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10 Luglio 1994 Catania. Assassinate Liliana Caruso, 28 anni, e Agata Zucchero, moglie e madre di un collaboratore di giustizia. PDF Stampa

Articolo di La Repubblica del 17 Luglio 1994

SI E' FATTA ASSASSINARE PER NON TRADIRE IL MARITO

di Turi Caggegi

CATANIA - E' morta per amore Liliana Caruso, 28 anni, la moglie del pentito catanese Riccardo Messina massacrata venerdì nel centro di Catania assieme alla madre Agata Zucchero dai killer della mafia. E' morta per amore perché ha scelto di stare dalla parte del marito fino in fondo, reagendo al ricatto delle cosche che avrebbero voluto utilizzarla per costringere Messina a ritrattare le accuse nei confronti dei suoi ex compagni del clan della "Savasta". Nel giro di 24 ore gli investigatori sembrano aver delineato il movente della feroce vendetta trasversale nei confronti del pentito, che ha già fatto sapere di voler continuare a collaborare. La procura di Catania inoltre ritiene di aver individuato anche i mandanti dell' assassinio delle due donne, e ha ordinato un arresto e 7 fermi per associazione mafiosa e omicidio. Alcuni sono stati eseguiti, mentre i capi del clan sono latitanti. Secondo i magistrati, saputo del "pentimento" di Messina, il clan avrebbe mandato degli emissari a cercare di convincere e minacciare la donna perché si fingesse, con i suoi 3, ostaggio della mafia costringendo così il marito a ritrattare Ma Liliana Caruso non solo ha ignorato le minacce, ma è andata dai magistrati a denunciarle. Poi, due giorni prima di essere uccisa, ha visto il marito nel carcere di massima sicurezza dove è rinchiuso e lo ha avvertito: "Stai attento, temo che possano ucciderti anche qui". Liliana Caruso, hanno raccontato ieri i magistrati della direzione distrettuale antimafia catanese che seguono le indagini e che si sono occupati del pentito, "non temeva per la sua vita, era serena e tranquilla. Al marito la legava un grande amore". Anche il suo atteggiamento, così lontano dalle mogli che ripudiano i mariti quando cominciano a collaborare, ha scatenato la vendetta della cosca e l' agguato di venerdì in via Garibaldi. Secondo gli investigatori sono stati 4 i killer entrati in azione: due hanno aggredito Liliana Caruso, sparandole in faccia mentre era all' interno di una salumeria. Gli altri hanno ucciso la madre, per strada, a pochi metri di distanza.

Le indagini, puntate proprio nell' ambito del clan della Savasta, hanno portato ad arresti e fermi. Per favoreggiamento è stato ammanettato Giuseppe Bonaccorso, 26 anni, un pescivendolo che ha sposato una sorella di Liliana Caruso: sarebbe a conoscenza di molti particolari sull' omicidio della cognata, ma non vuole parlare, probabilmente perché ha paura. I provvedimenti di fermo invece sono scattati nei confronti dei capi della cosca, Antonino Puglisi e Orazio Nicolosi, entrambi latitanti, considerati i mandanti. Polizia e carabinieri hanno inutilmente cercato un altro esponente del clan, Saro Russo e Santa Vasta, moglie di Orazio Nicolosi. Sono stati fermati invece Concetta Spampinato, moglie di Russo, Domenica Micci, moglie del capo del clan Puglisi, e il commerciante Cristoforo Fuselli. Gli investigatori non hanno precisato le responsabilità individuali. Sembra però che siano state le tre donne a contattare Liliana Caruso per conto della cosca. Dopo il duplice omicidio di venerdì, i 3 figli di Messina sono stati portati in un luogo sicuro. E intanto, mentre si cerca di capire come la mafia possa aver saputo della collaborazione ancora segreta del pentito, resta poco chiaro il motivo per cui la donna, anche dopo la denuncia delle minacce, non era protetta. Il procuratore capo Gabriele Alicata ha detto che "era stato fatto tutto il possibile in una città difficile come Catania", mentre secondo il sostituto Carmelo Zuccaro, Liliana Caruso aveva detto no alla scorta "perché questo avrebbe fatto aumentare i rischi per sovraesposizione". La donna avrebbe rifiutato il trasferimento da Catania "per evitare maggiori difficoltà nei contatti col marito". In ogni caso, ai magistrati che gli hanno comunicato la morte della moglie, Riccardo Messina ha detto di voler proseguire: "Continuerò a collaborare come e più di prima. Non torno indietro". Altri pentiti invece, denuncia il sostituto Nicolò Marino, vivono in un clima di terrore dopo quello che è successo a Catania. I giudici ieri sono stati tempestati di telefonate da parte di molti degli 80 collaboratori catanesi, tutti erano allarmati anche perché in città continuano ad avere affetti e interessi: "Bisogna garantire a tutti la sicurezza - dice Marino - o si corre il rischio di perderli. Ed è soprattutto lo Stato che deve adeguare il sistema di protezione alla nuova situazione".

 

 

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