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2 Aprile 1985 Trapani. Strage di Pizzolungo. Restano uccisi da un'auto bomba Barbara Rizzo e i suoi figli, Giuseppe e Salvatore Asta, gemelli di 6 anni. PDF Stampa

Foto e nota di No Mafie Biella

BARBARA RIZZO E LA STRAGE DI PIZZOLUNGO

A una curva della frazione balneare di Pizzolungo quel giorno i mafiosi avevano piazzato una autobomba destinata ad esplodere al passaggio della vettura blindata del sostituto procuratore Carlo Palermo. Nello stesso istante in cui veniva schiacciato il pulsante del detonatore, però, tra quell'autobomba e la Fiat Argenta di Palermo si trovò di mezzo una utilitaria con a bordo Barbara Rizzo Asta ed i suoi due gemelli di sei anni, Salvatore e Giuseppe. Furono loro tre le vittime di quell'esplosione, furono ridotti a brandelli, delle due auto non restò nulla, Carlo Palermo e la scorta restarono incolumi.Era il 2 aprile 1985.
La figlia maggiore di Barbara, Margherita Asta ricorda tutto di quel giorno. Far sì che non si dimentichi fa parte del suo impegno quotidiano, da quando con l'associazione Libera cerca di promuovere, specie tra gli studenti, la cultura della legalità e dell'antimafia.
La voce di Margherita Asta si incrina per l'emozione appena ripensa a quella mattina in cui, all'età di soli dieci anni, in un istante perse la madre e i fratelli. Tutti travolti e uccisi dalla violenza di Cosa Nostra, in quella che viene ricordata come "la strage di Pizzolungo".Questo il suo ricordo: Mi salvai per una pura coincidenza. Invece di andare a scuola con mia madre come al solito fui accompagnata da una vicina di casa e passai sul luogo dell'attentato un quarto d'ora prima dell'esplosione. Dopo poco mi venne a prendere la segretaria di mio padre, senza spiegarmi il motivo. Non mi feci particolari domande, mi insospettì solo il fatto che per tornare a casa facemmo un giro molto lungo, e durante il percorso notai la presenza di molti posti di blocco.Giunta a casa la sorella di mia madre mi comunicò cosa era successo. Non realizzai in che modo fossero morti. Poi, andando ai funerali il giorno dopo, facemmo la strada che passa da Pizzolungo e passammo sul luogo dell'attentato. Andando in chiesa nel primo pomeriggio avevo notato solo il cratere in terra creato dall'autobomba. Ma al ritorno vidi un particolare che ancora adesso mi fa soffrire particolarmente. Una macchia di sangue sulla parete di una abitazione. Mio padre mi spiegò che era stato il corpo di uno dei due fratellini, scaraventato contro quella casa. Solo una parte del corpo, in realtà, perché i tre cadaveri furono dilaniati e ne rimase ben poco. Furono ricomposti per modo di dire, c'era ben poco da ricomporre.
Obiettivo dell'attentato era il sostituto procuratore di Trapani, Carlo Palermo: era per lui l'autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani. Trasferitosi nel febbraio di quell'anno dalla Procura di Trento, dove si era distinto per alcune indagini importanti sul traffico d'armi e di stupefacenti, in poche settimane di lavoro si era guadagnato una condanna a morte dalla mafia. Una tragica fatalità, però, lo salvò: la sua auto incontrò lungo il tragitto l'utilitaria guidata da Barbara Rizzo e la superò proprio nel punto in cui i sicari avevano posizionato la vettura con l'esplosivo. La mamma e i bambini fecero da scudo e furono dilaniati.

 

 

Tratto da Wikipedia

L'inchiesta

Le indagini sull'attentato vengono condotti dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sebastiano Patané.

Tra i sopravvissuti, Raffaele Di Mercurio, 36 anni all'epoca della strage, morì nel 1993 per una malattia cardiaca. Nello stesso anno morì Nunzio Asta per problemi cardiaci (al tempo dell'attentato aveva già subito un intervento di by-pass): della famiglia Asta rimase solo la figlia maggiore Margherita, 11 anni al momento dell'attentato, che si è successivamente dedicata alle attività dell'associazione antimafia Libera in provincia di Trapani.

Per quanto riguarda gli esecutori della strage, in primo e secondo grado sono stati condannati Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo, Filippo Melodia. Ma la sentenza è stata cassata nel ’91 perché gli imputati non avrebbero commesso il fatto. Tra quei giudici c’era Corrado Carnevale. Nel 2004, in primo grado sono stati condannati Balduccio Di Maggio, Vincenzo Virga e Totò Riina quali mandanti della strage.

 

 

">Video Youtube

Carlo Palermo e la strage di Pizzolungo

 

 

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La strage di Pizzolungo 2 Aprile 1985 - Intervista a Margherita Asta

di Rino Giacalone - 2 aprile 2011 - Antimafia Duemila

Erice. «Non ti scordar di me, la vita ho dato senza un perchè non fare che però non serva a nulla poi tutto ciò, non ti scordar di me, lottare è un bene, soltanto se poi la giustizia, si, trionferà, la mafia perderà». «Bello sentire “cantare” queste frasi dai giovanissimi studenti di Erice – dice Margherita Asta – sono state dedicate ai miei fratellini volati in cielo con mia madre per quel terribile “botto” di Pizzolungo di 26 anni fa. E pensare che la città stava dimenticando».


Margherita è giovane anche se è dovuta crescere in fretta, a dieci anni è rimasta senza la mamma, i fratellini perduti con lei, sola con Nunzio, il padre che l’avrebbe lasciata alcuni anni dopo, ucciso dal crepacuore. Aveva tante ragioni per «odiare» forse questa terra che l’aveva martoriata personalmente psicologicamente, perchè lo scandalo dopo la strage in città non era quel sindaco che davanti ai corpi straziati andava attestando l’inesistenza della mafia, ma semmai il fatto che Nunzio Asta aveva pensato di potere dare una nuova mamma a Margherita, una donna, stupenda, che l’ha cresciuta come “mamma e come amica”, che l’ha seguita anche quando Nunzio non c’è stato più e che fra qualche giorno la seguirà salire all’altare. Margherita si sposa a fine aprile con un giovane di Parma, Enrico, il matrimonio lo celebrerà don Luigi Ciotti il fondatore di Libera, che prima però l’accompagnerà all’altare. La chiesa sarà quella dove furono battezzati i suoi fratellini, Salvatore e Giuseppe. L’1 aprile per le strade di Erice è passato un corteo di studenti partito dalla scuola elementare dedicata ai gemellini Asta, a loro modo con le loro voci, con le canzoni, hanno ricordato a tutti il sacrificio di quelli che oggi sarebbero stati adulti, cittadini completi di questa terra, ma che la loro vita per mano mafiosa e stragista si è fermata a sei anni. «È sempre una emozione vivere questi momenti – dice Margherita – è stato anche bello vedere sventolare le bandiere della Pace, un segnale preciso in questo momento».

Ma Trapani voleva davvero tutto questo? O qui si immaginava che dopo quella strage calasse il silenzio?
«Il mio impegno – risponde Margherita – è nato perché ad un certo punto mi sono resa conto che la memoria di mia madre, dei miei fratellini stava per scomparire, ho scelto di uscire da quel silenzio in cui mi ero rinchiusa, chissà forse era questo quello che si voleva da me, e invece eccomi qui....». Non è oggi la sua solo la sfida ai mafiosi a cominciare da quelli che non ci pensarono un attimo a premere il timer dell’autobomba proprio mentre l’auto del giudice Palermo sorpassava la Scirocco della signora Asta su quella curva di Pizzolungo. «Non è sfida – dice – è testimonianza perchè la memoria non può essere cancellata né dal ricordo si può essere schiacciati. Nella lotta alla mafia non mi ero mai impegnata. Finché nel 2002 mi sono trovata a dovere fronteggiare il processo contro gli autori della strage e allora ho scoperto Libera».

Esercizio continuo di memoria allora?
«Vedi – risponde – oggi a Erice, domani altrove, non sono occasioni per ricordare solo le vittime della violenza mafiosa che coincidono con questi anniversari, ma a cominciare da Erice si ricordano tutte le vittime innocenti, si creano collegamenti usando la memoria, ad Erice è significativo che questo 2 aprile è dedicato anche alle vittime della strage di Ustica, a quel coraggioso giovane che porta il nome di Nino Via, perchè non deve essere una memoria fine a se stessa».

Che significato personale dai a questo 2 aprile?
«Quello di sempre – risponde – è un punto di arrivo, qui gli studenti con i loro insegnanti presentano i lavori svolti durante l’anno scolastico; un punto di partenza per rinnovare e rinvigorire il nostro impegno che resta rivolto alla salvaguardia della democrazia e quest’anno ancora di più alla Pace». Tutto sempre fatto sotto l’insegna di Libera. «Libera – dice – è fatta da un gruppo di persone che stanno cercando attraverso la memoria di stimolare nuovo impegno nella società».

Ma senza di te Libera a Trapani ci sarebbe stata lo stesso?
«Il lavoro di Libera sarebbe arrivato ugualmente grazie all’impegno di altri cito per tutti  Giuseppe Gandolfo e Rino Marino».

Ma tornando a quello che dicevamo all’inizio, perché quella strage stava per essere dimenticata secondo te?
«Perchè rappresenta ancora oggi una memoria scomoda, non è emersa la verità, dunque ricordare può dare fastidio».
«Legalità è una parola così semplice ma rispettarla non è facile in questa società», hanno ricordato, ieri cantando gli studenti di Erice.

 

 

 

 

Fonte: custonaciweb.it

Pizzolungo 1985: dalla strage una… Margherita

di Giuseppe Ingardia (Erice, 2 Aprile 2010)

Le vidi quelle carni maciullate
sparse sui muri e sulla terra amica,
resti raccolti da pietà cristiana.

Respirai aria amarissima di lutto
tra tonachesimi e giacche di lusso!

E vidi ancora quel padre angosciato
stringere disperato al cuore rotto
figlia rimasta d’un amore immenso!

Grandi celebrazioni poi negli anni
e tornò qui Palermo, quel giudice
segnato rosso da un destino assurdo
che cancello’ al suo posto ed in un botto
madre e due gemellini, di buonora:
angioletti strappati al focolare

da quell’orribile stirpe mafiosa

che non conosce limiti all’orrore!

Poi la morte travolse anche papa’,
ma in cielo a forti tinte stava scritta
l’eredità pesante … Margherita
seminatrice di grande coraggio,
decisa a lottare tutte le mafie.

Papa’ e mamma, Pinuzzu e Turidduzzu
seguono sorridenti su nel cielo:
la loro Margherita sempre in giro,
ambasciatrice di legalità e amore.

“Non ti scordar di me”, è l’azzurro fiore
un coro attivo di viva speranza:
iniziativa che renderà onore
alla memoria di chi fù immolato!

 

 

 

Articolo da La Stampa del 13 Marzo 1990

Pizzolungo, tutti assolti

di Antonio Ravidà

Bomba al giudice, morirono una donna e i figli

CALTANISSETTA. Tutti assolti. Tre ergastoli annullati e cancellate anche le condanne per associazione mafiosa e produzione di stupefacenti. I boss conquistano un'altra volta l'impunità. A Caltanissetta, nel secondo processo per la strage avvenuta la mattina del 2 aprile del 1985 sul lungomare trapanese di Pizzolungo, la corte d'assise e d'appello ha concluso ieri 5 giorni di camera di consiglio assolvendo tutti gli imputati. Nella strage morirono una giovane donna, Barbara Rizzo Asta, di 31 anni, ed i suoi figli gemelli di 6 anni, Giuseppe e Salvatore: stava portandoli a scuola. Dopo il verdetto, immediato ed accorato il commento del marito e padre delle vittime Nunzio Asta, 42 anni: «Oggi c'è stata un'altra strage come quella del 2 aprile di cinque anni fa — si è sfogato —: sono di stucco. Devo convincermi che la magistratura è in condizione di condannare solo gli imputati che si dichiarano colpevoli o i ladri di polli». Livido, furente, Nunzio Asta ha aggiunto: «Non dico che queste persone dovessero essere condannate ad ogni costo. Ma se i giudici non sono stati in grado di condannare i colpevoli o i presunti tali arrestati nell'immediatezza del fatto, come faranno ora dopo cinque anni a risalire ai veri responsabili?».
Bersaglio della mafia era il giudice Carlo Palermo che recentemente ha lasciato la magistratura per gravi motivi di salute dopo essere stato «parcheggiato» per lungo tempo al ministero della Giustizia. A Trapani cinque anni fa il dottor Palermo fu trasferito da Trento dove aveva indagato sui traffici di armi e droga. Il giudice e le quattro guardie di finanza della scorta rimasero feriti nello scoppio di un'autobomba che dilaniò invece la madre ed i due bambini che passavano da Pizzolungo su una «Golf». All'ergastolo in primo grado il 19 novembre del 1988 furono condannati tre degli otto rinviati a giudizio per strage e gli altri cinque furono assolti. Anche i tre ora sono stati assolti: l'enotecnico Vincenzo Milazzo, 34 anni, ritenuto il gestore di una raffineria di eroina, scoperta ad Alcamo tre settimane dopo la strage e che in due anni aveva prodotto droga per 1500 miliardi (il padre di Milazzo fu assassinato nel 1981 al confino a Prato); l'autocarrozziere Gioacchino Calabro di 44 anni, accusato di aver azionato il congegno radiocomandato che fece esplodere l'autobomba; il latitante Filippo Melodia, 33 anni, cugino ed omonimo del rapitore e violentatore di Franca Viola, che è stato assassinato anni fa a colpi di lupara mentre era in soggiorno obbligato in Emilia-Romagna. Il pg aveva chiesto l'ergastolo pure per Pietro Montalbano, 39 anni, uno dei cinque assolti in primo grado, ma anche per lui la corte non ha ritenuto validi gli indizi. Assoluzione anche per altri 4 imputati minori, processati per associazione mafiosa e traffico di eroina e condannati nel primo processo a varie pene. La corte d'assise e d'appello di Caltanissetta non si è pronunciata sulla parte del dibattimento relativa alla raffineria di eroina che la mafia temeva potesse essere scoperta grazie alle indagini immediatamente avviate da Carlo Palermo appena preso possesso dell'ufficio di sostituto procuratore della Repubblica di Trapani in sostituzione di Giangiacomo Ciaccio Montalto eliminato poco tempo prima dalle cosche. Secondo i giudici della raffineria dovrà occuparsi il tribunale di Trapani.






Articolo da L'Unità del 18 Settembre 1993

Strage di Pizzolungo - Morto il marito e padre delle vittime

PALERMO. Nunzio Asta, 45 anni, marito di Barbara Rizzo e padre dei gemellini di sei anni Giuseppe e Salvatore, dilaniati con la madre nell'attentato del 1985 al giudice Carlo Palermo (il magistrato rimase illeso), è morto in ospedale a Palermo per complicazioni cardiache.
L'uomo si era ammalato dopo la strage, avvenuta in località "Pizzolungo": una "autobomba" fu fatta esplodere con un radiocomando al passaggio dell'automobile dell'allora sostituto procuratore di Trapani Carlo Palermo, da poco trasferito in Sicilia dall'ufficio istruzione di Tento. Al momento dello scoppio, davanti la macchina del magistrato si interpose però quella di Barbara Rizzo, centrata in pieno dalla deflagrazione.
Rimasto solo con la figlia Margherita, Nunzio Asta dopo qualche anno si era risposato (dal matrimonio nacque un bambino che oggi ha sei anni), continuando a gestire una piccola azienda artigiana copo aver rifiutato un posto offertogli dalla regione sicilia.
Nel tempo le sue condizioni di salute si erano progressivamente deteriorate, al punto da essersi dovuto sottoporre a due interventi al cuore.
La morte è sopraggiunta nell'ospedale "Cervello" del capoluogo siciliano dove si era recato per controlli.
Un'altra vittima di Cosa nostra.




Articolo da L'Unità del 30 Maggio 2004

CALTANISSETTA
Strage di Pizzolungo: ergastolo a Di Maggio


Alla fine è ergastolo per l'ex collaboratore di giustizia
Balduccio di Maggio e assoluzione per il presunto
boss Nino Madonia per la strage di Pizzolungo.
La sentenza è stata emessa dalla Corte d’Assise di
Caltanissetta. Si tratta di uno dei due tronconi del
processo per l'agguato avvenuto il 2 aprile 1985 a
Valderice (Trapani) nei confronti del giudice
Carlo Palermo, rimasto illeso, ma che provocò
la morte di Vita Barbara Asta e due figli gemelli di 8
anni, Giuseppe e Salvatore.

 

 

 

Articolo del 2 Aprile 2012 da ilfattoquotidiano.it

Pizzolungo, 27 anni fa

di Giuseppe Pipitone


Una strada che costeggia il mare, una mattinata di primavera in Sicilia, una curva e un’auto che sorpassa ad alta velocità. Poi un rumore sordo, fortissimo, di quelli che fermano il tempo per alcuni minuti.

È il 2 aprile del 1985 e una giovane madre, Barbara Rizzo, sta accompagnando a scuola i suoi due gemellini di sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta. Ogni mattina prende quella strada che da Valderice arriva a Trapani costeggiando il lungomare. È una bella mattinata, il sole brilla su quegli spicchi di mare azzurro e Barbara procede come sempre sulla sua Volkswagen Scirocco: i bambini giocano sul sedile posteriore e lei può godersi quella breve passeggiata guidando a velocità sostenuta.

C’è un’altra auto che quella mattina percorre lo stesso tratto di strada. È un Alfa 132 blindata che morde l’asfalto. La segue a ruota una Fiat Ritmo che tira le marce per stargli dietro: i passeggeri delle due auto infatti non hanno nessuna intenzione di godersi quel magnifico panorama. Devono percorrere quella strada in fretta, devono arrivare al Palazzo di Giustizia di Trapani il prima possibile; a bordo infatti hanno un quarantenne con i baffi e  gli occhiali: si chiama Carlo Palermo, è campano ma viene da Trento, ed è arrivato in Sicilia da meno di 50 giorni per fare il suo lavoro, il magistrato.

Da quelle parti, dalle parti di Trapani, fare il magistrato può essere pericoloso. Due anni prima, proprio a Valderice, il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto era stato ammazzato davanti casa proprio quando stava per andare a lavorare in Toscana. Lo sapevano tutti che quell’omicidio era un affare di mafia, ma nessuno lo diceva apertamente per il semplice fatto che a Trapani ufficialmente la mafia non esiste. E se la mafia a Trapani non esiste come si fa a dire che ammazza qualcuno? Ciaccio Montalto era morto per questioni di donne si era detto. O forse di gioco d’azzardo e di debiti. Tutto ma non la mafia.

L’autista dell’Alfa 132 però lo sa benissimo che a Trapani non solo la mafia esiste, ma gestisce i punti nevralgici del potere cittadino. E  sa benissimo che il suo passeggero, Carlo Palermo, è uno che rischia di finire come Ciaccio Montalto. Palermo non è arrivato a Trapani per caso: a Trento ha indagato su traffici di armi e droga, sulla connivenza tra il Psi di Bettino Craxi e la criminalità organizzata, e spesso le sue inchieste si sono incrociate proprio con quelle di Ciaccio Montaldo.

È  proprio per evitare d’imbattersi in qualche commando mafioso (che ufficialmente non dovrebbe esistere) che l’autista dell’Alfa accelera e all’altezza della curva di Pizzolungo supera la Volkswagen con Barbara e i gemellini. Solo che quel sorpasso l’Alfa 132 non avrà mai il tempo di completarlo: viene bloccata da un rumore sordo e fortissimo, un istante infinito di morte e terrore. Quando le lancette ricominceranno a correre di quella Volkswagen Scirocco si saranno quasi perse le tracce. Ancora meno rimarrà di Barbara. Giuseppe e Salvatore Asta, investiti dall’esplosione di un’altra auto, la quarta di questa storia, parcheggiata sul ciglio di quella curva dopo essere stata imbottita di tritolo. Doveva spazzare via il giudice Carlo Palermo, doveva farlo fuori, a pezzetti. Solo che in quell’ esecuzione si sono infilati per caso Barbara, Giuseppe e Salvatore.

Chi ha assistito a quella scena e l’ha trasformata in una strage ha voluto provare a far fuori il giudice nonostante quella Volkswagen inaspettata. Che invece ha fatto da scudo tra quella bomba a quattro ruote parcheggiata in curva e l’Alfa 132 di Palermo. Di Barbara, Giuseppe e Salvatore dopo quell’istante infinito rimarrà ben poco: una macchia rossa su un muro di una casa, qualche brandello a metri di distanza e una scarpa da bambino.

Tra i primi soccorritori del giudice Palermo c’era anche il padre e marito Nunzio Asta: non si è accorto che in quell’inferno c’era anche la sua famiglia e verrà avvisato della tragedia soltanto qualche ora più tardi, da un poliziotto che al telefono gli chiede il numero di targa di quella Volkswagen guidata dalla moglie. Nunzio morirà di crepacuore nel 1993.

Post Scriptum

Per la strage di Pizzolungo sono stati condannati i boss Totò Riina, Vincenzo Virga, Balduccio di Maggio e Nino Madonia. L’esplosivo che fece a pezzetti Barbara, Giuseppe e Salvatore dicono sia dello stesso tipo usato nella strage del Rapido 904, che  il 23 dicembre 1984 fece 17 vittime. Una eccidio inspiegabile di cui è stato riconosciuto colpevole lo stesso Riina. E non è forse un caso che un altro uomo che collaborò al botto di Pizzolungo, Gioacchino Calabrò, sia lo stesso “esperto” d’esplosivo che diede il suo contributo alle stragi del 1993.

Oggi Giuseppe e Salvatore Asta avrebbero 33 anni. La loro madre appena 57. A mantenerne viva la memoria è rimasta la sorella Margherita Asta, 11 anni all’ epoca della strage.

Nel 2008 ai due gemelli è stata finalmente intitolata la scuola di Erice. L’anno dopo qualcuno ha deciso di protestare dando alle fiamme l’edificio.

Se ai tempi di Ciaccio Montalto se ne negava l’esistenza, adesso non solo siamo certi che la mafia esiste, ma possiamo anche dire che spesso è stata un service che spara su input di livello superiore.

 

Articolo del 2 Aprile 2012 da  liberainformazione.org

Il "botto" di Pizzolungo, una ferita ancora aperta

di Rino Giacalone


2 aprile, Cosa nostra uccideva Barbara, Salvatore e Giuseppe Rizzo Asta
Il pm Tarondo: a Trapani la politica non rispetta la distanza di sicurezza dalla mafia

Era il 2 aprile 1985. Una autobomba piazzata su una curva di Pizzolungo venne fatta deflagrare al passaggio del corteo di auto del sostituto procuratore Carlo Palermo. Fu una strage. Restarono incolumi il magistrato, i tre agenti di scorta, l’autista della blindata del pm, furono dilaniati una donna, Barbara Rizzo ed i suoi due gemellini, Salvatore e Giuseppe Asta, di 6 anni. Erano su un’altra auto che al momento dell’esplosione fece da “muro” proteggendo le auto del pm e della scorta, dell’auto di Barbara Rizzo non restò nulla, altrettanto dei corpi della donna e dei suoi figli. E’ un botto che oggi solo chi non vuole sentire non sente.

Quello che è accaduto in questi 27 anni è incredibile. Cominciamo con la storia di quel pm, Carlo Palermo, venuto a Trapani, “espulso” dalla Procura di Trento dove lavorava perché indagava sui conti illeciti della politica del Psi. Craxi era presidente del Consiglio, e Carlo Palermo indagando era finito con l’imbattersi nei conti del capo del Governo. Venne a Trapani per continuare quel lavoro, investigava sui canali della droga che dall’est europeo arrivava fino in Sicilia, su quelle stesse rotte venivano fatte viaggiare armi e componenti che servivano a fabbricare pericolose bombe. Il suo lavoro a Trento aveva trovato punto di riferimento a Trapani nel lavoro di un altro pm, Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Ciaccio Montalto fu ucciso dalla mafia il 25 gennaio 1983, Carlo Palermo arrivò a Trapani intendendo riprendere in mano quei fascicoli senza dimenticare i suoi. Solo 40 giorni resistette, poi il “botto” di Pizzolungo. Lo Stato anzicchè alzare la protezione attorno al magistrato sfuggito a quell’agguato dapprima gli propose una identità nuova e un rifugio dorato in Canada, poi dinanzi alle resistenze del pm fece in modo di farlop andare via per sempre, oggi Carlo Palermo e oramai da tanto tempo non è più pm, ma fa l’avvocato. Lo Stato ha deciso che lui sopravissuto a Pizzolungo in realtà è come se fosse morto.

Lo Stato avrebbe potuto reagire diversamente già solo per onorare le vittime di quella strage, ma anche loro non hanno avuto sorte diversa se parliamo di oblio. La partecipazione al funerale di colpo svanì, fu Nunzio Asta, marito e padre delle vittime, a volere un cippo a ricordo dei suoi cari sul luogo della strage, lo pagò lui, e dovette anche “saldare” la tassa automobilistica per quell’auto distrutta dall’esplosione e per la quale lo Stato continuò per anni a chiedere il pagamento dell’imposta di circolazione. La città poi un giorno decise di dimenticare Nunzio e sua figlia, Margherita, che aveva 10 anni quando quel giorno di aprile restò orfana e senza i suoi fratellini. E questo accadde quando Nunzio volle darsi una nuova famiglia, un’altra mamma a Margherita, a restituirle quella compagnia che la mafia le aveva strappato via. Nella città dove si sosteneva che la mafia non esisteva non poteva accadere altrimenti che pietra dello scandalo divenisse Nunzio Asta e non i mafiosi che gli avevano strappato i suoi cari, stritolati e fatti a pezzi dal tritolo mafioso. Nunzio Asta è morto di crepacuore, e la città reagì ancora male quando un giorno decise di uscire dal silenzio Margherita Asta: forse i trapanesi l’avrebbero voluta silenziosa e stretta nel lutto perenne, quando decise di diventare testimone del male della mafia più che sostegno cominciò a raccogliere critiche.

Erano gli anni in cui i Tribunali assolvevano gli autori della strage, che poi si scoprì essere davvero gli autori ma per la nostra legge chi è assolto in via definitiva da un reato per lo stesso non può essere più processato, erano gli anni in cui del 2 aprile se ne ricordava solo quel giorno per permettere alla politica di fare passerella. Margherita Asta protestò contro questo stato di cose e fu indicata come persona capace solo a strumentalizzare, ancora un colpo a favore della mafia. Nel frattempo, ed è storia recente, c’è chi pensava a costruire uno stabilimento balneare sul luogo della strage, così per cancellare del tutto quella memoria. Per fortuna questo non è accaduto perché affianco ad una politica con la “p” minuscola ce ne è una con la “P” maiuscola, e l’attuale sindaco di Erice (Pizzolungo è frazione del Comune di Erice, Comune “attaccato” geograficamente a Trapani), Giacomo Tranchida, ha fatto si che il ricordo non finisse con il disperdersi. Margherita Asta oggi è una delle più attive dentro Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti, ma la sua storia è conosciuta in luoghi lontani da Trapani, in città è come se restasse scomoda testimone. C’è un filo rosso sangue che attraversa il nostro Paese, che parte dal 1984, e forse da prima ancora, dai 15 morti del treno «rapido 904», antivigilia di Natale del 1984, passa per la strage di Pizzolungo e l'attentato (1989) all'Addaura (fallito) contro Giovanni Falcone e arriva alle stragi del 1992, fino a quella di via D'Amelio dove furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Supera lo stesso 1992 e tocca le stragi del 1993 quelle che il sanguinario assassino capo mafia latitante Matteo Messina Denaro volle fare per lanciare terribili segnali, dare la spallaata a quella prima Repubblica che alla fine non aveva garantito i mafiosi che cercavano le assoluzioni in Cassazione.

E’ un fatto il coinvolgimento di Totò Riina, il capo dei capi della mafia siciliana, nella strage del treno 904 (dove è stato già condannato il cassiere della mafia siciliana Pippo Calò, lo stesso che doveva avvicinare i giudici di Caltanissetta che stavano processando gli esecutori della strage di Pizzolungo, quelli poi assolti). L’attentato al treno 904 avvenne l'antivigilia di Natale del 1984. Riina oggi risulta anche condannato (in via definitiva) anche per il “botto” di Pizzolungo, assieme al capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga, nonchè ai palermitani Balduccio Di Maggio e Nino Madonia: le sentenze hanno «sancito» che il tritolo usato a Pizzolungo nel 1985 era lo stesso di quello usato nel 1984 per la strage del treno 904 e da Nino Madonia per confezionare la bomba dell'Addaura nel 1989. Madonia è stato condannato sia per Pizzolungo quanto per l’Addaura. L'autobomba di Pizzolungo fu preparata invece nella officina di Castellammare del Golfo di Gino Calabrò, l’uomo delle stragi del 1993 e che doveva fare scoppiare una autobomba in via dei Gladiatori, vicino lo stadio Olimpico di Roma, una domenica di quel 1993, per fare strage di poliziotti e carabinieri. Oggi Madonia e Calabrò sono in carcere, ma tra i detenuti comuni, per loro niente 41 bis. Attorno a questi gravissimi fatti criminali si muove un panorama che è fatto di mafiosi, massoni, uomini dei servizi segreti, deviati o non deviati. E però a Trapani è più facile parlare dell’antimafia che non dei mafiosi e delle loro malefatte. “Qui – dice Salvatore Inguì, coordinatore provinciale a Trapani di Libera – restano evidenti segni di cedimento e di debolezza, c’è chi pensa davvero che la mafia viva attorniata da un certo romanticismo”. “Qui – commenta il pm Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani – siamo ancora ad attendere risposte ai perché di tanti delitti, Ciaccio Montalto, la strage di Pizzolungo, l’omicidio di Mauro Rostagno, il tentato omicidio del dottore Rino Germanà. Abbiamo sconfitto l’oblio ma dobbiamo fare impegno perché si risponda a questi perché, è questo il debito che abbiamo con le vittime della mafia e con i loro familiari”.

Ristabilire una stagione. Per esempio quella che nel 2006 portò alla cattura del cosidetto fantasma di Corleone, Bernardo Provenzano. Artefice di quell’arresto fu Giuseppe Gualtieri allora capo della Mobile a Palermo, oggi a capo della direzione nazionale della Polizia Scientifica (a Gualtieri il Comune di Erice ha appena consegnato la cittadinanza onoraria): “Quella cattura fu permessa da una semplice circostanza, e cioè che in quello scenario ognuno faceva la sua parte, i magistrati, le forze dell’ordine, la società civile, i cittadini, tutti impegnati sul fronte del rispetto dei diritti e dei doveri, convinti che il primo dovere è quello di far prevalere i propri diritti, smontammo così la cortina che pretendeva di continuare a proteggere il boss”.

Oggi le cose sono cambiate. Si mette in forse addirittura l’esistenza del concorso esterno alla mafia. “Oggi chi lo mette in dubbio – aggiunge il pm Andrea Tarondo – dimentica che per proteggere la zona grigia dove vive il concorso esterno, la mafia non ha avuto titubanze nell’alzare di torno la sua violenza, la mafia ha messo in campo le autobombe ogni qual volta c’era qualcuno che si avvicinava alla zona grigia delle collusioni tanto da scoprirla”. La realtà di oggi. “Oggi si sa benissimo chi sono i mafiosi e il potere va a braccetto con questi soggetti, il potere politico che per primo dovrebbe dire che “con queste persone non ci voglio avere a che fare” eccolo invece frequentarlo e dividere momenti di vita, c’è un numero spropositato di politici trapanesi che oggi hanno contatto con i mafiosi, ed è anche questo che oggi rende difficoltoso il nostro lavoro di magistrati per fornire risposte ai perché di tante stragi e di tanti delitti, oggi cominciando da Trapani non c’è desiderio da parte della politica di mantenere una distanza dalla mafia”.

 

 

Fonte antimafiaduemila.com

Dietro la strage di Pizzolungo

di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante* - 1° aprile 2015

Per comprendere i “fuori scena” della strage di Pizzolungo basta rimettere insieme i pezzi di un mosaico volutamente smembrato da quei “sistemi criminali” che le indagini di Carlo Palermo avevano lambito.
Da Trento a Trapani, da Trapani alla Russia, al Libano, alla Turchia, agli Stati Uniti seguendo un filo sottile che collega molti misteri irrisolti ai traffici internazionali di armi e stupefacenti. E’ il 1979 quando Assim Akkaia racconta al dirigente della Mobile di Milano Enzo Portaccio che la città di Trento costituisce il punto di congiunzione tra la mafia turca e quella siciliana. Gli alberghi Karinall e Romagna, appartenenti al trentino di origine altoatesina Karl Koefler, fungerebbero da centro di smistamento di morfina base ed eroina pura destinati a raffinerie siciliane e quindi al mercato italiano e statunitense. Le indagini, che iniziano l’anno seguente, conducono alla scoperta di 200 chilogrammi di tali sostanze nelle zone di Trento, Bolzano e Verona importate da una organizzazione che in due anni ha portato in Italia almeno 4000 chilogrammi di sostanze stupefacenti. Il fascicolo che viene consegnato al giudice istruttore Carlo Palermo contiene circa trenta pagine comprendenti un rapporto della polizia e un grafico raffigurante quasi tutti i paesi del mondo. Al centro: Trento collegata alla Sicilia. Ben presto le indagini, svolte in contemporanea con quelle del giudice Giovanni Falcone che avevano smascherato le raffinerie di Trabia e Carini fornite dalla stessa organizzazione trentina, portano in Austria, in Germania, in Svizzera, in Jugoslavia, in Turchia, in Bulgaria e ancora all’individuazione di traffici occulti di armi e petrolio tra il nostro paese e la Libia e al collegamento tra i servizi segreti italiani, americani e orientali nella compravendita di armamenti. Nel 1983 le indagini condotte da Palermo sulle connessioni tra i nostri servizi di sicurezza e l’attentato al Papa approdano a documenti riguardanti Bettino Craxi, da poco presidente del Consiglio, in rapporto a forniture militari all’Argentina in cambio dell’appalto per i lavori della metropolitana di Buenos Aires. E’ del giugno del 1984 la richiesta del giudice trentino di aprire un processo contro lo stesso Craxi ed altri ministri ed esponenti del Psi (vedi ad es. Lagorio, De Michelis, Pillitteri, Mach di Palmstein, Rezzonico, Larini). Il successivo 20 novembre le Sezioni Unite della Cassazione, accusando il giudice Palermo ed alcuni colleghi che avevano pubblicamente espresso solidarietà nei suoi confronti di non essere più “attendibili” ed “imparziali”, spostano a Venezia tutte le inchieste condotte dallo stesso Palermo: tre anni di intenso lavoro racchiuso in oltre trecentomila carte processuali. Il 17 febbraio del 1985, su sua specifica richiesta, il giudice prende servizio presso la Procura della Repubblica di Trapani e il suo primo atto in quella sede è la trasmissione di documenti riguardanti la fornitura alla Libia di tre containers contenenti materiale elettronico rigenerato collegati a tale Antony Gabriel Tannoury, un libanese residente a Parigi considerato il braccio destro di Gheddafi. Anche lui inserito nella stessa inchiesta di Trento nella quale figura Bettino Craxi. Il 2 aprile di quell’anno, mentre la Commissione inquirente è chiamata a decidere sulla richiesta di archiviazione della denuncia mossa al Presidente del Consiglio, a Pizzolungo un’autobomba destinata al giudice Palermo uccide due gemellini di sei anni e la loro madre. Circa un mese più tardi viene scoperto ad Alcamo, in provincia di Trapani, il più grande laboratorio di morfina base d’Europa, appartenente a Cosa Nostra e rifornito sempre dalla stessa organizzazione operante a Trento. Nel 1986, poco dopo il trasferimento del giudice Palermo a Roma (come funzionario del Ministero di Grazia a Giustizia), viene scoperta a Trapani, nascosta dietro la facciata del Centro studi “Scontrino”, una serie di logge massoniche coperte. Sede di incontri tra massoni, templari, politici, mafiosi – tra cui quelli indiziati di aver partecipato all’attentato di Pizzolungo – e dell’Associazione musulmani d’Italia presieduta dal sostituto in Sicilia di Gheddafi. Solo nel 1992, l’anno dell’assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con l’arresto di Mario Chiesa che da il via agli scandali di “Mani Pulite” vengono confermate le teorie formulate nell’inchiesta di Trento in merito al caso Craxi. Nel dicembre dello stesso anno Carlo Palermo, in qualità di deputato de “La Rete”, presenta insieme a tutti i componenti del movimento un’interrogazione parlamentare riferita a vari quesiti emersi nel corso delle indagini di Trento e Trapani. Tra questi il caso Calvi, la P2, lo scandalo della Bcci (Banca di Credito e Commercio Internazionale) e i suoi collegamenti con la svizzera Ubs e altri importanti istituti bancari, le collusioni tra la mafia siciliana e quella pachistana, le forniture militari all’Iraq, la causa delle uccisioni di Falcone e Borsellino, l’attentato al Papa. La reazione dell’allora ministro Martelli è durissima in particolare per le richieste di chiarimenti relative al Conto Protezione.craxi-bettino-2 Ma l’arresto, avvenuto pochi giorni dopo, del socialista Silvano Larini successivamente alle sue ammissioni proprio su tale argomento lo spingeranno alle dimissioni. “D’un colpo – spiega il giudice Palermo nel suo libro Il quarto livello - quei misteri che si erano accumulati per tanti anni – che in vario modo riguardavano personaggi diversi, da Fiorini a Gelli, da Larini a Craxi – andavano chiarendosi. Anche se si intuiva che altri ne sarebbero rimasti, e forse quelli più oscuri, che riguardavano l’impiego dei fondi occulti, dei proventi dei vari traffici, di quelle ingentissime somme, cioè, che, in modi talvolta rocamboleschi, dopo infiniti giri, potevano rimanere depositati su conti bancari di qualche istituto più o meno sconosciuto, per venire impiegati al momento opportuno da ignoti utilizzatori.” L’occasione per meglio comprendere alcuni di tali e tanti misteri irrisolti si presenta al giudice Palermo a Washington, nel corso di alcuni incontri politici con deputati e senatori del Congresso statunitense. Siamo nell’ottobre del 1993 quando un ufficiale di collegamento, stretto collaboratore di un congressista del Partito Repubblicano, chiede di parlare con lui.

L’appuntamento
“L’incontro è cordiale e, da parte sua, accuratamente preparato. Conosce l’italiano e ...  le indagini di cui mi sono occupato in passato. Conosce anche i miei “chiodi fissi”, specialmente quelli relativi alla Bcci, la Banca di Credito e Commercio Internazionale, la Kriminal bank. Mi consegna alcune relazioni segrete redatte su carta intestata ad una certa Task Force on Terrorism & Unconventional Warfare. Anche se scritte in inglese, non mi è difficile, scorrendone il testo (un centinaio di pagine), apprezzarne il contenuto: descrivono i traffici internazionali di stupefacenti ed armi ed il ruolo svolto dall’integralismo islamico, in particolare attraverso la Bcci. Contengono riferimenti precisi su fatti ed episodi degli ultimi dieci anni. L’ultima di queste relazioni è datata 13 luglio 1993. E’ composta da una trentina di pagine. Ricca di nomi è dedicata ai più recenti legami della mafia italiana con quella russa, sino alle stragi di Roma e Firenze di quest’estate! E’ la stessa “pista” su cui mi ero imbattuto dieci anni fa. Allora, come giudice, ero stato fermato da politici e dalla mafia, mentre si verificava una quasi incredibile sovrapposizione di indagini: da una parte, sui legami politici ed economici del Psi a livello interno ed internazionale; dall’altra, sulla mafia, sui commerci di armi, sui servizi segreti, su Gheddafi e sulla Bcci. Nel lontano 1983, in un rapporto della Finanza di Milano, erano stati descritti i ruoli svolti da questo istituto bancario. Erano delineati alcuni elementi di contatto con i ‘nostri’ misteri, quello della P2, dell’Ambrosiano, dell’attentato al Papa, della morte di Calvi, del Supersismi. Tutto risultava collegato ai commerci internazionali di armi, al terrorismo e al ruolo svolto dai servizi segreti americani. Questi ultimi venivano indicati come gli occulti direttori e controllori del nostro paese, considerato territorio in stato di guerra permanente in relazione al conflitto sotterraneo con il comunismo e l’Unione Sovietica.  Oggi, dopo dieci anni, e pur non essendo più un giudice, vengo, per motivi che ignoro, “scelto” per entrare in possesso di delicati documenti. Mi si forniscono importanti indicazioni, tratte da fonti completamente diverse da quelle notoriamente conosciute, utili a comprendere misteri del passato e connivenze del presente: sino alle attuali stragi italiane. Ricorrono sempre le forniture di armamenti attraverso organizzazioni islamiche: le più recenti provengono direttamente dagli arsenali ex sovietici. Mi sembra quasi impossibile: tra Mosca e Washington chiudo un cerchio. E’ come un gioco, in cui non mi è dato di conoscere chi muove gli impercettibili fili e quale sia l’obbiettivo finale”.

Trapani, Falcone e gli americani
Nel 1989 il giudice Giovanni Falcone stava investigando sul Centro Scorpione, creato dalla VII divisione del Sismi (la stessa da cui dipendeva "Gladio") collegata a Craxi; quando venne trovata la dinamite sugli scogli dell’Addaura  il magistrato si stava occupando di connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani. E, spiega Carlo Palermo nel suo libro “Il giudice”, dall’esame degli incontri che Falcone ha avuto in America “potrebbe emergere la traccia dei mandanti occulti dell’attentato (di Capaci ndr.)… forse su coloro che, nel ’92, dall’esterno, avrebbero potuto avere interesse a ‘confondere’ le acque in Italia in un delicato momento vissuto dal nostro paese: quello del passaggio alla seconda Repubblica. Con quell’attentato, si sarebbe eliminato il ‘testimone’ della prima Repubblica… colui che avrebbe potuto, pericolosamente, comprendere e decifrare fatti decisivi dei mutamenti in atto. In questo passaggio, forse, alcuni personaggi della prima Repubblica avrebbero dovuto essere bruciati, ‘scaricati’ dagli americani. Nello stesso tempo, l’esecuzione militare siciliana dell’attentato, avrebbe dirottato sulla mafia ogni responsabilità ed ogni reazione investigativa. Avrebbe annullato ogni possibilità di scoprire le più occulte chiavi di lettura, più difficili da individuare, ma forse più reali”.

Il “gioco grande”
Seguendo le indagini di Carlo Palermo viene da chiedersi se nei primi cinquant’anni della nostra Repubblica non abbiano secret-service-agent-effgovernato in Italia componenti americane e, se così fosse, chi le avrebbe dirette. “Qualcuno probabilmente risponderebbe: il presidente degli Stati Uniti – scrive il giudice -. Sarebbe una risposta sciocca e superficiale. A chi in America gli poneva la stessa domanda William Cloen Skousen, professore della Brigham Young University rispondeva: chi comanda realmente è il Council on Foreign Relations (Cfr), il Consiglio per le relazioni internazionali, una associazione costituita a Parigi nel lontano 1919 da Edward Mandell House (il ‘colonnello’ House), un influente uomo d’affari texano, eminenza grigia che accompagnò il presidente Wilson alla Conferenza per la pace, quando nella capitale francese le nazioni vincitrici del primo conflitto mondiale si spartivano il globo. Oggi, questa associazione ha il suo quartier generale ad Harold Pratt House, in un edificio donato dai Rockefeller, sull’elegante Park Avenue: è qui che vengono ‘formati’ i funzionari e i consiglieri governativi degli Stati Uniti, come Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski, per citare i più noti. Il Cfr è la filiazione di una società segreta che, affondando le proprie radici nell’Inghilterra vittoriana e nei gruppi della Round Table, si propone di indirizzare la politica estera del governo statunitense nel senso di una affermazione planetaria della razza anglosassone”. E’ solo un’ipotesi, un’analisi che non pretende di ergersi a verità assoluta ma che è sicuramente supportata, come in parte abbiamo visto, da vari elementi concreti. Mafia, terrorismo, massoneria, integralismo islamico (e bin Laden? E l’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono?), servizi segreti, sistemi bancari sembrano essere soltanto le pedine di quel gioco grande di cui parlava Falcone per mano del quale lo stesso Falcone, e chiunque ne abbia compreso le regole, è stato eliminato. “Per quanto mi riguarda – conclude Carlo Palermo – ho sempre preferito non pensare in termini fisici ai mostri che un giorno pigiarono un tasto per eseguire una sentenza di morte. E tantomeno a chi la pronunciò e a chi vi concorse. Mi sono sempre rifugiato in immagini confuse di corpi senza volto, di fantasmi che vorrei dimenticare. Anche se, purtroppo, queste ombre continuano a inseguirmi, pronte a materializzarsi di nuovo all’improvviso, ricordandomi che vale comunque la pena di continuare a cercare… forse per scrivere un altro capitolo di questa storia senza fine… forse solo per tentare di comprendere perché, a Pizzolungo, quel 2 aprile, giorno del mio attentato, morirono dilaniati due gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore Asta, e la loro madre, Barbara. Il padre, Nunzio, morì d’infarto qualche tempo dopo. Il caposcorta, Raffaele Di Mercurio, di quarant’anni, morì due anni fa, anche lui d’infarto. Il mio autista Rosario Maggio e agli altri due agenti di scorta, Antonio Ruggirello e Salvatore La Porta, lasciarono il servizio per le lesioni riportate. Io non sono più un giudice”.

* Da una rielaborazione de “Oltre il quarto livello”

Bibliografia: “Il quarto livello” (Editori Riuniti, 1996) – “Il Papa nel mirino” (Editori Riuniti, 1998) – “Il giudice” (Reverdito ed., 1997) – “L’attentato” (Publiprint ed., 1993).

 

 

Foto da ibs.it

Articolo del 26 Marzo 2015 da ilfattoquotidiano.it

Salvatore e Giuseppe, bambini uccisi dalla mafia: la vittima doveva essere Carlo Palermo. La storia in un libro

di Valeria Gandus

Era il 2 aprile 1985 e i due gemelli stavano andando a scuola con la mamma, la giovane Barbara Rizzo: una bomba e di loro non è rimasto più nulla. L'attentato avrebbe dovuto colpire il Sostituto procuratore della Repubblica appena trasferito a Trapani. In 'Sola con te in un futuro aprile' Margherita Asta, sorella miracolosamente scampata alla strage, racconta il suo progressivo e doloroso avvicinamento alla verità di questo dramma

Salvatore era biondo, riccioluto e pestifero; Giuseppe moro, testardo e puntiglioso. Erano gemelli e avevano sei anni. La loro mamma, Barbara Rizzo, era bella come tutte le mamme. E giovane, 31 anni appena. Quella mattina del 2 aprile 1985 uscirono dalla loro casa di Pizzolungo, non lontano da Trapani, per andare a scuola, accompagnati in auto dalla mamma. Tre chilometri e pochi minuti dopo, di loro tre non restava quasi più nulla: una bomba, fatta esplodere da un’automobile parcheggiata lungo la strada, aveva disintegrato i loro corpi e la loro famiglia. Quella bomba non era destinata ai tre ignari passeggeri ma all’uomo che in quell’istante viaggiava sull’auto che, al momento dello scoppio, li stava superando: Carlo Palermo, Sostituto Procuratore della Repubblica appena trasferito a Trapani da Trento, dove aveva condotto un’indagine difficile e scomoda su traffico d’armi e droga arrivata a toccare poteri forti (servizi segreti, loggia P2) e a lambire Bettino Craxi. Che aveva chiesto (e ottenuto) la sua estromissione dall’inchiesta.

Ora Palermo è sulle tracce di una grande raffineria di droga nel trapanese, e per quello deve morire. Invece, Carlo Palermo miracolosamente si salva. E alla morte sfugge, per caso, anche Margherita, l’altra figlia di Barbara, 11 anni, che quella fatale mattina ha preso un passaggio per la scuola dalla mamma di una compagna. Due vite salvate, ma irrimediabilmente segnate dall’evento. Due vite che si sono rincorse e scansate per decenni: la ragazzina, poi giovane donna, che inizialmente odia l’uomo nel quale vede la causa della distruzione della sua famiglia. Il magistrato che sopravviva a stento, ferito nel corpo e nell’anima, con un insopportabile senso di colpa per la tragedia che ha involontariamente causato. Lei che cerca invano di incontrarlo. Lui che non ce la fa ad affrontarla.

La storia di quella ragazzina e di quell’uomo sono raccontate oggi in un libro, Sola con te in un futuro aprile (Fandango) scritto da Margherita Asta con Michela Gargiulo. Un mémoir in prima persona dove uno dei due protagonisti, Margherita, ricostruisce il suo progressivo e doloroso avvicinamento alla verità di questo doppio dramma. E insieme racconta e omaggia il co-protgonista Palermo: non più odiato ma, al contrario, celebrato come l’acuto investigatore che fin dalle sue prime indagini trentine aveva intuito i legami fra criminalità e politica. Una verità suggerita dalla sentenza finale per la strage di Pizzolungo dove si legge: “L’attentato diretto contro il dottor Carlo Palermo costituisce l’ennesima azione terroristica di Cosa nostra contro un magistrato che osava sfidarla così come aveva sfidato in precedenza i poteri forti, subendone pesanti ritorsioni. Non è escluso che con la soppressione di Carlo Palermo il vertice siciliano di Cosa nostra pensasse di rendere un favore non solo a se stesso”.

Il libro è il racconto di una ragazza determinata e di un uomo (lasciato) solo. Ma anche la cronaca ragionata di vent’anni di mafia: attentati e processi, morti eccellenti (Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Mauro Rostagno), maxi processi, sentenze non sempre esemplari. Nomi di mafiosi che ricorrono da una strage all’altra, da un processo all’altro. Alcuni catturati (Totò Riina), altri pentiti (Giovanni Brusca). Tutti, in qualche modo, collegati a quella lontana strage e a quel giudice scomodo. Anzi, ex giudice, perché dopo un breve e difficile periodo al Ministero della Giustizia, Carlo Palermo lasciò la magistratura. Margherita, che da anni collabora con l’associazione Libera, grazie a Don Luigi Ciotti è riuscita finalmente a incontrarlo solo pochi anni fa, a Trento. E l’ha ritrovato inaspettatamente al suo fianco a Trapani a una manifestazione contro la realizzazione di uno stabilimento balneare nel luogo della strage. “Quando arriva il momento del silenzio per onorare il vostro ricordo” scrive Margherita rivolgendosi idealmente ai suoi cari “sento una mano che cerca la mia. Nell’istante esatto in cui torno bambina a cercare mia madre, dentro quelle stanze piene di gente, questa volta ho trovato la mano del giudice Carlo Palermo”. Lui stretto nel suo impermeabile e lo sguardo triste, lei con gli occhiali da sole per nascondere le lacrime. “Un pezzo che ritorna al suo posto dopo tanto tempo”.

 

 

 

 

 

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