito resistere apparentemente ingenuo: "Io non mi posso trasferire in un altro paese, prima di tutto perché ho tutto qua: la casa qua, mio figlio ha il lavoro qua e poi devo difendere mio figlio!". E l'ha difeso davvero. All'udienza in tribunale la piccola Felicia puntò il dito contro Badalamenti, lo fissò negli occhi e lo accusò di essere l'assassino di suo figlio, di averlo non solo ucciso ma dilaniato, di essere stato non solo un mafioso ma una belva. Badalamenti restò immobile, a lui al quale neanche Andreotti osò mai imporre parola sembrava impossibile essere accusato da quella vecchietta. Felicia se l'è portato dentro quel figlio, sino a quando dopo ventiquattro anni una sentenza e un film di successo, I Cento Passi, hanno dato finalmente memoria e verità a un ragazzo che non andò via dal paese e che volle schierarsi contro Cosa Nostra, svelandone le dinamiche attraverso la voce della sua piccola Radio Aut e pochi fogli ciclostilati. Una battaglia continua e solitaria da fare immediatamente "prima di non accorgersi di niente".

Inviavo a Felicia gli articoli sulla camorra che scrivevo, così, come una sorta di filo che sentivo da lontano legarmi alla battaglia di Peppino Impastato. Un pomeriggio, in pieno agosto mi arrivò una telefonata: "Robberto? Sono la signora Impastato!" A stento risposi, ero imbarazzatissimo, ma lei continuò: "Non dobbiamo dirci niente, ti dico solo due cose, una da madre e una da donna. Quella da madre è "stai attento", quella da donna è "stai attento e continua"".

Molti ragazzi oggi si sono radunati fuori casa di Felicia a omaggiare questa signora che sino alla fine ha combattuto con un fuoco perenne contro ogni certezza di sconfitta. Ma Cinisi è assente, niente sindaco, niente presidente della Regione, niente di niente. Meglio così. I sorrisi dei ragazzi venuti da tutte le parti della Sicilia sono assai migliori. I padroni di sempre però sono tornati e continuano a comandare. Ma lei è lì. Il suo corpo sereno. La verità è emersa, i ragazzi conoscono Peppino, sanno chi è stato, conoscono la strada che lui ha tracciato. La possono seguire. Ora poteva morire tranquilla. Addio Felicia.

 

 

Youtube video:

">Modena City Ramblers - I Cento Passi

 

 

Articolo e foto da Lo Schiaffo (del 12 maggio 2008)

Peppino Impastato: una vita spezzata, una lotta che continua

di Fabio Migliore

9 maggio 1978. Evocando questa data, a molti, forse a tutti, verrà in mente la tragica immagine del corpo del presidente della DC, Aldo Moro, ripiegato su se stesso nel cofano di una Renault parcheggiata lungo via Caetani. A pochi, forse nessuno, verrà in mente un’altra immagine: il corpo di un uomo, un militante di quelle piccole formazioni nate alla sinistra del PC, un siciliano che ha dedicato la sua “breve” vita alla lotta contro la mafia. Pochi avranno in mente l’immagine di quel corpo lungo la ferrovia di Cinisi, fatto a pezzi da una carica di tritolo. A pochi verrà in mente il nome di Giuseppe Impastato.

Peppino era di famiglia mafiosa. Mafioso era il padre, Luigi Impastato, costretto al confino durante la dittatura fascista. Addirittura capo-mafia di Cinisi era il cognato di Luigi, Cesare Manzella. Peppino scopre fin da ragazzo l’aria che si respira in famiglia. E non ci sta. Nel 1965, ad appena 17 anni, rompe con il padre e aderisce al PSIUP. Nello stesso anno fonda l’”Idea socialista”, foglio ciclostilato dal quale Peppino comincia a denunciare l’epidemia mafiosa che soffoca il suo paese. Negli anni successivi, percorre tutta la trafila dei gruppi extraparlamentari e dell’associazionismo di base: la Lega dei comunisti, il Pcd’I Linea Rossa, il Manifesto, Lotta Continua. Sono anni di grande fermento politico: le occupazioni delle università nel ’68, le manifestazioni contro l’esproprio delle terre ai contadini, la lotta affianco degli edili per il diritto al lavoro. Nel 1975 costituisce il circolo culturale “Musica e Cultura”, l’anno dopo fonda Radio Aut, radio indipendente autofinanziata, da cui denuncia i crimini di mafia. Particolare attenzione dedica a Gaetano Badalamenti, capo-mafia di Cinisi e vecchio “amico” di famiglia.

Nel 1978, decide di candidarsi con Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. La campagna elettorale è dura e faticosa, soprattutto per qualcuno che mette il “problema Mafia” al centro del dibattito. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio, a pochi giorni dalle elezioni, Peppino viene ucciso, fatto saltare in aria da una carica di tritolo lungo la ferrovia. Sarà comunque eletto al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura, sosterranno per anni la tesi dell’atto terroristico, in cui l’attentatore (Peppino) sarebbe rimasto vittima. Solamente l’attività del Centro siciliano di documentazione di Palermo, nato nel 1977 e intitolato a Peppino 3 anni dopo, riuscirà a denunciare il depistaggio delle indagini, costringendo la magistratura a riaprire l’inchiesta. Il 5 maggio del 2001, Vito Palazzolo sarà condannato a 30 anni per omicidio. L’11 aprile del 2002, Gaetano Badalamenti riceverà una condanna all’ergastolo come mandante dell’esecuzione.

Venti anni di silenzio hanno avvolto la storia e la memoria di Peppino. Nel 2000, grazie all’uscita de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, la storia di questo piccolo grande uomo ha appassionato migliaia di giovani. Peppino è diventato un simbolo di ideale, di lotta, un “Che Guevara di Sicilia“. Il Centro di documentazione “Giuseppe Impastato”, insieme al fratello di Peppino, Giovanni, e ai suoi compagni di lotta, ha organizzato una grande manifestazione contro la mafia in occasione del trentennale dalla morte. Molti sono i giovani, siciliani e non, che hanno ancora voglia di resistere, di lottare, e di gridare, come faceva Peppino nel suo giornale, che la mafia è “una montagna di merda“.

 

 

 

Sito Internet:

Peppino Impastato, una vita contro la mafia

 

 

 

 

 

Articolo da espresso.repubblica.it del 7 Maggio 2010

Impastato: lo uccise solo la mafia?

di Attilio Bolzoni

A 32 anni dalla morte, emergono nuovi interrogativi sull'omicidio del giovane giornalista antimafia. Perché molti dettagli fanno pensare che non sia stata solo Cosa Nostra. E quelli che depistarono le indagini sono gli stessi che poi si occuparono delle misteriose "trattative" seguite alle stragi del '92.

Trentadue anni fa un giovane giornalista siciliano, Peppino Impastato, fu dilaniato da una bomba sui binari della ferrovia Trapani-Palermo. Per il suo omicidio è stato condannato all'ergastolo il boss dei Corleonesi Gaetano Badalamenti. Eppure, in quel delitto, molti sono ancora i punti oscuri. A iniziare dalle modalità dell'omicidio, diverso dai rituali mafiosi. Ma soprattutto è interessante il fatto che i depistaggi dell'inchiesta (inizialmente si cercarono gli autori del delitto tra gli amici della vittima) sia stato attuato dagli stessi personaggi che oggi emergono come protagonisti di quella trattativa tra mafia e Stato che seguì la stagione delle stragi. In altri termini, emerge l'ipotesi che il delitto Impastato sia stato voluto da quella "zona grigia" tra Cosa Nostra e lo Stato che sta emergendo in questi mesi.

La questione viene posta da questa pagina del nuovo libro di Attilio Bolzoni, "FAQ. mafia" (in uscita per Bompiani il prossimo 19 maggio) che 'L'espresso' anticipa qui di seguito in esclusiva.

Data la rilevanza del "sasso" lanciato da Bolzoni in queste righe, "L'espresso" lo ha anche intervistato in merito, approfondendo gli interrogativi sul caso Impastato: potete vedere e ascoltare l'intervista cliccando qui

"Ci sono stati depistaggi per proteggere mafiosi importanti?

Il più sfacciato è stato quello dell'inchiesta sull'omicidio di Peppino Impastato. Lo hanno fatto 'suicidare', lo hanno fatto diventare un terrorista. E invece era stato assassinato. Per ordine dei boss e, forse, anche di qualcun altro.

Peppino Impastato è morto il 9 maggio del 1978 sui binari della ferrovia Trapani-Palermo, dilaniato da una bomba. Nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma. Peppino aveva 30 anni, era figlio di un mafioso di Cinisi, militava nell'estrema sinistra e lavorava a Radio Aut, una radio libera. L'indagine sulla sua morte è stata truccata fin dalle prime ore. Dai carabinieri.

L'esplosivo usato per il presunto attentato era esplosivo da cava, eppure nei giorni successivi alla morte di Peppino i carabinieri non fecero neppure una perquisizione nelle cave intorno a Cinisi, che erano tutte di proprietà dei mafiosi. Inoltre, nella prima informativa non fecero menzione di una pietra ritrovata sul luogo del delitto: quella che probabilmente uccise Peppino Impastato prima che venisse 'sistemato' sui binari per sembrare un terrorista suicida. E ancora: nel primo rapporto che i carabinieri presentarono alla procura di Palermo, scrissero: "Anche se si volesse insistere su un'ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia".

La mafia a Cinisi era Gaetano Badalamenti, il boss che Peppino Impastato attaccava ogni giorno dai microfoni di Radio Aut, irridendolo col nome di Tano Seduto ; lo stesso Badalamenti che aveva stretto rapporti con alcuni alti ufficiali dell'Arma. Era lui il boss da proteggere. E, probabilmente, Gaetano Badalamenti non era l'unico a volere morto Peppino Impastato.

Tutta l'inchiesta, fin dall'inizio, si è concentrata esclusivamente sulla ricerca di accuse contro la vittima. C'è stato un depistaggio sistematico - e forse pianificato ancor prima dell'omicidio - che è sempre apparso "sproporzionato" per coprire soltanto un mafioso, sia pure un grande capo di Cosa Nostra come Gaetano Badalamenti. Anche il delitto Impastato, dopo tanti anni, sembra uno di quegli omicidi dove è probabile che si sia registrata una "convergenza di interessi". Il fascicolo giudiziario su Peppino Impastato è rimasto per almeno dieci anni "a carico di ignoti". Ci sono voluti altri dieci anni per riaprire le indagini. E altri quattro ancora per condannare Gaetano Badalamenti come mandante del delitto. Un po' di giustizia è stata fatta nel 2002: in un altro secolo. Ma ci sono ancora molti misteri. Testimoni che non sono stati mai ascoltati. E protagonisti di quell'inchiesta che, tanto tempo dopo, sono scivolati nelle indagini sulle trattative fra mafia e Stato a cavallo delle stragi del 1992"

(Tratto da  'FAQ MAFIA', Bompiani, collana diretta da Sergio Claudio Perroni)

 

 


Articolo dell'8 Aprile 2011 da Antimafia Duemila

Delitto Impastato: fratello a pm, ''Vi fu depistaggio''

Palermo. Giovanni Impastato, fratello del militante di Dp Peppino, assassinato dalla mafia 32 anni e 11 mesi fa, è stato sentito questa mattinadal pm di Palermo, Francesco Del Bene. Si è presentato spontaneamente in procura per denunciare un «depistaggio che fu orchestrato a partire dal 9 maggio 1978 da figure istituzionali conÿ lo scopo di nascondere la vera matrice dell'uccisione di mio fratello», ha detto. Secondo la Procura, però, in questo momento non ci sono gli elementi per riaprire l'indagine. Un nuovo impulso potrebbe, secondo Giovanni Impastato, venire dai documenti sequestrati dai carabinieri poco dopo l'omicidio. «I carabinieri si presentarono nella nostra casa - ha raccontato - per perquisirla e sottrarre gli oggetti personali di Peppino (compresi libri, documenti)ÿ gettandoli alla rinfusa in grossi sacchi neri». Di questi documenti, libri e appunti non c'è più traccia. Non sono, infatti, presenti nel fascicolo dell'inchiesta e non sono nemmeno nel deposito corpi di reato. Per i pm l'unica possibilità è che siano ancora negli uffici dei carabinieri, che non li avrebbero restituiti alla famiglia dopo il dissequestro. Proprio per accertare questa evenienza, Del Bene inoltrerà una richiesta ai militari dell'Arma. «Vogliamo rientrare in possesso dei documenti appartenenti a Peppino - ha concluso Giovanni - sperando che siano ancora reperibili, per conservarli nella sede di Casa Memoria e renderli consultabili allo scopo di chiarire alcuni passaggi chiave dell'omicidio Impastato che ricalcano, in ogni caso, lo stesso copione utilizzato anche per nascondere le colpe dello Stato in seguito alle principali stragi avvenute nel nostro paese». (ANSA)

 

 

 

Articolo del 18 Febbraio 2012 da  antimafiaduemila.com

Per amore di Peppino non tacerò

di Salvo Vitale

Il caso di Peppino Impastato è stato e continua ad essere un esempio tipico di depistaggio che, ad oggi continua e si allarga anche verso direzioni impensabili. In principio non interessava nessuno. Anni di lotte, di iniziative, di richieste di giustizia, sono passati in silenzio, magari con qualche trafiletto di giornale.

Cominciò dal momento della sua morte, nelle squallide stanze della caserma di Cinisi, quando i compagni di Peppino vennero messi sotto torchio dal giudice Signorino, dal maresciallo Travali e dal tenente Subranni, alla ricerca, ostinata quanto inutile, di qualcosa che potesse avallare la comoda ipotesi di un attentato terroristico compiuto da un esaltato che era andato a mettere una bomba sui binari della ferrovia, per far saltare un treno, ma che era saltato in aria a causa della sua inesperienza nel maneggiare gli esplosivi. Anzi, era possibile che con lui ci fosse un complice: in tal senso si perquisirono le case di cinque  compagni. Qualche giorno dopo, con il ritrovamento della famosa “lettera”, si passò a un’altra ipotesi: suicidio. Quando ci si accorse, (grazie alle mie ricerche), che quella lettera era datata sei mesi prima e che ne esisteva un’altra riveduta e corretta, cominciò a essere presa in considerazione l’ipotesi dell’omicidio,. In un contesto di magistrati, come il procuratore  Scozzari, il procuratore aggiunto Giovanni Martorana, il procuratore generale Giovanni Pizzillo, tutti schierati sull’ipotesi  dell’attentato terroristico, si parlò di un intervento del procuratore capo Gaetano Costa, che avrebbe chiesto al giudice Signorino di valutare attentamente l’ipotesi dell’omicidio. Di fatto , dopo nove mesi, quando avevamo smesso di sperare,  l’indagine venne formalizzata e affidata al giudice Rocco Chinnici, sino ad arrivare, nel 1984, alla chiusura dell’inchiesta fatta dal giudice Antonino Caponnetto , con la conclusione  “omicidio ad opera di ignoti”, e con la considerazione che gli “ignoti” erano da identificare nei mafiosi di Cinisi, contro i quali non si poteva procedere per mancanza di prove. Scrissi allora, con la collaborazione di Felicetta Vitale,  un dossier dal titolo: “Notissimi ignoti”, indicando i nomi dei possibili assassini e facendo una considerazione: se, secondo Buscetta, Badalamenti venne “posato” da Cosa Nostra ai primi mesi del ’78, l’omicidio (9 maggio) avrebbe potuto essere stato organizzato dal cugino Nino Badalamenti, che allora era stato nominato capofamiglia di Cinisi, mentre, se il boss fu posato nel settembre del 78, come sostiene Falcone, allora non c’erano dubbi  sull’autore del delitto, perché a Cinisi, diceva Peppino, “Non si muove foglia che Tano non voglia”.
Inizialmente tra alcuni compagni circolò l’idea che ci fossero in mezzo i servizi segreti, magari con la complicità di gruppi neofascisti: ricordavano di avere letto o ricevuto alcune lettere contenenti minacce di morte, firmate SAM (squadre d’azione Mussolini): cominciò a diffondersi la voce che Peppino era sulle tracce di un traffico d’armi, che aveva un dossier segreto e che aveva detto a un compagno: “Tra qualche giorno questa radio diventerà famosa”. La notizia improbabile della presunta esistenza di un dossier, venne anche pubblicata sul Giornale di Sicilia su segnalazione dell’avvocato Turi Lombardo, che allora aveva assunto, assieme a Nuccio Di Napoli,  la difesa della famiglia Impastato. Dietro ciò, di vero c’era  solo che mesi prima, alcuni compagni, su sollecitazione di Peppino, avevano  scattato una serie di fotografie ad una nave in sosta al largo nel mare prospiciente l’aeroporto, dalla quale alcuni elicotteri scaricavano armi per portarle alla vicina base Nato di Isola delle Femmine.
Intanto tentavamo di ricostruire gli ultimi movimenti di Peppino. La titolare del bar Munacò, che era il nostro punto di ritrovo, affermava che, attorno alle ore venti egli era passato di là e aveva ordinato un whisky 69. Peppino beveva qualche fernet e nessuno lo aveva mai visto bere whisky; e poi, che ci faceva a quell’ora al bar? Non avrebbe dovuto andare a salutare, a casa,  i parenti venuti dall’America?  Aveva qualche appuntamento con una persona di cui si fidava, che gli passava alcune informazioni e che lo avrebbe consegnato ai suoi assassini?  Addirittura cominciò a circolare la voce di un possibile traditore, tra i compagni.    
Altre ipotesi depistanti vennero fuori allorchè venne, per la seconda volta, riaperta l’inchiesta  nel 1986 dal giudice Ignazio De Francisci che prese in considerazione due ipotesi , ovvero che  ad uccidere Peppino sarebbero stati i “corleonesi” di Totò Riina, per mettere in cattiva luce Badalamenti, facendo ricadere su di lui l’omicidio, oppure che nel delitto, secondo l’affermazione del neofascista Angelo Izzo, che l’avrebbe appreso dall’altro neofascista Pierluigi Concutelli, sarebbero stati implicati elementi di estrema destra e, in particolare, un tal Roberto Miranda, detto “Il Nano”. Concutelli negò e l’inchiesta si chiuse  nuovamente senza risultati.
Nel 1998 si arriva al processo  che dura sino al 2002, nel corso del quale il depistaggio è portato avanti dall’avvocato siciliano di Badalamenti, Paolo Gullo,  arroccato all’ipotesi dell’attentato , e dall’avvocato americano del boss, che invece tenta di scaricare l’omicidio  sui corleonesi. Nel frattempo esce il film “I cento passi”, (2000) la Commissione parlamentare Antimafia conclude i suoi lavori accertando il depistaggio delle indagini, (1998-2000); escono alcuni libri sulla vita e sul lavoro politico di Peppino, che diventa una sorta di icona nazionale dell’antimafia.
Credo che la sentenza sia stata il punto più alto della nostra lotta. Il Centro Impastato e il fratello Giovanni hanno chiesto che si allargasse l’inchiesta ai responsabili del depistaggio. La Procura di Palermo, e, in particolare i giudici Ingroia e Del Bene ha accettato questa richiesta avviando un’indagine che non si presenta facile, sia per il tempo intercorso, circa 33 anni, sia perché molti dei responsabili non sono più in vita, sia perché quelli che possono testimoniare, difficilmente saranno disposti a mettere in discussione il loro operato o a dichiarare cose diverse da quelle dette al processo o alla Commissione Antimafia: qualcosa del genere si è verificata proprio in questi giorni, con l’audizione del Generale Subranni, che non ha ritrattato di una virgola la presunta correttezza dei suoi rapporti, nei quali scriveva che Peppino era un terrorista e la mafia era innocente.
Molti giornali, partendo dall’ipotesi che “Peppino fa notizia”, manipolando certe discutibili affermazioni, hanno costruito  castelli di ipotesi fantasiose  e misteriose piste occulte che rischiano  di sollevare un polverone e di continuare a tenere accesi i riflettori su un caso che, giudizialmente sembra da tempo arrivato alla sua naturale conclusione.
E’ cominciato nel passato mese di luglio, allorchè si è dato per certo che, nei sotterranei  o negli archivi del Palazzo di Giustizia di Palermo giacessero, non si sa dove,  buona parte di documenti e scritti sottratti dalla casa di Peppino Impastato, al momento della perquisizione fatta dopo la sua morte. Si è parlato di quattro sacchi di materiale portati via.  Per quel che conosciamo di Peppino tutti coloro che gli siamo stati vicini, possiamo escludere che, tra le sue carte, esistessero  documenti segreti che potessero contenere chissà quali rivelazioni.
Il battage mediatico è continuato con l’individuazione della casellante che sarebbe stata in servizio la notte del 9 maggio 1978 nei paraggi del posto in cui si verificò l’esplosione che dilaniò il corpo di Peppino: una vecchietta di 85 anni, che ha dichiarato di non ricordare niente e di non aver sentito niente: eppure c’è stato chi ha ritenuto questo fatto “importante” e chi ha scritto su un giornale che si trattava di “un teste fondamentale per il processo”.
Successivamente sono stati rispolverati i nomi di neofascisti degli anni 70, quasi a volere ipotizzare occulti legami tra fascisti e mafiosi nell’omicidio di Peppino: si sa che Badalamenti ebbe un contatto con Junio Valerio Borghese, quando nel 1970 costui meditava di fare un colpo di stato, ma i rapporti vennero presto interrotti: i suoi referenti politici a Cinisi non erano i neo-fascisti, ma i socialdemocratici di Leonardo Pandolfo e i democristiani.
In questi giorni è rispuntata la pista dei due carabinieri uccisi nel 1976 presso la casermetta di Alcamo Marina: una strage a sangue freddo, della quale, all’inizio furono incolpati quattro  alcamesi (Gulotta, Santangelo, Ferrantelli ,Vesco) e un partinicese (Mandalà). Dei cinque  Mandalà è morto in carcere di cancro, Vesco , come scritto da lui stesso alla madre, “è stato suicidato”  sei mesi dopo il suo arresto, malgrado avesse un braccio solo, Gulotta, massacrato di botte , assieme a Ferrantelli e Santangelo, è stato costretto  a confessare  un delitto che non aveva commesso , è stato condannato all’ergastolo e liberato dopo 20 anni, perché riconosciuto innocente:  gli altri due sono scappati in Brasile.
Ma il caso di Vesco è ancora più inquietante:  si è detto che era un anarchico, ma forse neanche lui sapeva di esserlo. Venne  arrestato alcuni giorni dopo il delitto, perché trovato in possesso di una pistola; durante una sua precedente detenzione al carcere di Favignana avrebbe frequentato un brigatista rosso che gli avrebbe fatto “prendere coscienza”.  Chi conduceva le indagini, si è lanciato a testa bassa verso un’ipotetica pista rossa incolpando prima le Brigate Rosse, che hanno subito smentito, e poi effettuando una serie di perquisizioni presso le case di esponenti noti di estrema sinistra, , cinque a Castellammare e tre a Cinisi, compresa quella presso  la casa di Peppino Impastato. Oggi leggiamo su qualche giornale che Peppino avrebbe raccolto in una “cartelletta” elementi riguardanti la strage di Alcamo e che quella specie di dossier  non si è più trovato.  Di vero c’è solo che i compagni di Castellammare e quelli di Cinisi, vicini a Lotta Continua,  scrissero un volantino sull’episodio, ma nessuno  ricorda l’esistenza di cartellette, né, come ci è capitato di leggere in un’altra notizia stampa,  che Peppino raccogliesse elementi da trasmettere sulla sua radio, anche perché in quel periodo Radio Aut non esisteva ancora. Insomma, troppi dossier in giro misteriosamente scomparsi. Di ciò su cui non c’è nulla si può dire di tutto.
Il pentito Vincenzo Calcara, al processo per Gullotta ha sostenuto che i due ventenni carabinieri furono uccisi perché avevano fermato un mezzo con un carico di armi destinate all’organizzazione parafascista Gladio, che, nella zona limitrofa, a Castelluzzo, aveva una base con un piccolo aeroporto. Secondo le  dichiarazioni di Calcara i due militi sarebbero stati uccisi da emissari della mafia alcamese, su probabile ordine di esponenti di Gladio. Del tutto strana la scoperta del delitto, fatta dagli uomini della scorta di Almirante che, trovandosi di passaggio, alle sette di mattina, da quelle parti, videro la porta della casermetta aperta, si fermarono, vi entrarono e trovarono i cadaveri. Così com’è oscuro  l’omicidio-suicidio di Vesco.  
Ma qua passiamo nel profondo giallo e l’ipotesi di un accordo tra mafiosi e neofascisti prenderebbe corpo, magari collegando il fatto che la moglie del capomafia di Alcamo Vincenzo Rimi, era sorella di Teresa Vitale, moglie di Gaetano Badalamenti. E  si aggiungono altri curiosi elementi : sul sito M News.it  del 16 febbraio 2012 leggiamo che la “perquisizione a casa di Peppino Impastato venne condotta da un uomo di fiducia del capitano Giuseppe Russo: il nome del militare oggi in congedo, al momento top secret, è al vaglio degli inquirenti”, ma si tratta dello stesso che partecipò agli interrogatori degli arrestati per la strage di Alcamo Marina.
E chi è il colonnello Giuseppe Russo? Secondo il pentito Francesco Di Carlo “La stazione dei carabinieri di Cinisi non li disturbava ai mafiosi,  facevano finta di niente perché ci avevano fatto parlare il colonnello Russo. Al colonnello Russo ci avevano fatto parlare i Salvo e Tanino Badalamenti e si comportavano bene”. Anche secondo il pentito Francesco Onorato “era risaputo che il Badalamenti avesse nelle mani i carabinieri del territorio di sua pertinenza”. La cosa, se vera, avrebbe una sua possibile spiegazione nel fatto che Luciano Liggio aveva deciso di eliminare il colonnello Russo, ma Gaetano Badalamenti si era opposto. La notizia è confermata da Giovanni Brusca. In tal senso Russo si sarebbe sdebitato nei confronti di chi lo avrebbe salvato, anche se lo stesso sarà ucciso alcuni mesi dopo, (20 agosto 1977) nel bosco della Ficuzza, a Corleone, assieme all’insegnante Costa.   E così abbiamo altri elementi per fantasticare: Russo, o un suo uomo di fiducia, che conduce le indagini ad Alcamo e compie la perquisizione a casa di Peppino, Russo molto vicino a Badalamenti, Badalamenti cognato del boss di Alcamo, che avrebbe deciso l’eliminazione dei due carabinieri, testimoni di un passaggio di armi dalla mafia a Gladio, oppure da Gladio alla mafia. Tutto questo non vuol dire niente o vuol dire ben poco se non ci sono riscontri che consentano di andare oltre le coincidenze o le presenze comuni.  
Di queste coincidenze, che aprono la strada a spericolate fantasie, per non chiamarle depistaggi, ne sono state  sparate troppe:  Peppino ucciso il 9 maggio stesso giorno di Moro: c’è un rapporto tra i due fatti: e, attraverso complicati percorsi si scopre, o si vuol far credere di scoprire, che Gaetano Badalamenti sarebbe stato contattato da uomini dello stato affinchè, tramite uno della sua cosca, che allora era in carcere, si mettesse d’accordo con un esponente delle Brigate Rosse, in carcere con lui, per intercedere per la salvezza di Moro: e così, essendo venuto a conoscenza della volontà delle Brigate Rosse di uccidere Moro, avrebbe deciso di fare uccidere Peppino nello stesso giorno, sperando che il delitto passasse inosservato o non vi si desse troppa attenzione. Geniale!!!
Oppure: il padre di Peppino è ucciso in un incidente sulla strada provinciale per Cinisi, in tarda serata. L’antefatto:  Luigi Impastato sta per chiudere la pizzeria e dice al cugino e socio: “io comincio a fare due passi, quando finisci ti fermi a prendermi”. Sulla via, dove allora c’era buio pesto, arriva a sostenuta velocità la signora Di Maria, reduce da una visita alla sorella di Carini, seguita da un’altra macchina guidata dal cognato. L’impatto con Luigi, che era ai bordi della strada, è violento e lo testimonia, come dice la stessa signora, un’ammaccatura della macchina vicino al faro destro. Peppino che, ai funerali non dà la mano ai mafiosi non lo fa perché li ritiene gli assassini di suo padre, ma perché li disprezza. E tuttavia, con il ,passar del tempo si è cominciato a costruire il romanzetto secondo cui Luigi vivo era la garanzia che Peppino non sarebbe stato ucciso, sia perché non poteva farsi uno sgarbo a un uomo d’onore, sia perché avrebbero potuto nascere questioni con la cosca degli Impastato. E allora bisognava uccidere Luigi per uccidere Peppino. Bella storiella a cui, purtroppo è stato dato spazio, magari con l’avallo della ricostruzione fatta nel film, la quale lascia adito a questo sospetto.
Sorvoliamo su tutte le altre mistificazioni, generate da alcuni riferimenti fatti nel film su episodi che, da verisimili sono diventati veri e sui tentativi, sempre più frequenti in questi ultimi anni, di fare diventare Peppino come un esempio di lotta per il rispetto delle leggi dello stato, come un modello per promuovere l’educazione alla legalità, intesa come obbedienza passiva alle regole. La riduzione di Peppino ad icona per la salvaguardia delle istituzioni è  una forzatura che contraddice tutte le sue scelte di ribelle, di agitatore, di comunista.
Non c’è dubbio che il rapporto con le istituzioni, dagli anni 70 ad oggi è profondamente cambiato, ma non sono cambiate le “idee” di Peppino. I compagni che ne costudiscono la memoria sanno bene che dietro certe ricostruzioni forzate della sua immagine c’è spesso voglia di protagonismo o desiderio giornalistico di stupire “arrangiando” una notizia. Per questo, conservo la stima nei confronti dell’operato dei giudici che cercano di scoprire nuove piste: quella della stagione dei depistaggi, del tentativo di ricercare colpevoli di misfatti tra elementi dell’estrema sinistra , è stata una strategia comune sia per il delitto di Alcamo Marina che per quello di Peppino. Ma già era iniziata nel 68, con la strage di Piazza Fontana. In quegli anni Dalla Chiesa comandava la caserma Cascino. Dalla Chiesa, Russo, Subranni: due di essi  sono stati uccisi dalla mafia e l’ipotesi di misteriosi contatti tra poteri occulti (mafia, massoneria, neofascismo) rimane avvolta dalla nebbia dei misteri italiani irrisolti. Per fortuna, nel caso di Peppino, una soluzione c’è stata, conquistata dopo 22 anni di lotte,  illusioni, speranze, delusioni, soddisfazioni, certezze. E’ il caso di rimetterla in discussione?

 

 

 

Articolo del 10 gennaio 2015 da  loraquotidiano.it

Il gip ordina nuove indagini: “Depistaggi su inchiesta Impastato”

Il giudice per le indagini preliminari Maria Pino respinge la richiesta d’archiviazione, ordinando al pm Del Bene di continuare ad indagare sulle manovre dei carabinieri dopo l’omicidio del militante di Democrazia Proletaria. Indagati Subranni, Canale, De Bono e Abramo

di Patrizio Maggio

Una nuova indagine sui depistaggi commessi dagli inquirenti dopo l’assassinio di Peppino Impastato. Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari di Palermo Maria Pino, respingendo la richiesta d’archiviazione del sostituto procuratore Francesco Del Bene. Come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, per il pm sarebbero prescritti i reati di favoreggiamento e falso addebitati al generale dei carabinieri Antonio Subranni, e i sottufficiali Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo. Le indagini erano partite nel 2011, dopo la denuncia di Giovanni Impastato, fratello del militante di Democrazia Proletaria, assassinato il 9 maggio del 1978 a Cinisi  “La notte in cui morì Peppino –  ha raccontato Giovanni Impastato al Fatto Quotidiano– i carabinieri vennero a casa nostra e sequestrarono diversi documenti appartenuti a mio fratello che raccolsero in 4 grossi sacchi neri. Quando anni dopo chiesi la restituzione dei documenti mi riconsegnarono soltanto 6 volantini. Che fine ha fatto tutto il resto del materiale appartenuto a Peppino? Perché è svanito?”.

Durante le indagini il pm Del Bene, ha trovato un verbale dei carabinieri con scritto: “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”. Un sequestro informale dunque, ovvero un sequestro non ufficialmente autorizzato, e soprattutto non previsto dal codice: da qui l’accusa di falso. Del Bene ha trovato anche un altro elenco, questa volta formale, in cui i carabinieri avevano appuntato soltanto l’avvenuto sequestro di sei fogli tra lettere e volantini, che contenevano scritti d’ispirazione politica e con propositi di suicidio.

Ma nei documenti sequestrati a casa di Peppino Impastato c’era anche altro. “Ricordo che mio fratello poco prima di morire – racconta sempre Giovanni Impastato – si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”.

Nella strage della casermetta furono assassinati, la notte del 27 novembre 1976, i carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Per il duplice omicidio furono condannati quattro giovani, Giuseppe Vesco, Gaetano Santangelo, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli; Vesco morì in carcere in strane circostanze, mentre gli altri tre furono torturati e convinti a suon di botte a firmare la confessione. Un delitto strano maturato in un contesto inquietante, dato che oggi sia Gulotta, che Santangelo e Ferrantelli sono stati assolti nel nuovo processo di revisione: gli autori della strage dunque rimangono oggi senza volto. Continuerà ad indagare sui depistaggi delle indagini sul caso Impastato, invece, il pm Del Bene: tra gli indagati, soltanto Canale ha rinunciato alla prescrizione. Gli altri, se accusati solo di favoreggiamento e falso, sono protetti dalla prescrizione.

Nel 2011, indagando sui possibili depistaggi, gli investigatori avevano scoperto l’esistenza di una possibile testimone chiave del delitto Impastato: si chiama Provvidenza Vitale, ed era la casellante di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Negli ultimi trent’anni, però, i Carabinieri di Cinisi non sono riusciti a trovarla: sui verbali scrissero che la donna era “irreperibile”. E invece non si è mai mossa da Cinisi: e oggi che ha 91 anni, della notte in cui fu ammazzato Impastato, ricorda ben poco.

 

 

 

 

 

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