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19 Luglio 1992 Palermo. Strage di Via D'Amelio. Un'autobomba uccide il magistrato Paolo Borsellino ed i suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina. PDF Stampa

 

19 Luglio 1992, Palermo, in Via D'Amelio, un'autobomba uccide il

magistrato Paolo Borsellino ed i suoi agenti di scorta.

Emanuela Loi - Agostino Catalano - Walter Eddie Cosina  -

Vincenzo Li Muli - Claudio Traina

 

Foto da tifeoweb.it

Foto e nota da  cadutipolizia.it

I cinque agenti erano, insieme ad un sesto poliziotto, i componenti della scorta del Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino che stavano accompagnado in visita a casa della madre.

Una auto carica di tritolo, posteggiata nella via venne fatta esplodere da uomini della mafia, dilaniando il giudice Borsellino, Catalano, Traina, Li Muli, Cosina e Loi. Il sesto agente della scorta ed altre 23 persone rimasero gravemente ferite.

L'attentato fu deciso dalla "Cupola" di Cosa Nostra, decisa ad eliminare Paolo Borsellino, il principale ostacolo ai traffici mafiosi rimasto dopo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio dello stesso anno insieme alla moglie ed agli agenti Di Cillo, Montinaro e Schifani, componenti della sua scorta, sull'autostrada Palermo Trapani da una bomba della mafia.

Mandanti ed esecutori della strage vennero individuati ed arrestati nei mesi seguenti e successivamente condannati all'ergastolo.

L'assistente capo Agostino Catalano, 43 anni, vedovo, lasciò due figli. Appena poche settimane prima aveva salvato un bambino che stava per annegare in mare, dinanzi alla spiaggia di Mondello.

L'agente scelto Walter Eddie Cosina, 31 anni, era giunto volontariamente a Palermo alcune settimane prima, subito dopo la strage di Capaci, proveniente dalla Questura di Trieste.

L'agente Claudio Traina, 27 anni, era sposato e padre di un bimbo in tenera età.

L'agente Emanuela Loi, 24 anni, lasciò i genitori, una sorella ed un fratello ed il fidanzato. Fu la prima agente donna della Polizia di Stato a venire uccisa in servizio.

L'Agente Vincenzo Li Muli, 22 anni, lasciò i genitori ed i fratelli.

Nella strage di Via D'Amelio la Polizia di stato subì le perdite più pesanti dal 1945.

 

Foto da cadutipolizia.it

Articolo da tifeoweb.it

EMANUELA LOI E GLI ALTRI ANGELI DELLA SCORTA

di Andrea Doi

Era stata assegnata al nucleo scorte di Palermo dopo la strage di Capaci dove venne ucciso Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvilio, gli agenti Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montanaro. Emanuela Loi aveva 24 anni quando morì in via D’Amelio. Era nata e cresciuta a Sestu, paese a pochi chilometri da Cagliari. Amava la sua terra e il suo sogno di essere una poliziotta.

Quando arrivò a Palermo disse: “Se ho scelto di fare la poliziotta non posso tirarmi indietro. So benissimo che fare l'agente di polizia in questa città è più difficile che nelle altre, ma a me piace”. E’ la prima donna ad entrare a far parte di una scorta assegnata ad obiettivi a rischio.

La sua storia ha ispirato il bellissimo film di Rocco Cesareo “Gli angeli di Borsellino”. Una pellicola che parla della scorta QS e racconta tutti i 57 giorni che vanno dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio. Il regista e gli sceneggiatori Ugo Barbara, Mirco Da Lio, Massimo Di Martino e Paolo Zucca sono partiti dal libro La ragazza poliziotto scritto dal giornalista palermitano Francesco Massaro pochi mesi dopo la strage di Via D'Amelio, in cui veniva delineato il personaggio di Emanuela Loi. Emanuela stava per sposarsi. Ora in Sardegna molte scuole portano il suo nome e Sestu ogni anno ricorda Emanuela, una delle sue figlie.

Quel giorno con lei e il magistrato morirono anche:


Agostino Catalano, capo scorta, 43 anni. Sposato, aveva perso la moglie ed era rimasto solo con i suoi figli.

 

 

 

 

 


Walter Eddie Cosina, 30 anni. Era nato in Australia. Morto durante il trasporto in ospedale. Lasciava la moglie Monica.

 

 

 

 

Vincenzo Li Muli, 22 anni. Il più giovane della pattuglia. Da tre anni nella Polizia di Stato, aveva ottenuto pochi mesi prima la nomina ad agente effettivo.

 

 

 

 

Claudio Traina 26 anni. Arruolato in Polizia giovanissimo, dopo essere stato a Milano e Alessandria, aveva ottenuto da poco il trasferimento nella sua città: Palermo.

 

 

 

 


Invece, Antonio Vullo, 32 anni, agente, sposato e padre di un figlio è l’unico riuscito a sopravvivere alla strage. Mentre i suoi colleghi si stringevano attorno al magistrato, Vullo parcheggiava la macchina poco distante.

 

 

 

Puntata integrale La Storia Siamo Noi

57 giorni a Palermo

La scorta di Paolo Borsellino

A diciassette anni dalla strage che a Palermo uccise il giudice Paolo Borsellino, la vedova Agnese, in esclusiva per La Storia Siamo Noi, rompe il silenzio per ricordare gli angeli di suo marito Paolo, la scorta che perse la vita insieme al Giudice.

I 57 giorni sono quelli che separano la strage Falcone da quella Borsellino, a sottolineare quanto, dopo Capaci, il delitto Borsellino fosse annunciato. La cosa che emerge con più forza è come il giudice si preparasse alla morte, cercando pure di attardarsi da solo per dare la possibilità agli assassini di ucciderlo senza coinvolgere la scorta. Invece furono in cinque a cadere in via D’Amelio, dove una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose nel momento in cui il giudice bussava al citofono della madre.

 

 

 

Puntata integrale La Storia Siamo Noi

Paolo Borsellino

La Storia del Magistrato ucciso dalla mafia

 

Puntata di Gianluigi De Stefano

 

Paolo Borsellino nasce a Palermo nel 1940. A soli ventitré anni vince il concorso in magistratura e diventa il più giovane magistrato d’Italia. All'inizio si occupa solo di cause civili, poi passa al penale. A trentanove anni il suo nome balza all’onore delle cronache: Borsellino compare sui giornali per un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nella gestione degli appalti pubblici. È il 1980, l'anno in cui Cosa nostra cambia volto: ai vecchi uomini d’onore si sostituiscono i sanguinari corleonesi capitanati da Totò Riina.

Il pool antimafia
Nel 1980 Paolo Borsellino inizia a collaborare con Rocco Chinnici, procuratore capo di Palermo. È un incontro importantissimo nella vita del magistrato. Come racconta Rita Borsellino, sorella del giudice: “In Chinnici Paolo trova la figura paterna che aveva perso quando era giovane”. E proprio l’umanità, il rispetto reciproco e l'affiatamento sono le caratteristiche della straordinaria squadra di magistrati messa insieme da Chinnici: nasce il pool antimafia con l'obiettivo di combattere Cosa Nostra con metodi nuovi e più efficaci.   

Proprio grazie al lavoro del pool, finalmente la mafia non sembra più un fenomeno invincibile. Chinnici ha l’intuizione giusta: indirizzare le indagini verso le attività finanziarie di Cosa nostra. I magistrati del pool si concentrano sugli appalti e sui conti bancari. Che la strada è quella giusta lo dimostra le reazione della mafia. 
Il 30 aprile del 1982 sono assassinati il deputato comunista Pio la Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. Lo stesso giorno, il ministro degli Interni, Virgilio Rognoni, decide di passare al contrattacco, inviando a Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È l’uomo che ha sgominato le Brigate Rosse, il generale dei carabinieri che ha combattuto per lo Stato e ha vinto. Dalla Chiesa arriva la sera stessa dell’omicidio La Torre e solo dopo cento giorni sarà lui la nuova vittima dalla mafia: il 3 settembre del 1982 infatti la sua A112 viene crivellata a colpi di mitra e con lui perdono la vita la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

La scia di sangue lasciata da Cosa nostra è sempre più lunga. Prima di La Torre e Dalla Chiesa altri uomini sono caduti sulla strada della giustizia: Boris Giuliano, Gaetano Costa, Cesare Terranova e Emanuele Basile. La mafia ha ormai alzato il tiro e a Roma il Parlamento approva la legge Rognoni-La Torre che istituisce il reato di associazione mafiosa e fornisce ai giudici gli strumenti per indagare sui conti bancari. Ancora una volta la reazione mafiosa è violentissima: il 29 luglio 1983, in via Pipitone Federico, a Palermo, viene assassinato Rocco Chinnici.
Borsellino e gli uomini del pool si sentono colpiti nel profondo e chiedono al Consiglio Superiore della Magistratura che venga mandato al posto di Chinnici un uomo che abbia profonda conoscenza del fenomeno mafioso. Così Antonino Caponnetto diventa il nuovo Consigliere istruttore di Palermo.

Il maxi processo
Con Caponnetto arrivano i primi risultati eclatanti per il pool. La chiave di volta è un uomo di Cosa nostra, Tommaso Buscetta. Il mafioso viene arrestato nel 1984 in Brasile ed è Giovanni Falcone a interrogarlo e convincerlo a rivelare nomi e fatti. Le confessioni di Buscetta sono un colpo fortissimo per la mafia. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone possono istruire il più grande processo contro Cosa nostra.

Il 10 febbraio del 1986 l’attenzione del Paese si concentra sull’aula bunker; da una parte ci sono gli uomini simbolo del pool, Falcone e Borsellino, dall’altra, dietro le sbarre, ci sono 475 imputati. Le rivelazioni di Buscetta hanno permesso di scoperchiare “la cupola”, il vertice di Cosa nostra. Il numero degli imputati è così elevato che è stato necessario costruire accanto al carcere dell’Ucciardone una costruzione collegata da corridoi interni alla prigione in modo che gli imputati siano trasferiti in massima sicurezza. Migliaia di carabinieri e poliziotti sono inviati a Palermo per l’occasione e la Corte giudicante è formata da un numero doppio di membri perché si teme che qualcuno possa essere ucciso durante il processo.

Il presidente è Alfonso Giordano e il processo dura 22 mesi, alla fine dei quali La Corte dà ragione in modo inequivocabile al pool antimafia. Il maxi processo si conclude il 16 dicembre del 1987 con sentenza della Corte di Assise che commina diciannove ergastoli a tutti i componenti della cupola e 2665 anni di carcere ad altri 339 imputati. Cinque anni dopo la Cassazione conferma la sentenza.


"Il pool deve morire davanti a tutti"
A Palermo intanto le cose stanno cambiando e il 16 dicembre del 1987 Caponnetto deve lasciare il pool per motivi di salute. Il suo erede naturale dovrebbe essere Giovanni Falcone, ma il 19 gennaio del 1988 il CSM designa come capo ufficio istruzione Antonio Meli. Per Paolo Borsellino è una decisione intollerabile. Il magistrato decide così, il 20 luglio del 1988, di rilasciare due interviste, a “L’Unità” e a “La Repubblica”, che sconvolgono l’opinione pubblica e colpiscono per la fermezza delle sue accuse: “Fino a qualche mese fa tutto quello che riguardava Cosa nostra passava sulla scrivania di Giovanni Falcone – dichiara Borsellino sulle pagine de “La Repubblica” – Ora, dopo un tiro e molla di qualche mese, Meli è diventato titolare del maxi processo. Dubito che il nuovo consigliere possa in un paio di mesi aver acquisito una tale conoscenza del fenomeno mafioso. Al posto di Meli si doveva nominare Falcone per garantire la continuità dell’ufficio. Intanto Cosa nostra si è organizzata come prima, più di prima … Ci sono tentativi seri per smantellare definitivamente il pool antimafia dell’ufficio istruzione e della procura di Palermo. Stiamo tornando indietro come dieci o venti anni fa”.

Poco prima di morire, il 25 giugno del 1992, alla biblioteca pubblica di Palermo, ultimo incontro pubblico del magistrato, Paolo Borsellino spiega perché aveva rilasciato quell’intervista: “Rischiai conseguenze professionali gravissime. E forse questo lo avevo messo nel conto. Mi dissi che almeno l’opinione pubblica deve sapere e conoscere. Il pool deve morire davanti a tutti”.


23 maggio 1992: la strage di Capaci
Sono circa le 18 del 23 maggio 1992 e il giudice Giovanni Falcone, direttore degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, è da poco atterrato all’aeroporto di Punta Raisi con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato. La sua auto e quella della scorta si dirigono verso Palermo. All’altezza di Capaci una tremenda esplosione di 5 quintali di tritolo uccide il magistrato simbolo della lotta alla mafia, sua moglie Francesca e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo.


19 luglio 1992: la strage di via D’Amelio 
Cosa nostra decide che è arrivato il turno di Borsellino. Il boss Totò Riina incarica uno dei suoi uomini, Salvatore Biondino, che a sua volta si rivolge a uomini d’onore legati a Bernardo Provenzano. Le due ali di Cosa nostra si dividono le responsabilità, allineate sullo stesso fronte. In quei giorni Borsellino è in Puglia per una conferenza e viene a sapere, da un’informativa del Ros, che a Palermo è arrivato il tritolo per ucciderlo. In via D’Amelio abita la madre del giudice. È una strada perfetta per piazzare un'autobomba perché è senza uscita. Gli abitanti della zona avevano chiesto più volte che fossero presi dei provvedimenti, impauriti dall’arrivo delle auto blindate del magistrato e gli stessi uomini della scorta avevano fatto presente la situazione. Ma nulla era stato fatto.

La mattina del 19 luglio del 1992 Paolo Borsellino è a Villagrazia di Carini, località in cui la sua famiglia passa le vacanze nella casa al mare. Il magistrato decide però di rientrare a Palermo per fare visita alla madre. A Villagrazia, di guardia, c’è Biondino che controlla i suoi spostamenti. Il mafioso avverte i killer già posizionati in via D’Amelio di tenersi pronti. “Mia madre era in casa da sola e fece in tempo a sentire le sirene delle macchine che si avvicinavano e poi scoppiò il finimondo”, ricorda Rita Borsellino. 
Antonino Caponnetto, accorso sul luogo, riesce a dire solo: “È finito tutto”. Insieme a Paolo Borsellino vengono assassinati gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Nel corso dei vari processi fino ad oggi celebrati sono stati condannati in via definitiva 47 persone, 25 delle quali all’ergastolo. Tra queste: Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano, Carlo Greco e Salvatore Profeta.

 

Articolo del Corriere della Sera del 21 Luglio 1992

parla Vullo Antonio 32 anni, l' unico componente della scorta sopravvissuto all' esplosione di via D' Amelio perche' era andato a parcheggiare

l' agente superstite: " vivo per miracolo "

di Giorgio Petta

Parla l' unico componente della scorta sopravvissuto all' esplosione di via D' Amelio perche' era andato a parcheggiare - Invece e' morto per caso Agostino Catalano, vedovo da poco, normalmente in servizio per padre Sorge

PALERMO . "E' stato troppo brutto: quello che e' successo due mesi fa si e' ripetuto". Antonio Vullo, 32 anni, l'agente scampato alla strage che e' costata la vita al procuratore aggiunto Paolo Borsellino e ad altri quattro suoi colleghi, e' ricoverato per controlli al reparto di chirurgia generale dell' ospedale "Villa Sofia". Accanto c' e' la moglie Maria Letizia Maone, 29 anni, sposata lo scorso anno e dalla quale ha avuto un figlio. I medici hanno dichiarato il poliziotto fuori pericolo, ma nei suoi occhi si legge ancora il terrore di quanto ha visto appena una decina di ore prima. "Stavo parcheggiando l' automobile - racconta - un po' meglio rispetto a come era sistemata, procedendo in retromarcia. La manovra mi ha salvato. Quando la bomba e' esplosa, ho visto una gran fiammata, ma non ho sentito alcun boato. Dentro l' abitacolo sono sobbalzato, poi ho visto fiamme e distruzione ovunque. Appena sono uscito dall' auto, mi sono subito reso conto di cio' che era successo. Ho avuto la fortuna di uscire dalla "Croma" illeso". Nonostante lo scampato pericolo, Antonio Vullo non ha perduto nulla della sua "combattivita' ". E se la prende in particolare con il sistema giudiziario, che consente cose inammissibili per lui: "Bisogna continuare a lottare - dice - ma lottare bene, cambiando le leggi che sono troppo garantiste. Altrimenti non possiamo andare avanti". Da due mesi nella scorta del giudice ucciso, Vullo fornisce un particolare importante. Sostiene che "era la prima domenica che Borsellino andava a trovare la madre. Probabilmente in altri turni andava a farle visita, ma non si sapeva quando lui faceva qualcosa". Maria Letizia Maone racconta le sue ore d' angoscia, ancora con le lacrime agli occhi: "Ero a casa di mia madre. Poi mi ha telefonato mia suocera. Subito dopo ho ricevuto la telefonata di Antonio dal pronto soccorso dell' ospedale. Mi ha detto di non preoccuparmi. Ma io, con il cuore in gola, sono subito andata in ospedale. Da ieri sono qui, accanto a lui e ringrazio ancora il Cielo". Diverso il clima davanti all' istituto di medicina legale del Policlinico. I familiari dei palermitani Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano - gli agenti uccisi dalla bomba insieme con Walter Eddie Cosina ed Emanuela Loi - dopo una notte trascorsa a piangere e disperarsi, non hanno piu' lacrime. I familiari di Traina e Li Muli sono andati già via a mezzogiorno. Ma i fratelli e gli amici di Agostino Catalano sono ancora li' , pazienti, sotto il sole che picchia sulla testa, ad aspettare la consegna dei poveri resti del congiunto e dell' amico. Vogliono tutti bene ad Agostino, parenti, amici e colleghi, come se fosse ancora vivo, tra loro. "Un ragazzo d'oro - racconta il fratello Salvatore - che per garantire qualche lira in piu' alla propria famiglia aveva cominciato a fare le scorte, a guadagnare quella miseria di straordinario che spesso gli veniva pure dimezzato quando superava il tetto delle ore consentite". E racconta la sua storia di dolori e sacrifici. Sposato con Maria Pace, il 23 ottobre dell' 89 Agostino Catalano era rimasto vedovo. La moglie era morta per un tumore, lasciandolo con tre ragazzi, Emanuele, Emilia e Rosalinda, che oggi hanno rispettivamente 20, 17 e 12 anni. "Fu un periodo molto duro per lui - dicono quasi in coro i fratelli Salvatore, Tommaso e Giuseppe - con tre figli e una casa da mandare avanti e il lavoro di poliziotto. Ma lui continuava imperterrito, sempre buono e sereno, incoraggiando addirittura noi a resistere, perche' era lui che dava forza alla famiglia e i suoi bambini erano i nostri. Siamo una famiglia forte e unita noi Catalano e resteremo forti e uniti, come sempre". Agostino Catalano e' morto per caso. "Faceva parte della scorta di padre Sorge - continua il fratello Salvatore - ed era in ferie quando lo hanno chiamato per raggiungere un numero sufficiente per la scorta di Borsellino. E lui non ha detto no. Il 15 settembre doveva partire per il corso di sottufficiale". Per dare una madre ai suoi tre figli, Agostino Catalano circa un anno fa si era risposato con Maria Fontana. "Sembrava che la felicita' fosse ritornata in casa sua", continua Salvatore Catalano. Sempre disponibile, sempre pronto ad aiutare il prossimo, come quel dodicenne che stava annegando nel mare di Mondello appena un mese addietro e che lui aveva salvato con la respirazione bocca a bocca. "Ma non lo aveva abbandonato . racconta ancora Salvatore . e si stava prodigando per aiutarlo a superare lo choc con l' aiuto di uno psicologo suo amico".

 

 

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Intervista a Paolo Borsellino

Frammenti dell'intervista rilasciata da Paolo Borsellino a Lamberto Sposini nel 1992

 

 

Film trailer
GLI ANGELI DI BORSELLINO - SCORTA QS21

Uscito il 21 novembre 2003
Regia: Rocco Cesareo
Tratto dal libro di Francesco Massaro
"LA RAGAZZA POLIZIOTTO. STORIA DI EMANUELA LOI."

 

 

Fonte: 19luglio1992.com

L´ultima lettera di Paolo Borsellino

di Salvatore Borsellino

Questa è l'ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l'esplosione di un'auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D'Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.
Paolo si alzava quasi sempre a quell'ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare  anche la morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva "per fregare il mondo con due ore di anticipo" e quella mattina cominciò a scrivere una lettera alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.

La faida di Palma di Montechiaro che Paolo cita nella lettera la ricordo bene.
A Capodanno dello stesso anno ero con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale, per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia di visitare insieme con le nostre famiglie.
Non fu possibile perchè Paolo ricevette la notizia della strage di mafia che c'era stata a Palma di Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.
Fu l'ultima volta che vidi Paolo, da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10 anni.
La lettera è da leggere parola per parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.
Quando dice che non riusciva in quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero ucciso.
E che quel giorno lo avrebbero ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco, che non gli aveva però riferito dell'informativa che gli era arrivato a questo proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all'aeroporto dal ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.
Uno scontro che Paolo ebbe con Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest'ultimo gli telefonò alle 7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.
Forse anche Giammanco sapeva che quello era l'ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura, forze dell'ordine e servizi segreti.
Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: "Ora la partita è chiusa" e Paolo gli rispose invece urlando "No, la partita comincia adesso".
Dopo quella telefonata Paolo non scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4), dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli dai ragazzi del liceo, ci da tra l'altro, in maniera estremamente semplice e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che bisognerebbe  che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle scuole. 
Dieci ore dopo un telecomando azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE, ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il suo sogno non morirà mai.


"Gentilissima" Professoressa,
uso le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per sottolineare qualcosa e "pentito" mi dichiaro dispiaciutissimo per il disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala) non foss'altro perchè a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi abbia mai trovato. Comunque il mio numero di telefono presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il 24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato "comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.

Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.

1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E' vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni l'applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4 maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che mi occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico di infanzia Giovani Falcone e sin dall'ora capii che il mio lavoro doveva essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.

2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.


3)
La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità". Essa e suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
E' naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale.
Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, "ndrangheta", Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non hanno l'organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo tende a confondersi.

4)


 

 

Paolo Borsellino e l'agenda rossa

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L'agenda rossa di Paolo Borsellino

Roma, 26 settembre 2009. Scende in piazza il popolo delle agende rosse, guidato da Salvatore Borsellino.
Video a cura di Paolo Dimalio e Irene Buscemi

 

 

 

Articolo del 20 Giugno 2012 da palermo.repubblica.it

Via al nuovo processo Borsellino
alla sbarra il pentito Tranchina

di ROMINA MARCECA

E' il collaboratore che ha riscritto l'eccidio di via D'Amelio insieme con Gaspare Spatuzza: verrà processato per concorso in strage. I familiari delle vittime parte civile

PALERMO - È il pentito che ha riscritto insieme con Gaspare Spatuzza la strage di via D'Amelio. Fabio Tranchina, ex autista del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, verrà processato con rito abbreviato per concorso in strage e sarà giudicato per il suo ruolo nell'eccidio del 19 luglio del 1992, in via D'Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Lo ha deciso il gip di Caltanissetta, Lirio Conti, che ha accolto la richiesta dell'avvocato Monica Genovese e ha anche ammesso la costituzione di parte civile dei familiari delle vittime. In aula a rappresentare l'accusa ieri c'erano i sostituti della Dda nissena Nicolò Marino e Stefano Luciani.

Chiedono il risarcimento dei danni Maria Petruccia Dos Santos, compagna dell'agente Claudio Traina, e i familiari Dario Traina, Grazia Asta, Luciano Traina e Giuseppa Filomena, ma anche Angela, Alessandro, Tiziana e Mariano Li Muli, familiari dell'agente Fabio Li Muli, e poi Maria Claudia Loi, sorella di Emanuela Loi, Nella Cosliani e Oriana Cosina, parenti dell'agente Walter Cusina, e infine Emanuele, Rosalinda, Giulia, Emilia, Rosa Catalano, Salvatore, Giuseppa, Emilia Incandela e Giuseppe Gioè, i familiari di Agostino Catalano. Parte civile si è costituito
anche Antonino Vullo, l'unico agente di scorta sopravvissuto alla strage. Si trovava dentro alla blindata che stava parcheggiando poco distante dal condominio di via D'Amelio.

I familiari dei cinque agenti della scorta sono rappresentati dagli avvocati Roberto Avellone, Mimma Tamburello, Fabrizio Genco e Giuseppe Ferro.
Nell'elenco delle parti civili mancano solo i nomi dei figli e della moglie del giudice Borsellino che hanno deciso di non partecipare al processo.
L'avvocato Monica Genovese, legale dell'imputato, ha prodotto alcune sentenze già passate in giudicato, tra le quali quella per associazione mafiosa, e alcuni verbali relativi agli interrogatori resi da Tranchina agli inquirenti. Documentazione che valorizzerebbe l'apporto collaborativo di Fabio Tranchina. Il Gip ha anche accolto la richiesta avanzata dalla difesa di ascoltare nella prossima udienza, già fissata per il 18 ottobre, il collaboratore. Da decidere, e questo si saprà solo ad ottobre, se il collaboratore sarà sentito in aula o in videoconferenza. Tranchina si trova agli arresti domiciliari in una località protetta nella quale lo ha raggiunto anche la sua compagna.

Non è escluso, visto il rinvio a lungo termine, che il giudice decida di ricongiungere le posizioni di Tranchina, Spatuzza e di altri imputati.
La decisione di collaborare e le dichiarazioni di "Capello fermo", il nomignolo affibbiato a Tranchina, 41 anni, assieme a quelle di Spatuzza, hanno portato il pool della Dda nissena a far riaprire le indagini su via D'Amelio.

Tranchina, che ha avuto un ruolo anche nel sequestro e nell'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, omicidio per il quale ha anche chiesto
perdono alla famiglia del bambino, secondo l'accusa, avrebbe comprato il telecomando utilizzato per fare esplodere l'autobomba sotto casa della madre del magistrato e avrebbe accompagnato Graviano in via D'amelio per alcuni sopralluoghi poco prima della strage.
Ma c'è un'altra certezza, secondo la nuova inchiesta: il telecomando fu azionato dal boss Giuseppe Graviano, che era nascosto dietro al muro del giardino di via D'Amelio. L'ha rivelato proprio Tranchina, che è arrivato alla collaborazione con i magistrati nel maggio del 2011 dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, e dopo avere tentato il suicidio due volte.

"Più volte Graviano prima mi fece passare da via D'Amelio riaccompagnandolo e io non capivo  -  ha ricostruito il collaboratore nelle sue precedenti dichiarazioni  -  cosa dovesse vedere. Poi, mi chiese di trovargli un appartamento in via D'Amelio, ed infine, visto che non l'avevo trovato, ebbe a dirmi che allora si sarebbe messo comodo in giardino".

 

 

 

Articolo del 18 Luglio 2013 da espresso.repubblica.it

Via D'Amelio, ancora troppi misteri

L'unico agente sopravvissuto alla strage mafiosa che il 19 luglio 1992 uccise il giudice e cinque uomini della scorta, Antonio Vullo,  è stato chiamato a deporre come primo testimone nel processo iniziato lo scorso marzo. 'Sono sopravvissuto, ma non l'ho mai considerata una fortuna: i ricordi sono tutti lì'


di Arianna Giunti

Il giudice tira fuori dal pacchetto una sigaretta, l'ennesima della giornata. Il sole batte sull'asfalto e rende molle il cemento. Fa in tempo ad aspirare una sola boccata, sulle labbra ha impresso un sorriso, alza l'indice destro per suonare il citofono, e in un attimo Palermo si trasforma in Beirut. Un boato, una spinta d'aria che travolge, fumo, fiamme, sangue e pezzi di corpi: il sole si oscura per sessanta secondi.

I fotogrammi dell'orrore della strage di via D'Amelio sono noti a tutti, ma sono stampati nella mente di una sola persona: Antonio Vullo, agente della scorta di Paolo Borsellino, unico sopravvissuto alla mattanza e soprattutto unico testimone oculare dei misteri di quel pomeriggio del 19 luglio del 1992.

E' lui, infatti, ancora oggi, a 21 anni esatti da quella esecuzione mafiosa che oltre al giudice antimafia è costata la vita a cinque agenti della scorta, l'unico depositario di alcuni dettagli rimasti sconosciuti. Ed è a lui, dunque, che i magistrati siciliani si sono rivolti per conoscere la verità.

Antonio Vullo oggi ha 53 anni. Non ha mai lasciato Palermo. E neanche la divisa della polizia di Stato, nonostante ormai in pensione, dopo un lungo congedo per via del profondo shock subito che lo ha costretto a sottoporsi per anni a cure fisiche e psicologiche. Non ha mai considerato l'essere sopravvissuto a quella strage "una fortuna". Perché i ricordi di quel pomeriggio sono ancora tutti lì, uno in fila all'altro, come un esercito di spettri pronti a tendere un agguato. "Ancora oggi quando mi alzo di notte non riesco a camminare a piedi nudi", racconta, "perché mi tornano in mente gli attimi subito dopo l'esplosione, mentre avvolto dal fumo mi facevo largo fra i detriti, non vedevo nulla, ho calpestato qualcosa di morbido. E mi sono reso conto che era il piede amputato di un collega".

Un resoconto agghiacciante che trova conferma nei verbali dell'epoca: "Nel luogo della deflagrazione rinveniamo decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuano a bruciare, proiettili che a causa del calore esplodono da soli, gente che urla chiedendo aiuto, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati", si legge nella relazione di sopralluogo della Squadra Mobile palermitana datata 20 luglio 1992.

E così oggi le pieghe dei ricordi di quell'inferno di sangue e cemento, nella mente dell'unico testimone, per gli inquirenti assumono un'importanza cruciale. Soprattutto per chiarire tre dei punti fondamentali della strage, rimasti un mistero o addirittura depistati per più di un ventennio: l'agenda rossa di Borsellino, l'automobile rubata usata come bomba e il palazzo da dove i mafiosi osservarono la situazione e fecero esplodere il tritolo.

Dopo un lunghissimo silenzio, lo scorso aprile davanti ai giudici della Corte d'Assise di Caltanissetta Vullo è stato chiamato a deporre come primo testimone nel "Borsellino quater", il processo iniziato lo scorso marzo che oggi vede alla sbarra cinque imputati (due boss e tre falsi pentiti) accusati di essere gli autori del depistaggio che portò alla condanna all'ergastolo di sette innocenti accusati della strage di via D'Amelio, e che si basa sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza, Giovanni Brusca, Giuseppe Tranchina e Antonino Giuffrè. La deposizione di Vullo è stata lunga è precisa.

Ad assisterlo oggi c'è il suo avvocato Mimma Tamburello, storica amica di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, che dopo le stragi si è assunta la difesa di tutti i familiari delle vittime. "Si tratta di una persona ancora drammaticamente traumatizzata", spiega il legale a l'Espresso, "che però è riuscita a ricostruire nei dettegli quel pomeriggio fornendo i tasselli mancanti che gli inquirenti andavano cercando da anni".

I tasselli, dunque. Primo fra tutti, l'agenda rossa del giudice Borsellino, che secondo i suoi familiari custodiva i suoi ultimi e preziosissimi appunti, e che non fu mai più ritrovata. Né in casa né sul luogo della strage.

"Quel pomeriggio il signor giudice doveva accompagnare l'anziana madre dal medico e stava rientrando dalla sua abitazione al mare, Villa Grazia di Carini, dove andava quasi tutti i fine settimana per rilassarsi con la sua famiglia", raccontato Vullo, "aveva sicuramente con sé una valigetta, e poi mi pare anche un'agenda di colore scuro, che teneva sottobraccio". Ancora oggi, 21 anni dopo, gli inquirenti si sono battuti per capire se questa agenda - che conteneva le ultime confidenze fatte al giudice da un pentito - sia andata distrutta nella deflagrazione o se sia stata portata via dal luogo della strage nei concitati attimi dei primi soccorsi.

Vullo si è salvato dalla mattanza per un caso fortuito. "Quando siamo arrivati sotto via D'Amelio mi ha colpito la quantità di macchine che era posteggiata lì sotto, nonostante facesse tanto caldo e quasi tutti i palermitani nel fine settimana vanno al mare. Ma nessuno di noi ha detto nulla". "I miei colleghi si sono messi a ventaglio dietro al giudice, come facevano ogni volta, come prevede la procedura. Io invece sono tornato indietro a posteggiare meglio la macchina, e ho fatto retromarcia. Mentre ero girato con il viso per fare manovra, ho sentito un'ondata di calore infernale. Solo dopo il boato. Sono sceso dall'auto che era già in fiamme. Intorno a me era tutto buio".

Il poliziotto sopravvissuto ancora oggi pone l'accento su una stranezza, che è stata più volte fatta notare in questo ventennio di indagini, fra piste bruciate e abbagli investigativi. E che è emersa anche nel corso del processo di Caltanissetta. "Tutti a Palermo sapevano che dopo il giudice Falcone la prossima vittima sarebbe stata Borsellino", racconta, "fra noi poliziotti circolava una voce: sei di scorta a Borsellino? Che Dio ti protegga. E così un mese prima hanno rafforzato la scorta ovunque. Tranne che in via D'Amelio". Alla madre, infatti, il giudice faceva visita spessissimo, e con lei si metteva d'accordo per telefono. Aggiungere uomini al servizio di tutela in via D'Amelio non avrebbe impedito la strage, certo, ma qualcuno di loro facendo un controllo sulle targhe si sarebbe probabilmente accorto di quella Fiat 126 rubata (imbottita con 100 chili di tritolo) parcheggiata proprio davanti al palazzo.

Il terzo punto misterioso riguarda l'edificio in costruzione davanti al luogo della strage. Ed è legato a una telefonata anonima, che arriva alla Questura di Palermo il giorno dopo l'attentato mafioso. A telefonare è una donna, che spiega al poliziotto di turno alle volanti che in via D'Amelio c'è un palazzo in costruzione che appartiene alla famiglia Graziano, considerata vicina al clan dei Madonia. Da quel punto della strada, si ha una visuale perfetta del punto in cui fu fatta esplodere la bomba.

Così il giorno dopo gli agenti vanno a fare un sopralluogo. Per le scale, in effetti, incontrano uno dei fratelli Graziano. Ma a colpire i poliziotti è un altro particolare: sul tetto del palazzo, fatto a terrazza, è collocato un vetro scudato, molto robusto. E a terra ci sono decine di cicche di sigarette, come se qualcuno si fosse messo lì in attesa per molte ore. Diligentemente, gli agenti scrivono una relazione destinata alla Criminalpol di Palermo. Ma di quella relazione - come ha evidenziato di recente in aula in pubblico ministero Domenico Gozzo - non c'è nessuna traccia.

Saranno necessari vent'anni, quattro processi, decine di pentiti e undici innocenti in carcere di cui sette condannati all'ergastolo per capire il coinvolgimento di uno dei clan più potenti e radicati di Cosa Nostra, quello dei Madonia. Che oggi vede il boss "Salvuzzo" fra i principali imputati perché sospettato, insieme ad altri capimafia, di essere promotore e mandante di una strategia offensiva che aveva un solo obiettivo e che in via D'Amelio trova il suo acme più devastante: arrivare alla politica.


 

 

Foto e articolo del 19 Giugno 2014 da ilfattoquotidiano.it

Via D’Amelio, l’agenda rossa di Paolo Borsellino è la scatola nera delle stragi

Scomparve il 19 luglio 1992, pochi attimi dopo la deflagrazione che uccise il giudice palermitano. Da allora, un mistero che ancora oggi, dopo 22 anni, è lontano dall'essere risolto

di Giuseppe Pipitone

La scatola nera delle stragi, la chiave di volta della Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra è probabilmente un’ agenda dell’Arma dei Carabineri del 1992, di colore rosso, donata dai militari al giudice Paolo Borsellino. Nei mesi precedenti alla strage di via D’Amelio, il magistrato palermitano utilizza due agende: una è di colore grigio, la utilizza come un normale diario in cui annota gli spostamenti, le spese, gli impegni; nell’altra, quella rossa, appunta invece pensieri, riflessioni, soprattutto di notte o al mattino presto, ed è per questo che non se ne separa mai.

“L’agenda rossa, soprattutto dopo la morte di Falcone, camminava sempre con lui” ha raccontato l’ufficiale dei carabinieri Carmelo Canale. Borsellino non si separa dall’agenda rossa neanche neanche quella domenica 19 luglio, quando dalla casa al mare a Villagrazia di Carini torna a Palermo, per accompagnare la madre dal medico: l’ultimo gesto prima di finire assassinato in una delle stragi più misteriose di sempre. E’ proprio nell’inferno di via d’Amelio che l’agenda rossa, contenuta secondo diversi testimoni nella borsa di cuoio che il giudice lascia all’interno dell’auto blindata, scompare, svanisce, senza lasciare traccia: un mistero nel mistero rimasto ancora oggi senza soluzione.

Le immagini dell’epoca mostrano come a prelevare la borsa del magistrato dall’auto blindata, mezz’ora dopo l’eccidio, sia stato il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, che dopo essersi allontanato dal luogo della strage, torna poi nei pressi dell’esplosione. Arcangioli verrà accusato di aver sottratto l’agenda, finendo poi assolto dal tribunale di Caltanissetta: non c’è la prova che il diario fosse contenuto nella borsa del magistrato. Nell’autunno scorso, poi, è arrivata una lettera anonima alla procura di Palermo, in cui si racconta di come l’agenda fosse stata consegnata a un comando dei carabinieri, insieme a tutti i segreti che conteneva: l’ennesimo giallo di un mistero ancora oggi indecifrabile.

 

 

Articolo del 21 luglio 2014 da  temi.repubblica.it

Via D’Amelio, 22 anni senza verità e giustizia

“Nonostante quattro processi ed indagini durate quasi un quarto di secolo, troppi aspetti della strage di via D’Amelio restano a tutt’oggi avvolti nel mistero. Una ferita aperta che rischia di divenire l’ennesima sconfitta di un paese incapace di fare i conti con i lati oscuri del proprio passato”. Pubblichiamo l’intervento del Procuratore Generale di Palermo in occasione della commemorazione di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta uccisi il 19 luglio 1992.

di Roberto Scarpinato, 18 luglio 2014


E’ trascorso quasi un quarto di secolo dalla strage di via D’Amelio ed ogni anno a causa dell’inesorabile fluire del tempo, si assottiglia per ragioni anagrafiche e sopravvenuti pensionamenti, il numero di coloro che all’interno del palazzo di giustizia di Palermo furono testimoni di quel tempo.

Di coloro che ebbero modo di conoscere personalmente Paolo Borsellino, di condividere con lui i patemi dei suoi ultimi mesi di vita, di attraversare quella tragica stagione di sangue quando tutto sembrava perduto, come ebbe a dire Antonino Caponnetto in un momento di sconforto e di verità, ed un intero popolo che si sentiva improvvisamente orfano, si riversava nelle piazze gridando il proprio sdegno nei confronti degli esponenti di una classe politica che appariva imbelle e di uno stato che si era rivelato incapace di proteggere da una morte annunciata i suoi figli migliori.

Ho ancora negli occhi l’immagine di un Presidente della Repubblica che venuto a Palermo dopo la strage di via D’Amelio, rimase prigioniero nella morsa di una folla immane; una folla che travolse nel suo incontenibile impeto i cordoni di protezione della polizia e dalle cui fila si alzava veemente il grido “assassini” rivolto all’indirizzo dei massimi esponenti delle istituzioni.

Ogni anno che trascorre mi chiedo quanto di questo vissuto sia rimasto e resterà nella memoria collettiva dei nuovi abitanti di questo palazzo, delle giovani generazioni di magistrati, di avvocati, di funzionari destinati a sostituirci.

Mi chiedo quale verità storica, prima ancora che verità processuale, noi lasciamo loro in eredità; quali chiavi di lettura del passato consegniamo loro perché nella staffetta delle generazioni, essi sappiano leggere nel presente i segni del passato e le possibili premonizioni del futuro.

Nel pormi questa domanda a proposito della strage di via D’Amelio, a volte resto perplesso, perché tanti, troppi aspetti di quella strage restano a tutt’oggi avvolti in un mistero impermeabile alle indagini; lo stesso mistero che avvolge, non a caso, quasi tutte le stragi che hanno insanguinato la storia del nostro paese.

A questo proposito consentitemi, rivolgendomi soprattutto ai più giovani, di tracciare un telegrafico sommario di alcuni aspetti che sembrano accomunare lo stragismo degli anni 1992-1993 a quello dei decenni precedenti, lasciando intravedere una inquietante linea di continuità storica.

Più volte mi è accaduto di ripetere che non vi è alcun paese europeo la cui storia nazionale sia stata contrassegnata da una sequenza così lunga e quasi ininterrotta di stragi come quella che ha caratterizzato la storia italiana del secondo dopoguerra.

L’atto di nascita della Repubblica italiana è tenuto a battesimo da una strage: la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947, che vede interagire alta mafia e settori deviati delle istituzioni segnando l’inizio della strategia della tensione.

Una strategia che da allora scandirà tutta la successiva storia repubblicana interferendo pesantemente sulla dialettica politica, sugli equilibri di potere nazionale, e che si snoderà, oltre che in progetti di colpi di stato, nella sequenza delle stragi di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, di Peteano del 31 maggio 1972, dell’Italicus del 4 agosto 1974, di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, di Bologna del 2 agosto 1980, del rapido 904 del 23 ottobre 1984 e di molte altre ancora che tralascio per ragioni di sintesi.

Una strategia della tensione che, come hanno dimostrato vari processi e condanne definitive ha coinvolto in varie occasioni i vertici della mafia, così come era già avvenuto in occasione della strage di Portella delle Ginestre.

Si pensi, solo per citare alcuni esempi, al coinvolgimento nel progetto di golpe Borghese del 1970, al coinvolgimento nella preparazione di attentati dinamitardi nel 1974, alla preparazione del progetto di colpo di stato nel 1979, alla strage del rapido 904 per la quale è stato condannato all’ergastolo Giuseppe Calò, testa di ponte a Roma della mafia per i rapporti con la massoneria deviata e la destra eversiva.

Alla luce di questa telegrafica retrospettiva storica, non è dunque forse un caso che lo stragismo così come aveva segnato l’incipit della prima repubblica tentando di interferire sul processo politico poco prima delle elezioni politiche nazionali del 1948, il cui esito appariva imprevedibile dopo la lunga parentesi del ventennio fascista, ne contrassegni negli anni 1992-1993 anche l’agonia finale in una fase storica nella quale il disfacimento del vecchio quadro politico apriva una stagione di transizione verso nuovi equilibri di potere, il cui futuro assetto appariva allora di incerto esito e che, a secondo dei suoi sviluppi nell’una o nell’altra direzione, rischiava di pregiudicare, se non direzionato con atti di forza, rilevantissimi interessi e garanzie di impunità che si erano fondati sugli equilibri di potere della prima repubblica.

La vera storia dello stragismo italiano è rimasta in larga misura nell’ombra a causa dell’impotenza della giurisdizione a fare luce sulle occulte causali politiche delle stragi, sui mandanti eccellenti, e, talora, persino sugli esecutori materiali.
Sono a tutt’oggi senza colpevoli, ad esempio, la strage di Piazza Fontana, la strage dei Brescia, la strage dell’Italicus.

Sappiamo anche quale sia stata una delle cause di questa singolare debacle della giurisdizione nell’ accertamento della verità.
Come è stato accertato in tanti dei processi concernenti le stragi, le indagini della magistratura sono state quasi sistematicamente depistate, così come era già accaduto per la strage di Portella della Ginestra, da esponenti di settori deviati delle istituzioni.

L’elenco dei casi accertati è troppo noto e lungo per farne menzione. Vorrei solo ricordare che sono stati condannati con sentenza definitiva per depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, tre vertici del Sismi e Licio Gelli, capo della loggia massonica P2.

Si tratta di una realtà storica talmente evidente che in questi giorni la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, dalla quale sono stato ascoltato il 25 giugno u.s., sta esaminando una proposta di legge (proposta C. 559 Bolognesi) che prevede l’introduzione nel nostro codice penale dell’art. 372 bis concernente il reato di depistaggio.

Ho voluto anteporre questa telegrafica premessa storica, perché la strage di via D’Amelio rischia di entrare nel triste novero delle stragi in buona misura avvolte dal mistero per motivi che, per certi versi, richiamano alla mente gli stessi motivi che hanno determinano l’impotenza della giurisdizione ad accertare la verità nelle altre stragi italiane che ho prima menzionato.

La strage del 19 luglio 1992 è infatti a tutt’oggi, nonostante la celebrazione di ben quattro processi ed indagini durate quasi un quarto di secolo, un mosaico nel quale mancano ancora troppe tessere determinanti perché sia possibile ricostruire una immagine finale nitida ed univocamente leggibile.

A tutt’oggi non sappiamo quale fu il motivo che determinò l’improvvisa brusca accelerazione dell’esecuzione della strage che colse di sorpresa persino molti capi di Cosa Nostra tenuti all’oscuro.
Una accelerazione autolesionistica per gli interessi di Cosa Nostra, perché l’esecuzione pochi giorni prima della scadenza del termine dell’ 8 agosto 1992 entro cui doveva essere convertito in legge il decreto Falcone dell’8 giugno 1992 che aveva introdotto il regime detentivo speciale del 41 bis ed altre incisive norme antimafia, determinò – come era chiaramente prevedibile – il subitaneo sblocco ed il superamento di tutte le resistenze dell’ampio e trasversale fronte parlamentare garantista sino ad allora contrario alla conversione in legge di norme ritenute lesive di diritti fondamentali.

Quali interessi superiori rispetto a quelli di Cosa Nostra imposero l’anticipazione autolesionistica della strage?
Quale era l’urgenza suprema non rinviabile per cui non si poteva attendere per l’esecuzione della strage neppure il decorso di quei 20 giorni che mancavano alla fatidica data dell’8 agosto, giorno di scadenza della conversione del decreto legge?

Cosa si temeva che Paolo potesse fare di tanto grave, di tanto irreparabile, in quei 20 giorni?
Forse mettere finalmente a verbale dinanzi alla Procura di Caltanissetta, dove da mesi insisteva per essere sentito, o formalizzare in interrogatori della Procura di Palermo, quel che aveva appreso sul “gioco grande” sotteso alla strage di Capaci e a quelle in fieri, all’interno di un complesso progetto politico stragista che – così come era avvenuto in passato per altre stragi – vedeva ancora una volta interagire la mafia con altre entità esterne?

Brandelli di verità che aveva appreso in quegli ultimi mesi della sua vita, spesi nella frenetica ricerca di chiavi di lettura per comprendere quanto era accaduto e quanto si preparava ad accadere, anche grazie alle rivelazioni di varie fonti tra le quali anche taluni collaboratori di giustizia. Fonti quali, ad esempio, il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, il quale sentito nel processo per la strage di via D’Amelio ha ammesso di avere anticipato a Paolo Borsellino – ma solo riservatamente, per timore della propria vita – quanto egli sapeva sul progetto macro politico stragista elaborato da intelligenze esterne e discusso dai massimi vertici regionali di Cosa Nostra riuniti in conclave segreto nella provincia di Enna, progetto rimasto poi celato alla manovalanza mafiosa e persino a molti vertici della Commissione provinciale di Palermo.

Quali che fossero le notizie apprese, doveva comunque trattarsi di rivelazioni che lo avevano lasciato sgomento, quasi avesse assunto consapevolezza di doversi misurare con un potere così grande da travalicare quello mafioso e dinanzi al quale non aveva difese.
Tanto sgomento da indurlo a confidare alla moglie che sarebbe stata la mafia ad ucciderlo ma solo quando altri lo avrebbero voluto.
Chi erano questi altri? Forse le tracce per individuarli erano annotate in quella agenda rossa dalla quale Paolo mai si separava e che custodiva gelosamente.
Ma questo è solo uno dei tanti tasselli mancanti del mosaico.

A tutt’oggi non sappiamo chi fu l’artificiere della strage, il soggetto cioè dotato delle sofisticate competenze tecniche necessarie per mettere a punto il congegno esplosivo e garantire la riuscita dell’operazione.
Ed ancora non sappiamo chi era il soggetto esterno a Cosa Nostra che, come ha dichiarato il collaboratore Gaspare Spatuzza, sovraintendeva alle operazioni di caricamento dell’esplosivo nell’ autovettura poi collocata in via D’Amelio.
Ed ancora non sappiamo a chi si riferisse Francesca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo, quando disperata per il rapimento del loro figlio Giuseppe avvenuto il 23 novembre 1993, scongiurò il marito di non parlare ai magistrati degli infiltrati della Polizia implicati nella strage di via D’Amelio, come risulta da una intercettazione ambientale del colloquio tra i due coniugi del 14 dicembre 1993 agli atti del processo per la strage di via D’Amelio.
Potrei continuare con un lungo elenco di altre tessere ancora mancanti.
Sono dunque tanti i fatti rilevanti che non conosciamo e che sembrano chiamare in causa livelli di coinvolgimento nella esecuzione della strage che travalicano quello mafioso.

Livelli superiori che vengono evocati anche da altri fatti che invece conosciamo, pure ancora avvolti nell’ombra, e che dimostrano come le indagini sulla strage abbiano subito gravi interferenze esterne volte ad impedire il pieno accertamento della verità, replicando così quanto era già avvenuto in passato in quasi tutte le indagini relative alle stragi italiane, come ho prima ho ricordato.

Mi riferisco alla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo e all’introduzione nel processo per la strage di via D’Amelio di falsi collaboratori di giustizia (Vincenzo Scarantino ed altri), che tutto ignoravano della strage, e che furono indottrinati per dire il falso ingannando i magistrati.

Se le considerazioni sin qui svolte hanno almeno in parte un fondamento, possiamo dunque concludere che a distanza di 22 anni dalla strage di via D’ Amelio, non sappiamo ancora che storia raccontare a noi stessi e ai nostri figli. Siamo privi della verità o di parti essenziali di essa. La privazione della verità non è solo un vulnus alla giustizia, perché non consente di accertare le responsabilità penali ed irrogare le giuste pene. Vi è un danno ancora più grande, se possibile. La privazione della verità non consente di elaborare il lutto per la perdita subita, non consente di acquietarsi consegnando questa ed altre vicende ad un passato tragico ma ormai concluso. La privazione della verità non consente alle ferite di chiudersi. La strage di via D’Amelio resta ancora una ferita aperta per l’intera nazione e rischia di divenire l’ennesima sconfitta di un paese che dinanzi all’ininterrotto stragismo che ha insanguinato la sua storia, si è sino ad oggi rivelato incapace di fare i conti con i lati oscuri del proprio passato.

Un passato che, quindi, sembra destinato ad essere rimosso nell’oblio, oppure ad essere coperto sotto il sudario di una retorica commemorativa secondo cui gli unici responsabili del male di mafia sono sempre e solo stati i macellai di Cosa Nostra.

A differenza di tante altre lapidi commemorative delle vittime delle mafia che recano frasi celebrative, la lapide posta in via D’Amelio reca solo i nomi di battesimo di Paolo, Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo, Walter. Null’altro. Come se quella lapide ricordasse a tutti noi che ancora attendiamo di sapere quali siano le parole giuste da scrivere e quale fu la storia che quel terribile 19 luglio 1992 trascinò nel suo gorgo malefico le loro vite.

 

 

 

 

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Sei  : Home Vittime 19 Luglio 1992 Palermo. Strage di Via D'Amelio. Un'autobomba uccide il magistrato Paolo Borsellino ed i suoi agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.