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21 Settembre 1986 La Prima strage di Porto Empedocle. Restarono uccisi, vittime innocenti, il giovane Filippo Gebbia e Antonio Morreale PDF Stampa

Nella foto Filippo Gebbia (tratta da http://www.medianetlab.com/paso30/files/cosamuta.pdf)

Porto Empedocle, provincia di Agrigento, 21 settembre del 1986. Una tranquilla domenica di fine estate. Tanta gente passeggia tranquillamente per le vie del centro. Poi un improvviso black-out elettrico: da una automobile in corsa scendono dei killer che sparano all'impazzata. A terra rimangono i corpi di Giuseppe Grassonelli, del figlio Gigi, di Giovanni Mallia, Salvatore Tuttolomondo e, vittime innocenti, Antonio Morreale e Filippo Gebbia. E' la Prima strage di Porto Empedocle ed Inizia la guerra di Cosa Nostra contro la Stidda.

 

Tratto da La Cosa Muta - Agrigento la forza del silenzio di Alfonso Bugea

In principio fu la strage
Settembre nero, inizia la faida

All’improvviso andò via la luce e la via Roma s’illuminò solo del fuoco delle mitragliette. Una pioggia di proiettili sulla folla, l’oscurità, le grida, l’aria festosa della domenica sera interrotta da uno, due, cento colpi d’arma da fuoco. Sembrava una parata di giochi pirotecnici, ma bastò poco a comprendere cosa stava accadendo. Il sangue sgorgava a fiumi sotto i tavoli del bar Albanese. La gente atterrita cercava scampo, correva all’impazzata mossa solo da paura e terrore. Alcuni cercarono riparo nei portoni dei palazzi del corso, inerpicandosi su per le scale fino a raggiungere l’ultimo piano, altri finirono dietro i banconi dei bar situati tra la Matrice e la piazzetta della farmacia. Altri ancora si stesero per terra dietro gli alberi secolari di via Roma.


Intanto i secondi passavano ed il commando, compiuta la missione di morte, andò via. Per terra si contarono sei morti, tragico bilancio di quella che nella storia viene ricordata come la «prima strage di Porto Empedocle»: un’azione di guerra decisa da Cosa Nostra per rispondere agli affronti ed alle umiliazioni subite a causa della famiglia dei Grassonelli. Il primo della lista era Gigi, poi il padre Giuseppe ed i fratelli Bruno e Salvatore. Il commando stanò solo i primi due, ma si rifece assassinando Salvatore Tuttolomondo e Giovanni Mallia, il loro guardaspalle. Morirono anche due innocenti. Poi, mentre il panico dilagava nel paese fino a ricoprirlo di vergogna, di colpo tornò la corrente elettrica. Fu quasi una magia ed in un baleno Porto Empedocle guardò in faccia la verità: la mafia c’era, aveva esteso i suoi tentacoli, si era intrufolata tra le stradine arabe di via Alloro, si era ancorata nei quartieri vecchi ed all’altipiano Lanterna, la zona satellite rimasta per anni ed anni senza farmacia, senza ufficio postale, strade, cinema, fogne, acqua. Senza civiltà e neanche un medico. Alla Lanterna c’era solo la sezione staccata della scuola elementare «Luigi Pirandello», unico avamposto dello Stato, ed unico divertimento per le bande di giovani che per quest’enorme edificio hanno nutrito sentimenti di amore ed odio: vi giocavano al calcio di giorno usando il suo ampio spiazzale, ma l’assaltavano di sera scaricando ogni tensione sull’enorme portone di legno scorticato e mortificato con coltellini, scacciacani, pietre (“i giachi firrigni”), e trafitto da frecce ricavate da vecchi ombrelli trasformati in rudimentali archi.

 


1. La mafia smascherata dalla follia omicida
Dopo la strage tornò la luce e si scoprì la mafia. Considerata entità astratta eppure così vicina, così tragicamente presente. Così forte da non essere stata ancora messa a fuoco e combattuta. C’era la mafia in provincia di Agrigento, con le estorsioni e le intimidazioni; c’erano gli “intisi” con in testa Settecasi, boss dei due mondi nonostante la sua apparenza dimessa, ed anche Colletti, Salemi, i Messina di Villaseta e di Porto Empedocle, i Capizzi di Ribera, i Caruana di Siculiana.
C’era la mafia, lo sapevano tutti. Ma si era finto di non sapere.


2. Serata indimenticabile
Quella sarebbe stata, in ogni modo, una serata da non dimenticare. Era il 21 settembre del 1986, l’ultima dell’estate: fine delle vacanze ed inizio delle lezioni. La gente era tutta lì nel budello di quattrocento metri che da quel “maledetto” bar porta fino al chioschetto della scuola elementare «Luigi Pirandello», dove un tempo ormai lontano si vendevano enormi bicchieri di “acqua sersa”, vera overdose di bollicine. C’era tanta gente, tanti giovani. Lui, Filippo Gebbia, aveva 30 anni ed era un tipo allegro e socievole.
In quelle ore stava lavorando su due fronti, era infatti promotore di un torneo di sport per la parrocchia di Santa Croce. Più personale l’altro progetto: finalmente le nozze dopo aver atteso per anni un lavoro.
Era tra la folla e si ritagliava una striscia di marciapiede in lungo ed in largo per la via Roma. Non era solo, teneva per mano la fidanzata e con lei sognava il futuro. Parlavano guardando l’orizzonte, un pò come fanno tutti i “marinisi” sempre presi ad anticipare il tempo per non essere sorpresi dalla burrasca in alto mare. Lui, per la verità, di mare non ne capiva più di tanto, aveva forse frequentato la mitica banchina della “prima scalì” (che ha tenuto a battesimo migliaia di intrepidi piccoli nuotatori), ma non dava l’impressione di essere uno che non sapeva rinunciare ad un tuffo in acqua. Filippo era un creativo, ma anche un tecnico con diploma di perito industriale, e per diventarlo aveva trascorso cinque lunghi anni fuori casa. Pendolare già a 14 anni, era stato uno dei tanti studenti che la domenica pomeriggio salutavano amici e parenti per raggiungere la sede scolastica. Per lui era Gela, perché dalle nostre parti non aveva trovato scuole che soddisfacevano la sua voglia di sapere e di guardare al mondo del lavoro con un titolo più richiesto dal mercato. Non era uno qualsiasi, Filippo era un arguto, dall’intelligenza vivace, ironico. Guardava avanti, ma non aveva fatto i conti con il suo paese, con la sua gente. Per anni gli avevano raccontato delle frottole, gli avevano detto che era nato in un luogo pieno di prospettive, simbolo dello sviluppo industriale, e dunque ricco.


3. Svanisce l’industria, inizia il dramma
Ma ricco di cosa? Se lo è chiesto una intera generazione, soprattutto quando dal 1974 in poi ha visto le strade sbarrate ed occupate dai lavoratori della Montedison rimasti senza “posto” dopo che Eugenio Cefis, l’uomo del Nord, aveva ritenuto improduttivo lo stabilimento empedoclino. Così in quegli anni centinaia di maestranze hanno scaricato per strada la loro rabbia, bloccando la statale, presidiando lo stabilimento. Vent’anni prima avevano fatto lo stesso i lavoratori portuali, ‘i carrittera, che si erano spinti anche a seminare errore nelle scuole per difendere il posto di lavoro.
La protesta fu tanta, ma altrettanta la decisione dell’azienda milanese. Così la classe politica, quella stessa che aveva consegnato all’industria uno dei tratti di litorale più affascinanti della provincia ed a vocazione turistica, per mascherare il fallimento di un sogno, tirò fuori dal cilindro la cassa integrazione guadagni: l’operaio perdeva il lavoro ma almeno portava a casa uno stipendio pari all’80 per cento dell’ultima busta paga percepita. Pagati per non far nulla, ed il paese fu presto invaso da centinaia di onesti operai rimessi sulla strada con una retribuzione appena sufficiente a mantenere a galla la famiglia. Esplose il sommerso e per molti fu il doppio ed il triplo lavoro. Naturalmente in nero.
L’epoca della cassa integrazione accellerò il crollo dell’economia del paese con un aumento vertiginoso del fenomeno del clientelismo che a Porto Empedocle aveva già, comunque, trovato una tana ed un sicuro rifugio. Tramontate le speranze riposte nell’industria privata era iniziata la caccia al posto pubblico, al 27 sicuro.

4. Clientelismo? Fa rima con familismo
Questo clima di necessità ha di fatto rafforzato la cultura del gruppo, con cui cercare una risposta concreta ai propri bisogni. Dando ampio spazio a quello che i sociologi chiamano familismo. Cos’è? Lo ha spiegato Damiano Zambito nel 1991 al primo convegno organizzato per ricordare il martirio di Rosario Livatino. «È quell’atteggiamento culturale che indica la deresponsabilizzazione individuale che si ottiene con l’affidarsi a persone che decidono per conto nostro, isola l’individuo e lo chiude in piccoli gruppi di persone che pensano allo stesso modo ed hanno un cieco rispetto per l’autorità che si afferma col potere». Ed ancora Zambito: «Questo complesso di atteggiamenti ha un risvolto sociale: favorire l’affermarsi del clan, della cricca, delle clientele, fondato sul primato della famiglia, degli amici e dei sodali (“la gente per bene”, “la gente che conta”), che delimita i confini della socialità e definisce ciò per cui solamente vale la pena vivere». Il contesto era questo: un intreccio di interessi per appagare i desideri di una società divisa in tanti piccoli gruppi, ciascuna piena di ambizioni ed aspettative. Una “febbre” che prendeva tutti, aggregando allo stesso livello la cosiddetta società civile con quella che, invece, preferiva agire nell’ombra e nella illegalità. Studenti, padri di famiglia, politicanti, portaborse, casalinghe, universitari, laureati, diplomati, disoccupati, poco di buono, aspiranti mafiosi e mafiosi conclamati sotto lo stesso tetto che è la cultura del gruppo, dell’associazione o della cosca.
Guardando al futuro così incerto, la gente si era frastagliata, aveva fatto del familismo una specie di ideologia e comunque qualcosa da approfondire nelle segreterie degli onorevoli, in una sagrestia o, per i più inappagati, e magari senza titolo di studio, in una cosca mafiosa alla quale oltre al corpo vendere anche l’anima, con buona pace della
Chiesa sempre così incerta e debole dinanzi al potere politico.

5. Arrivano le cabriolet, inizia la fine

Ecco dove era cresciuto Filippo e la sua generazione, in un paese perennemente alla ricerca di una raccomandazione, apparentemente normale ma intriso di clan mafiosi, teatro di mille estorsioni e omicidi.
Porto Empedocle come Naro, Sciacca, Agrigento, Licata o Palma dove si conosceva tutto di tutti e di ciascuno si sapeva chi era, come aveva trovato lavoro, chi l’aveva raccomandato, come aveva ottenuto la promozione, come poterlo “avvicinare”. Si conoscevano le virtù ed anche i vizi e dove non arrivavano le conoscenze personali c’era sempre un’amico pronto a venirti incontro per ampliare il “bagaglio informativo”. Così spesso i bar, o gli uffici pubblici, assurgevano al ruolo di «supermarket  dell’informazione» dove cercare o scambiare notizie nel rispetto di un sistema di intrecci, connivenze ed autocontrollo sociale. La mafia, del resto, non si trova a suo agio in situazioni normali. Eppure dopo che quelle due cabriolet decappottate si fermarono davanti al bar Albanese con sopra i mercanti di morte e le mitraglie che spazzavano via ogni traccia di vita, subito si cercò di banalizzare. «Roba da delinquenza portuale», si disse a gran voce dal palazzo municipale. Non era così. La verità era che i tentacoli di Cosa Nostra erano già da qualche tempo giunti anche a P. Empedocle, e che la cupola provinciale aveva firmato quella strage per lavare col sangue la violenza subita dai suoi uomini aggrediti da un gruppo di emergenti che riconosceva capo un “pilu russu”, un giovanotto figlio d’arte cresciuto in una famiglia d’intisi. Si chiamava Gigi Grassonelli, la mitraglietta lo cercò e spense ogni suo estremo gesto di spavalderia. Lo colpì mentre cercava di sparire nel vicoletto che dal “corso” porta verso il cinema Mezzano. Il killer lo seguì finendolo con disprezzo, senza pietà. Accadde lo stesso, contemporaneamente, al povero Filippo Gebbia che con la ragazza ed i suoi sogni era arrivato dentro il bar per ordinare qualcosa proprio un attimo prima che giungesse l’auto con gli assassini. Chissà, forse lo avrà tradito quel suo ciuffetto rossiccio ed il suo nome: Filippo come Adorno, consigliere ed amico d’infanzia dei Grassonelli. Il commando sparò nel mucchio e lo colpì solo di striscio. «Filì, Filì», si sentì gridare, proprio mentre il killer aveva ripreso a sparare colpendolo senza scampo convinto di aver stanato uno della banda. Invece era stato eliminato un innocente, spirato all’ospedale San Giovanni di Dio dopo un giorno di agonia.


6. Strage dimenticata, paese senza memoria
Da quella strage ad oggi ci separano quindici anni. Di quel commando si conoscono i nomi dei killer a loro volta assassinati da altri carnefici della mafia, e la morte sopraggiunta ha di fatto impedito che si potesse celebrare un processo. Quei morti sono, così, finiti nel dimenticatoio sepolti senza memoria. Oggi nessuno parla più del povero Filippo, né di Antonio Morreale, pensionato, altra vittima innocente.
Aspettava che il genero tornasse a riprenderlo per riportarlo a casa, e lui per riposarsi un pò aveva deciso di stare seduto al bar per gustarsi un gelato insieme alla moglie Bianca Frassi, una piemontese. Mai scelta si rivelò così sciagurata. Il suo tavolo era troppo attiguo a quello dei Grassonelli e quando arrivò la furia omicida, fu travolto da una scarica di piombo. Racconterà la moglie in ospedale dove venne portata per medicare le ferite: «Davo le spalle alla strada, pensavo che fossero mortaretti fatti scoppiare dai ragazzini. Mi sono resa conto di quello che stava accadendo solo quando ho visto mio marito vacillare. Ha tentato di gettarsi sotto il tavolo, ma è stato colpito prima».
Oggi di quel fiume di sangue, che per giorni restò appiccicato alle antiche “balate” del corso, non c’è più traccia. Eppure quei morti gridano vendetta, certo non quella mafiosa ma piuttosto del riscatto sociale, della conquista della libertà negata per riportare a galla un paese segnato da una violenza efferata che ha visto protagonisti del crimine giovani alle prese con il futuro proprio come Filippo Gebbia, ma che sono stati ingannati da quel familismo che soddisfa solo la logica dell’apparire più che dell’essere, dell’avere più che del vivere.
Ed eccoli i vari Gigi Grassonelli, Pasquale Salemi, Filippo Adorno, Alfonso Falzone, Luigi Putrone, Giulio Albanese, cresciuti ai margini di Porto Empedocle nei quartieri degradati del Piano Lanterna, nel cosidetto quartiere “dell’ indiani”, alle Cannelle, o al Ponte di ferro. Zone popolate di speranze, dove il campo di calcio era la strada, con i pericoli ed i suoi tentacoli.

 

 

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Reportage Mafia - La prima strage di Porto Empedocle 1/2

 

 

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