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26 Giugno 1975 Eupilio (CO). Rapita Cristina Mazzotti , 18 anni, il suo corpo fu ritrovato in una discarica. PDF Stampa

Articolo del 26 Giugno 2012
Fonte ilblogdibarbara.wordpress.com

L’atroce morte di Cristina Mazzotti

Si può morire a 18 anni, solo per danaro.
Si può morire senza colpa, crudelmente.
Si può morire e finire gettata in una discarica, tra carrozzine rotte e sacchi della spazzatura, come ulteriore oltraggio.


E’ quello che accadde a Cristina Mazzotti, rapita la sera del 26 giugno 1975 davanti al cancello della villa dei genitori a Eupilio,in provincia di Como, e ritrovata morta il primo settembre dello stesso anno, dopo un atroce e insensata prigionia fatta di stenti e soprusi, di overdose di eccitanti mescolati a tranquillanti.
Cristina era figlia di Helios Mazzotti, agiato industriale del settore cereali.
La sera del 26 giugno stava rientrando con una coppia di amici da una festa organizzata per festeggiare la sua promozione.
La Mini condotta dal giovane Carlo stava percorrendo la strada che porta a Longone al Segrino, quando venne affiancata da una Giulia e da una 125. Costretto a fermarsi, vide davanti a sé un uomo mascherato con le armi spianate, che gli intimava di scendere.
Il malvivente chiese quale delle due ragazze fosse Cristina Mazzotti.
La ragazza, coraggiosamente si presentò.
Venne caricata sulla Giulia, mentre un altro bandito legava e imbavagliava i due giovani nell’auto.
La ragazza che era nell’auto, Emanuela, riuscì dopo oltre un’ora a liberarsi e a dare l’allarme e scattarono immediatamente i posti di blocco della polizia.
Ma ormai era troppo tardi.
In casa Mazzotti iniziò così lo snervante calvario dell’attesa dei rapitori.
Il padre di Cristina, Helios, già sofferente di cuore, si sentì male.
Fu il primo di uno di quegli attacchi di cuore che lo avrebbero portato di lì a poco alla tomba.
I rapitori si fecero vivi il giorno dopo chiedendo un riscatto record: 5 miliardi di lire.
Poi il silenzio. I genitori di Cristina si rivolsero con toni imploranti ai rapitori tramite i giornali, spiegando l’impossibilità di reperire una somma del genere, assolutamente fuori dalle loro possibilità economiche.
Finalmente il 15 luglio i rapitori si fecero vivi, e si dichiararono pronti alla liberazione della Mazzotti dietro pagamento di un riscatto di un miliardo di lire.
Ancora giorni di febbrile attesa, mentre l’opinione pubblica manifestava solidarietà ai Mazzotti, e mentre una diffusa campagna di stampa perorava la causa di un inasprimento delle pene verso coloro che si macchiavano del reato di sequestro di persona.
A fine luglio Helios Mazzotti, in gran segreto, si recò in un appartamento di Appiano Gentile, dove versò la somma di un miliardo e cinquanta milioni ai rapitori, ricevendo in cambio la loro assicurazione sull’immediato rilascio della ragazza.
Ma le cose erano destinate a evolversi in maniera drammatica.
Per giorni e giorni i genitori attesero la promessa liberazione, e il primo settembre avvenne la svolta.
Gianni De Simone, direttore del giornale l’Ordine, di Como, amico di famiglia dei Mazzotti, chiamò la famiglia e con tatto diede l’atroce notizia: era stata trovata Cristina, morta.
Il corpo era stato ritrovato in una discarica di Varallino, vicino Sesto Calende.
Allertati da una telefonata, i carabinieri si erano recati sul posto, e, seguendo le indicazioni che dicevano di scavare vicino una carrozzina rotta, avevano rinvenuto il corpo della ragazza.
O meglio, quello che rimaneva.
Sepolta sotto una bambola rotta, macabra ironia, giaceva la ragazza, in avanzato stato di decomposizione. Il volto era praticamente irriconoscibile, divorato da animali e sfigurato. L’autopsia rivelò che giaceva là da oltre quaranta giorni.
Emerse un particolare allucinante: non si poteva stabilire con esattezza se il corpo era stato sepolto quando la ragazza era morta. L’ipotesi agghiacciante che respirasse ancora non venne mai accantonata.
Uno della banda, Libero Ballinari, era stato già arrestato in Svizzera, mentre cercava di riciclare una parte del riscatto del sequestro. Un onesto direttore di filiale di una banca aveva denunciato il tentativo di “pulire” una novantina di milioni di lire, e aveva denunciato il tutto alla polizia svizzera.
Fu lui a dare le prime notizie sulla prigionia e sulla morte della sventurata ragazza.
Raccontò come Cristina, debilitata dalla lunga prigionia e costretta ad assumere dosi massicce prima di eccitanti, per poter parlare con i genitori e convincerli a pagare il riscatto, poi con tranquillanti per sedarne la volontà e impedirle di agitarsi, avesse alla fine avuto un malore.
I rapitori, spaventati, l’avevano così trasportata via, e la ragazza, durante il viaggio, era spirata.
Dichiarò di non sapere comunque le cause esatte della morte: adombrò il sospetto che fosse stata strangolata o uccisa con un colpo di pistola.
Fornì anche una piantina del luogo dove era stata seppellita la povera ragazza.
La polizia giunse a ricostruire il gruppo dei rapitori abbastanza velocemente.
Fra di loro c’era un gruppo eterogeneo di sbandati, gente attratta dal denaro facile, con agganci nel gruppo dell’anonima sequestri.
La banda degli assassini aveva un leader, più o meno riconosciuto: Giuliano Angelini, 39 anni.
Un passato burrascoso da squadrista e trafficante di armi, indagato per la strage di Piazza Fontana, pregiudicato con alle spalle condanne per emissione di assegni a vuoto e truffa.
Fu lui a scavare nel giardino della sua villetta la prigione della povera Cristina, un buco di due metri nella quale la ragazza visse come un topo i rimanenti giorni della sua vita.
Al suo fianco Loredana Petroncini, altro personaggio con un passato difficile.
Scappata di casa a 15 anni, sposò uno sbandato. Volgare e vistosa, venne descritta come un’amante della bella vita.
Altro componente della banda era Rosa Cristiano, ventisette anni, dura e crudele. Ex compagna di Angelini, lo accusò di aver premeditato la morte di Cristina, somministrandole dose letali di Valium.
Dichiarò inoltre che era stato lo stesso Angelini a ordinare la sepoltura del cadavere nella discarica.
Compagno della Cristiano, con la quale aveva aperto una gelateria, Luigi Gemmi, altro tipo poco raccomandabile.
Poi c’era Alberto Menzaghi, macellaio dalle mani bucate. Aveva una macelleria che lavorava, ma amava la bella vita.
Ultimo a cadere nella rete delle forze dell’ordine fu Antonino Giacobbe, personaggio di spicco dell’anonima sequestri calabrese.
Arrivò il giorno del primo processo, a Novara.
Dieci imputati, che fecero emergere un quadro allucinante della vicenda.
Cristina Mazzotti era stata tenuta prigioniera in una prigione scavata nella terra, e tirata fuori lo stretto indispensabile per sgranchirsi le gambe. Era stata trasferita poi a Galliate, nella casa della Cristiano. Qua era iniziato il tormento della somministrazione dei farmaci.
Ai rapitori serviva una Cristina sveglia, che potesse mandare messaggi drammatici alla famiglia.
Nel frattempo Helios, papà della povera Cristina, era morto a Buenos Aires, il 5 aprile del 1976, stroncato da un infarto. Il fratello di Helios, Eolo, sosterrà che era morto di dolore.
A maggio del 1977 l’accusa chiede per i rapitori 10 ergastoli, con l’approvazione incondizionata dell’opinione pubblica e della stampa, sconvolte dalle atroci rivelazioni emerse durante il processo.
L’otto maggio la sentenza: otto ergastoli e un’assoluzione, quella di Francesco Gaetani, parente di Antonino Giacobbe, scagionato grazie al provvidenziale alibi, che resse, del suo ricovero in una clinica.
Viceversa non andò bene al boss Antonino: ritenuto un mandante, si vide appioppare l’ergastolo.
Pene pesanti per il macellaio Menzaghi, per l’autista della banda, Milan, e per Sebastiano Spadaro, il telefonista: dai 23 a i 30 anni di carcere.
Una sentenza che fu accolta con soddisfazione da tutti.
La sentenza di secondo grado, viceversa, attenuò le pene, mentre quella definitiva ristabilì il tutto come deciso in primo grado.
Nel 1980 venne condannato all’ergastolo anche Libero Ballinari, colui che aveva materialmente seppellito la povera Cristina. Ebbe un processo a se stante, in quanto detenuto in un carcere di Lugano.
Durante i processi le varie personalità degli imputati vennero a galla impietosamente.
Gente gretta e meschina, affascinata unicamente dal denaro che speravano di ricavare dal sequestro.
Gente con alle spalle un passato fatto di violenza, di vite vissute ai margini della legge.
O anche gente senza valori morali di nessun genere.
Come la Cristiano, che aveva contattato un emporio per acquistare della soda caustica per far scomparire il corpo di Cristina; che nell’appartamento che aveva sopra la gelateria riceveva un po’ troppe visite, guadagnando evidentemente in maniera comoda i soldi che le servivano per truccarsi e vestirsi bene, le sue passioni.
Come Angelini, che racconterà di essere stato prima condannato a morte dall’anonima calabrese e poi graziato.
Come Menzaghi, il macellaio amante dei soldi, che probabilmente ebbe un ruolo anche nel sequestro di Tullio De Micheli, 60 anni, scomparso nel nulla dopo il sequestro.
Come Achille Gaetani, che tenterà di scaricare proprio sul Menzaghi le responsabilità del sequestro, dichiarando di non averlo ideato ma di avervi partecipato marginalmente.
Una storia squallida e vergognosa, conclusasi con la morte, inutile della ragazza.
Cristina era bella, con un sorriso radioso e lunghi capelli neri.

Aveva una vita da vivere, interrotta da una banda di sciagurati assassini in cerca di denaro facile.
Una storia triste con un epilogo triste.
Un’appendice alla storia, risalente al 1990.
La Petroncini e Angelini si sposarono in carcere.
Ottennero un permesso di dieci giorni, del quale approfittarono per dileguarsi.
La cosa destò un’ondata di accuse sulla direzione penitenziaria: si scoprì che i due assassini avevano usufruito di licenze premio per ben 21 giorni.
Riacciuffati, furono rimessi in carcere.

Paolo Benetollo, PAGINE 70

 

 

Articolo da La Stampa del 2 Luglio 1975

Studentessa di 18 anni rapita davanti alla sua villa a Erba

di Remo Lugli

Studentessa di 18 anni rapita davanti alla sua villa a Erba E' Cristina Mazzotti, figlia di un mediatore di cereali milanese - Era in vacanza nel Comasco e rientrava a casa dopo una festicciola con i compagni di scuola - L'auto bloccata da 4 banditi mascherati.

Como, 1 luglio. Hanno rapito una studentessa, di diciotto anni, figlia di un mediatore di cereali milanese, che ha la villa di campagna nel Comasco. Un ennesimo sequestro per estorsione, non v'è dubbio. Un'impennata di recrudescenza della malavita in questa città che di solito è tranquilla: in cinque giorni due rapimenti ed un omicidio (venerdì a Pizzarone è stato rapito il geometra Diego Bruga, sabato ad Alzate Brianza una donna ha ucciso il marito). La vittima di stanotte è Cristina Mazzotti, ha compiuto i diciotto anni il 24 giugno scorso. Erano per lei giorni di lieta vacanza: gustava la sua nuova condizione di maggiorenne e la fine della scuola, la promozione dalla seconda alla terza liceo classico che frequentava al «Carducci» di Milano. Per questi festeggiamenti sabato scorso si era trasferita con la madre, Carla Airoldi, 49 anni, dall'abitazione milanese di piazza Repubblica 25 alla villa di Galliano, una frazione di Eupilio, fra Erba e Canzo. Aveva fatto venire con sé, ospite, una compagna di classe, Emanuela Luisari, pure diciottenne, abitante a Milano in via Settala. Il padre, Elios Mazzotti, 54 anni, è partito domenica per l'Argentina, dove abita, con il marito, un'altra figlia, Marina, 26 anni. Un figlio maschio, Vittorio, 29 anni, era rimasto nell'abitazione milanese. Elios Mazzotti lavora come mediatore per conto di ditte che importano cereali soprattutto dall'Argentina. «Non è commerciante — precisa Vittorio, che si preoccupa di dare le giuste dimensioni alle possibilità finanziarie della famiglia —, lavora a percentuale, è un brooker. La sua impresa è la società a responsabilità limitata Mazzotti e C. In questo periodo in Argentina c'è sentore di una certa mutazione tra le ditte esportatrici e lui è quindi andato giù per studiare la situazione. Adesso, comunque, sa quello che è successo, siamo riusciti a raggiungerlo per telefono: sta già tornando». Cristina Mazzotti e la sua amica Luisari ieri sera escono di casa alle 21. Ad aspettarle, davanti al cancello della villa, c'è un amico comune, Carlo Galli, diciannove anni, studente di medicina a Pavia, che abita a Civenna (Como). E' lì con la Mini Minor di proprietà di sua sorella. Il programma è di trascorrere la serata incontrando un po' di amici. I tre vanno ad Erba, nel bar «Bosisio» dove trovano un gruppo di ragazzi che li attendono. Alle 22 escono e partono in otto con due auto per un giro in Brianza. Questi giovani hanno una fitta rete di amicizie disseminate per le molte ville; amicizie ravvivate di weekend in weekend. All'una e mezzo la Mini sta per far ritorno alla villa Mazzotti, dopo che gli altri amici, con la seconda auto, se ne sono andati già alle loro abitazioni. La vetturetta, lasciata la Valassina, imbocca la stradina che da Eupilio porta a Galliano. Emanuela Luisari,  che con il Galli ha vissuto la fase iniziale del rapimento dell amica, racconta: «A poche centinaia di metri dalla villa siamo stati superati da una "Giulia" che si è fermata bloccandoci il passaggio e dietro di noi c'era una "125" gialla. Da questa seconda auto sono scesi in quattro, bendati con fazzoletti e sciarpe e armati di rivoltelle. Hanno imposto a Carlo ed a Cristina che sedevano davanti, di passare dietro con me. "State tranquilli perché non vi succede niente", ha detto uno. Due di loro sono saliti sulla "Mini" e gli altri due sono montati sulla "125". Così siamo partiti. Io non ho più visto nulla perché ci hanno imposto di stare giù con la testa. Carlo ogni tanto cercava di sollevarla per vedere che strada si percorreva, ma uno dei due gli dava delle botte perché si riabbassasse. Per quel poco che ho sentito parlare, mi pare che le pronunce fossero meridionali». La «Mini» si arresta alla periferia di Appiano Gentile (Como), a quaranta chilometri da Eupilio. C'è anche la «125» con gli altri due banditi, nessuna traccia invece della «Giulia». Uno dei rapitori a questo punto chiede alle ragazze: «Chi è di voi due Cristina Mazzotti?». Lei pronta e con calma, risponde: «Sono io». Le infilano un cappuccio nero sulla testa, la fanno scendere e salire sulla «125». Al Galli ed alla Luisari vengono legati i polsi con una cordicella dietro la schiena. I rapitori tentano anche di narcotizzarli premendogli contro il naso un batuffolo imbevuto di cloroformio, ma senza ottenere alcun risultato. «Solo un po' di intontimento — dice la Luisari — non ho mai perduto la conoscenza». La «125» parte, ma di lì a qualche minuto è di ritorno. Un bandito scende, toglie dal cruscotto la chiave della «Mini» che aveva dimenticato di sfilare e con un coltello buca i pneumatici delle ruote posteriori. Ora la macchina dei rapitori riparte velocemente e definitivamente. E' stata ritrovata questa mattina a Solbiate Arno (Varese), a pochi chilometri da Appiano. Era stata rubata a Milano l'8 giugno scorso; a bordo è stata trovata soltanto della cordicella identica a quella usata per legare i due giovani. Il Galli e la Luisari riescono a liberarsi mezz'ora dopo, circa alle due. Vanno, a piedi, in cerca di una casa dalla quale dare l'allarme. Non è facile, a quell'ora e con i tempi che corrono. Dopo un paio di vani tentativi riescono a farsi aprire dall'ingegner Giorgio Montandon, uno dei dirigenti della cementeria di Merone. E' la ragazza che compone il 113 ed annuncia alla questura di Como il sequestro dell'amica. Di lì a poco arrivano alla villa del Montandon il dottor Ceriotti della Mobile ed alcuni collaboratori. I giovani fanno un primo racconto che riprendono poi questa mattina in questura, alla presenza anche dei funzionari della Criminalpol, il dirigente dottor Sgarra ed il dottor Aragno. Non ci sono punti oscuri, tutto è abbastanza chiaro, il sequestro a scopo di estorsione è evidente, anche se per il momento non c'è alcuna prova. Nel pomeriggio si diffonde una voce secondo la quale sarebbe già arrivata una telefonata con la richiesta di riscatto, ma i familiari lo negano, anche la polizia è convinta che ancora non si siano fatti vivi. Dove è stato ideato il rapimento? A Milano, forse, ma non si può escludere che il piano sia stato preparato qui. La famiglia Mazzotti è molto nota, viene per ogni fine settimana, i giovani, come si è detto, hanno molti amici; e il nonno materno di Cristina è stato per diversi anni sindaco di Eupilio, è uno dei notabili più in vista. ' Carla Airoldi Mazzotti, la mamma, in preda all'angoscia, non vuole vedere nessuno. Il figlio Vittorio riceve noi giornalisti al cancello. Con Vittorio Mazzotti si parla del probabile riscatto che prima o poi i banditi chiederanno. Il giovane — barba e baffi castani, maglione scuro su una camicia bianca — dice: «Noi stiamo bene, ma non è che possiamo far fronte a qualsiasi riscatto: diciamo che ne possiamo sopportare uno di piccole dimensioni ». In attesa del rientro del padre vuole essere lui a condurre le eventuali trattative: «E' una cosa troppo delicata, c'è anche la necessità di avere le garanzie che dall'altra parte ci sono i rapitori veri e non degli sciacalli». Aggiunge: «Abbiamo chiesto agli inquirenti di non interferire con le loro indagini sugli eventuali nostri contatti ed a voi giornalisti chiediamo ora di osservare, dopo la pubblicazione di domani, il silenzio stampa».

 

 

Articolo e foto di La Repubblica del 9 Giugno 2008

Tradito dall'impronta dopo 33 anni
Preso il boss dell'omicidio Mazzotti

di PIERO COLAPRICO

La ragazza venne sequestrata e uccisa nel giugno del 1975. Il cadavere ritrovato
in una discarica. Otto condanne all'ergastolo, ma mancava il capo dei rapitori.
L'uomo è un ex gangster della famigerata banda del "Tebano" Epaminonda
E' stato in carcere fino a 2 anni fa: da poco era in semilibertà

MILANO - Aveva diciannove anni quando rapì una ragazza, che poi morì nel covo dei sequestratori. Nessuno dei complici ne ha mai parlato, lui tanto meno. Ma oggi che di anni ne ha 54, tutto si aspettava, il signor "Luciano", ex gangster della Milano di Angelo Epaminonda detto il Tebano, meno che di essere raggiunto dai poliziotti: trentatré anni dopo.

Cristina Mazzotti. Ai meno giovani bastano questo nome e cognome perché torni in mente la fotografia in bianco e nero di una ragazza dall'aria simpatica, con lunghi capelli neri. Un bel sorriso. Era stata rapita, portata via e costretta a vivere in un buco sotto terra il giorno della sua festa per il diploma. Entrò nella storia nera dell'Italia contemporanea come la prima sequestrata che morì nella lunga e dolorosa stagione dell'Anonima al Nord. Era il 1975.

Vennero presi i custodi, il telefonista-ricattatore, gli altri complici. Uno squadrista fascista, un gelataio, un macellaio, le loro donne, alcuni boss calabresi. Venne celebrato un lungo processo, finito con otto ergastoli e numerose confessioni. Pareva che si sapesse tutto, sulla fine di quella povera diciottenne e sul cuore che si spezzò nel petto addolorato del padre Helios, industriale. E, invece, nessuno degli arrestati aveva speso una parola sul commando che aveva strappato via per sempre Cristina alla sua vita. Quel commando, rimasto nell'ombra, faceva paura. Ma ora è stato in parte individuato. Grazie all'impronta di un dito pollice e all'aiuto che l'elettronica fornisce alla Polizia scientifica.

La sera del 26 giugno Cristina viaggiava con gli amici Carlo ed Emanuela su una Mini Minor targata CO 349594, che percorreva la strada per Longone al Segrino. Tornavano a Eupilio, alla villa dei Mazzotti. Carlo guidava, quando venne costretto a fermarsi da due auto, una Giulia e una 125, che gli sbarrarono la marcia. "Chi è Cristina Mazzotti?", chiese un uomo incappucciato.

La studentessa si consegnò, un bandito legò i suoi amici, ci volle un'ora perché si liberassero. I tecnici della Scientifica milanese trovarono su quell'auto tredici frammenti di impronte e, di queste, solo tre sembravano essere interessanti: l'impronta di un palmo e due impronte digitali. Allora, vennero studiate, analizzate, confrontate, ma non portarono a nulla.

Fu, infatti, il fiuto di un direttore di banca svizzero a fornire l'imbeccata giusta all'anticrimine italiano, facendo arrestare uno dei riciclatori del riscatto, Libero Ballinari. Mentre il primo settembre scattava il blitz, con una coincidenza che sconcertò non poco, nella discarica del Varallino, a Sesto Calende, veniva dissepolto il cadavere di Cristina. Era accanto a una carrozzina rotta. Giuliano Angelini, uno dei suoi carcerieri, considerato il "cervello", era appassionato di medicina: iniettava alla ragazza sonniferi quando c'era da sedarla ed eccitanti quando doveva parlare con i genitori. Il cocktail l'aveva ammazzata. Ai funerali parteciparono migliaia e migliaia di mamme e figlie.

Si dice che solo alla morte non c'è riparo, ma è anche vero che per alcuni investigatori le indagini finiscono solo quando ogni minimo dettaglio quadra. E questa vicenda, che somiglia al copione della serie tv americana "Cold case", casi freddi, lo dimostra. Perché quell'impronta senza nome sul parabrezza della Mini non è mai stata dimenticata dalla polizia. L'Afis, il cervellone che cataloga e individua "al volo" le impronte, è stato interpellato varie volte. Finalmente, un giorno, si è accesa una luce gialla intermittente: l'impronta corrisponde a un uomo che ha una lunga lista di precedenti penali, rivela il computer.

I gangster lo conoscevano come Luciano, si chiama Demetrio Latella: per lui il pubblico ministero Francesco Di Maggio chiese e ottenne due ergastoli, nel 1988, al maxiprocesso Epaminonda nell'aula bunker di Milano. Latella faceva parte degli "indiani", la pericolosa e super-armata banda del "Tebano", ritenuta responsabile di quarantaquattro omicidi. È stato in carcere sino a due anni fa, ha ottenuto il regime della semilibertà, si è rifatto quel poco di vita che si può fare qualcuno che è stato dentro per decenni.

Alla vista dei tesserini dei detective, ha chinato la testa: "Da giovane ho avuto cinque anni di follia e sono convinto che la galera m'ha salvato la vita. Che volete che vi dica? È vero, quell'impronta è mia perché sono stato io", ha confessato. Secondo indiscrezioni, sarebbero sotto inchiesta altri tre uomini. Uno è un altro gangster milanese, anche lui uscito da poco dalle sbarre. Si è riaperta, quindi, una complessa indagine, coordinata dal sostituto Oneglio Dodèro della Procura distrettuale antimafia di Torino.

Fretta di chiudere non c'è. Non più. Ma mentre scriviamo, altre impronte rimaste senza nome "girano" sul computer. Cristina Mazzotti, da morta, ha ridato nuova linfa al ministero dell'Interno: altri vecchi delitti, grazie al lavoro di poliziotti insistenti, potrebbero "quadrare". E forse far riposare in pace, se non le vittime, almeno i parenti sopravvissuti.

 

 

Foto e Articolo del 14 Giugno 2012 da lastampa.it

Sequestro e omicidio Mazzotti, dopo 37 anni il caso è chiuso
Il gip di Milano ha archiviato anche la posizione del presunto autista della banda "chiamato" in causa da un'impronta digitale nel 2008

di Marco Benvenuti

Sequestro e omicidio di Cristina Mazzotti: il caso è definitivamente chiuso. Il gip di Milano, così come chiesto dallo stesso pubblico ministero, ha archiviato anche l'ultimo  fascicolo quello relativo al novarese Demetrio Latella, 57 anni, accusato di aver fatto parte della banda che nell’estate del 1975 rapì la giovane comasca, figlia dell’industriale cerealicolo Helios, la segregò per alcuni giorni, per poi gettarne il cadavere in una discarica nella zona del Varallino di Galliate.

Stessa decisione anche per i calabresi Antonio Talia e Giuseppe Calabrò, esponenti del clan dei catanesi degli Epaminonda, come Latella. I tre avrebbero fermato l’auto di «Cri Cri» e poi avrebbero consegnato la ragazza ai carcerieri. Ma questo fatto era avvenuto in provincia di Como: di qui la competenza della Dda lombarda. Motivo dell’archiviazione: è passato troppo tempo e il reato, con la prevedibile concessione delle attenuanti generiche e un rito alternativo come l’abbreviato, è prescritto.

Latella, come i «complici» Talia e Calabrò, era stato indagato solo nel 2008, a distanza di 33 anni dal clamoroso fatto di cronaca di cui si occuparono tutti i media nazionali. Tutto sembrava finito negli anni 70 dopo la condanna di mandanti, telefonisti e organizzatori del sequestro, e invece no. La svolta quattro anni fa grazie ad un’impronta. Quella traccia impressa sull’auto della vittima, per anni rimasta negli uffici della Scientifica di Roma senza un volto e un nome, venne riesaminata e attribuita a una persona ben precisa: Demetrio Latella, appunto. Convocato negli uffici della Dda di Torino (inizialmente indagò l’autorità giudiziaria piemontese che poi mandò gli atti a Milano visto che il rapimento avvenne vicino casa della giovane, in provincia di Como), non negò gli addebiti. Anzi, ammise la ricostruzione fatta dagli inquirenti.

Sempre in base alle nuove indagini, con lui in auto ci sarebbero stati gli altri due calabresi. In particolare, l’uomo era al volante della vettura che si affiancò alla Mini da cui venne prelevata la diciottenne che stava rincasando dopo aver festeggiato il diploma in compagnia di due amici. Quello fu l’ultimo momento in cui la ragazza venne vista viva. Oggi Latella, difeso dall’avvocato Maurizio Antoniazzi, vive a Novara e lavora in una ditta nell’hinterland del capoluogo; ha una nuova compagna e si è rifatto una vita. Nulla a che vedere col passato. Da giovane ha già scontato 32 anni in carcere per un altro rapimento finito male: lui era il carceriere e l’ostaggio gli morì a Genova.

 

 

 

Articolo del 18 maggio 2013 da  laprovinciadicomo.it

Il rapitore di Cristina Mazzotti: "Venti milioni per portarla via"

Ha fatto rumore la riapertura del dossier sul rapimento e la morte di Cristina Mazzotti. Dopo trentatré anni la polizia ha identificato il capo del gruppo di sequestratori che la sera del 26 giugno 1975 rapirono la giovane, figlia di un industriale, Cristina Mazzotti, figlia di Helios, industriale milanese con casa a Eupilio, nella Brianza comasca.
Si tratta di Demetrio Latella, 55 anni, in regime di semilibertà dal 2006, mezza vita spesa in galera. Ha confessato, indicando peraltro i nominativi dei due complici che lo seguirono e che, con lui, fermarono armi in pugno la Mini Minor su cui Cristina viaggiava con due amici, Carlo ed Emanuela.
E adesso Latella racconta come ottenne venti milioni di vecchie lire per rapire una studentessa di diciotto anni e consegnarla ai suoi carnefici. «Gente che non ho mai conosciuto. Non ho mai visto. E con cui non ho mai avuto rapporti», dice il rapitore tradito da un’impronta digitale dopo trentatré anni.
Latella non sapeva molto del colpo che doveva compiere. Las era del sequestro domandò chi fosse tra loro Cristina, la prelevò, legò gli altri due e sparì inghiottito in quel pozzo di tenebre dal quale la ragazza, che allora aveva soltanto diciotto anni, non riemerse mai più se non cadavere, dalla discarica di Varallino di Galliate, nel Novarese.
La novità rivoluzionaria è che a Latella la polizia è arrivata grazie a una minuscola impronta digitale, conservata in un angolo della memoria di un computer e che è stata a un volto, a un nome, anche grazie a una tecnologia che, nel frattempo, è cresciuta. Quella impronta fu impressa proprio da Latella sulla Mini di Cristina.

Sulle edizioni de "La Provincia" i verbali con il racconto di Latella, le testimonianze dell'epoca e alcuni particolari mai rivelati

u.montin

 

 

 

 

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