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26 Settembre 1988 Valderice (TP). Assassinato Mauro Rostagno, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni. PDF Stampa

Dal Gruppo Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone

Mauro Rostagno - dal Diario di Enrico Deaglio scritto nel 2009

La notizia è di quelle che meritano la prima pagina. Ma potrebbe anche finire in un trafiletto: a distanza di vent’anni dal suo omicidio, il pm Antonio Ingroia della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha individuato mandanti, esecutori e moventi dell’attentato a Mauro Rostagno, il giornalista ucciso a Trapani la sera del 26 settembre 1988.

Antonio Ingroia c’è riuscito sul filo di lana, all’ultima proroga concessa dopo dodici anni di inchiesta, dododiché ci sarebbe stata l’archiviazione tombale. Fa piacere immaginare che lo sforzo finale – l’acquisizione di perizie che portano la firma di Cosa Nostra sul delitto – sia stata sospinta da una petizione pubblica, più di seimila firme raccolte da una lettera che implorava che l’inchiesta giudiziaria non venisse chiusa. E fa piacere apprendere che la procura di Palermo abbia raggiunto, proprio in virtù dell’ultima proroga, la “prova decisiva” che stava cercando.

Gli assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi nei prossimi mesi di fronte alla Corte d’Assise di Trapani. L’accusa porterà prove che riguardano l’organizzatore dell’agguato, Vincenzo Virga su ordine di Salvatore Riina; il suo gruppo fidato di killer; le loro tecniche omicide; i loro motivi per uccidere Rostagno; il contesto di grandi affari e grandi traffici in cui il delitto maturò.

Ma l’idea del trafiletto e del disinteresse è un’angoscia sottile. Sono passati troppi anni: vent’anni sono una delle quattro grandi spanne in cui è divisa la vita e la memoria tende a concentrarsi più sulla spanna presente e su quella iniziale (l’età dell’oro dell’infanzia), tralasciando quelle di mezzo perché troppo confuse. E inoltre i tempi di allora sono molto diversi da quelli di oggi. In questa storia rimergono troppe cose. Ma almeno, nel discorso delle spanne della vita, qualcosa è stato ritualmente rispettato. Mauro Rostagno era un’icona del ‘68, e venne ucciso mentre si celebrava il suo ventennale. Denigrato e offeso da morto da una raffinata operazione mediatica-mafiosa nel trentennale, una vittoria postuma se la prende adesso, nella triste occasione del quarantennio. La classica vittoria a tempo scaduto, una frase che non sarebbe piaciuta a Mauro, che odiava il calcio. Ma c’è un detto, in Sicilia, quando muore una persona buona: “I vermi non l’hanno a mangiare”, che è come dire che un morto buono rimane nel ricordo. Questa, credo, gli sarebbe piaciuta.

Il diritto all’oblìo oggi in Italia è molto considerato: la televisione ogni sera ti rimbocca le coperte e ti augura una buona notte da cui tutti i cattivi ricordi sono stati cancellati. Tutti gli uomini di oggi fanno a gara non avere un passato.

Quando venne ucciso, all’età di 46 anni, Mauro Rostagno invece un passato ce l’aveva e il percorso che l’aveva portato a prendersi otto proiettili nella schiena in una stradina sterrata siciliana, è di quelli oggi considerati irripetibili. Torinese, figlio di dipendenti della Fiat (lui dice “con il ritratto di Stalin in salotto”, ma era un po’ per fare colpo) è un giraeuropa col sacco a pelo, studente di sociologia a Trento dove diventa leader del movimento (linea politica: Marx – Freud – Mao – sesso - rock ‘n roll), tra i fondatori di Lotta Continua, segretario della stessa a Palermo agli inizi degli anni Settanta, quando occupa la Cattedrale invocando il diritto alla casa degli abitanti dei “catoi” (le spelonche del centro storico), autore di ricerche sull’abnorme consumo di zucchero per portare a gradazione il vino bianco di Alcamo, rifiuta una carriera da accademico e una da pubblicitario, apre a Milano il locale Macondo in cui si può fumare uno spinello, due ragazzi gay possono fare l’amore senza andare nel cesso, i beat americani recitano le loro poesie e la buona borghesia fa una capatina; lo arrestano e un saggio giudice lo scarcera, una discreta folla sventolando fiori applaude il giudice; diventa “arancione” e va in India a “pulire i cessi” del guru Bagwan Raynesh nell’ashram di Poona, insieme alla moglie Chicca, alla figlia Maddalena e a Francesco Cardella, un tipo che si era inventato nel 1970 un giornale della sera, “L’Ora, non si legge si divora” , e lo lanciò con ragazze in hot pants nella Galleria del Duomo. Sul secondo numero scrisse che il ministro Mariano Rumor era “frocio” e andò per alcuni giorni in galera. Quando tornarono dall’India, all’inizio degli anni Ottanta, erano stati dimenticati. Si sistemarono in un “baglio” di proprietà di Cardella alle porte di Trapani e cominciarono ad ospitare tossicodipendenti e alcoolisti da curare, a differenza delle comunità gestite da preti, con sistemi laici. Vestivano tutti rigorosamente di bianco.

Nel 1987 Mauro entrò per la prima volta nei locali di una televisione privata di Trapani, la RTC, che aveva avuto dei guai perché uno dei due fratelli proprietari, impresari edili, era stato arrestato per mafia e la proprietà era rimasta all’altro. In un anno Rostagno, che si era portato in tv un’inedita squadra di ragazzi ospiti della comunità da trasformare in giornalisti, la rivoluzionò e divenne il personaggio televisivo più popolare della città. Ogni giorno occupava il teleschermo denunciando mafia, sprechi, traffico di droga, affari sporchi della massoneria. Si parlava di lui come possibile nuovo sindaco di Trapani, a capo di una lista civica, quando venne ucciso il 26 settembre 1988.

Ora voi direte: ma se era così importante, se rischiava così tanto, se era così popolare, come mai non andava sulla tv nazionale, come mai non lo proteggevano? Aveva una scorta?

A quest’ultima domanda, posso solo rispondere che Mauro non l’avrebbe mai accettata, ma che comunque nessuno gliela offrì, anche se i suoi rapporti con la polizia (che andava in genere una volta alla settimana a visionare i programmi che erano andati in onda e a sequestrare le cassette) erano molto buoni. In realtà era un giornalista che, scoprendo e denunciando, faceva grandi favori allo Stato con il suo lavoro, ma lo Stato lo considerava una specie di nemico, un disturbatore. Un po’ come era successo dieci anni prima con Peppino Impastato, che dal paese di Cinisi, da una piccola radio, denunciava la mafia del suo consanguineo don Tano Badalamenti e venne ucciso, lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse uccisero Aldo Moro. E venne descritto come un terrorista.

Questo per dire, semplicemente, che allora, trent’anni fa, i tempi erano diversi. E Trapani era una città sconosciuta. Oggi un giovane scrittore, Roberto Saviano, è riuscito a far conoscere al mondo Casal di Principe, che non è neppure una città, e tutti sappiamo quanto la sua denuncia sia stata importante per svegliare lo Stato.

Ma proviamo, con quello che sappiamo adesso, a descrivere la Trapani di vent’anni fa, come se gli dei la guardassero dall’Olimpo. Ecco una punta estrema dell’Italia, ultimo confine prima dell’Africa. Ecco i suoi maestosi palazzi di tufo, tra cui svetta la dimora del barone D’Alì. Ecco uno sterminato numero di sportelli bancari e di agenzie finanziarie che non hanno alcun senso secondo i fondamentali della buona economia. Osservate la miseria della popolazione, i rifiuti non raccolti, i topi che prendono possesso del folkloristico mercato del pesce, le case diroccate e poi entrare nei palazzi, dentro le segrete logge massoniche che governano tutti gli affari. Poco più in là c’è Alcamo, dove è appena stata scoperta la più grande raffineria di eroina di tutta Europa: produce da sola i soldi che servono a mandare avanti mezza Italia. In provincia c’è Mazara del Vallo, con il suo porto tunisino, c’è Castellamare del Golfo, dove la mafia è al potere da ben prima dell’unità d’Italia, sulle colline c’è Salemi, dove vivono i cugini Salvo, che raccolgono le tasse dei siciliani e sono gli uomini più ricchi d’Italia. Poi c’è un aeroporto civile, a Birgi, e vicino c’è un aeroporto militare, molto segreto. E c’è lo straordinario amore che i democristiani dedicano a Giulio Andreotti: se non fosse per le tessere che la provincia di Trapani, la più devota di tutta la Sicilia, assicura alla sua corrente politica, il “Divo” potrebbe contare solo sulla Ciociaria.

Su tutto questo ben di Dio, nel 1988, governa un contadino di Corleone, che nella sola provincia in dieci anni ha vinto la guerra del potere con il prezzo, per lui insignificante, di cento morti ammazzati. Totò Riina si considera il vero Stato nella provincia di Trapani e non ha tutti i torti. In mezzo alla città, nel cortile del nuovo palazzo di giustizia, c’è un simbolo architettonico che gli piace: il relitto della macchina blindata su cui viaggiava il giudice Carlo Palermo quando venne raggiunto da una bomba. Era il 2 aprie 1985, lui si salvò ma morirono Barbara Asti e i suoi due piccoli figli gemelli, Slavatore e Giusepppe. Nessuno ha mai capito perché quella macchina sia rimasta per ben dieci anni così in bella mostra a palazzo di giustizia, ma molti pensavano che fosse una specie di monito.

Riina passa qualche volta dal trapanese, ma non vi risiede; ma qui ha fidati luogotenenti, gente in grado di far rispettare il suo ordine: Mariano Agate a Mazara del Vallo, la famiglia Messina Denaro (prima il padre e poi il figlio, vecchi campieri del barone D’Alì) e Vincenzo Virga, anche lui un ex contadino diventato uno dei più apprezzati imprenditori della città. Le logge massoniche gli hanno fatto atto di sottomissione, diversi giudici e uomini politici sono stati fin troppo zelanti, dichiarando a più riprese che “a Trapani la mafia non esiste”, ma qualcun altro bisogna pure ucciderlo. Il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto, per esempio, che si è spinto fino in Emilia per cercare notizie dello zio di Riina e di una potente fabbrica di materassi. Eccolo, al ritorno dalla trasferta, morto ammazzato ad Erice.

Ed ecco comparire una strana figurina con la barba nera e vestita di bianco, che viene dal “bagghiu di fimmine nure” (il baglio delle donne nude, così viene chiamata la comunità di Saman) e comincia a lavorare alla televisione RTC.

La giornata tipo di Rostagno alla televisione RTC di Trapani dovrebbe essere insegnata nelle scuole di giornalismo, se queste non fossero macchine mangia soldi per insegnare come meglio servire (e come evitare di farsi ammazzare).

- Si comincia a lavorare alle otto di mattina. Lettura dei giornali.

- Si esce con le telecamere. Per primo si fa il “giro della munnezza” per raccontare dei cumuli di rifiuti che non vengono raccolti.

- Si va al mercato del pesce e si fanno vedere le frotte di topi che convivono con i banchi di vendita.

- Si dà notizia delle attività del Comune, delle denunce dei cittadini, delle inchieste giudiziarie. Dalla scoperta delle logge massoniche, alle malversazioni amministrative.

- Si fanno interviste per la strada, che si mandano in onda integralmente. Domande a mo’ di esempio: “ che cosa pensa dell’infedeltà coniugale?”. “Quando ha dato il suo primo bacio?”.

- Si leggono con cura tutte le inchieste della magistratura e se ne dà notizia. Si intervistano i magistrati più impegnati, per esempio Paolo Borsellino, che è procuratore a Marsala.

- E se c’è un processo di cui non si vuole parlare, si fa il massimo sforzo organizzativo per documentare tutto quello che succede.

E questa è stata l’occasione della prima condanna a morte di Mauro. Alla sbarra c’era Mariano Agate, accusato dell’omicidio dell’ex sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ucciso il 13 agosto del 1980. Un omicidio per cui vennero fermati ad un posto di blocco Nitto Santapaola, il capomafia di Catania, e alcuni suoi accoliti. Nel bagagliaio avevano i fucili ancora caldi. Spiegarono che avevano fatto 300 chilometri per una battuta di caccia e furono rilasciati. Rostagno, per ore e ore, mandò in onda tutto il dibattimento: la requisitoria del pubblico ministero Francesco Messina, le urla e gli insulti dalle gabbie degli imputati contro la televisione che riprendeva.

In Sicilia non era mai successo prima, l’audience fu altissima. Rostagno commentava le immagini invitando i cittadini a ribellarsi contro il potere mafioso e pure lo irrideva. Ed era diretto, convincente. Diceva cose che adesso sono slogan importanti, come “Yes, we can!”, che a Trapani suonava come: “possiamo vincere, non deleghiamo, prendiamo il nostro futuro in mano, non limitiamoci alle lettere anonime”.

Poi Mauro tornava a Saman e scriveva al suo vecchio amico della facoltà di sociologia di Trento, il capo delle Brigate Rosse Renato Curcio: “Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono. Sociologicamente si chiama ‘primato dell’esistenza sul teorico’. E già questo a Trapani è profondamente antimafioso”.

(E poi successe che alla sede della televisione RTC cominciassero anche ad arrivare scolaresche in visita e i ragazzini “volevanovederemauro” e le insegnanti glielo indicavano dietro la porta a vetri della sua stanza mentre scriveva a macchina).

Ma tutto questo tumulto: minacce, simpatia popolare, la sensazione che quell’uomo “andasse troppo veloce”, rimase chiuso a Trapani e i suoi servizi televisivi non vennero presi in considerazione da nessuno, tantomeno dalla Rai. Ristagno prendeva il caffè e tutti lo salutavano e lo chiamavano Mauro. E poi dopo dicevano: “Ma che tipo è? E’ vero che si droga? Non ha paura di nessuno, gliele sa cantare a tutti!”. Ma spesso la frase finale era: “quarchi vota ch’attuppanu ‘u mussu” (prima o poi gli tappano la bocca).

Era cominciata l’”aura”. Che è diversa dalla “cronaca di una morte annunciata”. Aura è un termine della medicina dell’ottocento che descrive una serie di sintomi – lievi, transitori, qualche volta reversibili – che precedono il “grande male”, l’attacco epilettico, che insorge all’improvviso, di cui il malato si accorge e non si accorge.

L’aura, per Mauro Rostagno, si comincia a manifestare nella primavera del 1988. Aveva appena fatto uno scoop, che si era tenuto segreto: con una piccola telecamera, dietro le dune di una pista di decollo e atterraggio a Kinisia, aveva filmato, nella luce debole del tramonto, un C 130 dell’aeronautica militare italiano che scaricava casse di medicinali e caricava casse di armi dirette in Somalia. E’ convinto di aver aggiunto un grande tassello all’ipotesi che da Trapani mafia e servizi segreti gesticano il traffico di armi e droga. Ne parla ad un suo vecchio amico che vive in America, va a Palermo per informare Giovanni Falcone, cerca contatti con il Pci e in particolare con Giancarlo Pajetta.

L’aura, per Mauro Rostagno, arriva quando sente aumentare le telefonate di minaccia, che cerca di registrare su un magnetofono. In quei giorni Angelo Siino, il fiduciario di Cosa Nostra che ogni giorno tratta con Confindustria la percentuale che spetta alla mafia su tutti gli appalti dell’isola, sa già che contro Rostagno c’è una condanna a morte, ma essendo un businessman, valuta anche il danno che può venire dall’omicidio di una persona così conosciuta. E allora va dal proprietario di Rtc consigliandogli di farlo smettere. (“Ho cercato di non farlo uccidere”, dichiarerà quando un magistrato glielo chiederà).

E un freddissimo segnale gli arriva dalla cassetta delle lettere all’inizio di agosto. Qui apprende di essere indagato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, in quanto all’epoca “membro dell’esecutivo di Lotta Continua”. Il colonnello dei carabinieri Bonaventura, in settimane di colloqui informali, ha raccolto la testimonianza del pentito Leonardo Marino. Oltre ai nomi di Bompressi (il killer), di Sofri e di Pietrostefani (i mandanti), Marino fa i nomi di Marco Boato, Roberto Morini e Mauro Rostagno. Nessuno dei tre sarà mai interrogato e l’accusa contro di loro sarà subito archiviata. Ma per Rostagno a Trapani, come si capisce bene, è un colpo durissimo: capisce di essere diventato molto vulnerabile e ha tra le mani la cassetta molto scottante. Anche per Cosa Nostra Rostagno diventa sempre più ingombrante, l’inchiesta per il delitto Calabresi lo ha fatto diventare un personaggio nazionale, i giornali vengono ad intervistarlo e lui spiega quello che fa a Trapani.

Sono giorni in cui Cosa Nostra è in piena effervescenza omicida. Il 14 settembre uccide a Trapani, senza apparente motivo, un giudice in pensione, Alberto Giacomelli, di 69 anni. Il 25 settembre uccide, sulla statale tra Canicattì e Caltanissetta il giudice Antonino Saetta e suo figlio Stefano, disabile. Antonino Saetta avrebbe presieduto la corte di appello di un importante processo di mafia di lì a poco.

Cosa Nostra commissiona l’omicidio di Rostagno al capo mafia di Trapani Vincenzo Virga. Virga dispone di un gruppo di fuoco, di un deposito di armi, di un tiratore scelto che ha già utilizzato e utilizzerà in altre occasioni. Il gruppo usa, come farà in altre occasioni, una Fiat Uno, questa volta la macchina viene da Palermo, dove è stata rubata mesi prima e tenuta a disposizione. La data prescelta è il 26 settembre, primo giorno di ritorno dell’ora solare. Alle 21 è già buio ed ancora più buio è il tratto di strada sterrata nella contrada Lenzi che Rostagno, alla guida di una Fiat Duna deve percorrere per tornare dalla televisione al baglio della comunità Saman. Vicino a lui è seduta Monica Serra, una ragazza della comunità che lavora con lui a Rtc. Un tecnico dell’Enel, Vincenzo Mastrantonio, che di secondo lavoro svolge l’attività di autista del capomafia Virga, ha provveduto a manomettere una centralina dell’Enel per spegnere l’illuminazione nella zona. La Fiat Uno tampona la Duna. I killer scendono e sparano con due fucili calibro 12 e una pistola. Rostagno viene colpito da otto colpi sparati da vicino al capo e alla schiena. Si butta su Monica Serra che si è rannicchiata davanti al sedile. La passeggera rimane illesa, la borsa poggiata sul sedile posteriore viene rubata. I killer se ne vanno con calma con la Fiat Uno, lasciando però sul terreno il copricanna di uno dei fucili che si è scardinato nell’azione. Monica Serra scappa verso la vicina comunità e dà l’allarme. Arrivano i carabinieri, istituiscono posti di blocco nei quali la Fiat Uno non incappa. Sarà trovata bruciata alcune ore dopo in una cava. All’obitorio di Trapani, dove è stato portato il cadavere, i carabinieri diffondono la notizia che in macchina Mauro aveva un grosso rotolo di dollari e due siringhe da eroina. Chicca Roveri, la moglie di Mauro, infuriata impone loro di smettere, ma la voce era di quelle che più circolavano a Trapani la mattina dopo.

I funerali di Mauro Rostagno nella cattedrale furono la più grande manifestazione che la città abbia mai vissuto. Padre Antonino Adragna, che aveva chiesto ai famigliari di Mauro (non credente) di poterlo salutare in cattedrale (“eravamo amici, quando ci incontravamo mi dava un bacino sul collo”), pronunciò una forte e commovente eulogia. Accusò apertamente la mafia, lodò il lavoro di Mauro e il suo coraggio, ricordò la sua barba che lo faceva assomigliare a Gesù Cristo. La chiesa era stracolma, da tutta Italia erano arrivati gli amici di Rostagno nelle sue diverse vite., fuori erano assiepate migliaia di persone e dai balconi vennero gettati petali di rosa sulla bara. Il vice questore Rino Germanà, uno dei migliori investigatori della provincia, fece sapere fin da subito ai suoi superiori che c’erano piste importanti che potevano portare agli autori del delitto di mafia: la macchina, il buio improvviso, le armi usate, oltre alle sue fonti. Il questore Antonio Zummo definì il delitto “di alta mafia”. Claudio Martelli, che di Rostagno era stato amico a Milano, unico politico presente a Trapani, indicò anche lui la pista mafiosa.

I carabinieri, invece, imboccarono subito un’altra strada: un delitto di dilettanti che si erano fatti scoppiare il fucile in mano, forse balordi, forse legati allo spaccio intorno alla comunità, forse ad una delle precedenti vite dell’ucciso.

E poi sono passati vent’anni. Durante i quali, ad alcune persone fin qui citate sono successe cose importanti.

Vincenzo Mastrantonio, l’incensurato tecnico dell’Enel e autista di Virga, viene trovato ucciso nelle campagne di Lenzi il primo maggio del 1989. “Parlava troppo”. Il 12 giugno Rino Germanà chiede al procuratore Messina di riesumare la sua salma per confrontare le impronte digitali con quelle trovate sul pezzo di fucile rimasto sul luogo dell’agguato. Nelle carte processuali compare un foglio firmato da Germanà che allega i rilievi dattiloscopi eseguiti sulla salma, anche se diversi articoli di giornale riferiscono che la tomba del tecnico dell’Enel non è mai stata riaperta.

Il 1990 è un anno importante per la Trapani sportiva. La squadra di pallacanestro, per la prima volta, è arrivata in serie A1. Il suo presidente, Vincenzo Garraffa, senatore del partito repubblicano , vuole naturalmente investire. Si affida a Publitalia, di cui è presidente Marcello Dell’Utri. Pubitalia gli procura come sponsor da mettere sulle magliette la Birra Messina, del gruppo Dreher, la stessa di cui è testimonial Totò Schillaci, la star dei mondiali di Italia 90. Valore, un miliardo e mezzo, commissione a Publitalia, come da accordi, il 10 per cento. Ma Garraffa viene convocato da Dell’Utri che vuole imporgli il pagamento di altri 500 milioni, in nero. Al rifiuto di Garraffa, Dell’Utri lo avverte di avere amici molto convincenti. Poco dopo, a Trapani, riceve alle sette di mattina la visita di Vincenzo Virga che, garbatamente, gli chiede di pagare in nome del “comune amico”. Non lo fa e rifiuta, con il risultato che la sua squadra di basket non troverà più un solo sponsor in tutto il mercato pubblicitario. Per ragioni di sicurezza, Garraffa abbandona la Sicilia.

(Per tentata estorsione Dell’Utri e Virga sono stati condannati in assise e in appello. La Cassazione, due mesi fa, ha ordinato di rifare il processo di appello).

Nel 1992 Leoluca Bagarella (il cognato di Totò Riina) viene incaricato di uccidere il poliziotto Rino Germanà. Lo aspetta sul lungomare di Mazara del Vallo armato di kalashnikov. Germanà si accorge dell’agguato e si butta in mare. Bagarella spara, ma non riesce a colpire, Germanà risponde al fuoco, Bagarella fugge, Germanà viene trasferito al nord per motivi di sicurezza.

Anno importante anche per Vincenzo Virga, questa volta in versione di uomo politico. E’ tra i fondatori del movimento “Sicilia Libera” (che deve nelle intenzioni sostituire Dc e Psi travolti da Tangentopoli). Si dimostra molto convincente e arruola i più importanti imprenditori trapanesi. L’anno dopo Marcello Dell’Utri che invece lavora alla creazione di Forza Italia, lo convince ad aderire alla nuova formazione, cosa che Virga fa entusiasticamente. Il capomafia di Trapani ha il vento in poppa: è miliardario, ha solidi agganci nella politica che conta, la buona società della città è cliente della sua grande gioielleria. Ma la rispettabilità sociale dura poco. Avvisato di un ordine di arresto, si butta latitante il 24 marzo 1994 e tale resta fino al suo arresto il 21 febbraio 2001. In sette anni colleziona molte brutte notizie: il suo killer preferito, tale Vito Mazzara, viene condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, uccisione di cui lui è il mandante. E’ accusato di essere anche il mandante dell’omicidio del vecchio giudice Alberto Giacomelli e in diversi altri processi per mafia. Numerosi pentiti parlano di lui e del suo ruolo: appena sotto la “primula rossa” Matteo Messina Denaro, provenzaniano.

Il 1996 è invece l’anno di uno scandalo giudiziario. Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofano convoca, gioioso e spavaldo, una conferenza stampa per annunciare la risoluzione del “caso Rostagno”. Il delitto, secondo la sua inchiesta, è maturato dentro la comunità per gelosie, adulteri, traffico di droga, ammanchi finanziari. Sostiene che Monica Serra (scampata al delitto) è in realtà una complice e la mette in galera, che Chicca Roveri ha ordito l’omicidio del suo compagno e la mette in galera, che Francesco Cardella ha loschi traffici con il Psi, che Claudio Martelli indicando la pista mafiosa ha voluto depistare le indagini, ordina l’arresto come esecutori del delitto di cinque ragazzi della comunità, afferma di avere due testimoni che tiene segreti, annuncia che svolgerà indagini anche riguardo al delitto Calabresi e che scaverà nel passato comune di Renato Curcio e Mauro Rostagno. E alla fine dichiara ufficialmente quello che forse gli preme di più: “Bisognava capirlo fin dall’inizio. Si doveva potere escludere il coinvolgimento di Cosa Nostra che, del delitto, non voleva, e soprattutto non doveva essere gratuitamente incolpata”.

Parole forti per un procuratore in terra di mafia. Altri suoi predecessori nel palazzo avevano negli anni spiegato che la mafia a Trapani non esisteva. Questa volta invece si dice che Cosa Nostra non deve essere gratuitamente incolpata.

L’inchiesta del procuratore Garofalo crolla in pochi giorni: errori grossolani e testimoni inattendibili portano dopo pochi giorni alla scarcerazione di tutti gli arrestati. E si scopre che già nell’88 il capitano dei carabinieri Elio Dell’Anna, mandato da Trapani a Milano era tornato con un rapporto informativo in cui si sosteneva che i magistrati milanesi erano convinti che Rostagno fosse stato ucciso da ex di Lotta Continua perché “voleva vuotare il sacco sul delitto Calabresi”. I magistrati milanesi, quando venne reso noto il rapporto, negarono indignati di essere loro la fonte del capitano Elio Dell’Anna.

A gettare una luce fosca sulla gioiosa sicurezza del procuratore Garofalo arrivano poi diversi pezzi grossi di Cosa Nostra che collaborano con i magistrati. Pezzi grossi, come Vincenzo Sinacori e Giovanni Brusca, che attribuiscono alla mafia l’organizzazione del delitto, rappresentanti locali che aggiungono particolari. Per “competenza”, i 34 faldoni dell’inchiesta – disordinati, incompleti con tantissimi reperti che non si trovano più – passano alla direzione distrettuale di Palermo nell’ufficio del dottor Antonio Ingroia. Questo avveniva dieci anni fa, quando ormai quasi tutto era stato dimenticato e spento: Trapani, il giornalismo di Mauro, l’idea che una televisione possa servire a cambiare le cose, l’idea che Trapani potesse ricordarlo con una strada.

Come dicono i telefilm: “cold case”.

Ingroia ha ripreso tutto in mano dall’inizio. Il luogo dell’agguato, la cabina dell’Enel, il pezzo di fucile rotto. Ha riascoltato testimoni entrati e usciti dall’inchiesta, rivisto i filmati (quelli che non sono andati distrutti), studiato il “contesto”. Per esempio, quel Sergio Di Cori, un vecchio amico di Rostagno di cui nessuno conosceva l’esistenza, venuto apposta da Los Angeles per scagionare Chicca Roveri e gli altri arrestati dell’inchiesta Garofalo. Giornalista freelance, aveva raccontato della famosa cassetta e asseriva di averla vista: alcune immagini di un C 130 che scambia medicinali con armi sulla pista aerea di Kinisia. Sembra un mitomane, o fantapolitica. Ma, dove lo si tocca, si trovano riscontri. Dice di aver collaborato con l’Fbi nelle indagini su Giancarlo Parretti, lo sconosciuto finanziere italiano che nel 1990 aveva scalato la Metro Goldwyn Mayer. Ed è vero, l’Fbi lo conferma. Si parla di operazioni militari segrete sulla pista di Kinisia e il Sismi, molto a denti stretti, è costretto ad ammettere che ci furono “esercitazioni militari” nella primavera del 1988. Di Cori racconta che Mauro andò da Falcone, ed è vero, la scorta del giudice ucciso se lo ricorda entrare nel suo ufficio al palazzo di giustizia di Palermo. E tutto questo lo porta a concludere che Rostagno sia stato ucciso non “solo” per l’attività televisiva. Molto probabilmente c’era dell’altro.Tra le ultime carte che ha messo nei faldoni, anche un articolo dello scrittore catanese Alfio Caruso, pubblicato su La Stampa nell’estate scorsa, dove si sceneggia la decisione di uccidere Mauro in un incontro tra L’Eccellenza, il Generale e l’Onorevole. Motivo: “quello che sa e che potrebbe usare”.

Il magistrato investigatore per dieci anni, lentamente, ha raccolto indizi. E ad ogni scadenza dell’indagine (o si va a processo o si archivia) ha ottenuto una proroga (la vita dopo la morte di Mauro Rostagno, fino al suo ventennale, è stata appesa alle proroghe). ) Il magistrato sapeva che però a processo la possibilità di ottenere condanne erano labili. L’ultima proroga la chiese sei mesi fa, per compiere una sofisticata perizia balistica, affidata alla polizia scientifica sotto la guida del capo della squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares. Si è saputo che si è trovato quello che si cercava e il giornalista Rino Giacalone, su articolo 21, ha anticipato qualcosa. Si sono presi i tantissimi proiettili esplosi nei tantissimi delitti di mafia della provincia di Trapani, prima e dopo il delitto Rostagno. Non è stato facile averli: i carabinieri che da alcuni anni li conservano in un database canadese chiamato Ibis sono piuttosto restii a concederli, ma alla fine sono arrivati. La polizia scientifica sapeva quello che cercava, le precedenti indagini non avevano fatto praticamente nulla su questo terreno. I proeittili (accompagnati dalla cronologia e dalle specifiche caratteristiche dei delitti di mafia a Trapani) sono stati fatti passare sotto un buon stereomicroscopio a scansione e lì hanno rivelato il loro segreto. Una firma comune li lega, un segno sul bossolo dovuto ad un’astuta abitudine del gruppo di fuoco di Vincenzo Virga, E’ una prova. Quella che mancava.

In occasione del ventesimo anniversario della sua morte, il pm Antonio Ingroia si appresta a rinviare a giudizio mandanti ed esecutori di Cosa Nostra per il delitto Rostagno. Chi non è morto nel frattempo sarà alla sbarra. Molti saranno chiamati a rispondere sul “contesto”. Il processo di svolgerà davanti alla Corte d’Assise di Trapani.

Mauro ci avrebbe mandato le telecamere e trasmesso tutto. Pazzo che era.

(Tra le carte che ho consultato, ho trovato la cronaca di una commemorazione di due anni fa dell’uccisione del giudice Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso a Trapani nel 1983. Partecipava Giuseppe Linares, capo della Squadra Mobile di Trapani, un posto che era stato di Rino Germanà. Disse: “Io oggi vivo blindato, ma non rinnego la mia vocazione. Nel 1983 frequentavo il liceo classico. Quando Giacomo Ciaccio Montalto fu assassinato chiesi al preside di parlarne in assemblea. Non mi fu permesso. Ora faccio il commissario e parlo agli studenti. Qualcosa è già cambiato”

 

 

Dal Gruppo Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone

"Il mio ricordo di Mauro a Palermo"

di Giuseppe Barbera

 

Evidentemente avevano deciso di fare sul serio. Nelle fabbriche del nord Lotta Continua era forte abbastanza, insieme agli studenti e agli operai meridionali occupava scuole e università e pensava che fosse giunto il momento di fare seriamente la rivoluzione. Ma al sud, le fabbriche erano poche e a Palermo, per “rafforzare il partito e prendersi la città”, quelli della segreteria decisero di inviare Mauro approfittando dell’occasione che padre Pintacuda offriva al suo collega sociologo di avere un contratto in università. L’idea piacque subito a quella parte di noi, militanti palermitani di LC, che avevano temuto con questa storia del partito che fosse arrivato il momento di diventare come gli altri, come quelli di Avanguardia Operaia e del Manifesto: bravi e seri compagni, molto “intellettuali comunisti”, ma certamente un po’noiosi. Mi ricordo ancora delle critiche severe quando sul giornale dedicammo un pezzo a Jimi Hendrix che era morto di overdose: il titolo, scritto da Mauro, diceva”suonava da dio lo hanno ucciso i padroni”. Noi di LC amavamo la cultura beatnik, gli hippies e i figli dei fiori ci erano molto simpatici. Magari non avrebbero fatto la rivoluzione ma vuoi metter il piacere di cantare Dylan e i Doors ( o Ivan della Mea e le nostre canzoni rivoluzionarie) a squarciagola, complice qualche bicchiere di vinaccio e qualche spinello furtivo e di incontrasi con il variopinto mondo giovanile della città, fuori da ogni ideologia, sui prati di Villa Sperlinga pronti a lanciare la prima campagna contro l’eroina?

Mauro aveva fama già consolidata di anticonformista, i compagni della segreteria lo avevano mandato a Palermo un po’ per punirlo, un po’ perchè la sua capacità comunicativa era immensa, affascinava tutti, operai e alto borghesi. La prima cosa che fece fu subito coerente con la voglia, che mai lo abbandonerà, di cercare per sé e per gli altri vite più felici. Scelse un casa tra i giardini della piana dei Colli, tra zagare e gelsomini. Ci fu subito (a me, a Mario, a Vincino) molto simpatico anche perché un segretario che suonasse la chitarra non ce lo aspettavamo. E accettammo con lui di provare a diventare un partito. Nella sede molto ambiziosa di piazzetta Speciale leggevamo e commentavamo qualcosa che si chiamava il Catechismo dei Comunisti. Ma non durò molto scegliemmo piuttosto l’intervento in fabbrica, ai cantieri Navali, il volantinaggio allo Zen, e la propaganda davanti alle scuole. Lì c’era il solito problema dei picchiatori fascisti: le prendevamo quasi sempre e decidemmo allora di organizzare una denuncia pubblica; ricorrendo agli archivi del L’Ora più che alla controinformazione, stampammo un libretto dal titolo “Fascisti a Palermo”. Mauro che odiava la violenza- mai neanche nei terribili anni successivi ci spinse ad azioni violente e di questo gli sarò sempre grato- pensava che elencare i loro nomi e le loro gesta sarebbe bastato. A guardare la luminosa carriera politica di molti di loro non servì proprio.

Ci finanziavamo vendendo le grafiche che Mario Schifano o Sebastian Matta ci regalavano e versando ciascuno una quota secondo le proprie possibilità. Organizzammo anche un cineclub, il circolo Ottobre, che alternava i classici russi all’avanguardia americana, qualche concerto al circolo La Base e un “mercatino popolare”: grazie ai compagni di Castelbuono comprammo a prezzi stracciati la carne di un intero vitello per rivenderla a prezzo politico agli operai dei cantieri. Fu una disfatta: il frigorifero non resse e il giorno del mercato ci trovammo di fronte a una poltiglia maleodorante . Mauro in quel tempo continuava a costruire rapporti. Fu molto attivo nella campagna contro l’abrogazione del divorzio: ricordo un’assemblea nella facoltà di Agraria con Mauro Rostagno “sociologo” e Peppino di Lello, “pretore” .A casa sua si incontravano gli operai dei Cantieri e i lumpen dei quartieri periferici ma venivano in continuazione a trovarlo anche i suoi amici del nord, meravigliose persone come Alex Langer. Il suo amore per Chicca era grande e nel frattempo era nata Maddalena, piccola palermitana. Me lo ricordo in lunghe passeggiate con quel vecchio comunista doc che è stato, e forse è ancora, Nino Mannino: eravamo orgogliosi e speranzosi di questa amicizia tra vecchi e nuovi rivoluzionari. Un privilegio solo a lui riservato erano le visite, magari accompagnato da Andrea Valcarenghi di “Re Nudo”, al villino liberty occupato da un gruppo di hippies cosmopoliti guidati da Carlo Silvestri: la Comune di Terrasini luogo mitico e idealizzato di sogni erotici, bagni nudi nel mare, viaggi psichedelici, musiche ribelli.

Ma poi si tornava al lavoro politico, alle riunioni che Mauro conduceva intercalando un ragionare lucido e comunque spiazzante ed anticonformista con espressioni come “non nascondiamoci dietro un dito…non buttiamo il bambino con l’acqua sporca…non mettiamoci il prosciutto sugli occhi…estremizzo per farmi capire”. Portò a Roma, ad una manifestazione nazionale per la casa un vagone di signore palermitane dei quartieri popolari: per molte di loro era certo il primo viaggio, ebbero la testa del corteo e si divertirono moltissimo ma le femministe mai perdonarono a Mauro la gestione “maschile” di tutta l’operazione. Il suo capolavoro politico fu l’occupazione della Cattedrale; le donne senza casa avevano una diretta interlocuzione con il Cardinale Pappalardo. Non ricordo quale fu l’esito della lotta (io con il cognome che porto in tempi di serie A era meglio che mi tenessi lontano dal “fronte” per non cadere in richieste di biglietti per la partite).ma davvero sembrava che la città stesse cambiando. Pubblicammo un giornale, immancabilmente titolato “Sicilia Rossa”. Le assemblee “intergruppo” le vincevamo facilmente: Mauro era il leader più bravo, un grande comunicatore e grande fu quindi la delusione quando nelle elezione del 76 noi che eravamo i più forti in città, fummo costretti per differenziarci a metterci in fondo alla lista: Mauro, ricordo, era il numero 26 e io lo portavo in giro a far comizi. Fu una sconfitta, prendemmo pochi voti, molto meno dell’immaginabile e demmo uno splendido esempio della litigiosità perenne della sinistra.

I tempi stavano cambiando, di fronte al rischio di cadere nel terrorismo, scossi dal protagonismo delle donne, spaventati dai primi disastri dell’eroina, sciogliemmo Lotta Continua. Gli ultimi mesi Mauro li passò accentuando il suo spirito libertario, piuttosto che costringersi e costringerci al ritorno all’ovile provammo a sperimentare insieme le strade della creatività. Ricordo bene come Peppino Impastato fosse contrario a quella che riteneva una deriva e ho sempre pensato che la scritta sotto la sede di Via Agrigento, “ abbasso i creativi che fanno i ricreativi” l’avesse scritta lui pensando a Mauro.

Ma ormai era andata, il coraggio, la fantasia e l’intelligenza di Mauro presero la strada di Macondo - un locale a Milano dove lo arrestarono accusandolo di spaccio e che rabbia a leggere gli articoli moralistici di chi a Palermo lo conosceva bene!-, degli “arancioni” in India e poi di Saman a Trapani dove incontrò la Sicilia più schifosa. In qualche modo tornò a Palermo nel 1989 quando, negli anni della primavera, gli dedicammo l’auletta al piano terra di palazzo delle Aquile dove discuteva la società civile. Ancora oggi i frequentatori del palazzo la chiamano così. Molti certamente non sanno perché. Non sarebbe il caso di dedicargliela ufficialmente?

Scritto nel settembre 2008, adesso nell'auletta c'è una targa che la intitola a Mauro. E' stata affissa da Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale. Si aspetta l'atto ufficiale

 

 

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Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone

 

 

 

 

 

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26 settembre 1988 - Quella notte che uccisero Mauro Rostagno

 

 

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Mauro Rostagno

 

 

Articolo da Il Fatto quotidiano del 2 Febbraio 2011

Trapani, prima udienza per l’omicidio di Mauro Rostagno

di Davide Pecorelli

Secondo l'accusa, il giornalista assassinato ventidue anni fa è stato ucciso da Cosa nostra. Oggi una grande manifestazione prima dell'inizio del processo contro due boss della mafia

Ventidue anni, un delitto e nessun colpevole. Oggi per Trapani è stata una giornata speciale. La città infatti registra il primo passo verso la ricostruzione della verità sull’omicidio di Mauro Rostagno, ucciso a Valderice, in provincia di Trapani, il 26 settembre del 1988. Al Palazzo di giustizia si è aperto il processo che vede imputati il boss Vito Mazzarra, mandante dell’assassinio e Vincenzo Virga, esecutore materiale del delitto e killer al soldo della mafia. Entrambi all’ergastolo per altri delitti, sono riconosciuti dall’inchiesta condotta dai Pm Gaetano Paci e Antonio Ingroia i responsabili dell’efferato delitto: Mauro Rostagno dava fastidio alle attività illecite delle cosche e  ai legami oscuri tra Cosa Nostra, politica e massoneria. Andava quindi eliminato.

Dopo varie inchieste che escludevano la matrice mafiosa del delitto ma puntavano su filoni interni alla Comunità Saman, e all’omicidio tra compagni, la mano di Cosa Nostra viene scoperta sul fucile utilizzato per eliminare Rostagno, arma a disposizione dei killer utilizzata in altri delitti. La firma della mafia è impressa proprio nel piombo: quello utilizzato per eliminare un giornalista scomodo.

Trapani è il posto in cui Mauro aveva deciso di vivere e che amava. La città ha saputo i dare un segnale deciso contro la mafia, tenendo alta l’attenzione sull’omicidio e dimostrando, ancora una volta, il solco lasciato in Sicilia dal giramondo torinese. Un corteo silenzioso ha sfilato per le vie della città – dalla Prefettura al palazzo di Giustizia – dando vita al ricordo per arrivare alla celebrazione di un processo atteso da anni. Giovani delle scuole, associazioni, rappresentanti delle istituzioni hanno accompagnato simbolicamente i parenti di Mauro.

Alla testa del corteo uno striscione con la scritta “Ciao Mauro” accompagnata da una frase celebre del giornalista, fine intellettuale, rivoluzionario: “Io sono più trapanese di voi perché ho scelto di esserlo“.

Una scelta di civiltà Il processo aperto oggi a Trapani racconta di un importante apporto della società civile. Accanto ai parenti delle vittime, hanno deciso di costituirsi parte civile 22 tra enti ed associazioni. Da Libera, l’associazione antimafia ad “Un’altra storia” di Rita Borsellino ed enti come il comune e la provincia di Trapani e la Regione Sicilia. Realtà che, a vario titolo, si sentono lese dall’omicidio di Rostagno.

In un’aula affollatissima, la società civile ha accompagnato il primo passo della giustizia italiana per dare un nome e un volto agli assassini di Mauro Rostagno

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Articolo del 30 Giugno 2011 da liberainformazione.org

Il processo in diretta/14°udienza

Processo Rostagno: quelle carte pieni di appunti arrivate dal passato

In aula Umberto Santino, presidente del centro «Peppino Impastato»

Un «malloppo» di carte, appunti vergati a mano, dattiloscritti, frasi sottolineate, considerazioni segnate a margine di copie di articoli di stampa. Sono le carte che Mauro Rostagno ha utilizzato fino a poche ore prima di essere ucciso, dalla mafia, il 26 settembre del 1988, quando tornando dalla tv privata dove lavorava, Rtc, si trovava al bivio di Lenzi, stretto, e quella sera pure buio, a popchi metri dall'ingresso della comunità Saman. Ieri, 29 giugno, queste carte sono «entrate» nel processo per il suo omicidio. Il faldone tenuto insieme da un paio di elastici è stato consegnato alla Corte di Assise dall'avv. Carmelo Miceli, legale di parte civile per Chicca Roveri e Maddalena Rostagno. Poco prima, ha spiegato ai giudici, quelle carte le aveva ricevute dall'avv. Nino Marino che, ha riferito, lo ha pregato di consegnarle alla Roveri, perchè la stessa poco tempo dopo il delitto del compagno gliele aveva a sua volta consegnate. Nino Marino all'epoca svolgeva attività politica attiva, era segretario del Pci, sul delitto Rostagno stava conducendo una battaglia di informazione, puntando il dito contro la mafia. Carte «importanti» quelle consegnate alla Corte di Assise, dentro ci sono appunti di Rostagno su traffici di droga e di armi, sulla massoneria, sulla mafia, su personaggi importanti di Cosa nostra, come Mariano Agate, fotocopie di articoli riguardanti questi argomenti, «sono la testimonianza - dice l'avv. Miceli - che Rostagno quando fu ucciso era di questo che si stava interessando, la mafia può averlo ucciso per questo, e gli intrecci toccati da Rostagno erano intrecci dove Cosa nostra c'entrava perfettamente». Le difese degli imputati, ma poi tutte le parti, pm e parti civili, si sono riservati di dare il loro parere, ma intanto quelle carte sono finite nel posto più sicuro, la cassaforte della Corte di Assise. In attesa di essere lette.

«Rostagno svolgeva una attività di controinformazione». A dirlo è stato il prof. Umberto Santino, presidente del centro di documentazione «Peppino Impastato». Sentito come primo teste ha confermato che l'interesse di Rostagno era per i traffici di droga, di armi, per la massoneria, comune denominatore la mafia. «Controinformazione - ha spiegato - perchè non era alle consuete fonti che si rivolgeva ma sue fonti erano soggetti che potevano essere coinvolti negli stessi traffici. Lo avvertii del pericolo della strumentalizzazione. Gli parlai anche del suo editore (Puccio Bulgarella deceduto da poco tempo ndr) che sapevo essere coinvolto con la sua famiglia in vicende giudiziarie, ma mi rispose che lui era libero, non subiva pressioni. Mi intervistò a lungo, poi doveva tornare ad intervistarmi ma fu ucciso. Quando andai a Saman il giorno dopo il delitto mi accorsi che non si sapeva nulla lì della sua attività giornalistica, nessuno sapeva nulla della mia intervista, se fosse andata in onda o meno, chiesi se volevano continuare il lavoro che Rostagno voleva fare con me, ma nessuno mi rispose. Quando ci furono i funerali chiesi di potere parlare ma non mi fu permesso, scrissi un articolo dopo per dire che c'era stata da parte della politica una appropriazione indebita di quel cadavere». Il riferimento era «all'on. Claudio Martelli».

Di sua iniziativa, il prof. Santino, ha fornito alla Corte due copie di comunicati stampa, comunciati denuncia della realtà trapanese ricca di commistioni. «Sono relativi - ha spiegato - alla nomina ad assessore regionale dell'on. Francesco Canino (ex deputato Dc, arrestato nel 98 per mafia, il processo contro di lui è sospeso per gravi motivi di salute ndr). Ricordai che questo deputato intervistato dal Giornale di Sicilia aveva detto di essere entrato nei locali del circolo Scontrino senza sapere della presenza di logge massoniche e di essere stato iniziato col rito della “punciuta” del dito, ma quello non era un rito massonico ma mafioso». Gli atti di accusa contro l'on. Canino riguardano proprio i suoi presunti stretti contatti con il capo mafia Vincenzo Virga, il boss condannato ad ergastoli e associazione mafiosa, per essere stato il capo mandamento di Trapani di Cosa nostra, e che nel processo Rostagno risponde dell'accusa di essere il mandante del delitto. Il nome di Canino era già emerso nella precedente udienza, riferito da un teste che partecipando ad un pranzo a Palermo con Puccio Builgarella, ha ricordato che quando a tavola si parlò dell'omicidio Rostagno, Bulgarella disse che una prima volta era riuscito a salvarlo, ma una seconda non ci riuscì perché non era a Trapani, e che a causa di quel delitto da un mese non si parlava con un politico, e lo indicò, sedeva a poca distanza da lui, era l'on. Canino.

In apertura di udienza sono transitati i verbali di interrogatorio di una ex ospite della Saman, Alessandra Faconti, morta nel 2007, che tra l'altro confermò di avere accompagnato Rostagno dal giudice Falcone. Circostanza confermata da un agente della scorta del magistrato. 

Poi è stato il momento del “giallo”. Misteri secondo la difesa, nulla di non chiarito e non chiaribile secondo i pubblici ministeri Del Bene e Paci. In una delle ultime udienze era insorto quello che poi è diventato per l'appunto una specie di giallo. Un interrogatorio in questura al quale sarebbero state sottoposte le teste oculari del delitto Rostagno (non videro compiere l'omicidio la sera del 26 settembre 1988, ma assistettero mentre stazionavano sul marciapiede nei pressi della loro casa, al passaggio dell'auto di Rostagno e di un'altra auto mentre si dirigevano verso Saman ), interrogatorio del quale la difesa dell'imputato Mazzara, avv. Vito Galluffo, ha evidenziato l'inesistenza del relativo verbale. Silvana Fonte, sentita, aveva infatti riferito che l'anno scorso era stata convocata, in questura, precisando: «Mi hanno sentito di nuovo sulla dinamica, magari non era così ufficiale». La donna ha però fatto riferimento alla firma di un verbale, anche se non lo ha riferito in modo certo. Verbale che non c'è.

Ieri la Corte di Assise ha sentito l'ispettore capo Angelo Palumbo e l'ispettore Simona Pettorini, della Squadra Mobile di Trapani, che hanno confermato di avere loro sentito le sorelle Fonte, spiegando che la convocazione delle due donne nasceva da una delega della Procura di Palermo che chiedeva di accertare se il ricordo delle due donne, ripetutamente sentite durante le svariati indagini sul delitto, poteva essere migliore. «Le due donne dissero che non erano in grado di aggiungere nulla, per questo non abbiamo aperto alcun verbale» ha spiegato l'ispettore capo Palumbo. «Se vi fossero state novità - ha aggiunto l'ispettore Pettorini - avremmo aperto un verbale e fatto vedere un album fotografico ma niente di questo fu fatto». Nessun giallo dunque ma soprattutto nessuna omissione è stata compiuta. Secondo quanto è stato possibile dedurre dalle domande dell'avv. Galluffo il pensiero dei difensori, non esternato, sarebbe quello che le due donne videro le foto e tra queste, ricostruzione che si ipotizza dalle domande delle difese, c'era anche quella del presunto killer Vito Mazzara, imputato nel processo per il delitto, ma le sorelle non lo avrebbero riconosciuto, da qui l'assenza di un verbale. Se le cose fossero davvero queste l'omissione finirebbe con l'inserirsi nel filone delle gravi mancanze che nel tempo gli investigatori avrebbero compiuto indagando sul delitto. Ma la Squadra Mobile di Trapani è quella che ha avuto il merito di ridare fiato ad una indagine che stava andando in archivio, e proprio la voce intercettata in carcere dell'imputato Vito Mazzara dà quasi conferma che l'ipotesi di un suo coinvolgimento non sarebbe stata sbagliata. Parlando con i familiari Vito Mazzara si lamenta della pressione dell'opinione pubblica, di “quella cosa vecchia” che torna fuori e poi inviata la moglie ad andare a vedere in un determinato posto della casa di campagna per vedere “se dentro c'è ancora qualcosa e in caso di buttare via tutto quello che avrebbe potuto trovare”, presumendo una perquisizione. La Polizia giunse prima dopo avere ascoltato l'intercettazione, in effetti trovarono nell'abitazione dell'uomo un incavo sul muro, un nascondiglio a misura di fucile, dentro però non c'era niente. Tornando al presunto giallo la testimonianza dei due poliziotti ha smentito la ventilata ipotesi di un verbale apposta non fatto dopo avere convocato le sorelle Fonte e non sono emersi riscontri che smentiscono gli investigatori, è anche vero che i riconoscimenti fatti in precedenza dalle sorelle Fonte, quando indicarono soggetti appartenenti alla Saman quelli che si trovavano sull'auto che inseguiva quella guidata da Rostagno, risultarono infondati. Insomma troppo giovani all'epoca per riconoscere i volti. I movimenti delle auto invece li ricordano ancora oggi, Mauro che guidava la Duna che arriva sulla strada per Saman, un'altra auto dietro, pochi istanti dopo questa seconda auto che spunta di nuovo sull'incrocio per andare via. Mauro nel frattempo era stato ammazzato.

 

 

Articolo del 1 Luglio 2011 da liberainformazione.org

Omicidio Rostagno: il racconto di Alessandra Faconti

di Rino Giacalone

«A Mauro fu fatta richiesta di cambiare l’impostazione del suo giornale»

Qualcuno nel 1988 voleva l’allontanamento di Mauro Rostagno da Rtc. Poche parole che si traggono dal verbale di interrogatorio di Alessandra Faconti, ex ospite della Saman. Vicina a Mauro Rostagno, la Faconti è deceduta nel 2007, i suoi interrogatori, dal 1989 al 1997, adesso hanno fatto ingresso nel processo per il delitto Rostagno in corso dinanzi alla Corte di Assise di Trapani.

È lei a parlare di un possibile allontanamento da Rtc che addirittura dall’interno della Saman si stava decidendo «sulla pelle» di Mauro Rostagno, poi ha aggiunto nello stesso verbale del 7 agosto 1996: «A Mauro fu fatta richiesta di cambiare l’impostazione del suo giornale». Parole che sembrano collimare con quelle pronunciate per la prima volta e davanti ai giudici da uno dei collaboratori di Rtc, il giornalista Ninni Ravazza che solo adesso si è ricordato di quando l’editore, Puccio Bulgarella, ora deceduto, aveva richiamato la redazione proprio per i “toni alti e dirompenti” tenuti dalla redazione nel confezionamento del tg. Bulgarella che poi durante un pranzo a Palermo con suoi collaboratori avrebbe parlato di un tentativo riuscito di salvare Rostagno e di un secondo tentativo fallito, e per la morte di Rostagno, spiegò, non si salutava più con un politico trapanese, indicandolo anche, era seduto in un tavolo poco distante dal suo, era l’onorevole Francesco Canino, deputato e assessore regionale della Dc.

Ecco a quali inchieste giornalistiche Mauro Rostagno si dedicava

Ma il racconto della Faconti è ricco di particolari e riscontra ciò che è emerso dal processo. Una delle ultime inchieste giornalistiche seguite da Rostagno prima di essere ucciso dalla mafia il 26 settembre 1988, era quella relativa alla massoneria deviata: «Rostagno mi riferì che era stato chiamato da alcuni personaggi influenti trapanesi che lo avevano “consigliato” di lasciar perdere la sua inchiesta sulla loggia Scontrino». A cosa lavorava Rostagno invece? «Stava cercando i scoprire i collegamenti tra il delitto Ciaccio Montalto, le indagini condotte da questo pm, i mafiosi trapanesi capeggiati dai Minore, il boss mazarese Mariano Agate, e tra la mafia trapanese e quella catanese dei cavalieri del lavoro.

Elementi che Mauro – proseguì la Faconti - su incarico di Mauro andai a cercare anche presso il centro Impastato, una ricerca della quale eravamo a conoscenza solo io e lui». La Faconti raccontò anche di un incontro che Rostagno ebbe a Palermo col giudice Giovanni Falcone. Ma al magistrato che la sentì nel 1996, il procuratore Gianfranco Garofalo, fece presente che non era la prima volta che riferiva questo particolare, «lo dissi anche ai carabinieri nel 1989, ma stranamente nel verbale relativo non trovo alcun cenno». A sentire la Faconti fu l’odierno luogotenente dei carabinieri Beniamino Cannas, lo stesso che entrò in possesso (lo dice la stessa Faconti) di una cassetta con una intervista da lei fatta ad una trasmissione Rai, intervista mai andata in onda: «Cannas mi confermò di avere preso la cassetta per vedere cosa sapessi io del delitto». Infine un particolare: «Quella sera del 26 settembre 1988 Rostagno non doveva tornare in comunità, ma andare a cena con il suo collega Ninni Ravazza e con l’avv. Salvatore Cusenza».

Il contrasto con Ciccio Cardella

L’attrito tra Francesco Cardella, ex guru della Saman, e Mauro Rostagno è cosa nota per il processo in corso. Quello che non si conosce con esattezza è la ragione. Pesante il fax che Cardella inviò da Milano a Lenzi per «cacciare» via Rostagno dal «Gabbiano», la residenza dei dirigenti della comunità dentro al baglio di Lenzi, parole di grande violenza verbale, troppo è sempre apparso per quella famosa intervista rilasciata a Claudio Fava, per il mensile King, dove Rostagno parlava della sua esperienza e del suo lavoro, senza citare Cardella. La teste Alessandra Faconti nel suo interrogatorio ha introdotto un diverso elemento. «I contrasti con Cardella cominciarono dopo che Rostagno aveva attaccato in tv la loggia Scontrino (dove si celavano le logge massoniche coperte e super segrete, quelle dove erano iscritti mafiosi, massoni, politici, alti burocrati ndr)». Ci sarebbe stato anche un altro punto di contrasto con Cardella, «e cioè quando Rostagno “attaccò” il governo della città di Marsala in mano ai socialisti a proposito di alcune iniziative dispendiose di denaro».

Quelle armi che arrivavano dal Medio Oriente

Ma l’interesse di Rostagno era anche per i traffici di armi e droga che passavano per la provincia di Trapani, «navi che qui arrivavano dal Medio Oriente», sbarchi che avvenivano sotto il controllo della mafia, quella del potente mazarese Mariano Agate. Armi che secondo il racconto della Faconti erano dirette “all’Est Europeo”. «La loggia massonica Iside 2 di Trapani, i cavalieri del lavoro di Catania, la famiglia mafiosa di Mariano Agate erano tra loro collegati da un ingente riciclaggio di danaro sporco che era connesso a traffici di armi con il nord Africa. Più esattamente il giro descrittomi da Mauro era il seguente, le armi provenivano da paesi del Medio Oriente, transitavano per il nord Africa, da qui venivano trasportate a mezzo di navi tunisine o somale o della marineria marsalese o mazarese a Marsala e Mazara del Vallo con il coinvolgimento di Mariano Agate, dopo che la mafia aveva prelevato le armi che necessitavano, organizzava il successivo trasporto del rimanente carico verso paesi dell’Est europeo».

La Faconti ha anche confermato l’incontro tra Rostagno e il giudice Giovanni Falcone, e però il commento di Rostagno rispetto a quest’incontro, durante il quale parlò delle sue scoperte giornalistiche, non fu esaltante a leggere il verbale d’interrogatorio firmato dalla donna: «Dopo l’incontro Mauro mi apparve amareggiato, mi disse che Falcone era apparso disinteressato anzi lo invitò a non occuparsi più della vicenda, dandogli l’impressione che voleva insabbiare tutto». La Faconti disse che non aveva parlato prima di queste cose perché temeva che questi giudizi su Falcone non sarebbero stati accettati. «Gli dissi – prosegue il verbale – che ne poteva parlare con il dott. Borsellino, ma mi rispose che non credeva più in nessuno». «Mi disse ancora che era convinto di non potere rivolgersi né parlare più con nessuno, nemmeno con Cardella, forse perché aveva scoperto che questi faceva parte della massoneria. Tempo dopo lo rividi e mi disse che voleva realizzare per conto della Rai un servizio sulle cose da lui scoperte».

«Mauro credeva di avere trovato riscontri scavando attorno al delitto Ciaccio Montalto e alla strage di Pizzolungo, riteneva che c’erano forti collegamenti tra la mafia trapanese e quella di Catania. Ricordo - proseguì la Faconti nel suo racconto - che in quel periodo prese l’abitudine di non usare più il borsello ma di portare una borsa, ho ricordo che dentro quella borsa vi era una cassetta di quelle che si usavano in tv, nella mia mente ho una immagine che su questa cassetta c’era scritto “non toccare” ed erano indicati i nomi di tutti i soggetti coinvolti».

È la famosa cassetta con dentro le immagini di quell’atterraggio segreto di un grosso aereo che Rostagno era riuscito a filmare sulla pista dell’aeroporto chiuso di Kinisia? La borsa fu trovata sull’auto di Rostagno la sera del delitto, fu trovata aperta, dentro non c’era alcuna cassetta e nemmeno l’agenda. «Pezzi mancanti», come il titolo di un bel libro del collega Salvo Palazzolo, “pezzi mancanti” di un delitto che la mafia può avere ordinato per togliere di mezzo un giornalista ed un testimone scomodo.

 

 

 

 

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Mauro Rostagno. Prima parte.

Mauro Rostagno. L'inchiesta di Maurizio Torrealta.

Fonte: http://www.rainews24.rai.it 3 ottobre 2OO9

 

 

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Mauro Rostagno.Seconda parte.

 

 

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Mauro Rostagno. Terza parte

 

 

Articolo del 12 Ottobre 2011 da liberainformazione.org

La cronaca in diretta/ 19° udienza

Processo Rostagno, Linares racconta la mafia trapanese dal delitto ad oggi

di Rino Giacalone

In aula l'ex dirigente a capo della squadra mobile che ha contribuito a riaprire il caso

Quando nel 2008 stavano andando in archivio le indagini sul delitto di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista ammazzato a Trapani il 26 settembre del 1988, la Dda di Palermo decise di giocare un’ultima carta, affidando le indagini alla Squadra Mobile di Trapani a quegli investigatori che tra il 1992 e i primi anni del 2005 aveva ricostruito il puzzle degli affari mafiosi esistenti nel trapanese, “infilzando” uno dietro l’altro tutti i latitanti di mafia, che vivevano protetti da una congrega di colletti bianchi, seguendo le tracce lasciate da decine e decine di appalti pilotati. Una cosa che fecero quegli investigatori, che riesumarono i rapporti di un famoso capo della Mobile di Trapani, Rino Germanà, fu quella di riuscire a retrodatare alleanze e traffici vari agli anni ’80, tutto oggi con il sigillo di diverse sentenze passate in giudicato e un elenco di nomi, mafiosi, imprenditori, che costituivano, con la copertura della massoneria dilagante, la galassia della mafia trapanese. Alcuni di questi soggetti oggi scontata la galera sono tornati in auge, il boss latitante Matteo Messina Denaro che in quel 1988 cominciava a crescere a colpi di morti ammazzati, ne è oggi il boss e loro capo indiscusso, guida la cosidetta mafia sommersa, quella che è diventata impresa, holding, cassaforte di immensi tesori.

Linares nel 2008 fece quello che qualsiasi bravo investigatore deve fare, accertarsi se sono state fatte, ripetute, nel tempo, le comparazioni balistiche, per il delitto Rostagno per la verità questi riscontri non erano stati mai fatti, il processo in corso in Corte di Assise sta facendo scoprire che non solo alcune basilari indagini non furono compiute, dai carabinieri che hanno indagato sul delitto per 20 anni, ma che addirittura sono scomparsi o finiti in fascicoli “sbagliati” verbali e testimonianze che sarebbero stati utili ad arrivare presto, certamente prima del termine dei 23 anni dall’omicidio, alla matrice mafiosa. Le indagini di Linares fecero rileggere i verbali che molti pentiti sul delitto Rostagno avevano reso addirittura nel 1997, pentiti che avevano svelato il malumore di boss come i Messina Denaro contro Rostagno, e poi gli esami balistici hanno fornito il risultato che ha portato l’ex campione di tiro a volo della nazionale italiana, Vito Mazzara, sotto processo. L’ennesimo per lui con accusa di omicidio. Sta scontando, con Virga, ergastoli per delitti efferati, come quello dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, ucciso nel 1995 l’antivigilia di Natale in un sobborgo agricolo di Trapani, la sua morte era il regalo dei mafiosi liberi a quelli in cella e che stavano al 41 bis. Il delitto Rostagno per modalità di esecuzione, per armi usate, combacia perfettamente con altri delitti commessi da Mazzara, omicidi seriali, dove la firma di Mazzara è diventata anche la sua ripetuta abitudine a marcare le cartucce prima del loro utilizzo, facendole attraversare la canna del fucile e facendole colpire dalla culatta, senza però farle esplodere.

Era un modo per rendere impossibile ogni perizia balistica di compatibilità, l’espediente ripetuto è diventato elemento di conferma, così come l’abitudine a sovraccaricare le cartucce, circostanza questa che il 26 settembre del 1988 portò ad esplodere il fucile imbracciato da uno dei killer che con Mazzara entrarono in azione per uccidere Rostagno. Alla Corte di Assise di Trapani Giuseppe Linares ha spiegato questi passaggi investigativi e descritto 20 anni di indagine. Non è stata una lunga testimonianza perché le regole processuali prevedono che gli investigatori non possano essere dettagliati nei loro racconti, certo è che i pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, come le parti civili, sono usciti soddisfatti dall’udienza, le difese degli imputati invece  hanno vinto laddove codice alla mano hanno impedito al teste di ripetere ciò che i pentiti hanno detto sul delitto, perché i pentiti verranno sentiti, c’è chi però ha (mal) pensato che le difese possono avere vinto l’udienza, se l’udienza si vince chiedendo al teste quanto costa un fucile calibro 12, non ottenendo risposta, certo che si in questo caso l’udienza è stata vinta dalla difesa.

Nel 1988 quando venne ammazzato, Mauro Rostagno faceva il giornalista in una tv locale di Trapani, Rtc,  l’editore, l’imprenditore Puccio Bulgarella, un giorno si e l’altro pure si incontrava con Angelo Siino, il ministro dei lavori Pubblici di Cosa nostra e di Totò Riina. Nello stesso anno, sempre il 1988, mafia, impresa e politica costituirono un tavolino dove veniva diviso tutto quello che era possibile spartire e trasformare in denaro, consenso, potere. Linares rispondendo ai pm e alle altre aprti del processo e poi anche allo stesso presidente della Corte di Assise, giudice Pellino, ha descritto ill vissuto investigativo del suo ufficio, a proposito della perenne presenza della mafia nel trapanese nel territorio, oggi dentro l’economia, le istituzioni, la società, e indicando le connessioni con le quali oggi la mafia di Matteo Messina Denaro riesce ad alimentarsi. Sui personaggi imputati nel processo, Vincenzo Virga e Vito Mazzara, Linares ha speso molte parole: Virga, che segue il dibattimento in video conferenza, dal carcere di Parma, fu catturato dagli uomini di LInares nel 2001 dopo sette anni di latitanza, “era l’uomo di Provenzano, gestiva imprese e appalti, aveva attribuito ai figli Franco e Pietro ogni compito di esercitare la pressione mafiosa sul territorio, anche usando la violenza; Mazzara, che segue il processo stando in aula, ieri vestiva una elegante sahariana, è un ex campione di tiro a volo che ha disputato gare con la divisa della nazionale azzurra, circostanza che la difesa ha tenuto a fare emergere, e però tra una gara e l’altra di campionato, andava in giro con Matteo Messina Denaro a compiere delitti; Mazzara è l’uomo che la mafia trapanese vuole proteggere a tutti i costi, in carcere non gli fanno mancare niente e Linares ha ricordato di una intercettazione nella quale alcuni mafiosi parlano di lui dicendo che non lo si deve abbandonare anche se in carcere, perché lui è un pezzo di storia della mafia e un suo pentimento sarebbe disastroso per Cosa nostra. A vederlo come sta Vito Mazzara sta in carcere senza che niente gli manca.

Nel 1988 ha ricordato Linares era libero il gotha non solo trapanese ma anche siciliano di Cosa nostra, ed i gruppi di fuoco erano operativi. Mentre crescevano gli affari e le alleanze. La mafia diventava un tutt’uno con l’imprenditoria e la politica, il territorio veniva assalito dalle speculazioni che nessuno ostacolava. A Trapani si parlava poco di mafia, anzi si parlava poco e c’era silenzio sulle cose che non andavano. Rostagno ruppe l’andazzo, “era un giornalista fuori dal coro” ha detto l’ex capo della Mobile. “Questo suo modo di fare giornalismo, di fare le denuncie non era raccolto da nessuno, mentre in quel periodo si procedeva a processare Mariano Agate boss di Mazara per il delitto del sindaco di Castelvetrano Lipari, praticamente lui da Rtc era a fvare la cronaca di quel processo che restava non considerato adeguatamente dagli altri organi di informazione. Rostagno di questo processo parlava abbondantemente e per quello che abbiamo tratto noi investigatori, questa circostanza dava fastidio a Cosa nostra. La mafia non lo poteva sopportare e i pentiti lo hanno confermato, Mauro era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato. Questa è la convinzione che ci ha fatto riaprire il caso”.

Linares ha ricordato come già “nel rapporto della Mobile del 1988 venivano citati gli editoriali di Rostagno sui cavalieri del lavoro di Catania, interessati a lavori pubblici eseguiti a Trapani, ne parlava senza uno straccio di riscontro giudiziario, per questi fatti i riscontri giudiziari arriveranno anni dopo il suo assassinio”.

Il difensore di Vincenzo Virga, l’avv. Giuseppe Ingrassia, ha però cercato di inserire un colpo ad effetto con una domanda che però non ha imbarazzato Linares. “Come mai nei tanti editoriali, Rostagno non parla mai di Virga e della sua impresa all’epoca principale, la Calcestruzzi Ericina”. “Non ne poteva parlare e non lo avrebbe potuto mai fare – ha risposo Linares - perché la contezza investigativa su Virga emerse negli anni 90, considerato che all’epoca investigatori anche di punta andavano cercando il capo mafia Totò Minore che era però già morto e sostituito ma di questo non si ebbe contezza all’epoca in cui Rostagno faceva il giornalista. Anni dopo si scoprì che capo della mafia trapanese dal 1985 in poi era Vincenzo Virga per volere di Matteo Messina Denaro, Mariano Agate e Bernardo Provenzano, nomina che venne tenuta riservata”. Magistratura e forze dell’ordine non sapevano, la criminalità invece si. “Anche questa fu una scoperta che abbiamo fatto qualche anno dopo, grazie ad una intercettazione, dove un soggetto esperto estortore raccontò del fratello che ubriaco era entrato a far danno dentro una gioielleria alla periferia di Trapani e di averla scampata bene perché quella era la gioielleria di Viorga “chiddu chi cumanna a Trapani”.

Le sorprese vere dell’udienza arrivano quasi alla fine, quando l’avvocato di parte civile dell’associazione siciliana della stampa, il sindacato dei giornalisti, l’avv. Greco, chiede cosa fosse la promozionale servizi. “Era una società  in mano a Virga che si occupava di ciclo dei rifiuti, di smaltimento di rifiuti ospedalieri e speciali”. Una risposta che tira un’altra domanda sull’interesse di Virga per i rifiuti. Virga aveva le mani nel ciclo dei rifiuti, gestiva con prestanome l’impianto di riciclaggio di contrada Belvedere, alle porte di Trapani, amava dire, trasi munnizza (entra spazzatura) ed esce oro. E Rostagno in tv parlava spesso della città sporca, della spazzatura lasciata per le strade, e di come mai la gestione dei rifiuti costava miliardi alla collettività e la città restava sempre sporca. La gente lo ascoltava e gli dava ragione, per Cosa nostra era troppo. E Rostagno finì presto con il non parlare più di munnizza e delle altre cose che interessavano la mafia, Cosa nostra lo fece uccidere mettendo poi in giro la voce che "si trattasse di questione di corna".  Anche questa circostanza che si ripete dopo i delitti di mafia.


 

 

 

Articolo del 21 ottobre 2011 da iberainformazione.org

La perizia balistica e le prove contro il killer Mazzara

di Rino Giacalone

Diciannovesima udienza del processo per il delitto di Mauro Rostagno

L’ultima udienza del processo per il delitto di Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre del 1988, è entrata nel vivo della cosiddetta “super perizia” balistica disposta dalla Procura di Palermo per fare luce sulle responsabilità del presunto killer, Vito Mazzara,  imputato nel dibattimento con Vincenzo Virga, conclamato capo mafia di Trapani tra il 1982 ed il 2001. La perizia conferma l’esistenza di accorgimenti che l'uomo esperto di armi avrebbe messo a punto in questo delitto e in altri simili ed è stata elemento importante per l'inizio del processo. La super perizia  è stata condotta dal prof. Livio Milone, uno dei luminari della scienza balistica e dall’ispettore Emanuele Garofalo, del gabinetto centrale di Polizia Scientifica di Roma, uno degli esperti che si è occupato di casi internazionali come quelli relativi ai delitti di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e dell’agente dei servizi Nicola Calipari.

Come fu ucciso Mauro Rostagno

La ricostruzione del prof. Milone e dell’ispettore Garofalo è chiara: Rostagno inizialmente è stato “attinto” da due o tre colpi di fucile sparati dalla parte posteriore della Fiat Duna da lui condotta e che transitava nel tratto di strada di Lenzi, in cui serve ridurre la velocità per potere imboccare la stradina che porta alla sede della comunità Saman (comunità terapeutica da lui fondata e nella quale viveva). Sono colpi che lo colpiscono alla spalla destra, alla schiena, una “rosata” lo raggiunge alla nuca. Forse il rimbalzare dei pallettoni lo raggiunsero alla mano sinistra, che risultò ferita al momento dell’esame autoptico, altre abrasioni furono rilevate in altre parti del colpo. Si tratta di colpi di fucile calibro 12. Le ferite non sono lievi ma permettono in quel frangente a Rostagno di potere ancora parlare. Credibile quindi la ricostruzione di Monica Serra, che quella sera accompagnava Rostagno in auto, tornando dalla sede della tv Rtc, che ha detto di essere stata invitata da Rostagno a mettersi giù sotto il cruscotto dell’auto e di stare tranquilla e che tutto presto sarebbe finito. In quel momento secondo il racconto della Serra in sequenza sentì altri colpi, per i periti erano i due colpi esplosi da un’arma corta, una calibro 38, che raggiunsero alla testa Rostagno, uccidendolo.  L' illustrazione di quanto i periti hanno via via detto è stata fatta in aula mostrando tre foto realizzate durante l’autopsia. Nell’aula bunker si è visto una parte del corpo martoriato di Mauro Rostagno, quel cranio sfondato dai colpi di pistola, la schiena segnata da una serie di “orifizi”, i buchi provocati dai colpi di lupara.

Il fucile esploso

Da anni si parla di questa arma esplosa in mano al killer. "C'è di mezzo l'inesperienza?" Secondo la perizia questa non c’entra nulla. Ma vengono fatte alcune ipotesi. Un fucile calibro 12 Antares di marca Breda è una delle armi più sicure e sofisticate e sono state usate cartucce sovraccaricate. Nelle indagini dei carabinieri -  e la deposizione del generale Montante andava in questa direzione -  si dice che i cacciatori sono soliti sovraccaricare così le cartucce. Il prof. Milone ha confermato aggiungendo: il sovraccaricamento è spesso utilizzato per andare a caccia di prede particolari “e con quel fucile non andrei a sparare a cinghiali” - ha chiosato -  rispondendo ad alcune domande anche della difesa degli imputati. L’avv. Miceli ha posto una serie di questioni:

-  i pallettoni trovati sulla cosiddetta “scena del crimine” non erano del peso originario ma più pesanti. Quindi le cartucce erano sovraccaricate ma l'esame delle cartucce non è stato possibile per motivi tecnici all'epoca dei fatti quindi non se ne poteva dedurre peso e lunghezza.

- In relazione alla tesi della difesa sull'esplosione del fucile in mano al killer i periti hanno  parlato di una “frattura meccanica” (sul luogo del delitto furono trovati i residui di legno della canna e del calcio). La deduzione cui arriva la parte civile - spiega l’avv. Miceli – è invece che il fucile esplose proprio perché chi lo usava si riteneva un esperto di quell’arma e sapeva che poteva caricarla fino ad un certo limite.


Le striature sulle cartucce

Il perito Milone le ha indicate come “elemento caratterizzante”. Riferendosi a quelle striature sulle cartucce che combaciano nelle comparazioni fatte per quei delitti dei quali Vito Mazzara è stato ritenuto indiscusso colpevole e sconta ergastoli. I delitti che sono analoghi con quello di Mauro Rostagno sono quelli di un piccolo ladruncolo trapanese, Tano Pizzardi e di un duplice omicidio commesso a Partanna, nella Valle del Belice, durante una guerra di mafia dei primi anni ’90, il duplice delitto dell’imprenditore Giuseppe Piazza e dell’operaio (vittima innocente)  Rosario Sciacca. La comparazione delle cartucce tra i delitti Rostagno, Pizzardi, Sciacca-Piazza, conferma che le cartucce usate subirono un uso a freddo, cioè sono state passate per i meccanismi di esplosione del fucile senza però essere davvero esplosi. Su questo punto il prof. Milone ha detto che è possibile che ciò accada.   Il pentito Francesco Milazzo, che verrà sentito nel processo, ha spiegato durante l’istruttoria che questa era una abitudine di Vito Mazzara, quella di lasciare più impronte sulle cartucce in modo da rendere impossibile ogni comparazione balistica, abitudine che però secondo i pm Ingroia, Paci e Del Bene è diventata la “firma” della mafia e sua, di Vito Mazzara, sul delitto Rostagno.  Ma perché fare questa operazione? I pm hanno chiesto se possa esistere una ragione diversa da quella di “confondere le acque”. “E’ una operazione che si può fare – ha risposto Milone - per verificare l’efficienza dell’arma, renderla pronta all’uso, e cioè con le cartucce già in canna. Certo - ha aggiunto -  è difficile che possa essere opera di un cacciatore che di solito non va sul terreno di caccia con l’arma pronta e carica”. Alla domanda poi se in altre perizie balistiche era stata riscontrata questa circostanza, le striature a freddo, i periti hanno risposto che per loro era la prima volta che registravano simile cosa.

Le compatibilità con l'omicidio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto, invece riguardano le modalità dell'agguato. Il killer che entrò in azione, infatti, sparò in maniera così precisa contro la sua vittima che sedeva in auto e al posto di guida, così come Rostagno, da non colpire la moglie di Montalto, Liliana Riccobene che era seduto al fianco del marito, e la figlioletta che stava nel sedile posteriore. E per l'omicidio Rostagno avvenne qualcosa di simile: rimase incolume la giovane Monica Serra che era al suo fianco in macchina quando vennero esplosi i primi colpi d’arma da fuoco.

I rituali mafiosi
Perché la certezza che il delitto non fu commesso da balordi ma da mafiosi? Le risposte dei periti Milone e Garofalo hanno ricondotto i giudici a valutare e confrontare, come hanno fatto loro, gli scenari di altri delitti di mafia. "Purtroppo – ha detto Milone – sono stato chiamato a periziare altri omicidi e il rituale è stato sempre lo stesso: l’uso di un fucile calibro 12 e di una arma corta, una pistola calibro 38, i primi colpi esplosi col fucile per fermare la vittima, la pistola per il colpo di grazia, e la sequenza è quella del delitto Rostagno". E’ possibile che a sparare sia stata una sola persona? "E’ possibile – ha risposto Milone – dapprima il fucile usato dalla parte posteriore dell’auto che ferma un’auto che non va certo a grande velocità. Poi Rostagno  ha inizialmente fermato la marcia, poi ha cercato di proseguire il cammino, sebbene ferito, ingranando la prima viene raggiunto dai colpi di arma da fuoco. "Sicuramente – ha detto il prof. Milone – due sono state le fonti di fuoco,ossia la pistola e il fucile, è possibile, ha ripetuto, che a sparare sia stata una sola persona, però nel caso specifico sono portato ad escludere che sia stato uno solo a sparare".

Un pezzo di storia
Vito Mazzara ha seguito l’intera udienza senza mai distrarsi seduto all’interno della gabbia dell’aula bunker più vicino ai banchi della Corte e al banco dove prendono posto le parti civili. Un sacchetto e una bottiglia d’acqua posti vicino, vestito in modo elegante, impassibile mentre i periti rispondevano alle domande delle parti - accusa e parti civili in particolare - che tendevano a ricostruire quello che secondo l’accusa sarebbe stato il suo criminale comportamento la sera del 26 settembre del 1988 nelle campagne di Lenzi. Non ha mai fatto una smorfia né un movimento di disappunto. Di lui i mafiosi anni addietro intercettati dopo il suo arresto, dovuto al delitto di Giuseppe Montalto, sono stati sentire parlarne con grande rispetto, e con la paura che facendogli mancare qualcosa avrebbe potuto pentirsi, "sarebbe un guaio – dicevano i mafiosi – perché lui è un pezzo di storia".

Prossime udienze

Il processo prosegue il 9 novembre con l’audizione di tutti coloro i quali si sono interessati a repertare la scena del crimine, il 16 novembre tornerà  per la terza volta in aula il maresciallo dei carabinieri Beniamino Cannas, questa volta dopo che la sorella di Rostagno, Carla, ha riferito, quando è stata sentita, di un colloquio con lui durante il quale da Cannas apprese che il fratello aveva a suo tempo riferito che era andato a trovare il boss di Campobello di Mazara, Natale L’Ala. Il nome di L’Ala era tra quelli inseriti tra gli atti d’indagine sulla loggia massonica segreta Iside 2 scoperta dalla Polizia nella metà degli anni ’80, L’Ala sebbene sorvegliato speciale grazie ai buoni uffici della massoneria segreta era riuscito ad ottenere daslla prefettura di Trapani il rilascio della patente. Altre udienze nei successivi due mercoledì di novembre.
Articolo del 25 Settembre 2012 da  word.office.live.com

L’ombra dei depistaggi sul processo Rostagno

di Benedetta Tobagi

L’odissea delle indagini sull’omicidio Rostagno è stata lunga e perigliosa. Per molti anni non si è parlato di mafia. Certo, pesa il fatto che i collaboratori di giustizia hanno parlato del delitto solo molti anni dopo. Ma non bisogna dimenticare che l’attenzione degli inquirenti è stata allontanata dalla pista mafiosa da omissioni di fatto depistanti che costellano l’inchiesta fin dalle prime battute. Per esempio, basti pensare che adesso, dopo così tanti anni, in aula sono attesi gli esiti di nuove perizie balistiche sull’omicidio, perché solo le ultime indagini hanno evidenziato precise corrispondenze tra delitti per cui è stato condannato Vito Mazzara e l’omicidio Rostagno. Perizie accurate si sarebbero dovute fare subito dopo il delitto. Non fu così. Nell’ultimo processo è emerso inoltre il fatto grave che il reparto operativo dei Carabinieri non riferì all’autorità giudiziaria che Rostagno era stato sentito, poco prima della morte, in relazione alle sue inchieste sulla loggia Scontrino.

La mafia – quella pista così ovvia, così logica, così evidente, così scomoda – scompare, tutta l’attenzione e l’energia degli inquirenti si concentra sulle piste legate all’inchiesta sulla comunità Saman e all’omicidio del commissario Calabresi. Con forzature che, oggi, appaiono evidenti. Al processo di Trapani si compone il quadro del percorso accidentato dell’ennesima, faticosa storia di inchiesta depistata.

Di seguito, ecco alcuni passaggi tratti dalle deposizioni di tre testi, tre uomini dello Stato, incaricati, in tempi diversi, di indagare sull’omicidio Rostagno (selezionati grazie all’indispensabile contributo di Maddalena Rostagno). Per avere un’idea di come sia potuto accadere che la pista mafiosa sia stata condannata per anni all’irrilevanza. Per avere un’idea di quanto sia importante lo spaccato che emerge dal processo in corso a Trapani – a prescindere da quello che sarà il verdetto.

1) E’ stato ascoltato nell’aula di Trapani il generale dei Carabinieri, ora in pensione, Nazzareno Montanti (udienza 15/6/2011). Al tempo dell’omicidio era dirigente del Reparto Operativo dei Carabinieri di Trapani. A poco meno di un anno dal delitto, firmò un rapporto sulle indagini in antitesi con quello della squadra mobile guidato da Calogero Germanà (un poliziotto che scampò a un agguato di Leoluca Bagarella, e poi fu trasferito al Nord). Il rapporto Germanà, focalizzato sulla pista mafiosa, fu accantonato. Le indagini furono indirizzate dal rapporto dei Carabinieri, che privilegia la pista interna alla comunità Saman invece di quella mafiosa.

Il PM domanda a Montanti se nel marzo dell’88 Rostagno fosse stato formalmente sentito come teste dal personale del Reparto Operativo alle sue dipendenze. “Non mi risulta”, dice il generale.

Eppure, agli atti del processo, contesta il PM: “è stata acquisita una nota informativa trasmessa il 2 di marzo del 1988 all’Autorità Giudiziaria da parte dell’allora Brigadiere Cannas, che contiene le dichiarazioni di Mauro Rostagno e tutta un’altra serie di accertamenti concernenti la vicenda della loggia Scontrino… Questo rapporto compendiava degli accertamenti riguardanti un’importante indagine in quel momento in corso pendente innanzi all’Autorità Giudiziaria”.

“Sì”, dice Montanti

“Quindi, questo atto, questo rapporto informativo esce dal suo ufficio, ed è diretto all’Autorità Giudiziaria”.

TESTE MONTANTI: “Certo, certo”.

P.M. DOTT. PACE: “Lei ne è a conoscenza?”

TESTE MONTANTI: “No.”

P.M. DOTT. PACE: “Non veniva neppure informato dai suoi collaboratori?”

TESTE MONTANTI: “Ma probabilmente mi avrà informato, … io non le posso venire incontro … non lo ricordo”.

Non ricordo: la frase più frequente, la più terribile. Pochi mesi prima di morire, dunque, nel marzo 1988: “Rostagno è ascoltato a sommarie informazioni testimoniali e le sue dichiarazioni sono trasmesse con gli accertamenti di riscontro all’Autorità Giudiziaria”.

Domanda ancora il PM: “E con riferimento, quindi, alle indagini sull’omicidio Rostagno, lei è in grado di riferire alla Corte se il suo ufficio, l’ufficio da lei diretto ha riversato all’Autorità Giudiziaria tutti i materiali informativi di cui era a disposizione con riferimento all’attività giornalistica di Mauro Rostagno?

TESTE MONTANTI: “Ritengo di sì.”

P.M. DOTT. PACE: “Dagli atti questa sua risposta è clamorosamente smentita, Generale […] Dagli atti, la sua risposta è clamorosamente smentita perché tutto il materiale che Cannas riferì nel marzo dell’88 all’Autorità Giudiziaria nell’ambito di altro procedimento, alcuni mesi prima della morte di Rostagno, non venne compendiato nel rapporto preliminare, che lei ha spedito all’Autorità Giudiziaria, non ve n’è traccia e non ve ne sarà mai più traccia, se non qualche mese fa, quando è stato acquisito agli atti di questo processo. Quindi c’è qualcosa che non va, Generale.”

TESTE MONTANTI: “Benissimo, allora ci sarà qualcosa che non hanno trasmesso”.

Il PM lo incalza: “Lo spieghi, allora”.

E Montanti: “Guardi, io non so darle una spiegazione, non so darle una spiegazione”. […]

P.M. DOTT. PACE: “Io ritorno alla sua risposta […] “Non prendemmo in considerazione l’ipotesi mafiosa perché non veniva presa in seria considerazione”. Non veniva presa in seria considerazione da un ufficio che non ha riferito all’Autorità Giudiziaria tutti gli elementi di cui disponeva, questo dobbiamo ritenere, Generale”.

Nel corso dell’audizione, Montanti ricorda che disponeva, all’epoca, di pochissimo personale e scarse risorse. Che passava rapporti redatti dai suoi collaboratori. Come provare con certezza cos’è accaduto? Di certo, dal processo di Trapani, però, emerge il fatto che nel fascicolo dell’omicidio Rostagno non entra il fatto che il cronista di RTC era stato sentito dai Carabinieri, proprio in relazione al suo lavoro d’inchiesta sulla mafia trapanese.

Come precisa il PM: “C’è una evidente discrasia, un’incongruenza obiettiva tra quello che era il patrimonio informativo e conoscitivo di cui disponeva il Reparto Operativo e quello che lo stesso ha rappresentato all’Autorità Giudiziaria, come esito preliminare delle indagini su Mauro Rostagno.”

2) Gli anni passano, la pista mafiosa langue, mentre si porta acqua al mulino di altre piste d’indagine sul delitto. Come quella politica, la cosiddetta “pista Calabresi”.

Al processo emergono irregolarità e forzature. E’ molto inquietante, in proposito, la testimonianza del colonnello Elio Dell’Anna (udienza 13/6/2012), un altro carabiniere membro del Reparto Operativo di Trapani. Nel 1992 andò a Milano su delega della Procura di Trapani (in realtà, la delega sarà formalizzata solo successivamente all’incontro), “a cercare di accertare o di sviluppare una ipotesi investigativa che era quella che poteva legare l'omicidio Rostagno all'omicidio del Commissario Calabresi”. Una prassi quantomeno irrituale, ricorrere a un simile contatto informale: il Codice penale prevede il collegamento tra magistrati, non l'intermediazione degli ufficiali di Polizia Giudiziaria, precisa l’accusa.

Agli atti è acquisito un appunto, del 4 novembre 1992, a firma Dell’Anna, che comincia così:

"Sembra necessario segnalare alla Signoria Vostra quanto il Dottor Lombardi ha dichiarato in un colloquio informale avvenuto il 3 corrente mese con lo scrivente […]”.

In questo documento, il colonnello Dell’Anna attribuisce al dott. Lombardi (giudice istruttore nel processo per l’omicidio del commissario Calabresi) affermazioni perentorie, come “il Rostagno era al corrente di tutte le motivazioni, compresi esecutori e mandanti concernenti l'omicidio Calabresi”, “il Rostagno aveva rotto i ponti con i suoi ex compagni di Lotta e forse aveva intenzione di dire la verità” e la convinzione che l'omicidio Rostagno fosse nato nel contesto di Lotta Continua. Ma il dottor

Lombardi ha smentito recisamente, in altro procedimento, di avere mai affermato che il delitto Rostagno era da collegarsi all’omicidio Calabresi.

Non esiste una registrazione di quell’incontro. Il pubblico ministero cerca di capire se effettivamente tutte le informazioni contenute in quella nota vengono da un colloquio con il dottor Lombardi. Incalzato, il colonnello Dell’Anna spiega “di avere acquisito le dichiarazioni di Marino e altre cose, è probabile che in quel momento siano confluite in quel promemoria”. Desta sconcerto sentirlo ammettere: “avrei dovuto, per essere più corretto […], al dottor Messina avrei dovuto scrivere, […] Riporto quello che ho sentito dal Dottor Lombardi, quello che ho sentito da Marino e quello che ho letto e il mio pensiero che mi sono fatto”, anziché attribuire i contenuti del promemoria solo al dottor Lombardi.

Non solo. Dell’Anna non ricorda se parlò direttamente col pentito Leonardo Marino (accusatore al processo per l’omicidio Calabresi), o se si basò su verbali d’interrogatorio resi da Marino al dottor Lombardi. Quei documenti allora erano coperti da segreto istruttorio. Dell’Anna non ricorda bene, “qualcuno me li avrà dati però questi atti”, dice. E continua: “Non credo che me li abbia dati il Dottor Lombardi. Credo che me li abbia dati il reparto dei Carabinieri che aveva indagato sull'omicidio Calabresi e che aveva le dichiarazioni di Marino”.

P.M. DOTT. PACI: “E questa consegna di atti processuali, e allora ancora coperti dal segreto investigativo istruttorio, visto che ancora all'epoca si procedeva con l'istruzione formale, era stata autorizzata dal Giudice Lombardi?”

TESTE DELL'ANNA: “Non ricordo”.

Chiosa il PM Paci: “Ci sono troppe […] zone di poca chiarezza in questa attività svolta in modo così informale”.

3) Il prosieguo delle indagini continua a essere pesantemente segnato dallo “slittamento” iniziale.

Lo illustra con chiarezza la deposizione di Giovanni Pampillonia (udienze 30/3 e 6/4/2011), dirigente della Digos di Trapani nel 1995-’96. Quando assume la direzione, racconta, “era a un punto avanzato un’indagine che riguardava un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, che aveva come soggetti responsabili indagati proprio i responsabili della Saman… e il Procuratore della Repubblica di Trapani del tempo, il Procuratore Garofalo ci chiese di valutare se vi erano degli spunti investigativi in ordine all’omicidio Rostagno…che potevano fare riferire a dei soggetti all’interno della stessa Saman.

Pampillonia ribadisce in più passaggi che la Digos non si occupa di mafia.

P.M.: “Non conoscevate, dico, dal punto di vista investigativo, il fenomeno mafioso in quel periodo”.

TESTE PAMPILLONIA: “No, perché noi ci inseriamo in un meccanismo diverso, cioè noi ci inseriamo nella... otto anni dopo l’omicidio, allorché nessun apparato investigativo che si occupava di criminalità organizzata aveva avuto gli spunti investigativi che fossero riferibili a un omicidio di mafia… ripeto, che noi guardiamo questo omicidio partendo dal presupposto che già gli organismi deputati a contrastare le organizzazioni criminali avevano alzato le mani sostenendo che l’omicidio... che non si avevano riferimenti, tant’è vero che nel ’94 vi era una richiesta di archiviazione”.

Eppure, Pampillonia ha ben chiaro chi fosse Rostagno. Dice di lui: “Sì, io credo che Rostagno, molto dolcianamente, facendo riferimento a Danilo Dolci, attaccasse un sistema sociale nel quale vi era un congelamento di... dell’indignazione della gente rispetto ad un sistema bloccato di... politico clientelare mafioso. Quindi sicuramente Rostagno in questo ambito è stato... era una scheggia impazzita di un sistema dove, in realtà, fino a quel momento vi era la massima serenità, serenità in termini organizzativi; però vi erano delle... una cappa, fondamentalmente.” E ancora: “Era molto seguito Rostagno... perché, ripeto, le denunzie rientravano in un momento storico particolare … nel quale, ripeto, la società... quella che poi venne definita la società civile, cercava di riconoscersi in qualche

soggetto che aveva il coraggio di dire le cose per quelle che pensava. … Rostagno sicuramente era un elemento di riferimento di questa società civile, di questa futura società civile, insomma.”

Però la pista mafiosa è insabbiata e incagliata, nessun pentito, all’epoca, ne parla. La Digos, dunque, approfondisce i percorsi di sua competenza, come richiesto dal procuratore generale Garofalo. Spiega Pampillonia: “Il profilo di Rostagno è un profilo estremamente complesso perché, insieme a questa grande denuncia nei confronti di questo sistema politico clientelare mafioso, vi era anche una citazione a giudizio di Rostagno per l’omicidio Calabresi”, perché Rostagno era stato in Lotta Continua. L’avvocato di parte civile Lanfranca trae da un rapporto della Digos di allora il riferimento alle minacce ricevute da Rostagno prima della morte. Ma Pampillonia non ricorda. Non ricorda che accertamenti fecero. Si limita a confermare che tra gli spunti investigativi il tema “mafia” non fu indicato.

Lo ribadisce più volte, nella sua deposizione: “L’ho detto prima, noi interveniamo dopo otto anni dall’omicidio Rostagno, dove si occupano dell’omicidio Rostagno, per il quale in prima battuta si fa riferimento alla mafia, […] le indagini vennero svolte dal reparto operativo dei Carabinieri, da strutture che evidentemente si occupavano di mafia, sia la squadra mobile che i Carabinieri”. […] “Nel ’94 allorché vi era, questo lo so per storia, vi fu la richiesta di archiviazione, credo rigettata dal G.I.P., si pose il problema di vedere se era possibile trovare degli elementi nuovi che consentissero di esplorare delle aeree che fino a quel momento non erano state esplorate… Quindi era “ad escludendum”, non era un problema di… noi non abbiamo, abbiamo escluso noi la pista mafiosa, in quel momento non vi erano atti che potessero essere oggetto di approfondimenti investigativo, almeno ritengo perché il Procuratore me li avrebbe delegati e se li avesse delegati non avrebbe delegato sicuramente noi che eravamo la Digos”.

Dall’indagine della Digos scaturì l’operazione “Codice Rosso”, nell’ambito della quale fu arrestata Chicca Roveri, completamente innocente: una pagina vergognosa.

Benedetta Tobagi
Milano, 25 settembre 2012




Foto e Articolo del 27 Settembre 2012 da articolo21.org

Trapani: un minuto di silenzio che ha fatto tanto rumore

di Rino Giacalone

Chicca Roveri, la compagna di Mauro Rostagno, a nessuno nega il suo sorriso, la dolcezza del suo volto c’è sempre nonostante le rughe che lo attraversano e che, lo disse un giorno di tanti anni addietro, sono state prodotte non dal tempo ma dai tanti dolori che lei ha dovuto subire, da quella sera del 26 settembre del 1988 quando le uccisero il suo compagno, Mauro Rostagno. Non sono rughe le sue dovute al tempo che è trascorso, un fatto che può non piacere ma che è umano, Chicca la sua bellezza interiore ed esteriore la possiede sempre, le sue sono rughe “provvisorie”, che potranno sparire, ma solo ottenendo giustizia. Ecco l’udienza di oggi del processo per il delitto di Mauro Rostagno, la 35ma da quando il dibattimento ha preso il via, era il 2 febbraio 2011, davanti alla Corte di Assise di Trapani, ha dato un brutto colpo a chi, come Chicca e Maddalena, prime davanti a tutti, attende giustizia. Lo si era detto martedì sera a Milano, alla serata organizzata per ricordare Mauro Rostagno: la mafia per 22 anni da quel delitto è riuscita nel suo intento di uccidere due volte Mauro, di uccidere moralmente altre persone, i familiari, gli amici di Mauro, riuscendo a non andare alla sbarra in fretta come doveva essere. Ieri nell’aula bunker “Giovanni Falcone” si è avuta la netta sensazione che la mafia era riuscita a fare saltare apposta quell’udienza che coincideva con il 24° anniversario del delitto, come dire, “se non lo avete ancora ben capito siamo noi, mafiosi, che dettiamo i tempi”. Se doveva essere davvero così….non è stato così.

Raccontiamo allora questa udienza. Ore 10 la Corte di Assise presieduta dal giudice Pellino, entra in aula. Il programma dell’udienza è definito: ci sono da sentire tre testi, Renato Curcio, Claudio Martelli, Anna Maria Di Ruvo, testi citati dalla difesa dell’imputato Vito Mazzara, la Corte poi deve conferire l’incarico di quella che oramai è stata chiamata la “super perizia”. Pochi minuti e gli occhi di giudici, pm, parti, del pubblico presente cominciano a essere sgranati, molte occhiate si incrociano in modo da interrogarsi l’un con l’altro. C’è un po’ di gente in aula, più del solito, gente che è venuta a testimoniare la presenza più per l’anniversario del delitto che per l’udienza. Ma c’è una inquietudine che si sviluppa subito, che comincia subito a circolare tra i presenti quando all’appello non risponde l’imputato Vincenzo Virga. In aula al solito c’è l’altro imputato, Vito Mazzara, ma presso il cosidetto sito remoto, presso il carcere di Parma, non c’è Virga, c’è l’altro suo difensore, Vezzadini, a Trapani c’è l’avv. Ingrassia, ma il riconosciuto capo mafia di Trapani è assente. Quasi quasi non ne sanno la ragione nemmeno i difensori, si apprende che Vincenzo Virga il 24 settembvre scorso è stato ricoverato in ospedale, che nella giornata di ieri ha subito un intervento chirurgico, ma di tutto questo nessuno era stato informato. L’assenza dell’imputato che non ha prodotto la rinuncia a presenziare comporta lo slittamento dell’udienza, insomma sembra che non si farà nulla, una bella risposta a chi oggi a quell’udienza nel 24° anniversario dal delitto voleva dare un contenuto preciso, programma dibattimentale a parte. La Corte di Assise avrebbe dovuto essere informata per tempo, e invece da Parma la comunicazione è arrivata solo a udienza aperta. Nel frattempo si scopre che non ci sono nemmeno i testi: Renato Curcio ha fatto sapere che aveva impegni tali da non potere arrivare da Torino a Trapani e che comunque le condizioni economiche non sono così floride da potere fare questo viaggio, stessa cosa per la Di Ruvo, Claudio Martelli invece non c’è perché alla fine la difesa ha deciso di rinunciarvi. Il presidente Pellino a questo punto sospende. Serviranno due riprese, alle 11,30 e alle 13,30 per riuscire a capire cosa si potrà fare. Perché alla fine Virga produce la sua rinunzia a comparire, e la Corte di Assise può così aprire l’udienza, affidare l’incarico di perizia al maggiore Paniz dei Ris di Parma, e al prof. Gatti dell’Università di Catania, e definire il calendario delle prossime udienze, si torna in aula il 10 ottobre, la difesa di Mazzara, avv. Vito Galluffo dovrà citare tutti i testi della sua lista.

Questa la cronaca di una udienza che in sostanza è durata meno di un quarto d’ora, ma in questi 15 minuti ce ne è stato uno di minuto che è stato segnato da un “silenzio assordante”. L’avv. Carmelo Miceli, parte civile per Chicca Roveri e Maddalena Rostagno, e l’avv. Enza Rando, parte civile per Libera, hanno chiesto al presidente Pellino di fare una brevissima sospensione per ricordare la vittima per la quale si sta celebrando il processo, e il presidente Pellino ha acconsentito, ha invitato tutti ad alzarsi e a osservare un minuto di silenzio, prima però ha assicurato che il segno di rispetto nei confronti di Mauro Rostagno viene osservato ad ogni udienza, celebrando il processo…insomma semmai c’è chi pensa davvero a strategie che possano rallentare il dibattimento questi possono solo compiere un atto che non rispetta per prima la vittima, l’ucciso, e la stessa giustizia. Messaggio chiaro.

E Chicca Roveri? Lo abbiamo detto. Il suo è stato il volto di sempre, un sorriso, la dolcezza, ma anche la fermezza di una donna che in tante occasioni ha dovuto trovare da se la forza per andare avanti. Come nell’udienza di oggi, 26 settembre 2012, 24 anni dopo il delitto di Mauro Rostagno. Dice Chicca: “ Ma pensano proprio di riuscire a ritardare il giorno in cui si possa arrivare alla sentenza? Ma pensano proprio ogni giorno ad inventare qualcosa? Ma gli avvocatidi Virga e Mazzara hanno paura di arrivare alla fine di questo processo? Sembra di si! Io so che quello che sta succedendo con questo processo è che si sta facendo chiarezza su chi era Mauro, su chi l’ha ammazzato e su chi ha depistato”. Chicca è arrivata ieri, 25 settembre a Trapani, da sola, con tre amici, è andata al cimitero di Valderice dove riposa Mauro, “gli ho detto che ero lì e che sarei stata oggi qui, in aula, per Lui”.




Mauro Rostagno - Spalle Scoperte (di Fabrizio Feo)

Approfondimento di Fabrizio Feo andato in onda il 25/09/2012

 

 

 

Articolo del 26 Settembre 2013 da malitalia.it

Il delitto di Mauro Rostagno 25 anni dopo

Mauro Rostagno non l’ ho conosciuto, non ho mai lavorato con lui, non ho condiviso con lui esperienze politiche, di lotta sociale e nient’altro di tutto quello che lui ha saputo fare, non sono destinatario o possessore di qualsivoglia eredità su retroscena del suo omicidio, non faccio nemmeno parte di quella “fiera delle vanità” che ogni tanto si allestisce attorno al suo ricordo. Occupandomi della cronaca nera e giudiziaria della provincia di Trapani, la mia bellissima terra sporcata dalla mafia, sono tante le persone ho dovuto imparare a conoscere leggendo gli atti giudiziari riguardanti le loro morti violente. Purtroppo in questo “maledetto” elenco c’è anche Mauro Rostagno, ucciso a Lenzi di Valderice, provincia di Trapani, il 26 settembre del 1988. Venticinque anni addietro.

Una cosa che mi piace dire con assoluta fermezza, perché di questo sento di avere precisa certezza al di là della conoscenza e della frequentazione personale che non ci sono state, è quella che il 26 settembre del 1988 Mauro Rostagno è stato ucciso dalla mafia trapanese. Così sgombriamo subito il campo dalle miserabili storie di corna, di spacci di droga, di tradimenti politici all’ombra del delitto del commissario Calabresi, affermando a chiare lettere che la mafia esiste e non da ora, e questo tanto per ricordare anche che qualcuno andava sostenendo, anche tra i magistrati di quegli anni ‘80, che il delitto Rostagno non poteva essere di mafia perché a Trapani la mafia non c’era, e invece c’era nel 1988 e anche prima, è vissuta in questi 25 anni e oggi anche se la indicano come sommersa solo chi non la vuol vedere non la vede, è una mafia che si è trasformata e si è infiltrata dentro le nostre quotidiane vite, dopo essersi tolta di torno personaggi a lei scomodi come Rostagno. Dico subito un’altra cosa. Non sono tra quelli che vedono come scenario del delitto trame oscure, intrighi, gialli internazionali, spie, traffici di armi, speculazioni internazionali. Non ho titubanza a dire che in un determinato periodo sono stato giornalisticamente dietro a queste piste, ma il processo sul delitto Rostagno cominciato in Corte di Assise a Trapani il 2 febbraio del 2011 e tutt’ora in corso, prossima udienza a metà settembre, ha sgombrato il campo da queste ipotesi. O meglio tutto quello che sembrava certo anzi certissimo di colpo si è palesato profondamente incerto. Non si vedono in modo limpido questi scenari dietro l’omicidio Rostagno ma non dico che questi traffici e queste commistioni nel trapanese non sono esistite. Anzi probabilmente esistono ancora. Quello che nel processo si è sentito raccontare a chiare lettere è il fatto che Mauro Rostagno è stato ucciso perché non era a 100 passi alla
mafia, come fu per Peppino Impastato a Cinisi, ma era a cinque passi dalla mafia, il suo editore, il proprietario della tv dove lavorava, Rtc, l’imprenditore edile Puccio Bulgarella, per dirne una, non campata in aria, era uno che mentre Rostagno leggeva i suoi editoriali nei tg, sedeva a tavola in quegli anni con Angelo Siino il ministro dei lavori pubblici di Toto’ Riina. E Puccio Bulgarella, pace all’anima sua, deceduto di recente, indagato anche lui nel delitto per false dichiarazioni al pm, più di una volta, assente Rostagno dalla redazione, andava a consigliare prudenza agli altri giornalisti, solo che questi certi ricordi non si sono accesi al momento opportuno, ma qualcuno degli ex collaboratori di Rostagno, se ne è ricordato in Tribunale quando oramai Bulgarella è scomparso e niente può più venire a dire. A Trapani in quegli anni 80, quando Rostagno faceva i suoi interventi dagli schermi di Rtc, o mandava i suoi giovani giornalisti in giro con telecamera e microfono tra la gente, quando lui andava intervistando Paolo Borsellino, Sciascia, Cimino, le madri che avevano visto i loro figli morire per droga o perché colpiti dalla criminalità mafiosa, quando andava in Tribunale a fare le pulci al processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, dove era imputato il capo mafia di Mazara Mariano Agate, che all’epoca aveva ordinato ai suoi scagnozzi liberi di dare completa ospitalità al super latitante Totò Riina, la mafia trapanese a quell’epoca era ben salda, c’erano liberi i suoi più pericolosi killer che costituivano i gruppi di fuoco di Cosa nostra. I mafiosi entravano nei salotti, frequentavano le segreterie politiche, riscuotevano la quota associativa consegnata a Cosa nostra dagli imprenditori senza bisogno di tante intimidazioni. Come ha spiegato l’ex dirigente della mobile di Trapani Giuseppe Linares durante la sua audizione in Corte di Assise, Rostagno era circondato dai lupi e i lupi lo hanno azzannato. In quel 1988 a Trapani la mafia si trasformava, i mafiosi diventavano loro stessi imprenditori, mafiosi riservati venivano eletti nei consigli comunali, entravano nei consigli d’amministrazione di società, riuscivano e riescono ancora oggi a garantire per le proprie imprese canali di pubblico finanziamento. La presenza di Rostagno a Trapani, il suo lavoro di giornalista, ovviamente suscitava preoccupazioni. Ai mafiosi non andava giù che qualcuno potesse certificare la loro esistenza. E Rostagno questo faceva. In Corte di Assise abbiamo ascoltato come lo appellava don Ciccio Messina Denaro, il patriarca della mafia del Belice, il boss di Castelvetrano che ha ceduto a suo figlio Matteo il bastone del comando. Rostagno per don Ciccio era una camurria, questo si diceva di lui, “sta mafia sta mafia sempre sta mafia” andava ripetendo scocciato. Lui, Rostagno, che come ha testimoniato sua figlia Maddalena al processo voleva fare solo il “terapeuta” di una città che preferiva non vedere non sentire e non parlare. Una città che doveva sapere custodire misteri e segreti, come quelli sulla massoneria deviata della Iside alla quale Rostagno aveva mostrato un certo interesse. A conoscere, a sapere molto di più. Iside 2 è una loggia concepita secondo gli schemi della P2 di Gelli.

Ci sono cose che accomunano tanti dei delitti di mafia: depistaggi, indagini sporcate (mascariate), il fatto che si trattava di persone oneste la cui coscienza civile è stata dopo la morte offesa, vilipesa; c’è stato un coro sociale costituito in maniera folta da quelli che pensano che tra mafia e antimafia possa esistere una posizione terza, super partes cosa che è risultata utile a fare nascondere meglio la mano degli assassini mafiosi e quindi a far stare una parte della società dalla parte dei mafiosi, altro che terzietà. Come accadeva in quegli anni in tutta la Sicilia indagare su un delitto di mafia significava dovere cercare in un pagliaio e spesso il pagliaio era così fitto che alcuni investigatori si trovavano ad un certo punto a dire che “era inutile indagare”. Dinanzi gli investigatori si trovavano piste aggrovigliate. Tutto questo è sempre avvenuto in uno scenario dove il potere mafioso era sostanzialmente accettato dalla società, un potere accettato quanto temuto. Tutto questo è successo tante volte a Trapani, per il magistrato Ciaccio Montalto, per il giudice Alberto Giacomelli, è successo per i morti del 2 aprile di Pizzolungo quando dinanzi ai morti straziati dal tritolo di Cosa nostra, a Trapani il sindaco andava dicendo che la mafia non esisteva. Nel caso del delitto di Mauro Rostagno pagliai e piste aggrovigliate non sono mancati certo, c’è stato anche quel coro sociale che è andato anche oltre, impedendo per anni di fare luce sull’omicidio, “ma quando mai, non è stata la mafia ad ucciderlo” disse anche il procuratore della Repubblica Coci. Mauro Rostagno non ha nemmeno conquistato l’aureola di eroe, perché non doveva essere un eroe, non doveva essere ricordato a Trapani come un eroe, doveva essere dimenticato, e più in fretta degli altri morti ammazzati, doveva risultare che era stato ucciso magari per qualche schifezza, la droga, le corna, i tradimenti, le gelosie, per il suo passato che non era nemmeno oscuro ma lo si fece diventare buio. Ecco perché sono trascorsi 22 anni per arrivare al processo, perché la sua morte celebrata con quei funerali affollati doveva sparire presto dalla memoria della gente, e nella memoria della gente doveva entrare altro sul conto di Rostagno, andava anche lui “mascariato”. Perché tutto questo? Perché Trapani ucciso Rostagno doveva riprendersi la sua normalità, perché Trapani doveva riprendere ad essere tranquillo crocevia di tante cose, come era stata, intrecci tra mafia, massoneria deviata, servizi segreti italiani e di mezzo mondo, traffici di droga, armi, d’altra parte stiamo parlando della terra che oggi risulta molto accogliente per Matteo Messina Denaro, qui è super protetto il super latitante che impersona la barbara violenza assassina e stragista, ma anche la capacità di fare impresa e di tenere i legami con la politica che conta. A Trapani ha detto qualche anno addietro il pentito Giuffrè c’erano i cani attaccati nel senso non si facevano tante indagini e sul delitto Rostagno fu così: il capo della Mobile Germanà che subito guardò alla mafia vide prevalere sulla sua tesi quella dei carabinieri cioè nulla. A leggere gli atti del processo è lungo l’elenco degli errori investigativi fatti dai carabinieri, in aula il generale Montanti all’epoca comandante del nucleo operativo è venuto a ripetere che le cartucce sovracaricate era una abitudine dei cacciatori, anche quella di Vito Mazzara il super killer della mafia trapanese imputato nel processo per il delitto Rostagno assieme al capo del mandamento Vincenzo Virga. A processo cominciato si sono scoperte carte che nessuno conosceva, come le deposizioni di Rostagno a proposito dei suoi contatti con soggetti della massoneria trapanese. Carte che erano negli armadi dell’arma e che lì chiusi erano rimaste. Trapani doveva restare ed è rimasta qualcosa di marginale nel panorama criminale, Trapani doveva riprendere la sua normalità in quel 1988 e oggi sappiamo il perché: oggi contro i mafiosi, anche contro i boss che restano latitanti, nei confronti di loro complici e prestanome, Procure e forze dell’ordine stanno infliggendo duri colpi, sequestri e confische di beni, si sono scoperte casseforti piene di denaro sporco di sangue, casseforti in mano ai super fidati del boss Messina Denaro. Soldi accumulati profittando del fatto che i poche che investigavano quando ci riuscivano dovevano occuparsi solo di delitti e non di altro. In questi 25 anni la mafia si è tolta di mezzo gli avversari, ieri li ammazzava oggi magari riesce a farli trasferire soprattutto se si tratta di investigatori bravi, e si è arricchita. Se proprio bisogna ricordare un passaggio del processo è quello quando a deporre è stato chiamato un ex esponente politico del Pci, l’avvocato Salvatore Maria Cusenza.

Cusenza ha raccontato della Trapani di quegli anni, che non si discosta molto dalla Trapani di questi anni, dove iniziavano a mischiarsi nelle dinamiche la mafia e la politica, tanto che oggi non si coglie nemmeno più una qualsiasi line di confine. Rostagno voleva “scuotere la città dal suo perbenismo”, “scardinare il sistema di potere antidemocratico che la governava”. “Si lavorava – ha ricordato Cusenza – ad un progetto politico preciso, l’Altra Trapani, pensavamo alle elezioni, non c’erano nomi pronti da candidare ma idee…Mauro Rostagno poteva essere il candidato sindaco…poteva diventare il sindaco di Trapani”. Allora come oggi il nodo a Trapani resta l’informazione. A Salvatore Cusenza è stata fatta anche la domanda su come l’informazione locale affrontava il tema della mafia: “La più coraggiosa era Rtc ma in quella stagione così tragica tutti si occupavano di mafia, il punto di differenza – ha detto – era determinato dal ragionamento su quanto accadeva che veniva fatto da Rtc e da Rostagno”.
Quando fu ucciso Mauro Rostagno stava preparando una nuova trasmissione “Avana “ doveva essere il titolo, aveva registrato già la sigla, aveva già un menabò pronto, nel processo in corso a Trapani è entrata per volontà della parte civile, attraverso l’avv Carmelo Miceli che rappresenta Chicca Roveri e Maddalena Rostagno, una mole di carte, appunti, fotocopie di articoli, gli argomenti evidenziati erano relativi alle mafie ed ai mafiosi, ai traffici di armi, agli intrighi della massoneria, in quelle carte Rostagno aveva scritto la mappa allora impronunciabile di Cosa nostra trapanese , c’erano nomi che già dicevano qualcosa o altri allora sconosciuti e che si scopriranno poi essere parte del gotha mafioso. Tra le carte reportage sul conto di Licio Gelli, gli articoli sullo scandalo della ricostruzione nel Belice dopo il terremoto, articoli su un faccendiere diventato famoso da quegli anni in poi, Aldo Anghessa, un soggetto trovato socio in traffici di armi con mafiosi trapanesi, con la famiglia mafiosa dei “Minore” che nella Trapani 2013 non è detto che non torni in auge, e su un imprenditore palermitano blasonato, il conte Cassina il cui cognome conduce al potente Vito Ciancimino, e poi sulle banche e sui “soldi della mafia”, a Trapani regnava la Banca Sicula dei D’Alì il sottosegretario all’interno nel 2001 e che aveva già in quel 1988 i Messina Denaro come propri campieri. C’era segnato il nome di un ministro, Vittorino Colombo con un trattino e poi scritto Castelvetrano. Ancora il nome di un altro ministro Aristide Gunnella, di massoni trapanesi e palermitani come Pino Mandalari il commercialista di Riina. Nomi, fatti circostanziati, rileggendo editoriali e appunti di Rostagno sembra leggere la cronaca di oggi sulla mafia di Matteo Messina Denaro. Non è un caso che l’ordine di morte partì proprio da Castelvetrano, da un giardino di aranci in un terreno di Francesco Messina Denaro dove si svolse il summit per decidere la morte di Rostagno.

 

 

 

Video Mediaset

Nel nome del padre - 7 gennaio

Terra! si è occupata della storia di Mauro Rostagno, simbolo libero e spregiudicato del '68

 

 

 

 


Articolo del 1 marzo 2014 da La Repubblica

La verità su Rostagno raccontata dal Dna nel processo al boss

di Adriano Sofri

Colpo di scena nell'udienza per l'omicidio del sociologo: il test dimostra che le tracce sull'arma del delitto sono del killer di Cosa nostra alla sbarra. E spazza via 26 anni di dubbi e depistaggi.

MERCOLEDÌ 26 febbraio: si tiene in Corte d’assise a Trapani un’udienza (la sessantatreesima in tre anni) del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, ventisei anni dopo. I periti incaricati dalla Corte riferiscono sui risultati dell’esame delle tracce di Dna lasciate sui frammenti lignei del sottocanna del fucile usato per l’omicidio. Hanno individuato, spiegano, una “relazione di verosimiglianza” molto forte tra il Dna dell’imputato dell’esecuzione materiale, Vito Mazzara, e uno dei profili rilevati. Che la compatibilità sia “molto forte” non è un’espressione comune, è la traduzione ( very strong) di una scala tecnica che contiene 5 gradi di evidenza dell’attribuzione: “debole”, “moderata”, “forte”, “molto forte”, ed “estrema”. «Molto forte vuol dire che la probabilità che un profilo preso a caso nella popolazione coincida con quello rilevato dell’imputato è di una su cento milioni». (Nel caso di un’evidenza “estrema”, sarebbe di una su miliardi, ed equivarrebbe «alla certezza che un solo individuo sulla faccia della terra possa aver lasciato quella macchia»). Impressionante com’è, la relazione dei periti riserva un altro formidabile colpo di scena. Nelle tracce rilevate, il profilo di uno sconosciuto particolarmente individuato, siglato come “A 18”, appartiene a un parente (maschio) dell’imputato: «È parente biologico di primo o di secondo grado di Mazzara Vito con una probabilità del 99,9%, e specificamente la parentela più verosimile è quella di secondo grado (che include le coppie zionipote, i fratelli unilaterali — di padre o di madre — , i cugini doppi, e altre parentele più complicate) ».

I periti d’ufficio che così asciuttamente riferiscono — Elena Carra, dell’università di Palermo, Paola Di Simone, della polizia scientifica di Palermo, e Silvano Presciuttini, dell’università di Pisa — sono oltretutto ignari della circostanza, riferita a suo tempo dal “pentito” Ciccio Milazzo, secondo cui Vito Mazzara (66 anni, già campione di tiro a volo) si esercitava a sparare con uno zio, Mario Mazzara, nel frattempo deceduto, e con altri due uomini d’onore, Salvatore Barone e Nino Todaro. L’imputato Vito Mazzara, assiduo in aula — dove non ha mai risposto — è detenuto, condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto, e altri omicidi commessi agli ordini di Cosa Nostra e, per la zona di Trapani, del boss Vincenzo Virga. Virga, 75 anni, anche lui ergastolano detenuto, è imputato come mandante. Per svolgere la perizia assegnata dalla Corte le due biologhe e il docente di biostatistica hanno lavorato sul Dna di 8 “professionisti” di cui era accertato l’intervento sui reperti nel corso delle indagini, in modo da separarne i profili (curiosamente, uno di loro, un ufficiale dei carabinieri, si era tenacemente opposto al prelievo del proprio Dna, nonostante la perizia sia anonima quanto all’attribuzione dei profili rispettivi). È risultato così che, oltre agli 8 e all’imputato, sono presenti nei frammenti del fucile calibro 12 tracce genetiche di altri individui non identificati, uno dei quali, quel “A 18”, legato da parentela all’imputato. Si sa che il ricorso più diffuso alla genetica ha a che fare con gli accertamenti di paternità, che hanno superato il proverbiale “mater semper certa, pater autem incertus”, e inciso sulla questione scottante dell’eredità dei patrimoni. Qui, inaspettatamente, l’indagine sulla presenza di un soggetto sull’arma del crimine ha portato a trovarne un secondo a lui affine, raddoppiandone per così dire l’evidenza.

Il colpo di scena mi ha riportato a un classico di Mark Twain, “Wilson lo zuccone” (poi ritradotto come “lo svitato”) che sono corso a rileggere appena uscito dall’aula, nella gloriosa edizione della Bur. Grazie alla mania di raccogliere e studiare le impronte digitali, l’eccentrico Wilson risolve un caso di omicidio complicato dalla sostituzione in culla di due bambini somiglianti come gocce d’acqua. (Tema ripreso nel Principe e il povero). Nel testo di Twain era ancora viva la sensazione suscitata dalla scoperta delle impronte digitali — Wilson chiede a tutti di passarsi le mani nei capelli e poi depositare l’impronta sui suoi vetrini. Le meraviglie dei ghirigori dei polpastrelli culminavano nella singolarità dei gemelli. Il famoso saggio di Carlo Ginzburg sul “paradigma indiziario”, “Spie” (1979) ripercorre la storia dei modi in cui l’individuazione si è venuta svolgendo, nelle attribuzioni artistiche o nelle certificazioni di polizia, fino alle impronte digitali.

Non so se le mirabolanti conseguenze delle analisi del Dna abbiano già suscitato una letteratura romanzesca adeguata, ma assistendo all’udienza trapanese ho avuto l’impressione che la realtà ne stesse scrivendo, pressoché inavvertitamente, un capitolo inedito e spettacoloso. E insieme un amaro risarcimento alle falsificazioni, manipolazioni e sciatterie che hanno oltraggiato per un quarto di secolo l’indagine sull’omicidio di Mauro Rostagno. La fantasia narrativa seguirà, ma qui la perizia scientifica e la strumentazione di laboratorio vengono a capo di una tragedia umana e civile e di una procedura penale, dopo che si è fatto di tutto, in stolidità o complicità, per cancellare, confondere e rimescolare tracce.

La presenza del parente “A 18” sul reperto non dimostra che il non identificato (finora) parente si trovasse sul luogo del delitto, perché avrebbe potuto maneggiare l’arma in circostanze precedenti. Era stata proprio l’indagine sui reperti, bossoli cartucce e parte del fucile, a far riaprire il processo, grazie all’iniziativa del capo della squadra mobile di Trapani, oggi a capo della Dia campana, Giuseppe Linares, dopo che per vent’anni non era stata eseguita nemmeno una perizia balistica. Del resto, durante questo processo, membri dell’Arma hanno dichiarato di non aver mai seguito la pista mafiosa perché nessuno gliel’aveva ordinato, e non ritenevano di farlo di propria iniziativa.

Il prossimo 14 marzo i pubblici ministeri, le parti civili e la difesa discuteranno la relazione dei periti (illustrata in oltre 600 pagine). La difesa di Mazzara ha assunto come consulente l’ex generale dei carabinieri Luciano Garofalo, già capo dei Ris di Parma e star televisiva. Il processo dovrebbe concludersi a maggio. La corte d’assise, che comprende i sei giudici laici, è guidata dal presidente Angelo Pellino (cui si devono le motivazioni delle sentenze nei processi per Mauro De Mauro e Peppino Impastato) e dal giudice a latere Samuele Corso. Dopo la clamorosa udienza di mercoledì, ho aspettato di leggere cronache e commenti. Non sono venute, une e altri. Sembra stridere, questa distrazione di oggi, col fragore delle “piste” lanciate in passato: omicidio fra compagni, questione di amorazzi, fesseria di drogati, scoperte su traffici di armi internazionali… Ma non è così, non stride. Il silenzio di oggi è semplicemente la continuazione di quel frastuono di ieri e dell’altroieri.


Mauro Rostagno, sociologo e giornalista, era tra i fondatori di Lotta Continua. Fu ucciso a 46 anni



Articolo del 15 Aprile 2014 dal gruppo Facebook Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone -

Il delitto di Mauro Rostagno, la mafia ha mascariato e gli inquirenti negavano l’esistenza di Cosa nostra
Il resoconto dell’udienza del 14 aprile. Gli interventi dei pm Paci e Del Bene


di Rino Giacalone

“L'istruzione dibattimentale ha dimostrato che il delitto di Mauro Rostagno ha avuto una matrice mafiosa, che la organizzazione ed esecuzione dell'omicidio è stata della famiglia mafiosa di Trapani, che il killer è stato Vito Mazzara, uomo d’onore di fiducia del capo mandamento Vincenzo Virga. Le sentenze in atti dimostrano che quello seguito è stato il classico ordine mafioso: Virga ha dato l'ordine e Mazzara lo ha eseguito...un dato assolutamente certo in questo processo… Mazzara Vito ha sparato perchè Vincenzo Virga ha dato l'ordine. Cosa nostra ha decretato l'omicidio di Mauro Rostagno per un interesse divenuto sempre più impellente e improrogabile rispetto alla sua attività giornalistica che perserava dagli schermi di Rtc, denunciando talvolta anche in modo ironico, i legami di Cosa nostra con la politica, le istituzioni, la massoneria. Non avremmo mai potuto conoscere lo stato di insofferenza di Cosa nostra contro Rostagno senza l'imprenscibidibile contributo dei collaboratori di giustizia ovvero della voce interna di Cosa nostra, della pancia di Cosa nostra che mal tollerava quegli articoli”. Ha esordito così il pm Francesco Del Bene nella sua requisitoria in Corte di Assise a Trapani.Il primo pentito citato dal pm Del Bene è stato Vincenzo Sinacori. Ha raccontato del malumore contro Rostagno che è arrivato da Mazara del Vallo, da “mastro Ciccio”, Francesco Messina. Fu questi a parlare con il padrino don Ciccio Messina Denaro, perchè la mafia eliminasse quel giornalista. C'era la forte irritazione di Mariano Agate contro Rostagno per le sue cronache sul delitto Lipari e sul relativo processo dove Agate era imputato assieme al gotha mafioso catanese e a un capitano dei carabinieri, Melito che lasciata l’arma guarda caso finì assunto nella banca del banchiere trapanese Giuseppe Ruggirello (padre dell’attuale deputato regionale Paolo). Anche Milazzo Francesco ha parlato del malcontento di Cosa nostra trapanese contro Rostagno, ricordando come veniva apostrofato, “cornuto e infame”, perchè Rostagno faceva i nomi di soggetti che non andavano fatti, perchè istigava, perchè provocatori erano i suoi interventi contro i mafiosi trapanesi, "li attaccava troppo" ha detto Milazzo: ."era all’epoca – ha chiosato Del Bene - l'unico giornalista che faceva quel lavoro giornalistico con impegno civile". Giovanni Brusca: Riina dopo il delitto disse che i mazaresi e i trapanesi si erano tolti dai piedi una rogna, una camurria. Brusca non ha dimenticato nelle sue rivelazioni che che la tv dove lavorava Rostagno, Rtc, era di Puccio Bulgarella: “Riina sapeva bene dove Rostagno lavorava ...Riina era a Mazara e lì ha trascorso latitanza e vacanze fino al 1992, protetto da Mariano Agate. "Brusca è stato utile per farci capire cos'era il gotha trapanese, altro che fratelli Minore, la gestione era corleonese a tutti gli effetti, ha descritto i ruoli di Mariano Agate, dei Messina Denaro, di Virga con il quale interlocuiva in quanto questi gestiva una attività parallela a Brusca, occupandosi del locale tavolino degli appalti. Brusca ha parlato di Puccio Bulgarella e dei suoi ottimi rapporti tra questi e Angelo Siino (il cosidetto ministro dei lavori pubblici di Riina)..Bulgarella era visto male perchè amico di Falcone e per la presenza di Rostagno in tv, ma Bulgarella era amico di Siino, e ha ricordato una cena fatta con i due al ristorante Trittico di Palermo e in quella occasione Bulgarella spiegò la presenza di Rostagno in tv per i rapporti di questi con sua moglie, Caterina Ingrasciotta.. E le dichiarazuioni di Siino nel processo hanno costituito un importante riscontro alle dichiarazioni di Brusca. Ha ammesso la conoscenza con Bulgarella, socio con lui nei lavori nella zona artigianale di Castelvetrano. Siino ha spiegato di avere mediato con i capi mafia della provincia a favore di Bulgarella del quale però don Ciccio Messina Denaro aveva precisa convinzione: “era uno sbirro!”. E Rostagno era “un cornuto” per le sue trasmissioni, che facevano "arrizzare i carni". Siino ha ancora detto che in occasione di un incontro a casa di Filippo Guttadauro, genero di Francesco Messina Denaro, il padrino castelvetranese era tornato a parlare male di Bulgarella per via di quel suo legame con Rostagno che "un giorno o l'altro avrebbe fatto una brutta fine perchè disonesto". Siino riferì la cosa a Bulgarella che gli rispose allargando le braccia, spiegando che Rostagno era un cane sciolto non gli si poteva chiedere nulla. E’ stato ancora Siino a dire del commento di Agate Mariano dopo il delitto Rostagno: Agate disse che quello era stato un delitto di corna e che la mafia non c’entrava perché era stata usata “una scupittazza vecchia”; quel giorno c’era anche Ciccio Messina che, ha ancora ripetuto Siino quando fu sentito in Corte di Assise, fece un segno così eloquente come a dire che non era vero. Non voleva smentire il boss Agate, era un parlare tra mafiosi, la conferma che era stata la mafia ma in giro si doveva dire che era stato un delitto di corna, “per mascariare”. “In tanti delitti di mafia – ha sottolineato il pm Del Bene - Cosa nostra ha sempre saputo operare in questo modo”. "Abbiamo dimostrato come dalla ricostruzione della scena del crimine con certezza si è materalizzata la presenza di Vito Mazzara e a questa conclusione siamo arrivati dalla sequenza dei colpi di arma da fuoco, dal fatto della precisa esecuzione dei colpi e per il testimone rimasto vivo, per l'uso di un'auto rubata....e poi ci sono state le parole dei collaboratori di giustizia che hanno confermato la presenza di Vito Mazzara". Così poco prima dell’intervento del pm Del Bene ha sottolineato sempre in Corte di Assise, nel corso dell’udienza del 14 aprile, l’altro pm del processo, Gaetano Paci che ha aggiunto: "C'è un ulteriore elemento che porta a dire che sulla scena del crimine c'è la firma di Vito Mazzara". Il riferimento all’esito della perizia del Dna disposta dai giudici nella fase finale del dibattimento: “Il processo è pervenuto a risultati di straordinaria importanza per certificare la presenza di Vito Mazzara sulla scena del crimine". L'esame del Dna ha riguardato tutti i reperti trovati sulla scena del crimine. "Sono stati fatti 42 prelievi di campionature dagli 11 reperti....tre risultati riconducono al Dna estratto dall'imputato Mazzara...sono risultati particolarmente utili per il rapporto di comparazione...". "In uno è risultato la piena compatibilità, per gli altri due i periti hanno scritto non si esclude e altamente probabile...caratteristiche genetiche riconducibili all'imputato". Circostanza che i periti hanno descritto alla Corte in maniera eloquente: “la possibilità che vi sia compatibilità tra la traccia rinvenuta sui reperti con il profilo genetico di Mazzara è di una su 100 milioni”. E loro quel numero magico di uno l’hanno individuato.  Ma non solo. C’è un’altra conferma ancora più pesante. E’ stata individuata un’altra traccia che per la sua conformazione genetica è risultata "legata" all'imputato Vito Mazzara. "Si tratta di una traccia ritrovata sia all'interno che all'esterno del frammento ligneo…traccia ancora più forte di quella relativa all'imputato Vito Mazzara". Il pentito Francesco Milazzo ha raccontato che tra le abitudini di Vito Mazzara c'era anche quella di tenere le armi che usava per i delitti dentro sacchi che affidava a terzi. In questo modo, ha spiegato il pm Paci, sul fucile si possono essere conservati le tracce genetiche di altri, di un possibile parente. Lo stesso Milazzo ha anche detto che a far parte dei gruppi di fuoco guidati da Mazzara solitamente ne faceva parte un suo zio, Mario Mazzara, classe 23, deceduto da tempo. I consulenti della difesa hanno cercato di smontare la tesi dei periti del Dna con estrema sufficienza....ma le prove sono precise e schiaccianti. "Oggi abbiamo al vaglio un risultato di straordinaria importanza relativo all'accertamento del Dna....questa è una firma che l'imputato inconsapevolmente ha finito con l'imprimere sulla scena del crimine". “E come firma del delitto ci sono anche le parole (intercettate) dell'imputato Vito Mazzara che però qui in aula è venuto a dirsi innocente”. "Intendo riferirmi – ha spiegato alla Corte il pm Paci - alle indagini svoltesi in questi anni sul circuito relazionale di Vincenzo Virga, un circuito vasto, ampio, dove ci sono killer come Vito Mazzara, altri mafiosi, ma anche politici, imprenditori ". Ci sono le intercettazioni disposte sull’ auto di Virga Francesco cioè sull’auto di quel macellaio, di quel titolare della macelleria il cui scontrino si materializzò in un locale diruto della cava dove fu trovata, fumante, l'autovettura usata dai killer di Rostagno: “Tre muratori vennero a dirci che erano stati loro a consumare quello che avevano comprato in quella macelleria in quel luogo". Francesco Virga all'epoca del rinvenimento dello scontrino era incensurato e gli investigatori nulla sapevano di suoi collegamenti con Cosa nostra venuti fuori anni dopo quando venne condannato per il ruolo determinante che aveva e per il quale fu condannato. L’intercettazione: il primo febbraio del 1998 dentro questa autovettura di Virga Francesco, quando i poliziotti della Mobile indagavano sul clan Virga, veniva intercettata una conversazione tra Pietro Virga, figlio di Vincenzo, e un certo Maltese. I due sono stati sentiti parlare della figura di Vito Mazzara che era stato arrestato due anni prima per l’omicidio dell’agente penitenziario Giuseppe Montalto. Ne parlavano con preoccupazione discorrendo del degrado fisico che Mazzara soffriva mentre si trovava ristretto al 41 bis nel carcere di Spoleto: “loro esprimevano preoccupazione per quelle condizioni fisiche e dicevano che il rischio era quello che lui potesse morire..prospettando l'ipotesi di farlo scappare addirittura usando un elicottero da fare arrivare sul tetto del carcere....Ma il passaggio importante è stato anche un altro – ha continuato Paci - i due interlocutori non hanno nascosto parlando tra loro la paura che Mazzara potesse pentirsi...se lui parte di cervello è cuoio per tutte cose perchè Vito è un pezzo di storia". Ci sono altre intercettazioni. Esattamente dieci anni dopo da quella conversazione del 1998 e cioè il 29 aprile e il 27 maggio del 2008, Vito Mazzara  mentre si trovava nel carcere di Biella, durante un colloquio con i familiari, è stato ascoltato commentare, parlando delle vicende di questo processo, con la moglie Caterina Culcasi e con la figlia Francesca Mazzara."Mazzara ad un certo punto introduce un argomento del quale non stavano parlando, si riferisce ad un articolo di giornale, l'altra volta sul giornale c'era un articolo, di cosa dice la figlia, cose vecchie risponde il padre, e la signora Culcasi chiede ma che cos'è, Mazzara risponde rimpastano sempre cose vecchie, cose vecchie del 1987, e la moglie dice lo so lo so di cosa si parla...". Lui dice che la magistratura è costretta dall'opinione pubblica a riprendere fatti irrisolti..."non è che comanda la magistratura comanda l'opinione pubblica...la magistratura voleva chiudere questa vicenda e l'opinione pubblica l'ha fatta riaprire....comanda l'opinione pubblica non la magistratura...e la magistratura sa vestere u pupu...e la figlia dice ma di cosa stai parlando...tutto qua cose vecchie...e la madre fa un gesto per dire alla figlia che dopo le spiegherà". Vito Mazzara – ha evidenziato Paci- sa di cosa stava parlando...aveva letto la stampa quotidiana Giornale di Sicilia e La Sicilia una sorta di fuga di notizie che per una volta risultava positiva, aveva letto una svolta nelle indagini per il delitto Rostagno". Il Gds del 4 aprile 2008 aveva scritto che per il delitto Rostagno c'era stata una svolta nelle indagini; l'indomani La Sicilia scriveva che l'arma era della mafia e che Vito Mazzara era uno dei killer di Rostagno e l'indomani ancora La Sicilia faceva un altro pezzo sui delitti di mafia come raccontati dal pentito Milazzo, compreso quello di Rostagno. "La conversazione proseguì con Vito Mazzara che indicava alla figlia di controllare una intercapedine in una loro casa per vedere se c'era dentro ancora qualcosa, dice alla figlia, leva tutti i cose che ci sono dentro...la Squadra Mobile precedette la figlia trovando l'intercapedine e però dentro non c'era occultato nulla...in carcere Vito Mazzara era entrato in fibrillazione dopo avere saputo che si erano riaperte le indagini sul delitto di Mauro Rostagno...queste – ha continuato Paci – sono parole vive dell'imputato che non sono da sole prove schiaccianti ma che inseriti nella cornice di elementi emersi nel processo, nella parte dinamica del fatto, assumono rilievo indiziario significativo”. Al pm Del Bene è toccato ricostruire le testimonianze raccolte durante il processo. “Il teste Ravazza ha riferito che qualche mese prima del settembre 1988 lui e Rostagno erano stati convocati dall'editore Bulgarella che diceva loro di stare attenti perchè qualcuno si stava incazzando. Analogo intervento a calmare i toni era arrivato da Cardella Francesco. Il pm Del Bene ha inserito i due episodi dopo avere riferito che Siino aveva invitato più volte Bulgarella a intervenire su Rostagno per fare abbassare i toni dei suoi interventi giornalistici. Pochi giorni prima del delitto il 16 settembre 1988 in un editoriale Rostagno diceva, e non a caso, “anche persone che ci vogliono bene ci hanno invitato a parlare meno di mafia...”. Per Del Bene il riferimento era a Cardella, ed è vero che Cardella aveva cercato di intervenire su Rostagno. “Il teste Giuseppe Aiello ha riferito un passaggio importante. Partecipando ad un pranzo a Palermo a un mese dal delitto cui partecipava anche l'ing. Lodato del gruppo Fininvest, si parlava di canali tv che Bulgarella voleva prendere per fare estendere il segnale di Rtc, quando questi chiese a Bulgarella perchè della uccisione di Ristagno, Bulgarella disse che una volta lo aveva già salvato e che il delitto fu commesso in un periodo nel quale lui era in ferie. Aiello ha ricordato che vicino a loro sedeva, in altro tavolo, l'on Canino Francesco che ad un certo punto si alzò e al suo indirizzo Bulgarella disse a Lodato che per questa ragione da un mese non parlava con quel politico". Insomma Bulgarella addebitava a Canino il fatto di non essere intervenuto su Virga per impedire quel delitto. Canino, morto di recente, è finito anche lui in carcere accusato di mafia, per via proprio di quel tavolino degli appalti, e non solo degli appalti, dove sedeva anche Vincenzo Virga. Per Del Bene l’editore Bulgarella sapeva molto sul delitto di Rostagno e però ha preferito non parlare, finendo anche indagato per false dichiarazioni al pm. Bulgarella è deceduto qualche mese prima dell'avvio del processo. Altri pentiti. Calcara Vincenzo ha parlato di Franco Luppino e Lazzarino che gli dissero che si stava preparando una botta. Calcara ha anche detto che parlando con Vaccarino Antonio questi gli disse che il delitto era stato fatto per proteggere i fratuzzi nostri. Spatola Rosario ha raccontato del fastidio che contro Rostagno arrivava dall avv Antonio Messina di Campobello di Mazara che andava dicendo è tardi quannu la finisci. Spatola ha fatto anche il nome di Giuseppe Cammisa a proposito della partecipazione di questi in traffici di droga. “Cammisa era ospite della Saman e riferiva all'avv Messina quanto avveniva dentro la comunità”. Marino Mannoia ha parlato del fastidio di Agate contro Rostagno, Francesco Di Carlo chiese informazioni sul delitto Rostagno e seppe così che era un delitto di Cosa nostra aggiungendo: “se non fosse stata la mafia, Cosa nostra avrebbe fatto certamente ricerche per sapere chi era stato e ha aggiunto che rideva a leggere le notizie sulla pista interna”. Il movente. “Il pubblico ascoltava Rostagno perchè si sentiva rappresentato, pensava di essere così aiutato ad alzare la testa…Il giornalismo era diventata la sua nuova missione. Dal 1987 Rostagno aveva colto la necessità di contrastare il fenomeno mafioso anche per ostacolare il traffico e lo spaccio di droga. Un grande impegno civile in un contesto dove si diceva che la mafia non esisteva. Rostagno era stato minacciato....telefonate anonime arrivate in  tv”. Circostanze, le minacce, riferite da Chicca Roveri che ha anche ricordato durante le sue ripetute audizioni in aula, l'incontro con il procuratore dell’epoca, Antonino Coci. “Un magistrato che sui giornali andava dicendo che la mafia non esisteva. Mauro Rostagno avvertiva il suo pericolo di vita rispetto alla sua attiivtà giornalistica mentre tutti gli altri sottovalutavano questo pericolo a cominciare dall'amico Cannas, maresciallo dei carabinieri. Non doveva essere Rostagno a esternare timori ma dovevano esere gli organi istituzinali preposti ad avvertire il pericolo, dovevano essere gli organi dello Stato a valutare i pericoli corsi da Rostagno e per questo il procurtaore Coci uinvitò la Roveri a non dire nulla. Rostagno ha lasciato traccia scritta di cosa pensava del procuratore Coci e del ruolo di garanzia svolto da questi”. “Montanti (ex comandante del nucleo operativo dei carabinieri, venuto a parlare di un delitto commesso alla carlona per via di quel fucile scoppiato) e Coci – ha proseguito Del Bene - non rappresentano tutto l'apparato dello Stato impegnato contro Cosa nostra. C'era all’epoca a Trapani anche Rino Germanà capo della Mobile che invece presentò un rapporto alla Procura con il quale indicava la pista mafiosa, ma non trovò appoggi negli inquirenti”. “Montanti si definii passacarte di lusso. Germanà per le sue conoscenze nel settembre 1992 sfuggì ad un attentato mafioso”.” Lo sviluppo delle indagini – ha ancora affermato il pm Del Bene – è colmo di inerzia ed omissioni di alcuni investigatori, contesto che ha condizionato le indagini, altri, come Germanà, che partirono sparati contro la mafia hanno rischiato la vita”. Ed ancora: “E' una vergogna avere introdotto certe piste diverse da quella mafiosa, in questo processo. Questo è un processo che andava fatto a un anno dal delitto. Siamo stati tre anni impegnati a parlare di stupidaggini. Nel 1988 Rostagno era l'unico giornalista a parlare di mafia. Oggi nel 2014 resta ineguagliato, resta l'unico giornalista ad avere alzato i toni contro la mafia in questo territorio certamente”. “Nel 1988 tutti facevano finta di niente, a cominciare dal procuratore della Repubblica Coci che nonostante il rapporto Germanà ebbe a dire che nessun investigatore aveva mai presentato a lui rapporti avvaloranti la presenza della mafia nel territorio”. “Rostagno non faceva che questo, denunciava la presenza mafiosa dinanzi al largo silenzio delle istituzioni e credo bene che Agate, come hanno detto alcuni collaboratori di giustizia, quando mangiava e ascoltava il telegiornale di Rtc si innervosiva”. Punto alto dell’attività giornalistica di Rostagno sono state le cronache e gli editoriali dove faceva nomi e cognomi di uomini delle investigazioni contigui all'organizzazione criminale mafiosa. Il punto di partenza resta il processo per l'omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. L'esame giornalistico del dibattimento condotto da Rostagno ha messo in evidenza le connessioni tra la mafia trapanese e quella catanese, una serie di rapporti vissuti in chiave imprenditoriale. Rostagno ha scritto dei cavalieri del lavoro catanesi arrivati a Trapani. “Addirittura Rostagno ha accennato alla figura mafiosa dell’imprenditore Francesco Pace la cui rilevanza mafiosa verrà accertata solo negli anni 2000. Si interessò molto Rostagno della costruzione dell'aeroporto di Trapani dove erano impegnati Pace e i cavalieri del lavoro di Catania, la massoneria, la politica col ministro Ruffini. Per queste cose che diceva per la mafia era pericolosa l'attività giornalistica di Rostagno. “Rostagno in un certo senso assolveva ad un ruolo di supplenza rispetto all'assenza della procura di Trapani, del procuratore Coci. E' questa l'eccezionalità del giornalista Mauro Rostagno”. E la mafia ha deciso di non restare inerme dinanzi a quegli schiaffi che riceveva da Rostagno ogni giorno: “Tutto quello che denunciava Rostagno è risultato pienamente riscontrato. La mafia non poteva fare altro che infastidirsi perchè ogni giorno Rostagno la colpiva nella carne, negli interessi di Cosa nostra”. Non meno virulenti sono stati poi i servizi dedicati alla "munnizza" che all'epoca devastava la città di Trapani. Anche in questo caso non si è limitato ad essere fonte di informazione ma accendeva i riflettori sugli illeciti guadagni. In quel periodo uno degli affari della mafia era quello del traffico dei rifiuti. Fu accertato molti anni dopo il delitto,che Virga con il commercialista Messina aveva costituito società per lo smaltimento dei rifiuti. Anni dopo il delitto è emerso l'interesse di Virga per la gestione dell'impianto di riciclaggio costruito a Trapani in contrada Belvedere. Rostagno massacrava la classe politica trapanese, parlava del municipio additandolo come Palazzo d'Alì e dei 40 ladroni, riferendosi così ad una serie di arresti che all'epoca venivano compiuti. Non risparmiava alcun politico e alcuna formazione politica, attaccava la burocrazia, rappresentava come la cosa pubblica a Trapani era vista da tutti come un osso da spolpare. Nei suoi editoriali c'era sempre la questione morale in primo piano. A Trapani quei suoi interventi stavano facendo respirare un clima nuovo, “una nuova primavera”. La reazione dei politici fu eclatante, come quella dell'on. Bartolo Pellegrino (pochi anni addietro prescritto per l’accusa di corruzione da parte della mafia e assolto dal concorso esterno) che invitò Rostagno ad andare a zappare. “E’ mai possibile che noi siamo condannati a rivivere sempre scene di schiavi che appena arriva un politico si inginocchiano e baciano. Siamo noi a non volercene liberare”. E Rostagno faceva vedere quelle immagini. Del Bene ha così ricordato, con toni accesi, una convention della Dc trapanese, oggetto di un suo servizio giornalistico, dove veniva accolto come un dio in terra l'on. Francesco Canino. Rostagno era apprezzato dalla gente perchè le sue domande erano quelle di un giornalista che non si accordava con il politico...Esempi? L'attacco di Rostagno a Giuseppe e Luigi Manuguerra consiglieri comunali del Psdi....Luigi Manuguerra arrestato per vendita di posti di lavoro, il padre arrestato per detenzione di armi, millantato credito ed altro. La dinasty dei Manuguerra (Luigi Manuguerra non è uscito di scena, è oggi uno degli indagati per pressioni esercitate a testi del processo contro il senatore D’Alì). Rostagno dava fastidio perchè aveva scoperto un punto nevralgico cioè quello del connubio tra la politica corrotta e la mafia, rapporto mediato dalla logge massoniche. E non a caso Rostagno si interessò parecchio alle vicende della loggia massonica celata a Trapani dietro il centro culturale Scontrino, la Iside 2 del gran maestro Gianni Grimaudo. Una loggia dove furono trovati scritti mafiosi, politici, professionisti, funzionari di questura e di prefettura, bancari. IL pm Del bene in aula ha fatto l'elenco degli iscritti, tanti nomi ancora oggi in auge. “Da giornalista d'inchiesta si è occupato della Iside 2, scoprendo i collegamenti e le presenze a Trapani di Licio Gelli, tanto da venire convocato dai carabinieri (Maresciallo Cannas) convinti che Rostagno, giornalista, sapesse della Iside 2 più di loro stessi investigatori, quasi che poi l'intervento dei carabinieri servisse a indurre Rostagno a limitare la sua attività…Verbali che sono entrati in questo processo solo a dibattimento avviato, mai introdotti nel fascicolo delle indagini”. Il pm Del Bene ha ricordato le testimonianze dei cc Montanti e Cannas, quest'ultimo disse di avere trasmesso quei verbali al suo superiore, Montanti che si era definito passacarte di lusso “in questo caso si è dimenticato di trasmettere queste carte alla magistratura che indagava sul delitto, carte rimaste nascoste in un cassetto e venute fuori dopo che sul giornale La Sicilia vennero pubblicati quei verbali alla vigilia di una udienza del processo”. “In quel verbale Rostagno si mostrava a conoscenza di fatti importanti, Rostagno li ha pure elencati e però nessuno gli fece le domande per andare più a fondo con l’inchiesta, non gli ha fatto le domande il maresciallo Cannas che era la punta di diamante del nucleo operativo…i carabinieri non hanno fatto le domande e non hanno trasmesso quel verbale…. Sul capo della P2 Gelli Rostagno si è dimostrato  molto informato anche a proposito delle sue ripetute presenze a Trapani, presenze confermate in dibattimento anche dal pentito Di Carlo. Ma gli investigatori invece di accendere le luci su questi fatti scoperti da Rostagno non fecero nulla. Il 23 marzo 1988 Rostagno si è limitato a confermare lìincontro con il massone Torregrossa. Il giudice istruttore che faceva le indagini sulla Iside 2 addirittura è risultato avere chiesto informazioni a un giornalista, quella indagine andava avanti da due anni e chi se ne occupava non aveva raggiunto il livello di conoscenza che invece aveva raggiunto Rostagno”. Ma una forte sottolineatura Del Bene l’ha fatta sulla circostanza che giudici come Carmelo Lombardo e Massimo Palmeri, direttamente il primo, indirettamente il secondo, sono risultati “toccati” dalla Iside 2. “Palmeri aveva la moglie che insegnava in corsi di formazione gestiti da Grimaudo, anni dopo risulterà essere quel magistrato che chiese richiesta di archiviazione delle indagini sul delitto Rostagno”. Il processo prosegue domani. Ancora requisitoria, in serata la conclusione con le richieste dei pm che appaiono scontate, saranno richieste di condanna per i due imputati Virga e Mazzara.

 

 

Articolo del 15 Aprile 2014 dal gruppo Facebook Processo per l'omicidio di Mauro Rostagno - Trapani Aula Falcone -

“Virga e Mazzara sono colpevoli”, richiesta di ergastolo

Omicidio del giornalista Mauro Rostagno: “E’ stata la mafia infastidita dagli scoop sulle connessioni con la massoneria

di Rino Giacalone

La voce finale dei pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene è giunta attorno alle 14,30. Sono dovuti trascorrere 26 anni dal delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, 14 anni da quando il fascicolo è giunto sul tavolo dei magistrati della Procura antimafia di Palermo,  tre anni da quando il relativo dibattimento è cominciato dinanzi alla Corte di Assise di Trapani, 69 udienze, oltre un centinaio di testimoni, per arrivare oggi alla richiesta di ergastolo per i due imputati, due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, accusato di mandante, capo del mandamento di Trapani, Vito Mazzara, capo decina della famiglia di Valderice, ex campione della nazionale azzurra, sicario di fiducia del boss Virga, accusato di essere stato il killer. Tre udienze sono state dedicate alla requisitoria dei due magistrati, oggi l’ultima di queste dopo quelle dell’11 e 14 aprile. Hanno ricostruito il dibattimento, hanno messo in fila le prove raccolte, hanno puntato il dito contro il tempo perduto per andare dietro alle altre piste alternative a quella mafiosa sulle quali hanno parecchio insistito le difese…”stupidaggini” hanno detto i due pm che sono entrati nel merito di queste piste mostrandone l’inconsistenza, sulla pista mafiosa hanno messo in fila tutti gli elementi, dagli indizi raccolti dagli investigatori, e poi le collaborazioni dei pentiti, l’esito delle perizie, balistiche e sul Dna, la voce dei testimoni e la voce dell’imputato Mazzara intercettato mentre infastidito con i familiari commentava della riapertura di quelle indagini sul delitto rispetto alle quali lui stesso si è detto convinto, sempre parlando con i familiari, della archiviazione. I pm hanno dato atto del grande lavoro svolto in questi tre anni di processo dalla Corte di Assise presieduta dal giudice Angelo Pellino (a latere il giudice Samuele Corso), lavoro che si è concentrato anche sulle altre piste, importante perché se la Corte non avesse scelto di approfondire sarebbero rimasti degli interrogativi e invece l’esito del dibattimento se ne è sancita la inconsistenza. Paci e Del Bene hanno tolto di mezzo anche altri dubbi che si erano raccolti attorno a quelle dichiarazioni fatte anche da magistrati, come Antonio Ingroia (originario titolare del fascicolo) già all’avvio del dibattimento a proposito del fatto che ad uccidere Rostagno era stata la mafia e non solo la mafia. “E’ vero – ha detto Francesco Del Bene – è stata la mafia ma non solo la mafia, le colpe sono da attribuire anche a quel contesto della massoneria deviata che non aveva gradito il lavoro d’inchiesta che Rostagno stava svolgendo”. E’ questo uno scenario che a Trapani non è sparito, è attuale, il sistema di potere è ancora in piedi, le connessioni mafia e massoneria esistono, camere di compensazione frequentate anche da politica e impresa. “E’ lo stesso scenario che ieri mentre si uccideva Rostagno proteggeva la latitanza del capo dei capi Totò Riina che stava nascosto a Mazara del Vallo, e oggi protegge la latitanza del super boss Matteo Messina Denaro” ha sottolineato ancora Francesco Del Bene. Le corna, la pista interna, la pista di Lotta Continua, le rivelazioni sui traffici di armi, nella requisitoria dei pm sono state “spazzate via”. “Guardate a ciò che era (ed è) la massoneria con le sue connessioni con la mafia, rileggete ciò che ci hanno detto investigatori come Rino Germanà, le confessioni dei pentiti, rileggete le testimonianze evidentemente bugiade o omissive a secondo da quale punto si guardano di altri investigatori e vi rendereto conto che Rostagno è stato ucciso perché ogni giorno alzava il tiro contro la mafia tanto da diventare una camurria che doveva essere tolta di torno”. “Abbiamo raggiunto la prova contro chi ha ucciso e il movente. Grazie a questo processo si è  ricostruita una perfetta linea di continuità tra esecuzione, dinamica e protagonisti, primo di tutti Vito Mazzara con le ragioni dell’omicidio e sul perchè un delitto di quel genere doveva essere commesso” è stata la conclusione fatta dal pm Gaetano Paci. “Rostagno a Trapani aveva svelato il nuovo volto della mafia...il passaggio dalla mafia provinciale a quella moderna dove in primo piano c'erano le nuove alleanze, con la massoneria, e i nuovi boss, altro che la famiglia dei Minore (ex capi mafia di Trapani) Rostagno aveva puntato l'attenzione sull'avanzata di Mariano Agate e con lui dei nuovi affari a proposito di impresa e appalti...Rostagno rappresentava una nuova rivoluzione culturale...attaccava la borghesia mafiosa...il braccio armato del delitto è stato di Cosa nostra...precisa la responsabilità penale di Virga e Mazzara” ha detto poco prima l’altro pm Francesco Del Bene. “Come Peppino Impastato rappresentava una offesa per la sua sola esistenza, perché non mancava di additare a Cinisi il potere di Tano Badalamenti e che fu eliminato prima dalla mano violenta e poi anche dalla calunnia dopo la morte, così anche Rostagno per i suoi commenti coloriti su figure mafiose come quella di Mariano Agate costituiva un affronto nei confronti del potere mafioso e anche lui ha conosciuto la violenza e la calunnia mafiosa”. La storia di Mauro Rostagno è la storia dei tanti giornalisti uccisi in Sicilia. Tutti giornalisti scomodi e isolati dentro una categoria non sempre solidale con i giornalisti scomodi, oggetto di ostilità che spianano le strade agli assassini”.
Si diceva mafia e non solo la mafia: “Il non solo mafia non è certo la pista interna, i racconti di Di Cori o quelli di Elmo, non è la Saman o l’intelligence italiana, Gladio ed altro, ma quel coacervo di interessi che si sviluppava in quegli anni nel centro studi Scontrino, dove c’era la cabina di regia della massoneria deviata capace di arrivare ad influenzare e inquinare uffici inquirenti e investigativi assieme a quelli politici, istituzionali, economici, bancari, imprenditoriali”. Il 23 e 24 aprile parleranno le parti civili, poi sarà la volta delle difese, tra il 9 e il 10 maggio la sentenza. Oggi come accade dalle ultime due udienze assente l’imputato Vito Mazzara. In video conferenza da Milano, carcere di Opera, presente l’altro imputato, Vincenzo Virga che lo scorso 14 aprile ha preso la parola per protestare contro i “capricci” della polizia penitenziaria che l’ha fatto arrivare nella saletta del carcere collegata in video conferenza solo dopo avere proceduto ad una minuziosa perquisizione: “Mi hanno denudato e quindi ho perso tempo per arrivare…penso che si tratti di un capriccio”. Nelle storie di mafia Virga non è l’unico ad essere stato denudato…viene da pensare alle vittime della mafia finite nude sul tavolo dell’obitorio…per i violenti e sanguinari “capricci” di Cosa nostra.

 

 

 

Articolo del 29 Luglio 2015 da  articolo21.org

Il delitto di Mauro Rostagno è stato un omicidio mafioso

di Rino Giacalone

La Corte di Assise di Trapani lo ha spiegato in oltre 3 mila pagine di motivazioni a sostegno della condanna all’ergastolo pronunciata contro i mafiosi Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Rostagno fu ucciso nel 1988, ma ancora oggi restano in giro i “lupi” che lo azzannarono e contro Cosa nostra manca il coro che il sociologo sapientemente stava riuscendo a far nascere. Tutto cambia, per non cambiare nulla.

A pagina 2983 del volume che raccoglie in 3035 pagine le motivazioni della condanna all’ergastolo, per l’omicidio del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, ammazzato il 26 settembre del 1988, dei mafiosi Vincenzo Virga, capo della cupola mafiosa trapanese per vent’anni, e Vito Mazzara super killer fidato di Cosa nostra trapanese, il primo che aveva come suo emulo il boss Bernardo Provenzano, il secondo che andava a sparare, nel senso ammazzare la gente, con Matteo Messina Denaro, si legge già al primo rigo qualcosa che probabilmente suonerà strano se letto da chi sta lontano dalla Sicilia e da Trapani, da chi può non avere seguito gli oltre tre anni di processi, per non parlare delle travagliata istruttoria investigativa. Precisamente si legge: L’indagine sul movente dell’omicidio di Mauro ROSTAGNO, che ha impegnato larga parte dell’istruzione dibattimentale, ha consentito di misurare tutta l’inconsistenza delle piste alternative a quella mafiosa, che pure sono state esplorate, senza preconcetti, e dando il p iù ampio spazio alle istanze e agli impulsi delle parti interessate a coltivarle. Di contro, a partire proprio da una ricognizione dei contenuti salienti del lavoro giornalistico della vittima, di talune sue inchieste in particolare, ma del suo stesso modo di concepire e soprattutto di praticare il giornalismo e I’informazione come terreno di elezione di una ritrovata passione per l’impegno civile, profuso anzitutto nel contrasto al fenomeno della droga, nel solco dell’equazione lotta alla droga uguale lotta alla mafia, è emerso come Cosa Nostra avesse più di un motivo, e uno più valido dell’altro, dal suo punto di vista, per volere la morte di ROSTAGNO.

Insomma è stata la mafia ad uccidere Rostagno. Direte. E perché tanto clamore? Direte sempre voi, non lo sapevate che era stata la mafia, già , direte ancora, lo si capiva dallo scenario del delitto, l’agguato in zona isolata e buia, la lupara, e poi dalle chiacchiere del dopo, il mascariamento della vittima, uccisa per droga, sesso, traffici strani, il tam tam sulla “questione di corna”. Si, rispondiamo, lo sapevamo, ma ci sono voluti a momenti quasi trent’anni per attestare ciò che tutti sapevano già dalla sera del 26 settembre del 1988, perché la firma della mafia era davanti agli occhi di tutti. E oggi titoliamo dicendo che è stata la mafia ad uccidere Mauro Rostagno perché durante il processo, anche organi di informazione, anche giornalisti, tra i pochi che hanno seguito il dibattimento, pur dinanzi all’evidenziarsi delle prove contro gli imputati e la mafia, come quella genetica del Dna che ha incastrato il killer Vito Mazzara, hanno scritto, e titolato, che col delitto non c’entrava la mafia. Ora, non escludendo che qualcuno sosteneva questo magari per compiacersi meglio con qualche avvocato della difesa, ma in generale la loro convinzione  non era un escludere la responsabilità mafiosa, ma il volere chiamare in causa altre entità nel delitto, servizi segreti deviati o no, massoneria, poteri occulti, intelligence internazionale. Scenari puressi delicati e che possono armare le mani di killer, ma nel processo per il delitto Rostagno è entrata con vigore la prova di una mafia che non ne poteva più di quel giornalista.

A distanza di oltre 25 anni dal delitto il famoso tam tam lanciato un giorno d’autunno del 1988 dal boss mafioso Mariano Agate durante un summit mafioso e cioè che Rostagno era stato ucciso per questione di corna, è entrato nell’aula della Corte di Assise: impossibile dimenticare l’interrogatorio cui fu sottoposta la compagna di Rostagno, Chicca Roveri, dalla difesa del killer Mazzara, quasi fosse dovuta essere lei l’imputata in quel processo! Leggete la sentenza da queste pagine in poi. Il capitolo si chiama “Epilogo”. I giudici, il presidente Angelo Pellino, il giudice a latere Samuele Corso, sgombrano il campo dalle ombre artificiosamente costruite, ancora durante lo stesso processo, ragionano sul lavoro di Mauro Rostagno, toccano uno ad uno gli argomenti da lui affrontati e li sovrappongono a ciò che tanti processi,m tante indagini hanno provato sulla trasformazione della mafia trapanese. Mauro Rostagno, scrivono i giudici, aveva colto nel segno ciò che rappresentava il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, il colpo che la mafia aveva subito vedendo portati alla sbarra boss del calibro di Nitto Santapaola e Mariano Agate, cosa era stato realizzato per mettere nuovamente ogni cosa al suo posto, cioè liberare e i mafiosi per tornare a far fare loro i capi della cupola.

Per questa ragione la cronaca di quel processo fatta da Rostagno per il delitto Lipari contro Agate e Santapaola dava fastidio, e Mariano Agate mandò a dirgli che “la doveva finire di dire minchiate” (ovviamente non così in italiano perfetto, ma col dialetto siciliano che in certi casi sa essere efficace e virulento). Stesso tenero e stesso messaggio che a Rostagno fu mandato da un colletto bianco, da un impiegato di banca, tale Ignazio Placenza, solo che poi la cosa a chi la sapeva è caduta di mente, scomparsa, salvo ricordarsene 20 e passa anni dopo. Quell’impiegato di banca, suocero di mafioso, un giorno fece sapere che Rostagno stava rischiando troppo per quello che diceva, viene quasi da dire che lo disse da “persona informata dei fatti”. E con questa profondità visiva che gli veniva dal possesso degli strumenti e delle attitudini di studioso egli stava approfondendo una sua personale ricerca dei retroscena dei più eclatanti delitti che avevano insanguinato la provincia trapanese negli ultimi anni, nella convinzione che vi fosse un filo che li legava gli uni agli altri, rimontando indietro fino alla strage di via Carini, all’omicidio del prefetto Carlo Alberto DALLA CHIESA, intravedendo nell’omicidio LIPARI un delitto di rilevanza strategica, rivelatore di una competizione in atto con una nuova mafia che contendeva con crescente successo alla vecchia guardia l’egemonia”. Il corsivo appartiene alla sentenza, e il corsivo è di mafia che parla. La mafia che ha ammazzato il generale Dalla Chiesa, che ha fatto le stragi, che ha armato le guerre di mafia, che ha trafficato droga e armi, riempito la Sicilia di raffinerie di droga, costruito intere città, cementificato tutto quello che era possibile cementificare (con regolare cemento depotenziato), che è diventata impresa, che è arrivata in Borsa e oggi ha i suoi soldi nelle city finanziarie che contano. E’ la mafia che da sola rappresenta tutto il peggio che la società civile può conoscere e non ha bisogno che altro si affianchi. Durante il processo è spesso echeggiata, a difesa degli imputati (sic) una frase pronunciata a inizio processo dal pm Antonio Ingroia, “a uccidere Rostagno è stata la mafia ma non solo la mafia”. Il processo ha dimostrato che la mafia da sola rappresenta tutto, ha dentro di se tutto, la politica corrotta, i banchieri che garantiscono il riciclaggio, i servizi segreti che fanno il doppio gioco, o anche forse fanno il giusto gioco, come far prendere i latitanti quando è ora, ci sono i trafficanti di armi e di droga, i venditori dei seggi, la massoneria. Gladio per esempio a cosa serviva? E poi a cosa serviva a Trapani. I giudici attestano che quella è la prova lampante di come certe istituzioni vengono distorte, destinate ad altro, a mettere in contatto nel caso della Gladio Trapanese servizi segreti e organizzazioni criminali.

Alleate perché operazioni super segrete restassero tali. Se Rostagno aveva scoperto un segretissimo scambio di armi sotto la pancia di un Hercules fermo sulla pista dell’aeroporto abbandonato di Kinisia, per via di quel “patto segreto” la mafia avrebbe avuto ancora di più il compito di ammazzarlo. I giudici spiegano così questo passaggio: “ROSTAGNO poteva essere una minaccia, dopo che aveva scoperto gli strani traffici che avvenivano a ridosso della pista di un vecchio aeroporto militare ufficialmente in disuso alle porte di Trapani. Ma sotto altro profilo, è ancora più probabile che quei sordidi legami, per quanto non direttamente afferenti al movente del delitto, abbiano avuto l’effetto di incoraggiare i vertici dell’organizzazione mafiosa ad agire, nella ragionevole convinzione di poter contare, una volta commesso il delitto, su una rete di protezioni e connivenze pronta a scattare in caso di necessità: come alcune sconcertanti emergenze di questo processo fanno paventare sia accaduto”. Più che le armi poterono invece le connessioni tra mafia, politica, corruzione e massoneria e i santuari del malaffare ogni giorno a Trapani si andavano scoprendo. I politici che finivano inquisiti venivano ben illustrati da Rostagno in tv, alcuni sono uomini che ancora oggi siedono nei palazzi della politica. Sono ancora i giudici della Corte di Assise a parlare: Ma una minaccia (Rostagno ndr) lo era già su un altro versante: quello della lotta al malaffare e alle collusioni politico-mafiose di cui si nutriva. Il suo costante impegno di denunzia su tale versante andava oltre il lavoro già importante di controinformazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi della legalità e delle dignità delle istituzioni e dei cittadini. Esso si traduceva in una feconda sinergia con l’azione di contrasto messa in atto da una parte della magistratura e delle forze dell’ordine e nell’apporto che allo sviluppo delle indagini di polizia giudiziaria potevano venire dalla sua capacità di procurarsi informazioni attraverso fonti che magistrati e poliziotti non avrebbero potuto avvicinare (anche se lui per primo respinge il sospetto che i suoi servizi si alimentassero di contributi talpeschi); e comunque di svolgere autonome inchieste giornalistiche che miravano a varcare la soglia di autentici santuari del potere locale come era all’epoca la rete di circuiti massonici che faceva capo al Centro Studi “Antonio SCONTRINO” a Trapani”.

Si sono trovati suoi appunti sull’organigramma mafioso trapanese, ritagli di giornale sugli affari di Cosa nostra, elenchi di nomi che a Rostagno dicevano già qualcosa e che negli atti giudiziari ci sono finiti anche 20 anni dopo il delitto, Rostagno aveva capito più di altri, o dava forma a quello che era sotto gli occhi di tutti ma che non tutti dicevano, anche tra i giornalisti dell’epoca. Quando Rostagno guidava negli anni ’70 il gruppo di Lotta Cotninua a Palermo, un giorno prese e posò sul tavolo durante una riunione, gli atti della commissione nazionale antimafia. Qualche giorno dopo chiese a chi li aveva letti se aveva capito da chi si doveva cominciare a dar battaglia, non ebbe risposta, allora disse, è dell’avvocato Vito Guarrasi che vi parlo. Un nome che oggi emerge in quasi tutti i misteri siciliani, morto da persona innocente, custode oramai silenzioso di tanti segreti. Dava fastidio (Rostagno ndr), tanto da essere una vera camurria nella valutazione per i più avvertiti capi della organizzazione mafiosa, il suo sforzo di ridisegnare la mappa degli organigrammi del potere mafioso e di individuare le figure emergenti che potevano avere preso il posto degli esponenti della vecchia guardia di Cosa Nostra, decimati da arresti ma ancora di più dai colpi messi a segno dalle cosche antagoniste che nuovo slancio traevano dalla loro capacità di inserirsi nella gestione del narcotraffico o in altre redditizie attività. Dava fastidio la sua attenzione per la gestione degli appalti pubblici; ed anche qui il timore piu che fondato era che da quel suo modo di fare giomalismo, inusitato all’epoca e in quel contesto territoriale, potessero partire precisi imput a inchieste giudiziarie esiziali per la prosperità e la sicurezza degli affari perché avrebbero fatto luce su un sistema che proprio in quegli anni, sotto la regia di professionisti come Angelo SIINO (il ministro dei lavori pubblici di Totò Riina ndr) e poi Ciccio PACE (che nel 2001 divenne indiscusso capo della mafia trapanese succedendo a Virga perché nel frattempo arrestato ndr), stava prendendo corpo”. Omicidio e depistaggio. La Corte di Assise pur in assenza ancora di una previsione di reato così detta, depistaggio, ha voluto a chiare lettere dire che gli errori investigativi non sono stati solo errori: La rimozione ingiustificata – poiché era già morto – del corpo della vittima è stato solo il primo di una filiera inenarrabile di inammissibili alterazioni della scena del crimine, colpevoli ritardi ed inspiegabili omissioni, soppressioni o dispersioni di reperti, manipolazione delle prove e reiterati atti di oggettivo depistaggio che non sembrano trovare spiegazione solo in una clamorosa inadeguatezza del personale operante o in una cronica mancanza di professionalità. I tanti, e ancora attuali, fili che s’intrecciano sullo sfondo delle ragioni per cui fu infranto il sogno che il sociologo torinese coltivava di poter invecchiare in Sicilia, spiegano a loro volta la sconcertante sequela di false testimonianze e Ie tante reticenze riscontrate nelle deposizione dei testi qui escussi”.

Anche nel delitto Rostagno come in tutti i delitti eccellenti della mafia, manca qualcosa (il collega Salvo Palazzolo ha scritto un libro sui Pezzi Mancanti). Si pensava che all’appello mancasse la famosa cassetta con su scritto non toccare che Rostagno teneva sulla sua scrivania a Rtc. La Corte di Assise ha scoperto che non manca solo una cosa ma ne mancano ben otto , anche un proiettile calibro 38”. Infine. Il delitto è del 1988, la sentenza è del 2014 (motivazioni 2015). In mezzo ci sta la storia di un territorio che a proposito di presenza mafiosa non è secondo a nessuno. La storia ma anche il presente della mafia. Qui a Trapani prima di esserci, da qualche parte, il nascondiglio comodo del latitante Matteo Messina Denaro, qui c’è la culla della mafia borghese, quella che non è fatta da coppole e lupare, ma da grisaglie e eleganti borse. Qui continuano a incrociarsi gli inciuci più importanti della mafia che in questi quasi 30 anni dal delitto Rostagno è riuscita a diventare Stato. Anzi, è riuscita e entrare nelle stanze dello Stato, ha i suoi uomini , ma anche le donne, che siedono nelle giuste poltrone, ha fatto grandi balzi in avanti Cosa nostra, si può permettere oggi di negare la sua esistenza e di farla negare anche ad altri, può recitare anche il rosario dell’antimafia, e cerca senza usare le armi di mandare all’aria il vero e genuino impegno antimafia, basta qualche schizzo di fango che oggi funziona meglio di un proiettile calibro 38.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Sei  : Home Vittime 26 Settembre 1988 Valderice (TP). Assassinato Mauro Rostagno, operava presso la comunità per tossicodipendenti Saman. Denunciava da una televisione locale le attività mafiose e le complicità di partiti e istituzioni.