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2 Ottobre 2008 Patti (ME). Si suicida Adolfo Parmaliana. Suicidio per mafia ma non solo. PDF Stampa

Articolo del 23 ottobre 2008  da  espresso.repubblica.it

Dossier suicidio

di Riccardo Bocca

Magistrati. Politici. Affaristi. In un rapporto dei carabinieri gli intrecci tra potere e mafia nel messinese. Come quelli denunciati dal professore che si è tolto la vita un mese fa.

La lettera è datata primo ottobre 2008, ma i carabinieri l'hanno trovata il giorno dopo. In mattinata, il docente universitario di Chimica industriale si era buttato da un viadotto dell'autostrada Messina-Palermo. Trentacinque metri nel vuoto, accompagnati da parole che spalancano scenari angoscianti: "La magistratura barcellonese e messinese", scrive Adolfo Parmaliana, "vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi (...) perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati".

E' sconvolto, il professore, dopo il rinvio a giudizio per l'accusa di diffamazione presentata da Domenico Munafò, ex vicesindaco e attuale presidente del consiglio comunale di Terme Vigliatore, paesino di 7 mila anime in provincia di Messina (il cui Comune è stato sciolto per mafia nel dicembre 2005, grazie anche alle denunce di Parmaliana). "Chiedete all'avvocato Mariella Cicero, le ragioni del mio gesto", scrive prima di uccidersi, "chiedetelo al senatore Beppe Lumia, all'avvocato Fabio Repici e al maggiore Cristaldi". Nomi per lui cruciali. Soprattutto quest'ultimo, sconosciuto ai più ma essenziale nella lotta alla criminalità messinese. Proprio Domenico Cristaldi, carabiniere di Barcellona Pozzo di Gotto, ha infatti concluso nel luglio 2005 con la sua squadra un'allarmante informativa. Titolo: 'Tsunami'. Il quadro patologico di come magistratura e politici, affaristi e mafiosi hanno distrutto legalità e territorio.

"Per anni il comune di Terme Vigliatore è stato amministrato da un gruppo di persone che (...) si associano stabilmente al fine di procurare a se stessi, parenti, soci (...) ingiusti vantaggi patrimoniali in danno alla Pubblica amministrazione", premette Cristaldi (allora capitano). Sindaco, in quella fase, è Gennaro Nicolò, ma l'uomo forte secondo i carabinieri è un altro: Bartolo Cipriano, classe 1960, dirigente provinciale della Margherita, capogruppo di maggioranza in consiglio comunale e personaggio in "tentacolare posizione di snodo tra poteri economici 'famelici', poteri politici 'malati' e poteri istituzionali 'deviati'". Agli atti, mentre scrive il capitano Cristaldi, ci sono 33 procedimenti penali a carico di Cipriano. E frequentazioni con soggetti pericolosi: da Francesco Carmelo Salamone, "pregiudicato per associazione a delinquere, droga e altro", a Francesco Giorgianni, "pregiudicato, imputato nel noto procedimento penale Mare Nostrum". Relazioni che lo rendono forte agli occhi di molti, ma diventano ingombranti quando a Terme Vigliatore si insedia (11 aprile 2005) la Commissione prefettizia, che deciderà se sciogliere il Comune per mafia. Il telefono di Cipriano viene puntualmente intercettato, ma serve a poco. I carabinieri ascoltano episodi marginali: la richiesta di una raccomandazione, la telefonata di un tale che "chiede di mediare, al Comune, per accelerare il pagamento di due fatture". Sciocchezze, in confronto al "numero eccezionale di irregolarità scoperte e segnalate" dagli inquirenti.

Il perché è semplice: Cipriano sa di essere intercettato, scrive il capitano Cristaldi. E si sarebbe alleato, per sviare gli inquirenti, con Santi Pino: luogotenente della Guardia di Finanza, allora in servizio alla polizia giudiziaria di Barcellona Pozzo di Gotto. Pino, ad esempio, invita Cipriano ad alzare il volume della radio mentre parlano in macchina (chiedendosi, scrive Cristaldi, "dove possa essere stata installata - verosimilmente - la microspia"). E sempre Pino, spiega l'informativa 'Tsunami', "intrattiene intensi rapporti di frequentazione, nonché contatti telefonici" con il sostituto procuratore Olindo Canali, operativo a Barcellona Pozzo di Gotto. Proprio dove il professor Parmaliana presentava le denunce.

La cosa è sgradevole, per un rappresentante delle istituzioni. Pino, infatti, "opera in condizioni di virtuoso equilibrismo tra gli ambienti giudiziari e quelli politici, imprenditoriali e mafiosi", scrive Cristaldi. Gli investigatori indicano una "mole impressionante di contatti con persone 'controindicate'". Come il medico Salvatore Rugolo, figlio dell'ex "capo indiscusso della mafia barcellonese", cognato del boss Giuseppe Gullotti (al 41 bis perché mandante dell'omicidio del giornalista Beppe Alfano) e sospettato di "avere preso le redini della 'famiglia'" . O come Michele Rotella, titolare di una società che "lavora materiale inerte", con "precedenti e pregiudizi penali" dal falso alla truffa, dalla corruzione alle minacce, dalla violenza privata alla detenzione di materiale esplosivo. Quanto al pm Canali (definito dai carabinieri "personaggio quantomai controverso"), frequenta almeno in un'occasione Rugolo, pranzandoci (assieme a un carabiniere) il 21 gennaio 2005, "in un ristorante di Merì (Messina, ndr)".

__img__Abbastanza perché il pm Canali, e le persone a lui prossime, finiscano nel mirino degli investigatori. La commissione prefettizia, intanto, è in azione a Terme Vigliatore, le intercettazioni danno i primi risultati e la tensione in zona è tanta. Letteralmente, Canali "è fottuto dalla paura", scrive Cristaldi riferendo le parole del pm Andrea De Feis, titolare dell'inchiesta. Anche perché emergono dettagli inediti. Ad esempio, il fatto che nel 1998 il pm Canali avrebbe convocato due capitani dei carabinieri chiedendo "se fossero interessati acché Cipriano divenisse loro confidente". Entrambi avevano rifiutato, visto che Cipriano in quel momento era sindaco, e la funzione pubblica rendeva "inammissibile" il ruolo di "fonte confidenziale". Ma l'episodio non era stato dimenticato.

Forse per questo, o forse perché pensa che "la propria posizione sia già irrimediabilmente compromessa", Canali e gli altri protagonisti dell'informativa 'Tsunami', sprofondano in un "clima di preoccupazione". La mattina del 4 maggio 2005, lo stesso Canali fa "insolitamente incursione all'interno della sala intercettazioni, dove si stanno svolgendo le attività tecniche". Il motivo ufficiale, scrive Cristaldi, è che deve "conferire con il collega De Feis", ma intanto "passa in rassegna con lo sguardo tutti gli operatori presenti". Dopodiché, spiega l'informativa 'Tsunami', De Feis avrebbe riferito ai carabinieri un episodio sconcertante: durante una riunione a cui ha partecipato con il procuratore capo di Barcellona Rocco Sisci, il pm Canali e l'allora sostituto procuratore generale di Messina Franco Cassata, "quest'ultimo, in accordo con Canali, ha più volte manifestato la volontà di 'bloccare' l'informativa del 29 aprile 2005 (su Terme Vigliatore e il resto)". Assicurando, anche, "un intervento nell'ambito dell'Arma dei carabinieri per mezzo di un non meglio precisato colonnello".

A quel punto, scrive Cristaldi, De Feis si sente "scorato e intimidito", ma non ancora sconfitto. Scrive anche, il capitano, che secondo il pm "il contenuto dell'informativa del 29 aprile" avrebbe comportato "certamente per il dottor Canali l'instaurazione a suo carico di un procedimento penale ovvero disciplinare". Di fatto, però, Olindo Canali è ancora sostituto procuratore a Barcellona Pozzo di Gotto. Franco Cassata è diventato procuratore generale di Messina. Bartolo Cipriano, colui che per i carabinieri era al vertice di intrecci oscuri, siede sulla poltrona di sindaco al Comune di Terme Vigliatore (quello sciolto per mafia tre anni fa). Mentre il luogotenente Santi Pino è placidamente andato in pensione. Solo il professor Adolfo Parmaliana, fonte di infinite notizie per gli inquirenti, autore di coraggiose denunce su Terme Vigliatore e dintorni, non c'è più. Tocca al procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, destinatario degli atti sul suicidio del docente, fare in modo che non sia stata una morte inutile. Sul tavolo, ha l'informativa 'Tsunami'.

 

 

 

Tratto dal Blog AdolfoParmaliana.it per non dimenticare

L'ultima lettera

La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati.

Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario.

Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente.

Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.

Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza.

Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottrae ad un massacro ed agli agguati che il sistema sopra indicato vorrebbe tendergli.

Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero la ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al Sen. Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per potervi fare conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.

Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale.

Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.

Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi, di non sconfortarsi, di studiare di qualificarsi, di non arrendersi mai, di no essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d’animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.

Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: Ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i Ns figli ancora con più amore, di essere più brava e più tenace di quanto no lo sia stato io.

Ai miei fratelli, Biagio ed emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, Vi chiedo di assistere con cura ed amore i Ns genitori che ne hanno tanto bisogno.

Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: Vi voglio tanto bene, Vi mando un abbraccio forte, Vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo.

A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.

Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate.

Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici saro sempre grato per la cura e la pazienza manifestatami ogni giorno. Grazie. Quella era la mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l’Università, innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore. I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.

Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.

Mi sento un uomo finito, distrutto.

Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.

Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni ho perso la serenità per scelta di una Magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente.

Questo sistema l’ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.

Un abbraccio forte, forte da un uomo che sino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.

Adolfo Parmaliana

 

 

 

Video su Adolfo Parmaliana : http://www.illume.it/video/240-dedicato-ad-adolfo-parmaliana.html

 

 

">Video youtube

In ricordo di Adolfo Parmaliana

 

 

Foto ed articolo da:  illume.it

Io che da morto vi parlo
Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana

di Alfio Caruso

Ed. Longanesi

Il 2 ottobre 2008 si ammazza in Sicilia Adolfo Parmaliana, cinquantenne professore di chimica industriale all’università di Messina, considerato uno dei massimi esperti internazionali nella ricerca delle nuove fonti di energia rinnovabile. All’impegno accademico Parmaliana ha unito per trent’anni un accanito impegno civile.

Iscritto giovanissimo al Pci, ha difeso le ragioni della legalità, della correttezza, del buongoverno nella sua piccola patria, Terme Vigliatore, un paesino che si trova a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, zona franca dei grandi boss di Cosa Nostra, da Santapaola a Provenzano, fondamentale snodo del Gioco Grande, lì dove confluiscono e s’intrecciano mafia, massoneria, alta finanza, pezzi rilevanti delle Istituzioni. Così il piccolo professore amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi diventa, quasi a sua insaputa, un testimone scomodo da zittire, soprattutto dopo che le sue denunce hanno portato allo scioglimento del Comune di Terme per infiltrazioni mafiose. Emarginato dal suo stesso partito, subisce la vendetta di quel Partito Unico Siciliano che lui per anni ha indicato quale connivente con il peggio della società. Il suicidio, spiegato da una terribile lettera d’accusa alla magistratura locale, appare, allora, l’unico strumento per non darla vinta ai persecutori e riaffermare la superiorità del Bene sul Male.


 

Fonte: adolfoparmaliana.it

Interrogazione del Sen. Giuseppe Lumia sul caso Parmaliana

Senato della Repubblica - XVI Legislatura

69° Seduta (pomeridiana) del 8 Ottobre 2008

Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia

Nella mattina del 2 ottobre 2008 il professore Adolfo Parmaliana, docente ordinario di Chimica industriale all'Università di Messina, cinquantenne, si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto dal viadotto Patti Marina dell'autostrada Messina-Palermo, dopo aver lasciato la propria autovettura sulla corsia d'emergenza; il professor Parmaliana era nato

e viveva a Terme Vigliatore, paese di circa 7.000 abitanti confinante con Barcellona Pozzo di Gotto (Messina); fin da ragazzo il professor Parmaliana aveva dispiegato un appassionato impegno politico, che lo aveva portato negli anni a militare nel Partito comunista italiano e poi, fino a pochi anni fa, ad assumere il ruolo di segretario della locale sezione dei Democratici di sinistra; la militanza politica e civile del professor Parmaliana è stata spesa sempre e coerentemente al servizio della difesa della legalità, della tutela del territorio, della ricerca della giustizia e della lotta contro la criminalità politica e le infiltrazioni della mafia in seno alle istituzioni;

per il suo atteggiamento integerrimo e coraggioso, il professor Parmaliana si è spesso ritrovato isolato a lottare contro poteri forti che condizionano il corretto andamento delle pubbliche amministrazioni e perfino degli organismi di controllo, in primis l'autorità giudiziaria;

in particolare, da molti anni e fino all'ultimo il professor Parmaliana ha lamentato l'inerzia di cui si è sempre resa responsabile la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto a fronte delle denunce che egli aveva nel tempo formulato circa i reati commessi da pubblici amministratori, professionisti e altri personaggi di rilievo di Terme Vigliatore;

delle inerzie degli organi giudiziari competenti il professor Parmaliana investì anche il Consiglio superiore della magistratura, cui inviò un esposto in data 3 dicembre 2001, con il quale rappresentò di aver più volte segnalato alla Procura di Barcellona reati di pubblica amministrazione e cointeressenze mafiose relative alla gestione dell'ente Terme e di avere, preso atto dell'immobilismo della Procura di Barcellona, interessato invano la Procura generale di Messina, nelle persone dell'allora dirigente dell'Ufficio e del sostituto dottor Antonio Franco Cassata, per sollecitare l'avocazione, e riferì altresì che l'avvocato Nello Cassata, figlio del dottor Cassata, aveva ricevuto incarichi professionali tra il 1999 ed il 2000 dal Comune di Terme Vigliatore;

in conseguenza di tale esposto, il professor Parmaliana l'11 marzo 2002 venne audito dalla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura nell'ambito del procedimento per incompatibilità ambientale allora pendente sul dottor Antonio Franco Cassata, poi - a parere dell'interrogante, con decisione errata - purtroppo archiviato, tanto che nella scorsa estate, pur a seguito di altro atto di sindacato ispettivo dell'interrogante (4-00105, Resoconto n. 13 del 4 giugno 2008), è stata deliberata la nomina del dottor Cassata il 29 luglio 2008 quale attuale Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina;

nel corso di quell'audizione al Consiglio superiore della magistratura, il professor Parmaliana ribadì le sue doglianze sulle disfunzioni dell'amministrazione della giustizia nel suo territorio, sulle inerzie della Procura di Barcellona a fronte delle sue documentate denunce, sulle inerzie della Procura generale di Messina a fronte delle sue sollecitazioni all'avocazione delle indagini e, infine, sugli incarichi fiduciari conferiti dall'amministrazione comunale di Terme Vigliatore al figlio del dottor Cassata, avvocato Nello Cassata;

l'infaticabile attività di denuncia del professor Parmaliana sull'illegalità dominante nelle amministrazioni comunali succedutesi nel tempo a Terme Vigliatore trovò comunque positivo riscontro nel decreto del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, del dicembre 2005, con il quale venne disposto lo scioglimento dell'amministrazione comunale di Terme Vigliatore per il condizionamento mafioso accertato dalla commissione prefettizia all'esito, tra l'altro, proprio delle segnalazioni del professor Parmaliana;

come risulta da plurime recenti fonti di stampa, in parallelo con l'inchiesta amministrativa sul Comune di Terme Vigliatore, si svilupparono delle indagini curate dai carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, nel corso delle quali furono rilevate, in un'informativa denominata "Tsunami", insieme a innumerevoli irregolarità amministrative e penali nella gestione del Comune, allarmanti condotte poste in essere, fra l'altro, proprio da due dei magistrati dei quali il professor Parmaliana aveva lamentato inerzie e omissioni, il dottor Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto, ed il dottor Antonio Franco Cassata, attuale Procuratore generale presso la Corte di appello di Messina;

anche in epoca successiva, il professor Parmaliana ha formulato numerose puntuali denunce sulle pesanti irregolarità che continuava a registrare nella gestione della cosa pubblica a Terme Vigliatore;

tuttavia, il professor Parmaliana fino all'ultimo ha continuato a registrare l'immobilismo della Procura di Barcellona;
per converso, da ultimo il professor Parmaliana vide mutare la sua posizione da quella di indefesso ed integerrimo accusatore in quella di accusato;

nel settembre 2008, infatti, gli venne notificato un decreto di citazione a giudizio emesso dalla Procura di Barcellona per il delitto di diffamazione aggravata in danno di tale Domenico Munafò, attuale Presidente del Consiglio comunale di Terme Vigliatore e già vicesindaco nell'amministrazione comunale sciolta per mafia nel 2005;

le imputazioni di quel decreto sono tali e destano tale sgomento che ne è doveroso fare in questa sede una valutazione sostanziale al di fuori del competente ambito giudiziario e senza, quindi, intralciare l'autonomia e l'indipendenza degli organi competenti;

in particolare, con quell'atto la Procura di Barcellona ha addebitato al professor Parmaliana di aver compiuto il delitto di diffamazione con tre successive condotte e precisamente: per aver esultato al decreto del Presidente della Repubblica Ciampi con il quale venne sciolta per mafia l'amministrazione comunale, facendo affiggere nella sua veste di segretario della locale sezione dei Democratici di sinistra un manifesto riportante il seguente testo:

"Il Consiglio Comunale è stato sciolto per ingerenza della criminalità organizzata! Giustizia è stata fatta: la legalità ha vinto! Tanti dovrebbero scappare ... se avessero dignità";

per aver esultato al provvedimento emesso dal Tribunale amministrativo regionale di Catania con il quale era stato rigettato il ricorso presentato da alcuni esponenti dell'amministrazione infiltrata dalla mafia per l'annullamento del decreto di scioglimento del Presidente della Repubblica Ciampi, facendo affiggere nella sua veste di segretario della locale sezione dei Democratici di sinistra un manifesto riportante il seguente testo:

"Rassegnatevi non siete legittimati a rappresentare le istituzioni. Il Tar ha respinto il ricorso proposto da alcuni ex Consiglieri Comunali 'sciolti' e da ex amministratori rimossi dal Presidente della Repubblica. Il Tar ha attestato la necessità e la giustezza del decreto presidenziale. Il ns. Comune è stato oggetto di infiltrazioni della criminalità organizzata. La protervia, l'arroganza, il disprezzo delle leggi e le amicizie politiche non hanno fatto breccia. La legalità continua a vincere";

infine, per un articolo del professor Parmaliana pubblicato sul sito Internet www.imgpress.it, nel quale, tra l'altro, era contenuto il seguente brano: "Sembra che stanti le palesi illegittimità tecniche e procedurali sia stato avviato il procedimento per l'annullamento in autotutela di alcuni piani di lottizzazione che vedono interessati ex amministratori rimossi e consiglieri sciolti sia come progettisti che come titolari dell'iniziativa edilizia. Pertanto qualche ex amministratore rimosso, coinvolto in tali lottizzazioni, ha partecipato all'Autorità Giudiziaria la vicenda biasimando anche la Commissione Straordinaria per non aver rimosso il Funzionario preposto. Sono evidenti l'imperizia e il disagio del tale; perché non ha promosso la rimozione del funzionario quando era in carica? Aveva evidenze di danno per la comunità e non è intervenuto? Perché sollecita la rimozione solo ora?";

l'interrogante non può fare a meno di rilevare, peraltro, che per tale articolo l'imputazione è stata mossa solo al professor Parmaliana e non anche al giornalista responsabile della testata e gestore del sito, che materialmente aveva curato la pubblicazione dello scritto del professor Parmaliana, concorrendo nella divulgazione di esso e concorrendo quindi in ipotesi nell'eventuale reato;

il professor Parmaliana ha vissuto quel decreto di citazione a giudizio non solo come un'infamia ma anche come l'inizio della rappresaglia giudiziaria avviata contro di lui proprio dall'ufficio, la Procura di Barcellona, che era stato oggetto della maggior parte delle sue denunce;

come riportato dalla stampa, il professor Parmaliana, prima di togliersi la vita, ha lasciato in casa uno scritto nel quale ha spiegato le ragioni del suo drammatico gesto, fra le quali ci sarebbe, principalmente, proprio il decreto di citazione a giudizio dal quale era stato raggiunto;

come detto, il professor Parmaliana ha posto in essere il suicidio in territorio di Patti Marina e quindi nel circondario di competenza della Procura di Patti, circostanza che fa credere all'interrogante che egli per il suo gesto si sia scientemente allontanato dal comune di residenza, ricadente nel circondario della Procura di Barcellona, per scongiurare la competenza territoriale di tale ufficio giudiziario;

essendo stato, però, l'ultimo manoscritto del professor Parmaliana sequestrato nella sua casa di Terme Vigliatore, esso è stato immediatamente trasmesso per la convalida del sequestro alla Procura di Barcellona;

così come risulta personalmente all'interrogante, in quell'ufficio il manoscritto del professor Parmaliana è giunto quindi a conoscenza del suddetto dottor Olindo Canali, magistrato di turno alla Procura di Barcellona il giorno 2 ottobre 2008; è con sconcerto, allora, che l'interrogante ha registrato nel pomeriggio del 3 ottobre scorso la comparsa sul sito giornalistico www.imgpress.it (lo stesso sul quale non raramente erano apparsi interventi del professor Parmaliana, ivi compreso quello per il quale era stato imputato) di una nota a firma del dottor Olindo Canali, con la quale lo stesso ha rappresentato ai lettori la propria versione sui suoi rapporti con il professor Parmaliana, affermando, tra l'altro, "ho fatto il possibile come magistrato per andare fino in fondo e cercare di capire le sue denunce" e "mi stimava";

il giorno 5 ottobre il "Giornale di Sicilia" ha pubblicato un articolo sulla morte del professor Parmaliana dal titolo «Barcellona, la Procura sul caso Parmaliana - "Noi non facciamo inchieste sulla mafia"», nel quale sono state riportate le parole dell'attuale Procuratore capo di Barcellona (insediatosi da poco più di un mese e del tutto estraneo alle inerzie giudiziarie lamentate dal professor Parmaliana), che, al riguardo del decreto di citazione a giudizio che aveva colpito il professore, si è detto convinto - spiacevolmente, a parere dell'interrogante - che "il magistrato incaricato di valutare gli elementi a carico del professore, denunciato per diffamazione, abbia operato in massima serenità, prima di chiedere il rinvio a giudizio";

l'immensa e commossa partecipazione popolare al funerale del professor Parmaliana, celebrato il 4 ottobre 2008, costringe l'interrogante a ritenere che i cittadini onesti hanno compreso e, seppure in modo postumo, condiviso le battaglie, le denunce e le valutazioni del professor Parmaliana sul malaffare nella politica locale, sulla complice inerzia praticata dai locali uffici giudiziari e sulla rappresaglia giudiziaria da lui subita,si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo, per quanto di propria specifica competenza, non ritenga che debba essere disciplinarmente valutato il comportamento del dottor Canali, il quale, dopo aver avuto contezza in ragione del suo ruolo di magistrato di turno alla Procura di Barcellona del manoscritto lasciato dal professor Parmaliana (che da quasi un decennio lamentava le gravissime inerzie della Procura di Barcellona e, tra gli altri, personalmente del dottor Canali), ha provveduto a far pubblicare sul sito internet www.imgpress.it, ovvero lo stesso sul quale comparve lo scritto per il quale il professor Parmaliana era stato rinviato a giudizio, una sua nota nella quale quel magistrato ricostruisce a modo proprio il tenore dei suoi rapporti con il professor Parmaliana, come nell'intento di precostituire una personale difesa;

se non ritenga necessaria, improcrastinabile e doverosa l'adozione di attività ispettiva di propria competenza presso la Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, al fine di poter assumere le eventuali necessarie determinazioni in materia disciplinare su tutti i fatti descritti in premessa.

 

 

 

Articolo del 3 Dicembre 2011 dal Corriere della Sera

«Il dossier anonimo era del procuratore» Rinviato a giudizio

di Alfio Sciacca

L' inchiesta Il Pg di Messina accusato di aver diffamato un prof suicida

MESSINA - Accogliendo il pm arrivato da Reggio per indagare sulle calunnie nei confronti del defunto professor Adolfo Parmaliana, il procuratore generale Franco Cassata fu particolarmente cordiale. Tanto da mettere a disposizione del collega il suo ufficio perché potesse comodamente procedere con i testi convocati. E fu così che tra un interrogatorio e l' altro, il pm notò il carteggio all' interno di una vetrinetta. Nella stanza del procuratore generale di Messina c' era proprio quel dossier anonimo sul quale stava indagando. Tra i foglietti persino un appunto a penna con la scritta «da spedire». Insomma, il presunto corvo che ha infangato la memoria del povero Parmaliana potrebbe essere proprio Cassata, che da ieri è formalmente imputato per «diffamazione con l' aggravante dei motivi abietti di vendetta». Forse è la prima volta che un magistrato finisce a processo per aver diffamato un morto. Cassata avrebbe elaborato il dossier di 30 pagine per demolire la credibilità di un personaggio scomodo che aveva denunciato le infiltrazioni mafiose nei palazzi di giustizia messinesi e che, evidentemente, faceva paura anche da morto. Parmaliana, 50 anni, ordinario di chimica a Messina, si suicidò il 2 ottobre 2008 lanciandosi da un ponte. Lasciò una lunga lettera. «La magistratura barcellonese e messinese vorrebbe mettermi alla gogna - scrisse - vorrebbe delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando la mafia e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati... Dovranno provare rimorso per aver ingannato un uomo che ha creduto, sbagliando, nelle istituzioni». Non viene citato Cassata, ma quel nome Parmaliana lo aveva fatto più volte, anche davanti al Csm, parlando di un sistema di potere che avrebbe il suo epicentro a Barcellona Pozzo di Gotto e nel circolo «Corda Fratres». Nel tempo tra i soci ci sono stati faccendieri, mafiosi e pezzi delle istituzioni. Cassata è di Barcellona ed è stato anche presidente del Corda Fratres. Il suicidio di Parmaliana fu dunque un gesto estremo per richiamare l' attenzione dei media su quel grumo di potere. Ne venne fuori anche un libro di Alfio Caruso dal titolo profetico Io che da morto vi parlo . «Con la nomina Cassata - scrive Caruso - diventa tangibile l' egemonia di Barcellona su Messina attraverso il sindaco Buzzanca, il procuratore generale e il politico più influente Domenico Nania. Tutti e tre provengono da Barcellona e dalla Corda Fratres, l' associazione della quale hanno fatto parte anche Pino Gullotti, il capo riconosciuto della famiglia mafiosa, e l' enigmatico Saro Cattafi». Guarda caso il dossier su Parmaliana salta fuori a poche settimane dall' uscita del libro che qualcuno, hanno accertato i pm, avrebbe voluto bloccare. E infatti Caruso è il primo a ricevere l' anonimo nel quale Parmaliana viene accusato di aver preso soldi per consulenze di favore e persino di essere un violento. Una campagna d' odio alla quale reagisce la vedova che presenta querela contro ignoti. Nessuno però poteva immaginare che si arrivasse al procuratore generale. Altro riscontro: uno dei documenti allegati al dossier risulta spedito da una cartoleria di Barcellona e indirizzato al suo fax. Ma anche i pentiti hanno cominciato a fare il nome di Cassata come persona vicina al boss Gullotti e Cattafi. Mentre qualche mese fa il suo ufficio è stato perquisito dai Ros nell' ambito di un' indagine per mafia che coinvolgerebbe magistrati messinesi.

 

 

 


Articolo del 6 Febbraio 2012 da antimafiaduemila.com

Suicidio Parmaliana: inizia il processo per diffamazione a carico del procuratore Franco Cassata

di Fabio Repici

Stamattina, davanti al Giudice di pace di Reggio Calabra, si è aperto il processo sicuramente più stupefacente d’Italia. Imputato è un alto magistrato, il Procuratore generale di Messina, dr. Antonio Franco Cassata, che è chiamato a rispondere di diffamazione pluriaggravata commessa con la diffusione di un dossier anonimo a mezzo del quale venne buttata una mole immonda di fango contro la memoria di Adolfo Parmaliana.

Molti ricorderanno che Adolfo, stimatissimo docente universitario di chimica all’università di Messina, prima di togliersi la vita, aveva lasciato una “ultima lettera” con la quale aveva lanciato la sua denuncia finale contro la “Magistratura barcellonese/messinese”. Proprio quella lettera di Adolfo è stata riportata dalla Procura di Reggio Calabria nel capo d’imputazione addebitato al dr. Cassata, al quale si imputa di aver composto, insieme ad altri, il dossier anonimo per motivi abietti di vendetta contro il testamento mo1rale di Adolfo.

Non si era mai visto in Italia un processo a un alto magistrato per un dossier anonimo ai danni di una persona defunta, per di più con lo scopo di tentare di ostacolare la pubblicazione di un libro. Il volume che si tentò di non far giungere nelle librerie, “Io che da morto vi parlo”, è la biografia di Adolfo Parmaliana e il racconto dettagliato delle sue battaglie spesso solitarie, delle sue sconfitte, della sua morte e delle nefandezze compiute ai suoi danni. Lo scrisse nel 2009 Alfio Caruso e in tanti cercarono di sventarne la pubblicazione. Così, quello iniziato oggi è uno strano processo per una ripugnante diffamazione compiuta col metodo dei peggiori “corvi” ed è anche la storia di come nel 2009, dopo aver provato a infangare la memoria di Adolfo, si tentò pure di praticare una oscena censura alla sua biografia.

Viste le peculiarità del processo, il suo avvio è stato subito anomalo. Infatti, appena dopo l’apertura dell’udienza, il Giudice, Giandomenico Foti (che è anche il capo dell’ufficio del Giudice di pace di Reggio Calabria), ha immediatamente dichiarato di astenersi, in considerazione dei suoi “rapporti di amicizia e di frequentazione personale e familiare” con il dr. Cassata, cioè con l’imputato. Ergo, rinvio a nuovo ruolo in attesa della decisione del Presidente del Tribunale sull’astensione del Giudice e dell’individuazione di un nuovo Giudice. Sperando che non ci siano soverchie difficoltà a trovare a Reggio Calabria un Giudice che non abbia rapporti di amicizia con il Procuratore generale di Messina e che dunque il processo non vada alle calende greche.

Poiché con la sua “ultima lettera” Adolfo mi diede, insieme ad altri, l’onere di difenderne la memoria, raccontare puntualmente tutto quanto accadrà nel processo sull’infame dossier ai danni della sua figura mi sembra il modo migliore di onorare quell’impegno. Almeno fino a quando l’informazione democratica di questo paese non si attivi spontaneamente.

 

 

 

Foto e Articolo del 30 Marzo 2012 da blogtaormina.it

Processo Cassata: prima udienza col nuovo giudice

Riprende a Reggio Calabria il dibattimento contro il procuratore generale di Messina: è indagato per un dossier anonimo contro il professore Adolfo Parmaliana

Il processo al Procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata, finalmente, ha avuto inizio. Prima udienza nelle scorse ore innanzi al nuovo Giudice di pace di Reggio Calabria, Lucia Spinella.

L’alto magistrato messinese, ricordiamo, viene chiamato a comparire davanti al Giudice di pace di Reggio per rispondere dell’accusa di concorso in diffamazione pluriaggravata, nell’ambito delle indagini sui contenuti di un dossier anonimo che infangava la memoria del prof. Adolfo Parmaliana. Secondo il sostituto procuratore Federico Perrone Capano, titolare dell’indagine, il pg Cassata si sarebbe reso responsabile, in concorso con gli esecutori materiali allo stato ignoti, dell’invio dell’esposto anonimo intitolato “A quanti odiano la verità”.

Prima ancora che iniziasse a dirigere il dibattimento – racconta l’avvocato Fabio Repici nella sua cronaca riportata da Enrico Di Giacomo -, tuttavia, il nuovo giudice ha dovuto, suo malgrado, assistere alla prima anomalia. Ricordiamo che il primo giudice di questo processo era stato Giandomenico Foti, coordinatore dell’ufficio dei Giudici di pace di Reggio Calabria, e che questi si era astenuto in ragione dei propri rapporti di amicizia e frequentazione con Cassata.

Naturalmente, poiché a giudicare non può essere un amico dell’imputato, la richiesta di astensione di Foti era stata immediatamente accolta dal Presidente del Tribunale di Reggio Calabria, che aveva designato il giudice Antonio Scordo, il quale a sua volta, per raggiunti limiti di età, ha dovuto presto abbandonare il processo.

È stato quindi designato, questa volta proprio da Giandomenico Foti, un nuovo giudice, per l’appunto Lucia Spinella, che stamattina, entrando in udienza, è stata preceduta dallo stesso Foti, il quale, prendendo la parola, ha voluto presentare alle parti del processo il nuovo giudice. Garbatamente, chi scrive ha segnalato all’avv. Foti come non fosse molto opportuno (e ritengo fosse anche un po’ ingeneroso per la stessa Spinella) che il nuovo giudice venisse “presentato” (evenienza sconosciuta al codice di procedura penale) dall’amico dell’imputato.

Finito questo siparietto, il processo ha avuto regolarmente inizio e, ribadito dal nuovo giudice il provvedimento sull’ammissione delle prove richieste dalle parti, è stato sentito il luogotenente dell’Arma Giuseppe Musarra, primo testimone indicato dal pubblico ministero. Musarra ha raccontato come, comandando al tempo la Stazione dei carabinieri di Patti, ebbe notizia, il 2 ottobre 2008, dell’avvistamento dell’auto di Adolfo Parmaliana sul viadotto autostradale di Patti Marina e del rinvenimento del cadavere di Adolfo, quaranta metri più giù.

Sull’auto vennero ritrovati due post-it, con i quali Adolfo aveva segnalato che la sua “ultima lettera”, nella quale aveva spiegato le ragioni del suo suicidio, si trovava sulla scrivania del suo studio. Lì – ha proseguito Musarra – il testamento morale di Adolfo Parmaliana venne nel pomeriggio di quel triste giorno prelevato dai carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, e in particolare dal Tenente Salvatore Ferraro. Proprio il Tenente Ferraro sarà esaminato alla prossima udienza, che si terrà giovedì prossimo.

 

 

Articolo del 6 Luglio 2012 da  soniaalfano.it

“Impressioni d’udienza” dal processo Cassata/11

di Fabio Repici

Oggi al processo a carico del dr. Cassata, unico Procuratore generale al di qua delle Alpi (forse perfino al di là) imputato, a sentire i testimoni si è rischiata la labirintite. Mi spiego. Il dr. Cassata è imputato di diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana commessa con un infame dossier anonimo. E la labirintite si è rischiata proprio sulla figura di Adolfo Parmaliana.

Premessa prima: il dr. Cassata, interrogato in qualità di indagato dall’allora Procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, si difese dicendo di non avere nulla contro Adolfo e che mai nessun cattivo pensiero aveva fatto al suo riguardo. Dimenticando, forse, quanto aveva scritto perfino in atti rivolti all’A.g., oltre a ciò che aveva detto (“Parmaliana era un poco di buono”) pure a un poliziotto avvicinato al fine di tentare di stoppare la pubblicazione del libro di Alfio Caruso “Io che da morto vi parlo – Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana”.

Premessa seconda: il dossier anonimo per il quale Cassata è oggi imputato innanzi al Giudice di pace di Reggio Calabria Lucia Spinella conteneva una valanga di melma fetida su Adolfo Parmaliana, con accuse le più varie, dalla sua presunta ignoranza della lingua inglese alla sua presunta amicizia con Cuffaro.

Ora, la labirintite processuale di oggi è stata proprio sulla figura di Adolfo Parmaliana, soprattutto a sentire due testimoni: il primo è uno scienziato, professore di chimica all’Università di Torino e vicerettore di quell’ateneo, il prof. Salvatore Coluccia; il secondo è un giovane avvocato, nemico giurato e doppiamente imputato di diffamazione ai danni di Adolfo Parmaliana, tale Vito Calabrese. Nell’ascoltarli sembrava parlassero di due persone diverse; invece si trattava sempre di Adolfo.

Salvatore Coluccia ha spiegato che il suo collega Adolfo Parmaliana era uno scienziato quotato, che con lui aveva condiviso innumerevoli pubblicazioni sulle riviste più illustri (pubblicazioni rigorosamente scritte da Adolfo Parmaliana – e da Coluccia – in lingua inglese) e che Adolfo era apprezzato conferenziere tanto in sede nazionale che internazionale.

Poi, invece, Vito Calabrese ha tracciato un profilo biografico pressoché paracriminale su Adolfo, sforzandosi continuamente di rispondere contumelie nei confronti di Adolfo alle domande riguardanti il dr. Cassata. Col quale, pure, Vito Calabrese ha dovuto ammettere i suoi contatti, così come ha dovuto ammettere anche i suoi rapporti, pure telefonici e pure nell’attualità, con il dr. Olindo Canali, pubblico ministero che nel 2008 aveva proposto richiesta di archiviazione in un procedimento nato dalla querela di Adolfo Parmaliana proprio contro Vito Calabrese. E poi il giovane legale, inframmezzando le sue risposte con i dinieghi ogni volta che si trattava di qualche argomento che avesse pur lontane connessioni con i processi a suo carico, ha dovuto riferire sul contenuto dell’informativa Tsunami, firmata nel 2005 dal maggiore Domenico Cristaldi e riguardante l’operato di due magistrati: putacaso, Antonio Franco Cassata e Olindo Canali. Prima della conclusione della sua testimonianza, Vito Calabrese è riuscito a far sbottare il pubblico ministero, che lo ha redarguito e invitato a rispondere secondo verità e senza svicolare dalle domande.

Ma fra la testimonianza del prof. Coluccia e quella dell’avv. Calabrese c’è stata una sorta di cabaret processuale. Infatti, dopo la rapida testimonianza di tre cancellieri della Procura generale di Messina, sembrava di essere piombati in una commedia di Plauto, per effetto della testimonianza di un commesso della Procura generale di Messina, tale Ciro Alemagna. Il quale, a dire il vero, sarebbe un ex commesso della Procura generale di Messina, essendo andato in pensione il 31 ottobre 2010, ma ha tenuto a precisare che ancora oggi, due o tre volte a settimana gli capita di frequentare l’ufficio diretto dal dr. Cassata. E perché? Questo non si è capito del tutto, visto che, fra un’espressione in vernacolo napoletano e un turpiloquio (“minchia!”, ha esclamato a un certo punto), Alemagna ha spiegato di avere difficoltà e, nel motivare le ragioni della sua frequentazione della Procura generale (dove, ha sostenuto, ancora oggi chi lo incontra gli chiede incombenze d’ufficio), ha utilizzato l’espressione “sbarcare il lunario”. Cosa c’entrasse il suo “sbarcare il lunario” con le visite da buon pensionato all’ufficio diretto dal dr. Cassata non è stato ben compreso. Sarà per un’altra volta.

Intanto, quel che è sicuro, nelle parole di Ciro Alemagna, è che lui ha grande devozione per “sua eccellenza” il dr. Cassata e questo ha tenuto a ribadirlo a ogni pie’ sospinto. Aggiungendo di essere stato proprio lui ad aprire presso la Procura generale il plico contenente il famoso dossier anonimo contro Adolfo Parmaliana. E qui il suo slancio ha avuto forse fervore eccessivo: dopo aver raccontato di essersi presentato di corsa davanti al dr. Cassata senza passare dal protocollo, allorché nell’aprire la busta (secondo lui mancante di indicazioni nominative sul destinatario) e nel leggere il documento il suo occhio era caduto sul nome di Adolfo Parmaliana (“avevo sentito discorsi su magistrati, Parmaliana, Repici…”), tomo tomo quatto quatto Cassata parrebbe averlo spedito a fare qualche copia dell’anonimo prima di portare il documento alla rituale protocollazione, adempimento che secondo regola mai avrebbe dovuto essere scavalcato. Solo che, dopo aver ripetuto decine di volte la stessa versione, alle volte con toni esilaranti, è rimasto un po’ spiazzato quando si è accorto che la busta che lui stesso aveva detto di aver aperto riportava nello spazio del destinatario il nome del dr. Cassata e che quindi la storia che aveva raccontato era diventata un colabrodo. E però bisogna rendere omaggio alla dedizione di Alemagna a Cassata, perché la sua versione dei fatti, curiosamente sconosciuta perfino a Cassata quando fu interrogato dal Procuratore Pignatone dopo che copie del dossier non protocollato erano state sequestrate dentro l’ufficio del dr. Cassata all’interno di una vetrinetta, era un’evidente giustificazione per il Procuratore generale, tanto più che, con il solito slancio affettivo, Alemagna è arrivato ad affermare che quella vetrinetta non era mai chiusa a chiave, implicitamente quasi accusando di falsa testimonianza il capitano del Ros di Reggio Calabria, che qualche mese fa aveva riferito al Giudice che, quando, insieme al pubblico ministero Federico Perrone Capano, si erano accorti di quella carpetta dall’inquietante dicitura (“copie esposto Parmaliana da spedire”), la ormai famigerata vetrinetta era chiusa a chiave e senza chiavi a vista.

L’udienza di oggi è terminata a pomeriggio inoltrato. Il processo Cassata proseguirà il prossimo 19 luglio. Quel giovedì a Palermo e in molti posti d’Italia sarà ricordato un eroico magistrato nel ventennale del suo assassinio (e di quello dei cinque poliziotti che lo scortavano). A Reggio Calabria qualcuno forse ricorderà Adolfo ma qualcun altro con grande probabilità riverserà ulteriore fiele contro di lui e tributerà onori in vita all’unico Procuratore generale d’Italia imputato.

 

 

Articolo del 19 Luglio 2012 da soniaalfano.it

Impressioni d’udienza dal processo Cassata/12
19 luglio 2012

di Fabio Repici

Venti anni fa, proprio nei minuti in cui scrivo, mafiosi e forse anche apparati dello Stato uccidevano in via D’Amelio a Palermo un eroico magistrato e cinque altrettanto eroici poliziotti. Oggi, anziché partecipare alle iniziative palermitane in ricordo di Paolo Borsellino, mi è toccato occuparmi a Reggio Calabria di un magistrato molto meno eroico, l’unico Procuratore generale d’Italia imputato, Antonio Franco Cassata. Il quale, accusato della divulgazione di un nauseabondo dossier anonimo per infangare la memoria del prof. Adolfo Parmaliana (altro eroe defunto: Brecht sosteneva quanto fosse sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi; io aggiungo che è proprio maledetto un paese come il nostro, che gli eroi li riconosce solo dopo la morte), ha continuato a mantenersi contumace e oggi è rimasto a Messina ad assistere umilmente seduto nel pubblico alla commemorazione di Borsellino tenutasi al palazzo di giustizia, rigorosamente escluso (perfino nelle locandine) dal novero dei relatori, immagino per ragioni di opportunità.

All’udienza di oggi è stato il turno degli ultimi testimoni della difesa, persone evidentemente non ostili al Procuratore generale imputato. In effetti, il primo di essi è stato suo nipote, l’avvocato Giovanni Celi, la cui testimonianza è stata incentrata sulle manovre avviate dal dr. Cassata nel settembre 2009 al fine di contattare lo scrittore Alfio Caruso e così incidere (secondo quanto emerso nel processo finora, per impedirne o condizionarne l’uscita) sul libro “Io che da morto vi parlo – Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana”, in epoca pericolosamente coincidente con l’elaborazione e la divulgazione dell’infame dossier anonimo. Tentativo di condizionamento che – va detto, e così ha riferito anche Celi – non ha avuto esito per la risoluta indisponibilità dell’autore del libro. Ciò detto, Giovanni Celi, che ha lealmente sottolineato l’elevatissima stima intellettuale che egli nutriva e nutre per la figura di Adolfo Parmaliana, ha anche aggiunto che la teoria secondo cui suo zio Franco Cassata fosse caduto in crisi depressiva a causa del libro e avesse fatto ricorso a psicofarmaci è “un’infame bugia”. Detto per inciso: credo che Celi abbia proprio ragione. Immagino che la sua dichiarazione non sarà molto gradita allo zio, visto che era stato proprio Cassata a riferire la circostanza, forse per indurre a pietà il funzionario di polizia per il tramite del quale aveva tentato di agganciare Alfio Caruso.

Finita la testimonianza di Celi, l’udienza ha virato verso la dimensione teatrale, nel senso del teatro dell’assurdo beckettiano nel caso della testimonianza dell’avv. Felice Recupero e in quello di Martoglio (con evidenti echi guareschiani) nel caso della testimonianza di Salvatore Isgrò. Recupero è riuscito a non rispondere (forse aspettava Godot) pressoché ad alcuna domanda e ha perfino affermato di non ricordare alcunché degli atti e dei documenti delle cause da lui patrocinate contro Adolfo Parmaliana. Fra i vuoti di memoria, Recupero ha rischiato pure di dimenticare che suo suocero fosse corrispondente della Gazzetta del Sud da Terme Vigliatore. E di certo chi ha letto il testamento morale di Adolfo Parmaliana ricorderà la citazione di un articolo di giornale – era proprio della Gazzetta del Sud – che aveva divulgato la notizia della sua incriminazione folle da parte della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto per aver Adolfo gioito di un decreto dell’allora Capo dello Stato (epoca in cui il Capo dello Stato faceva decreti rientranti nelle proprie attribuzioni e non su vicende nelle quali potesse essere personalmente coinvolto, come invece accade al giorno d’oggi). Ma Recupero ha chiuso la sua audizione citando un fatto che, da sé solo, dimostra l’astio che il povero Adolfo ha continuato a raccogliere pure dopo il suo suicidio: il vicesindaco dell’amministrazione di Terme Vigliatore sciolta per infiltrazioni mafiose dal Presidente Ciampi nel dicembre 2005, Domenico Munafò, infatti, assistito proprio dall’avv. Recupero, ha fatto causa agli eredi di Adolfo per il contenuto della sua “ultima lettera”: quel documento con cui l’indimenticato docente universitario spiegava le ragioni del suo suicidio, senza sapere che ci sarebbe stato chi avrebbe tentato di perseguitarne pure la memoria.

Con Salvatore Isgrò in aula è sembrato di ascoltare Peppone (nel senso di Guareschi) in salsa siciliana. La sua testimonianza è parsa irrilevante ai più ma di certo ha tirato su l’umore di tanti dei presenti, che hanno avuto molta difficoltà (anzi, non ci sono proprio riusciti) a reprimere i sorrisi a ogni parola di Isgrò. Il quale si è capito che ha in odio i peccatori trasformati in santi: l’esempio da lui citato ha riguardato Francesco Forgione, meglio noto come Padre Pio; ma tutti hanno capito che il suo pensiero andava ad Adolfo Parmaliana, seppure Isgrò non ha avuto il coraggio di farne il nome. Futilità un po’ così, in fondo, rispetto alla notizia che un anno fa Isgrò e altri avversari politici di Adolfo Parmaliana oggi militanti in Rifondazione Comunista sono riusciti a fare una mostra di documenti e articoli di stampa a Barcellona Pozzo di Gotto e tra questi, come per riflesso pavloviano, immancabili ce ne sono stati di critica nei confronti di Adolfo: raro caso di antagonismo politico postumo, visto che Adolfo era già morto da oltre due anni.

Ma evidentemente la memoria di Adolfo ancora oggi rimane immanente nei pensieri non propriamente affettuosi di alcuni, ivi compreso il dr. Cassata. Il processo a carico del quale, calato il sipario sull’udienza di oggi, è stato rinviato al prossimo 20 settembre, allorché rimane da capire se l’imputato sarà ancora Procuratore generale a Messina.

 

 

Articolo del 25 Gennaio 2013 da soniaalfano.it

Impressioni d’udienza dal processo Cassata/18

di Fabio Repici

Queste impressioni d’udienza, scritte in piena notte, sono le ultime sul giudizio di primo grado a carico del Procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata, imputato di diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana. Ieri sera, infatti, il Giudice di pace di Reggio Calabria Lucia Spinella ha emesso la sentenza di primo grado. Una sentenza storica.

Il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina degli ultimi decenni è stato condannato. Sì, proprio condannato, perché riconosciuto come il corvo che nel settembre 2009 inviò un infame dossier anonimo allo scrittore Alfio Caruso (in quel periodo impegnato nella stesura di “Io che da morto vi parlo”, ed. Longanesi, lucidissima analisi della vita di Adolfo Parmaliana e delle traversie da lui patite fino al suo suicidio del 2 ottobre 2008) e al senatore Beppe Lumia, l’unico esponente politico che Adolfo ebbe vicino fino al suo ultimo giorno di vita.

Cassata è stato condannato. Ma non c’è solo questo. Il giudice, che pure ha concesso all’imputato le attenuanti generiche, ha ritenuto sussistenti a suo carico pure le circostanze aggravanti dei motivi abietti di vendetta rispetto all’ultima lettera lasciata da Adolfo e dell’attribuzione di fatti determinati.

Chiunque conosca il ruolo di Cassata sa bene che la sentenza di oggi è storica davvero. Ed è ben più dell’inizio della fine per il quasi ex Procuratore generale di Messina. “Quasi ex” perché di certo nemmeno il Csm questa volta potrà fare finta di niente; ma “quasi ex” anche perché le voci meglio informate del palazzo di giustizia di Messina avevano già preannunciato che il pensionamento anticipato di Cassata sarebbe arrivato subito dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario e, nel suo auspicio, subito dopo l’assoluzione a Reggio Calabria. Ora, invece, l’inaugurazione dell’anno giudiziario si celebrerà domani e sicuramente a latere della manifestazione non si parlerà d’altro che della condanna di Cassata. Condanna che è stata pronunciata in contumacia di Cassata, come in sua contumacia è facile prevedere si svolgerà domani l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Messina. Perché di certo per lui sarebbe un po’ faticoso reggere tutti gli sguardi a lui rivolti e al suo ruolo di unico Procuratore generale d’Italia non più solo imputato ma addirittura pure condannato in primo grado.

Qui va detta una cosa urticante: e cioè che ha avuto ragione Adolfo. Ha avuto ragione, purtroppo, nel ritenere che fosse necessario il suo cadavere per ribaltare l’onnipotente sistema “barcellonese-messinese” che garantiva impunità impensabili e si era dedicato ad avviare la rappresaglia ai suoi danni. Lo si ribadisce per l’ennesima volta e lo si farà in eterno: sarebbe stato ben meglio che quel sistema mantenesse il suo strapotere e che Adolfo fosse ancora vicino ai suoi cari. Ma è certo che quel sistema cominciò a subire crepe che mai più sarebbero state rimaneggiate proprio a partire dal suicidio di Adolfo. E la condanna di Cassata di ieri è l’icona più significativa di un tracollo epocale del sistema nel suo complesso e di quella sua fondamentale componente definita nell’ultima lettera di Adolfo con la locuzione “magistratura messinese-barcellonese”. Già pochi minuti dopo la sentenza iniziava a giungere l’eco reboante della caduta del santo patrono di Barcellona Pozzo di Gotto (il copyright è dello scrittore Alfio Caruso).

Del resto è una sentenza davvero epocale. Non si ha ricordo di un precedente analogo. Per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un Procuratore generale è stato condannato. Su un piano sostanziale, poi, per la provincia di Messina è una delle sentenze più rilevanti degli ultimi decenni. Da domani la storia giudiziaria messinese sarà scissa in due fasi: prima della condanna di Cassata e dopo di essa.

E, allora, quando l’avvenimento è ancora nella dimensione della cronaca e prima che si incardini nella storia, qualche ulteriore considerazione di dettaglio si impone.

La prima riguarda la giudice, la dr.ssa Lucia Spinella, umile giudice onoraria: con quella sentenza, pronunciata nelle condizioni note a chi per tutto l’ultimo anno ha letto queste impressioni d’udienza, ha dimostrato schiena dritta come decine e decine di giudici togati tutti insieme sarebbero stati incapaci di fare.

La seconda riguarda la moglie, i figli, i genitori e i fratelli di Adolfo. Ieri non hanno riottenuto indietro la preziosa persona del loro congiunto ma hanno visto lo Stato restituire una volta per tutte l’onore al loro caro Adolfo, quell’onore che chi aveva avuto la fortuna di incrociarlo aveva colto all’istante ma che l’intera nazione aveva avuto la possibilità di conoscere solo un anno dopo il suo suicidio, grazie al libro “Io che da morto vi parlo”, scritto da un giornalista e scrittore a sua volta con la schiena dritta come Alfio Caruso.

La terza riguarda chi scrive e la propria collega Mariella Cicero, che per tutto quest’anno hanno avuto la ventura di tutelare processualmente la memoria di Adolfo Parmaliana. Hanno avuto una di quelle fortune che capitano raramente, servire una causa giusta, e vincerla, e sapere dunque che la loro professione ha avuto un senso nobile e che potrebbero smettere anche domani di esercitarla avendo comunque concorso a realizzare vera giustizia, quella sensazione che certi presunti principi del foro non raggiungeranno mai, nemmeno dopo centinaia e migliaia di cause vinte e proporzionati guadagni.

La quarta riflessione, poi, riguarda Adolfo Parmaliana, figlio mirabile di questa Sicilia disgraziata, inseguito dalla persecuzione di iene e sciacalli perfino dopo la sua morte. Da ieri sera le infamie contro di lui svaniranno in fretta. Pazienza se la sua terra non è stata capace di riconoscerlo in tempo, lui scienziato indiscusso e cittadino integerrimo e coraggioso, prima che si trovasse costretto a togliersi la vita. Pazienza se la politica, pure quella soi-disant moralmente corretta fu così cieca che nella sua Terme Vigliatore, a uno come Adolfo venne preferito, e portato al Parlamento, uno come Scilipoti. E pazienza perfino se ancora in questa tornata elettorale una lista che con qualche azzardo è stata chiamata Rivoluzione Civile è stata capace di candidare al Senato in Sicilia uno dei suoi più accaniti detrattori, dopo la sua morte ancora più che in vita di Adolfo, non a caso finito fra i testimoni indicati dalla difesa di Cassata nel processo conclusosi ieri. Pazienza, e viene un groppo in gola a scriverlo. Ma da ieri tutto il fango che per decenni la figura composta di Adolfo, e poi il suo cadavere, avevano calamitato per invidia, per intolleranza, per convenienza, per vendetta o per altre miserrime ragioni lascerà il posto al non più contrastato riconoscimento della sua grandezza umana, professionale e politica.

Una cosa posso arrogarmi la facoltà di dirla in prima persona. Caro Adolfo, quell’enorme onere morale, pesante molto più di un macigno, che ci assegnasti con la tua ultima lettera (“Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”), io per la mia parte l’ho adempiuto, così come sono certo anche tutte le altre quattro persone per la parte loro.

Anche in questo, caro Adolfo, hai avuto ragione.

 

 

 

 

 

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