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11 Luglio 2008 Marina di Varcaturo (NA). Ucciso Raffaele Granata, 70 anni. "Viveva per il suo lavoro". Vittima del racket. PDF Stampa

Fonte (foto) : bettylafeaecomoda.forumcommunity.net

Fonte: fondazionepolis.regione.campania.it


Una vendetta per non aver pagato il pizzo, e forse anche un segnale rivolto agli imprenditori economici della zona affinche' non pensino di potersi ribellare ai diktat del clan dei Casalesi: sono le piste prevalenti nelle indagini sull'omicidio di Raffaele Granata, 70 anni, titolare dello stabilimento balneare ''La Fiorente'' e padre di Giuseppe, sindaco di Calvizzano (Napoli). Proprio il figlio della vittima aveva confermato le minacce estorsive rivolte al padre nell'ultimo periodo della sua vita. Ma Granata aveva anche denunciato alle autorita' intimidazioni e richieste di denaro nel 1992, sempre da parte dei Casalesi, organizzazione camorristica egemone sul litorale Domiziano, tra Castelvolturno e i territori del Napoletano confinanti. Sul delitto indagano i carabinieri di Mondragone e del Reparto Operativo di Caserta, competenti per territorio sulla zona di Marina di Varcaturo - ai confini tra il Napoletano e il comune di Castelvolturno (Caserta) - dove e' stato ucciso, nel suo stabilimento, Raffaele Granata, in una stanzetta attigua al bar dell'impianto. Due mesi dopo la morte dell'uomo, il primo pentito del gruppo dell'a

 

la stragista di Giuseppe Setola, Oreste Spagnuolo, aveva gettato su tutta la famiglia dell'imprenditore l'ombra del sospetto. Lo aveva fatto raccontando ai magistrati dell'Antimafia di Napoli che, in seguito all'assassinio del padre, uno dei familiari della vittima aveva pagato una tangente di diecimila euro alla camorra per evitare altro spargimento di sangue. «Non è vero, la mia famiglia non ha mai versato tangenti», aveva riferito Giuseppe Granata, avvocato penalista, ascoltato nel processo contro Setola e 40 imputati nell'aula bunker di Santa Maria Capua Vetere. Il processo sull'omicidio di Raffaele Granata vede imputati Giovanni Letizia e altri componenti della batteria di fuoco dei setoliani.In aula, all'inizio del processo, c'era proprio lui, Giuseppe Granata, non come avvocato, ma in qualità di figlio della vittima. Il sindaco e tutta la sua famiglia si sono costituiti parte civile davanti alla seconda sezione della corte di Assise presieduta da Maria Alaia, a latere Orazio Rossi. Smentendo, in questo modo, le parole di Spagnuolo riportate nei vari provvedimenti di fermo e ordinanze.

 

 

Articolo da: myspace.com

Processo Spartacus - L'omicidio di Raffaele Granata

Post di Iolanda Fevola

Raffaele Granata

Lido La Fiorente, Marina di Varcaturo, provincia di Napoli.

L’11 luglio 2008 una delle spiagge più famose del napoletano si trasforma in un ennesimo scenario di violenza. Gli attori sono sempre gli stessi: i Casalesi che, terrorizzati e indeboliti dalla mole di arresti e condanne subiti per il processo Spartacus, usano indiscriminatamente la violenza per tentare di non vedere sgretolata la loro egemonia sul territorio.

Il messaggio è uno solo: colpire chiunque si ponga come ostacolo al riconoscimento del loro potere, chiunque alzi la testa, chiunque abbia il coraggio di dire no. Chiunque Raffaele Granata aveva 70 anni. La maggior parte dei quali passati a lavorare. E non aveva smesso neppure con l’avanzare dell’età. Anzi: durante la stagione estiva,  invece di ritornare a casa, a Mugnano (NA), preferiva restare a dormire nella piccola casa che i Granata possiedono proprio di fronte al lido, così da poter rimettersi al lavoro ogni mattina il prima possibile.

Qualche giorno prima dell’assassinio si erano presentati in due al lido di Granata, a chiedere una tangente a nome degli “amici di Castelvolturno”.

Raffaele Granata li aveva cacciati, come sempre aveva fatto in vita sua. Forse senza neppure smettere di lavorare, senza smettere di controllare che tutto filasse liscio in spiaggia, che il bar avesse abbastanza bibite fresche e che il pavimento fosse pulito. ....

Li aveva cacciati i Casalesi perché nella mentalità di Raffaele Granata, probabilmente, non c’entrava proprio che lui dovesse qualcosa agli “amici”.

Quali che fossero le ragioni che hanno spinto, di volta in volta, Raffaele Granata a cacciare i suoi estorsori, sta di fatto che lui non si era mai piegato.

Nel 1992 insieme con altri commercianti della zona, aveva denunciato le richieste estorsive che aveva subito ad opera del clan Bidognetti: la denuncia aveva portato all’arresto e alla condanna di tre persone.

Il parroco di Calvizzano, Don Luigi Ferrillo, durante la cerimonia funebre ha esortato tutti a «sentirsi colpevoli per quanto accaduto» sottolineando che «non bisogna combattere il malvagio, il quale anch’esso va redento: bisogna combattere la malvagità, facendo autocritica e ripudiando ogni forma di omertà».

LE INDAGINI: LA PISTA SERBA. GAGLIARDI E FERILLO, LO “SQUADRONE DELLA MORTE”

Non c’è ancora molta chiarezza per quanto riguarda l’omicidio Granata. Per ora si sa che il 29 luglio Giuseppe Gagliardi, accompagnato dal suo avvocato, si è costituito presso il comando provinciale di Caserta. ....

Dieci giorni prima era stata la volta di Luigi Ferillo, anche lui, come Gagliardi, affiliato al clan dei Casalesi.

La DDA di Napoli però è concorde nel ritenere che anche dietro quest’ennesimo omicidio ci sia quello che è stato ribattezzato lo squadrone della morte dei Casalesi: Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo (‘O sergente), Emilio di Caterino, Pasquale Vargas, Giovanni Letizia (‘O zuoppo), Oreste Spagnuolo.

Una formazione che vede la collaborazione tra Casalesi e la famiglia Polverino di Marano.

Anche la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, infatti, in un articolo del 12 luglio 2008, riferisce che testimoni hanno riconosciuto tra gli esattori del lido la Fiorente “uno dei Portafoglio”. Portafoglio è appunto il soprannome dei Polverino, famiglia strettamente legata ai Bidognetti, stanziata sul litorale domizio, dove probabilmente offre appoggio logistico al commando armato dei Casalesi.

E sempre questi sono i nomi che Roberto Saviano, nella “Lettera alla mia terra”, ha indicato come i nomi dei responsabili di una “strategia militare violentissima… autorizzata dal boss latitante Michele Zagaria”, che va dall’omicidio di Umberto Bidognetti fino alla mattanza di Castelvolturno del 18 settembre.

Ma le prime indagini avevano portato anche ad ipotizzare il coinvolgimento della mafia serba nell’omicidio di Granata. I contatti della mafia serba coi i Casalesi del resto risalgono almeno al 1992, anno in cui armi jugoslave furono trovate nei covi del clan casertano.

Ad essere chiamato in causa è stato il killer Ninoslav Konstantinovic, il trentenne boss della gang di Zemun, sobborgo di Belgrado. Konstantinovic è ricercato in tutta Europa e in patria è stato condannato in contumacia a 35 anni per l’omicidio del primo ministro serbo Zoran Djindjic, avvenuto nel 2003.

Il giornale belgradese Blic ha inoltre ipotizzato il coinvolgimento del killer serbo anche nell’omicidio di Ciro Maisto, pregiudicato affiliato al clan Di Lauro.

Al di la dell’effettivo coinvolgimento di Konstantinovic nell’omicidio di Granata e Maisto, gli accertati legami dei Casalesi con la mafia serba dimostrano, ancora una volta, quanto la camorra sia un problema internazionale.

 

 

Articolo di La Stampa del 13 Luglio 2008

"Mio fratello, un eroe lasciato solo. Non pagheremo mai"

di Fulvio Milone

Ma che terra è mai questa, dove le persone per bene vengono ammazzate e le bestie feroci, i delinquenti, fanno quello che vogliono? Dove un imprenditore onesto che non vuole pagare il pizzo deve vedersela da solo con i maledetti vampiri che gli succhiano il sangue? Dove chi dice no alla camorra rischia la pelle?». Mario GRANATA e' un uomo tutto d'un pezzo: un tipo tosto, intransigente e senza peli peli sulla lingua, come il fratello che gli hanno ucciso solo quarantotto ore fa. Si è chiuso in casa con i parenti piu' stretti, in un paese dove quella parola, «camorra» , non viene quasi mai pronunciata. Lui no: Mario, 56anni, pediatra, fino a pochi mesi fa assessore a Marano, un Comune vicino a Calvizzano, il coraggio ce l'ha. Proprio come RAFFAELE, il piu' vecchio dei suoi otto fratelli e sorelle, prima vittima del clan dei Casalesi dopo l'omicidio «eccellente» dell'imprenditore Michele Orsi, dopo la raffica di arresti che ne e' seguita e dopo una sfilza di ergastoli affibbiati ai capi del clan casertano. «Lo scriva, i GRANATA sono una famiglia per bene: non ci siamo mai piegati ne' ci piegheremo mai ai ricatti dei criminali, e non troveremo pace fino a quando non sara' fatta giustizia per la morte di mio fratello». Chi era suo fratello RAFFAELE? «Un uomo onesto a cui non piacevano i soprusi, e per questo ha pagato con la vita; un uomo senza paura, che non si lasciava certo intimorire dalle minacce e denunciava i delinquenti che lo perseguitavano e che viveva per il lavoro e la famiglia. Lascia quattro figli, onesti e laboriosi come lui». Il suo calvario comincio' nel '92, quando lui e altri titolari di stabilimenti balneari del litorale casertano sotto il tallone del racket fecero arrestare i taglieggiatori. E' cosi'? «E' cosi'. Lui viveva del suo lavoro, non tollerava che gli mettessero i piedi in testa. Per lui "la Fiorente", il suo stabilimento, era tutto: ci lavorava con i figli e alcuni nipoti. Era una sua creatura, l'aveva tirato su trent'anni fa. Poi cominciarono i guai: all'inizio degli Anni Novanta ci furono le minacce, le denunce e tutto il resto. Che cosa e' successo, dopo? La situazione sembrava essere piu' tranquilla, anche se poi quei bastardi si sono rifatti vivi. Piccole richieste avanzate da personaggi che avevano l'aria di essere straccioni piu' che veri criminali al soldo della camorra. Se i boss sono feccia, questi parassiti del racket sono feccia della feccia». E lui come reagiva? «Come tutti gli uomini onesti dovrebbero reagire. Non chinava il capo, rispondeva con decisione e rabbia». E li ha denunciati ancora, dopo il primo episodio? «No, non credo che abbia formalizzato le denunce. Ma le assicuro che i carabinieri sapevano tutto: erano informati anche se non in via ufficiale». Non aveva paura? «Paura? Non sapeva neanche che cosa fosse. Tirava diritto per la sua strada, e guai a chi tentava di intimorirlo». Quando si sono fatti vivi, per l'ultima volta, i taglieggiatori? «Una decina di giorni fa. Erano in due. Gente senza vergogna, personaggi conosciuti perche' sono di qui, di Calvizzano. Sappiamo i loro soprannomi, li abbiamo dati ai carabinieri. Dicevano che erano venuti per conto di un clan di Castel Volturno». RAFFAELE che cosa ha detto? «Li ha affrontati, li ha cacciati malamente. Li ha insultati e minacciati: "Se non sparite subito vi mando via a botte". Se ne sono andati immediatamente». Dopo la lite era preoccupato? «Cercava di non darlo a vedere, anche se negli ultimi giorni si era fatto taciturno e pensieroso. Quando qualcuno di noi manifestava il timore di una rappresaglia, rispondeva con un'alzata di spalle: "Non me ne frega niente, non mollo neanche se mi ammazzano". Ecco, l'hanno ammazzato». I carabinieri sapevano di quell'episodio? «Si', erano stati informati in via ufficiosa, attraverso un amico, anche se mio fratello non aveva voluto fare la denuncia. Mi rendo conto che senza un atto formale sarebbe stato molto difficile dagli una scorta, ma dovevano comunque trovare il modo di proteggerlo. E' vero: lui non ci credeva, diceva che non aveva bisogno della scorta, ma lo Stato avrebbe dovuto garantire in qualche maniera la sua incolumita'...».

 

 

 

Articolo del 15 Luglio 2008 da ricerca.repubblica.it

In duemila per l' imprenditore coraggio

di Raffaele Sardo


CALVIZZANO - Più di duemila persone affollavano ieri pomeriggio la chiesa di San Giacomo apostolo a Calvizzano. Una folla commossa per i funerali di Raffaele Granata, ucciso la mattina dell' undici luglio scorso da due killer del clan dei Casalesi, nel suo stabilimento balneare «la Fiorente», a Varcaturo, sul litorale domizio. Un altro morto nella campagna del terrore iniziata in primavera dalla cosca contro chi denuncia il racket, chi collabora con la giustizia, chi decide di testimoniare. Duemila persone, ma altre ottocento, forse persino di più, avrebbero voluto partecipare ma sono state costrette a restare fuori dalla chiesa di San Giacomo apostolo, perché dentro non c' era più posto. Erano tutti in silenzio, all' interno della chiesa di Calvizzano. Come erano mute le strade della città. I negozi erano tutti chiusi. Il consiglio comunale due giorni fa aveva proclamato il lutto cittadino per l' intera la giornata del 14 luglio, giorno dei funerali di «Gioggione», il soprannome con cui era conosciuto Raffaele Granata, imprenditore coraggio che prima aveva denunciato gli estorsori e ora aveva detto di no a una nuova richiesta di pizzo avanzata dai suoi aguzzini. Fuori ad ogni negozio era affisso un volantino di condanna per morte di Granata. Dentro la chiesa l' afa non aveva scoraggiato tanti anonimi cittadini ad essere presenti. La bara di Raffaele Granata era adagiata a terra, coperta da fiori, circondata dai quattro figli, tra cui Giuseppe, il primo cittadino di Calvizzano, l' avvocato penalista eletto tre mesi fa alla guida del Comune con una coalizione di centro sinistra. Ai lati dell' altare i gonfaloni dei Comuni vicini e i rispettivi sindaci con la fascia tricolore. Con loro una folta delegazione degli operatori balneari di Varcaturo. C' erano anche quelli che nel 1992 firmarono insieme a Raffaele Granata una denuncia contro gli esattori della camorra che pretendevano il pizzo. «Non dobbiamo cedere alla rassegnazione - ha detto il parroco don Luigi Perrillo nella sua omelia - Dio non vuole che noi ci rassegniamo, come non vuole che noi ci opponiamo al malvagio, ma alla malvagità. La morte di Raffaele Granata deve essere l' occasione per riflettere e non per rassegnarci». Ma i momenti più toccanti della celebrazione funebre, sono arrivati alla fine, quando hanno preso la parola i familiari di Granata. Per prima la sorella suora, appartenente all' ordine delle catechiste del sacro cuore. Ha letto una lettera dei suoi figli. «Perdonaci papà - hanno scritto i congiunti - per non aver capito nulla del tuo dramma e per averti lasciato solo quando invece avevi bisogno di noi». Anche i nipoti

lo hanno voluto salutare pubblicamente. Ma il momento più toccante è stato quando, con la voce rotta dal pianto, ha preso la parola il figlio Giuseppe, come detto primo cittadino di Calvizzano. «Chiedo al Signore di darci la giustizia che ci è dovuta per questa morte che non ha un senso. Solo con la giustizia avremo quella pace di cui abbiamo bisogno noi familiari che in questo momento viviamo un dramma che non auguro a nessun altro di vivere». E' poi toccato al vice sindaco e assessore alla pubblica istruzione, Antonio Mauriello, lanciare un monito contro la camorra. «Questo non è il momento delle polemiche - ha detto - ma ora ci aspettiamo dallo Stato una risposta concreta contro questo atto di barbarie». Ed ha poi annunciato l' istituzione di una borsa di studio intitolata a Raffaele Granata, che avrà un titolo emblematico: «A Raffaele Granata, un faro di legalità in un oceano di delinquenti». Il feretro è uscito a fatica dalla chiesa. Fuori ad aspettarlo c' era anche un folto gruppo di giovani ha voluto tributare l' ultimo omaggio a Raffaele Granata portando la bara a spalla per un buon tratto di strada. L' ultimo commento a una giornata vissuta con dolore e partecipazione a Calvizzano è stato quello di un' anziana suora. Che ha usato parole severe verso chi ha voluto la morte dell' imprenditore-coraggio: «Sono delle belve. Stanotte pregherò perché il Signore li faccia convertire»


 

Articolo del 12 Luglio 2014 da napoli.repubblica.it

Castel Volturno ricorda Raffaele Granata a sei anni dalla morte

Il proprietario del lido "La Fiorente" venne ucciso l'11 luglio del 2008 dal gruppo criminale di Giuseppe Setola

di RAFFAELE SARDO

"Attenti, la camorra casalese è stata messa alle corde, ma non è sconfitta. Le cose sono cambiate, ma possono cambiare ancora in senso negativo se oggi non cogliamo questa importante occasione per voltare pagina". Cesare Sirignano, magistrato della Dda napoletana, invita a non sottovalutare la capacità di "risorgere" della camorra, in un territorio che conserva ancora tutto l'humus che l'ha fatta crescere e proliferare. Lo fa durante una iniziativa della Federazione antiracket italiana nel Comune di Castel Volturno, per ricordare Raffaele Granata, proprietario del lido "La Fiorente", ucciso l'11 di luglio del 2008 dal gruppo criminale di Giuseppe Setola durante  nove mesi di terrore in cui furono ammazzate 18 persone.

Con Sirignano, a ricordare Granata, ci sono anche  il nuovo commissario nazionale antiracket, Santi Giuffrè, il presidente onorario della Fai, Tano Grasso, Il commissario Regionale Antiracket, Fanco Malvano, il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, Il sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo e Luigi Ferrucci, presidente dell'associazione antiracket di Castel Volturno. In sala ad ascoltare, insieme ai figli di Raffaele Granata, ci sono i familiari di Domenico Noviello  e Antonio Ciardullo, altre vittime del gruppo criminale di Setola. Con loro il  rappresentante dei familiari delle vittime innocenti della provincia di Caserta, Salvatore Di Bona.

"Questo è il luogo in cui la camorra ha fatto più danni  - dice nella sua prima uscita pubblica Dimitri Russo, il nuovo sindaco di Castel Volturno  -  Oggi devo constatare che gran parte di quella feccia umana è stata spazzata via grazie al lavoro delle forze dell'ordine.  Tuttavia non bisogna mai abbassare la guardia".

Luigi Petrucci, Presidente Associazione Antiracket Castel Volturno "Domenico Noviello", invita gli imprenditori a denunciare. "Oggi è più facile rispetto ad alcuni anni fa perché lo Stato è più presente". Per Franco Malvano, commissario regionale antiracket "Bisogna rafforzare la cultura del contrasto che manca, ma non possiamo aspettare che il problema lo risolvano magistrati e forze dell'ordine. La politica deve impegnare più risorse. Anche i beni confiscati devono essere recuperati. Quando sono abbandonati sono l'immagine di un'inefficienza dello Stato".

Ma è Cesare Sirignano a insistere sulla possibile rinascita delle organizzazioni criminali. "Sono stati conseguiti dei risultati straordinari sulla camorra, solo che la cultura camorristica è ancora molto radicata. Vi sono le condizioni per una ripresa dell'organizzazione criminale, perché restano immutate le condizioni che l'hanno generata. Non c'è sviluppo, non c'è impegno vero dal punto di vista nazionale per queste zone. Non ci sono impegni che possano contribuire ad uno sviluppo culturale oltre che economico. E' difficile pensare che una cultura così radicata possa essere cancellata con le sentenze. Bisogna cogliere questo momento veramente straordinario e fare sul serio".

Il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, è attento alle parole del magistrato. E lo sottolinea così: "Ci sono stati molti successi nei confronti della criminalità organizzata. Questo lo voglio rivendicare col modello Caserta. Sono d'accordo che non bisogna sottovalutare l'opportunità di voltare pagina e cogliere la grande opportunità che ha il territorio in questo momento. Ci sono forti retaggi di tipo culturale che vanno recisi".

A mettere in risalto altre contraddizioni nella lotta alla camorra è Tano Grasso, che punta il dito contro gli imprenditori del territorio. "C'è una risposta straordinaria dello Stato, ma c'è altrettanto una risposta straordinaria in negativo da parte del mondo imprenditoriale casertano. L'assenza nella lotta alla criminalità delle associazioni imprenditoriali sterilizza anche l'azione dello Stato. Noi delle associazioni siamo una piccola avanguardia  -  sostiene Grasso -  Significativa, importante, ma in questa immensa provincia casertana gli imprenditori antiracket che si organizzano, sono una esigua minoranza. Se gli imprenditori non capiscono che devono ribellarsi al pizzo, l'organizzazione criminale si ricostruisce. Così è avvenuto ovunque"

Per questo il commissario Nazionale Antiracket ha invitato gli imprenditori a fare una precisa scelta di Campo. "Se prima poteva esserci una giustificazione morale perché lo Stato era assente, oggi chi non lo fa non ha più giustificazioni". "Mio padre in 79 anni non è mai andato in ferie, ha sempre lavorato - ha concluso Giuseppe Granata, il figlio di Raffaele  -   Ricordo ancora le parole che allora ci disse il dottor Sirignano: "Non chiudete l'attività. Portatela avanti come se fosse un simbolo".
Lo abbiamo fatto nel solco della legalità perché mio padre non si è mai piegato alla camorra  -  conclude emozionato Giuseppe Granata  -  e noi vogliamo continuare a portare avanti il suo esempio".


 

 

 

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