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25 Novembre 1985 Palermo. Persero la vita Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, alunni del Liceo Meli, falciati da una macchina della scorta dei magistrati Borsellino e Guarnotta, mentre attendevano l’autobus in via Libertà. 23 furono i feriti. PDF Stampa

Si ringrazia per le foto Giovanni Perna di Dedicato alle Vittime delle mafie

Articolo di La Stampa del 26 Novembre 1985

Auto falcia la folla un morto e 23 feriti

PALERMO — Un'auto dei carabinieri di scorta all'«Alfetta» blindata con il giudice istruttore Paolo Borsellino, uno del più impegnati nella lotta alla mafia, ha falciato la folla che attendeva ad una fermata di autobus nel centro di Palermo. Una tragedia incredibile: uno studente di 15 anni, Biagio Siciliano, di Capaci (Palermo), è morto poco dopo il ricovero in ospedale; ventitre i feriti, due dei quali in condizioni disperate: Maria Milella, 16 anni, figlia di un questore, e Calogero Geraci, di 15, pure studenti all'uscita dalle lezioni. Tra i feriti, tre sono militari che si trovavano a bordo dell'autopattuglia scontratasi con un'auto, rimbalzata su un'altra macchina, in attesa ad un semaforo e infine schizzata su una cinquantina di persone che, inermi, attendevano l'autobus. L'incidente è accaduto alle 13,35 tra via Libertà e piazza Croci. Al panico e al terrore — c'era chi parlava anche di dieci morti — mentre affluivano le prime ambulanze e i primi mezzi di polizia e carabinieri, per qualche attimo è subentrata la rabbia. Alcuni compagni dei ragazzi feriti, spalleggiati da passanti, hanno inveito contro i tutori dell'ordine. C'è stato qualche isolato grido di 'assassini' ma subito è prevalso il senso della ragione e la vicenda è rientrata nei suoi logici contorni. I ragazzi, assieme a docenti e bidelli del liceo classico Meli, erano usciti da appena tre-quattro minuti e avevano attraversato via Libertà per attendere l'autobus alla fermata. Nelle ore di punta, che coincidono con l'entrata e l'uscita dagli uffici, le sirene delle auto blindate e delle vetture delle scorte attirano l'attenzione un po' di tutti e a volte provocano qualche polemica da parte di cittadini che gradirebbero più calma. Tra le prime reazioni quella del sindaco, prof. Luca Orlando Cassio: "E' un fatto tragico, che colpisce tutta la città". Il procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno, accorso anch'egli, ha detto: "il primo ad essere profondamente addolorato sono io, come magistrato, come uomo e come padre di famiglia. Bisogna comprendere che anche noi giudici sottoposti a particolari condizioni di sicurezza, a cominciare da me che sono succeduto ad un giudice ucciso, preferiremmo tornare a vivere in condizioni di serenità. Ma qui c'è gente come me che rischia la vita ogni giorno per fare interamente il proprio dovere. Certo, non vorremmo essere prigionieri di auto blindate e scortati. Questo — ha concluso Pajno — non è solo un gravissimo incidente stradale, è anche la testimonianza della violenza di questa città". a. r.

 

 

Articolo da La Repubblica del 4 Dicembre 1985

L' ADDIO DI PALERMO A MARIA GIUDITTA

di Giuseppe Cerasa

PALERMO - Una bara bianca, il coro degli scouts, lo sguardo nel vuoto di magistrati, uomini politici, alti gradi di polizia, carabinieri e finanza. E poi la commozione di centinaia di studenti del liceo classico "Meli" stretti attorno a Carlo e Francesca Milella, i genitori di Maria Giuditta, la ragazza di 17 anni travolta una settimana fa da un' Alfetta dei carabinieri e morta domenica notte all' ospedale civico senza mai aver ripreso conoscenza. Più di mille persone hanno assistito ai funerali nella piccola chiesa di Maria Santissima della Misericordia, in via Liguria, zona residenziale nord della città, a due passi da viale Lazio. In prima fila, senza più lacrime, il questore Carlo Milella, da qualche mese in servizio presso il ministero degli Interni. Il padre di Maria Giuditta il 25 novembre scorso era a Palermo, si trovava proprio nei pressi del liceo "Meli" quando l' auto che guidava la scorta ai giudici istruttori Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta, dopo aver urtato contro una Fiat Uno, finiva addosso a decine di studenti in attesa alla fermata degli autobus. "Ho pensato subito a mia figlia e lo stomaco mi si è rivoltato", dirà il padre di Maria Giuditta, tra i primi a giungere sul luogo della tragedia. Le condizioni della ragazza erano apparse immediatamente disperate: coma profondo, edema cerebrale gravissimo, elettroencefalogramma piatto. Si sperava comunque di sottrarla alla morte, di non aggiungere un altro nome a quello di Biagio Siciliano, il giovane studente di 14 anni, morto sul colpo, stritolato dall' Alfetta dei carabinieri. E invece Maria Giuditta non ce l' ha fatta. Ieri nella chiesa della Misericordia c'era uno spaccato di quella Palermo che avrebbe fatto a meno di celebrare quest' altro rito funebre: dal procuratore generale Ugo Viola ai magistrati dell' ufficio istruzione impegnati in prima linea nella lotta alla mafia, dal sindaco di Palermo, Orlando, al questore Jovine, agli studenti del liceo "Meli", ai giovani mobilitati nella marcia per il lavoro che in un loro comunicato hanno scritto: "Maria Giuditta è un pezzo della vita di tutti noi che si perde nel vuoto di una morte assurda. Vogliamo ricordarla oggi e nel suo nome desiderare una vita migliore. In un giorno come questo è difficile manifestare con vivacità e rabbia il nostro impegno per il diritto al lavoro. Per questo ci ritroveremo tutti insieme, ognuno con un fiore. E sfileremo in silenzio".

 

 

Articolo da livesicilia.it del 25 novembre 2010

Il 25 novembre dei ragazzi di scuola

di Roberto Puglisi

Biagio Siciliano e Giuditta Milella morirono il 25 novembre dell’ottantacinque. Morirono in un giorno d’autunno travestito da primavera. In effetti non ho memoria del clima preciso. E’ che quando ripenso agli anni della scuola li ricordo tutti punteggiati di sole.
Quel venticinque novembre, a Palermo, una macchina di scorta che accompagnava i giudici Guarnotta e Borsellino, guidata dal carabiniere Cosimo Damiano Capacchione, piombò sulla fermata del liceo Meli a piazza Croci, sui ragazzi assiepati in attesa dell’autobus alla fine delle lezioni. Due studenti furono sfortunati.  Biagio Siciliano morì subito. Giuditta Milella spirò dopo settimane di agonia. Io, orgoglioso alunno del classico, tornai a casa a piedi, ignaro. Appena arrivato, vidi mio padre che trafficava con la macchina nel parcheggio sotto casa. Ai piedi aveva ancora le pantofole. Mio padre era professore nella mia stessa scuola, costretto a letto dalla febbre in quel 25 novembre. Il dettaglio inconsueto delle pantofole in un uomo tanto presente a se stesso mi suggerì un sentimento di catastrofe poi confermato dai fatti.

Lo so. L’ho raccontata altre mille volte questa storia, fino alla nausea, e sempre in prima persona, contro ogni buona creanza giornalistica. Ci ho scritto pure un libro. Ma che posso farci? Mi accompagna senza tregua, con un sentimento strano: felicità delle mattine soleggiate di scuola e dolore per la tragedia. Così la scrivo e la riscrivo, sperando di scorgere un po’ di chiarore, di capirne la dannazione, di abbracciarne – se c’è – la dolcezza.

Ma forse è una storia che riguarda i ragazzi di oggi. Il 25 novembre del 1985 la mia generazione si trovò a fare i conti con la sua misura estrema, non solo i ragazzi del Meli. Scoprimmo una cosa strana chiamata morte, per esperienza diretta, nel bel mezzo delle cotte, delle poesie e dei sogni.  Nel bel mezzo, cioè, di una cosa strana chiamata vita che ritenevamo eterna e infrangibile. Scoprimmo che, in ogni modo, il tempo passa e ci conduce all’epilogo e che una piccola  goccia di sguardo e di respiro ha un valore, perciò, inestimabile.

Non sappiamo se i ragazzi che stamattina  protesteranno a Palermo per la scuola abbiano avuto mai modo, singolarmente, in gruppo, per i casi delle vita, per certe penetranti letture, di raggiungere la nostra stessa consapevolezza di allora. Se è così, la loro ribellione sarà matura, buona  e profonda. Sarà un modo interiore di crescere. Altrimenti sarà tempo smarrito, perché il tempo a quell’età somiglia all’acqua che puoi buttare per strada, tanto ce n’è ancora. E invece, un minuto dopo, c’è il deserto.
Dice, ma che c’entra? C’entra, c’entra. Una generazione che accoglie la regola principale del tramonto di tutte le cose è meno portata a sprecare i suoi talenti, le sue battaglie, i suoi percorsi. Possiamo solo augurare ai contemporanei ragazzi di scuola la lucidità sul punto. Se la colgono hanno compreso tutto e le scelte saranno sempre stoffa di un vestito buono.

Noi vecchi ragazzi del Meli ci siamo sforzati, crescendo,  di imparare la dura lezione del 25 novembre. Non abbiamo tirato le nostre monete in aria. Le abbiamo spese  in amore, prendendoci e sbagliando. Il peccato mortale è altro, non è mica la morte. La noia ti uccide quando non sei più capace di far fruttare il metallo dei giorni, sia esso oro o piombo. Quando ti ostini a tenerlo in tasca, pensando che sarà sempre primavera.

 

 

Articolo da www.livesicilia.it del 25 novembre 2009

Il gatto di Biagio (tratto dal libro “25 novembre 1985″ di Roberto Puglisi, ed Promopress)

Maria Stella Siciliano apre con un sorriso la porta della sua casa di Capaci. Ho avuto l’appuntamento grazie a Vincenzo, fratello di Biagio. “Entri prego, quando qualcuno mi parla di mio figlio è come se lo facesse vivere un’ altra volta” .

C’è un altro fratello di Biagio Siciliano nel soggiorno. Ci sono ragazzi e ragazze.

Sono qui per curiosità. ”Non conoscono la storia – dice Maria Stella – e vogliono sentirla raccontare. Mio figlio Biagio e Giuditta sono stati dimenticati. Biagio era un ragazzino troppo maturo per la sua età. Vincenzo lo ricorda come un padre. Era sempre attento ai suoi fratelli più piccoli, mi diceva: mamma, stai attenta, perché quello rischia di perdersi… Amava tutti”.

Biagio che amava tutti adesso è qui, dentro una foto ingiallita appesa al muro. La stessa espressione grande e un po’ smarrita del primo giorno di scuola, quando aveva sbagliato classe. Biagio che amava tutti amava anche gli animali, come Giuditta.

Maria Stella ricorda la storia di un cane che stava per affogare. Quel cucciolo, caduto dentro un fosso, fu salvato e rifocillato da quel ragazzino con gli occhi grandi e seri.

Biagio amava suo padre Nicola, ma da lontano. ”Era un rapporto difficile – dice Maria Stella -. Mio marito era un uomo dal sangue caldo. Biagio invece era riflessivo. E quando Nicola tornava nervoso dal lavoro mi diceva sempre: mamma, devi capirlo, la vita in fabbrica non è facile per nessuno”.

Biagio avrebbe voluto fare il veterinario: aveva un gatto. Si chiamava Raimondo. Erano compagni inseparabili.

“Tra me e Biagio c’era un’intesa perfetta – racconta Maria Stella -. Ci capivamo al volo. Quella mattina di novembre era nervoso, inquieto. Gli ho detto: dammi un bacio. Lui mi ha guardato, e mi ha detto: quando tornerò”.

E’ la mattina del 25 novembre 1985, lunedì. Maria Stella aspetta il ritorno dei figli da scuola. Nicola è in fabbrica. Biagio prende la corriera ogni giorno, alla fermata di via Libertà, davanti al “Meli”. Maria Stella sbriga le faccende di casa. All’una e mezza dà un’occhiata all’orologio della cucina e si accorge che si è fermato. “Dopo un po’ ha bussato il maresciallo dei carabinieri di Capaci. Mi ha detto che era successo qualcosa a scuola di Biagio. E’ stato gentile, io però ho cominciato ad avere paura. Ho chiamato mio marito”

Nicola Siciliano corre. “Siamo andati subito a Palermo – continua Maria Stella – e non ho capito più niente”. È un calvario. La corsa comincia in ospedale e finisce all’obitorio. Nella camera mortuaria Nicola urla: “Dio, ridammi mio figlio! Ridammelo!”. Maria Stella non parla. Fissa il corpo di Biagio. Poi, sente il peso di due occhi puntati addosso. Si volta e guarda un uomo che la scruta. “Non lo conoscevo. Scoprirò dopo che era il giudice Paolo Borsellino”.

“La morte di Biagio ha dato tanto a molti – dice adesso sua madre -. Ho ricevuto lettere pure dall’America. Solo la scuola l’ha dimenticato, non fanno più la Messa. E hanno dimenticato Giuditta. Gli studenti del Meli non sanno nulla di quel 25 novembre. Mi ha aiutato la fede, Gesù mi ha tenuto la mano sul cuore e mi ha dato il coraggio di andare avanti. Quella mattina ho seguito Biagio con gli occhi dal balcone, fino a quando l’ho visto sparire dietro l’angolo”. Tra quel ragazzo fragile e sua madre è rimasto il desiderio di un bacio mai dato.

Maria Stella ora si alza, va in un’altra stanza e torna con un incartamento.

“Ecco, questo era di mio marito”. È un diario fatto di fogli di giornale. Una carpetta in cui sono raccolti cronologicamente tutti gli articoli che riguardano l’incidente. E’ il testamento di Nicola Siciliano che ha arricchito quei fogli con annotazioni e appunti personali. “Prego, lo prenda. Poi me lo darà indietro”.

Nicola Siciliano è morto. Quel “mio Dio, ridammelo!” urlato nell’obitorio gli ha consumato anima e corpo.

Lo stesso destino ha preso il gatto Raimondo che, come il suo amico Biagio, un giorno si è allontanato dalla vita, ma in silenzio, a passi felpati. E, proprio come è successo per Biagio, non c’è stato nemmeno il tempo di dirsi addio.

 

 

 

 

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