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22 Luglio 1970 Gioia Tauro (RC). Strage Direttissimo Palermo-Torino Freccia del Sud. Sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti. PDF Stampa

Foto da  it.wikipedia.org

Fonte:omarminniti.wordpress.com

Alle 17,10 circa, del 22 luglio 1970, il direttissimo Palermo-Torino (la Freccia del Sud) deragliava a circa settecentocinquanta metri dalla stazione di Gioia Tauro. Viaggiava alla velocità di cento chilometri orari circa. Il macchinista, dopo aver avvertito un sobbalzo della locomotiva, azionava il meccanismo di frenata rapida. Dopo cinquecento metri il treno si spezzava: la sesta carrozza del lungo convoglio, composto di diciassette vagoni, usciva dai binari e trascinava con sé le altre. I passeggeri trasportati erano circa duecento. I vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, aiutati dai reparti della celere e dai carabinieri, erano costretti a tagliare le lamiere per estrarre i corpi dei passeggeri. Alla fine si conteranno sei morti, di cui cinque donne, e settantadue feriti, molti dei quali con gravi conseguenze invalidanti.  [...] [...]

Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio alla notizia che sarebbe stata Catanzaro la sede dell’appena eletta assemblea regionale.

LA TESI DEL DISASTRO FERROVIARIO

Il questore di Reggio Calabria, Emilio Santillo, subito accorso sul luogo, individuò, senza incertezze, nello sbullonamento del carrello n. 2 della nona vettura la causa del deragliamento. Un mese dopo l’evento, i marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti, del commissariato di polizia presso la direzione compartimentale delle ferrovie dello Stato, in un rapporto del 28 agosto 1970 al procuratore della repubblica di Palmi, asserirono che era da “escludere che il disastro ferroviario abbia avuto origine dolosa”. Nessuno dei presenti, in attesa alla stazione di Gioia Tauro o a bordo del treno, personale viaggiante compreso, testimoniò, infatti, di aver udito alcun boato. Tale interpretazione venne ribadita in un secondo rapporto del 9 settembre 1971 in cui si sostenne che “se non vi fu detonazione non poté esservi attentato dinamitardo”, non ponendosi minimamente il fatto che l’esplosione di un ordigno, in grado di tranciare una rotaia, poteva benissimo essere avvenuta prima del passaggio del treno. In questo nuovo atto la causa della tragedia venne individuata nella condotta del personale ferroviario che aveva “illegittimamente” disposto la cessazione del rallentamento a 60 chilometri orari per tutti i treni percorrenti il binario pari della tratta Palmi-Goia Tauro, interessati da giugno da lavori di livellamento e allineamento delle rotaie. Una posizione in palese contrasto con le conclusioni del collegio peritale, nominato dal sostituto procuratore della repubblica di Palmi, Paolo Scopelliti, che, depositando la propria relazione il 7 luglio 1971, escluse errori risalenti al personale di guida, alla disposizione degli scambi all’ingresso della stazione o a difetti del materiale rotabile. Il collegio riscontrò invece un’avaria su una rotaia che presentava la parziale asportazione della suola interna per circa 180 centimetri, ipotizzando un’origine dolosa. Si sostenne, in conclusione, che lo scoppio di un ordigno rappresentava la causa più probabile del deragliamento, rilevando forti analogie con altri tre attentati avvenuti successivamente, il 22 e il 27 settembre, sulla linea Rosario-Gioia Tauro-Villa San Giovanni, ed il 10 ottobre sul tratto Catania-Messina, in cui non erano stati rinvenuti pezzi di miccia ed evidenti segni di esplosione.

Sulla base del rapporto di polizia, la procura della repubblica di Palmi decise comunque di promuovere un procedimento penale, per disastro colposo e omicidio colposo plurimo, nei confronti di quattro dipendenti delle ferrovie dello Stato. Il 30 maggio 1974 il giudice istruttore sentenziò il non doversi procedere nei confronti degli imputati per non aver commesso il fatto, chiudendo ogni indagine. L’ipotesi dell’attentato dinamitardo come causa del disastro venne confinata “nel limbo delle congetture”, non meritevole della riapertura del caso.

Una conclusione sorprendente. Il fallimento dell’ipotesi del disastro colposo, per altro, smentita a sua volta da una commissione d’inchiesta delle ferrovie dello Stato, avrebbe, infatti, dovuto quantomeno portare al proseguimento delle investigazioni.

ESECUTORI E MANDANTI

La verità emerse solo ventitré anni dopo, quando nell’ambito di una maxi inchiesta sulla criminalità organizzata in Calabria, denominata “Olimpia 1”, il pentito Giacomo Lauro, in un interrogatorio, il 16 giugno 1993, davanti al sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì, confessò di essere venuto a conoscenza nel 1979, in carcere, che era stato Vito Silverini, un neofascista dichiarato, a mettere la bomba che fece deragliare il treno di Gioia Tauro. Vito Silverini gli confidò che l’attentato fu eseguito su mandato del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” e di aver ricevuto, in cambio del “lavoro” svolto, una somma di denaro. Raccontò di aver portato la bomba insieme a Vincenzo Caracciolo sulla moto Ape di quest’ultimo e di aver personalmente confezionato l’ordigno, composto da esplosivo da cava in candelotti, con miccia a lenta combustione. Si erano poi nascosti nei pressi del luogo per assistere alla scena.

Giacomo Lauro, in un interrogatorio dell’11 novembre del 1994, alla fine confessò anche le proprie responsabilità. Disse di essere stato lui stesso a consegnare l’esplosivo a Vito Silverini, Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, dietro il compenso di alcuni milioni di lire provenienti dal “Comitato d’azione per Reggio capoluogo”. La testimonianza Di Giacomo Lauro trovò conferma in quella di Carmine Dominici, un esponente di punta, fra il 1967 ed il 1976, della struttura illegale di Avanguardia nazionale a Reggio Calabria. Dominici era anche stato uno degli uomini di fiducia del marchese Felice Genoese Zerbi, proprietario di numerose terre, ma soprattutto il dirigente massimo di An. Successivamente passato ad attività di malavita comune, dopo essere stato condannato ad una lunga pena detentiva, aveva deciso di collaborare con la magistratura. Il 30 novembre 1993 confermò le parole di Giacomo Lauro. Si era trovato nella stessa cella, la numero 10 del carcere di Reggio Calabria, e raccolto, a sua volta, le confidenze di Vito Silverini.

Giacomo Lauro indicò negli ambienti di Avanguardia nazionale e del “Comitato d’azione per Reggio capoluogo” gli ispiratori della strage. Accusò Renato Marino, Carmine Dominici, Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro, di essere stati “il braccio armato che metteva le bombe e faceva azioni di guerriglia” per conto del “Comitato”, diretto da Ciccio Franco, consigliere comunale missino e sindacalista Cisnal dei ferrovieri, divenuto rapidamente la figura più rappresentativa della rivolta, Renato Meduri, il professor Angelo Calafiore, Paolo Romeo, all’epoca in Avanguardia nazionale poi eletto deputato nel Psdi, Benito Sembianza e Felice Genoese Zerbi. Tra i finanziatori indicò il “commendatore Mauro”, “quello del caffè”, e l’imprenditore “Amedeo Matacena”, “quello dei traghetti”. “Davano i soldi” – testimoniò – “per le azioni criminali, per la ricerca delle armi e dell’esplosivo”. Il numero degli attentati fu impressionante, da non trovare precedenti nell’Italia del dopoguerra. Agli atti del Ministero degli interni, tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, risultarono alla fine 44 gravi episodi dinamitardi, di cui ben 24 a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.

LA RIVOLTA DI REGGIO CALABRIA

La rivolta di Reggio Calabria durò due lunghissimi anni, con cinque morti, dieci mutilati o invalidi permanenti, cinquecento feriti tra le forze dell’ordine e mille tra la popolazione civile. Furono innalzate barricate, effettuati blocchi stradali, svaligiate le armerie, occupata più volte la stazione ferroviaria, l’aeroporto, il palazzo delle poste, assaltata la prefettura e la questura. Alla fine i denunciati furono 1231 per oltre duemila reati commessi. La collera esplose in una delle città tra le più povere d’Italia, nel momento in cui il governo decise di attribuire il capoluogo di regione a Catanzaro.

La scintilla fu accesa il 12 luglio, quando i cinque consiglieri della Democrazia cristiana, eletti nella provincia reggina, unitamente al socialdemocratico, si rifiutarono di riconoscere come valida la convocazione dell’assemblea regionale. Il sindaco Piero Battaglia, insieme alla giunta comunale e alla Dc, si era già, dal canto suo, schierato dal 4 luglio. In un comizio disse che Reggio avrebbe chiesto la sospensione delle riunioni del consiglio a Catanzaro. Il 14 iniziarono i primi blocchi del traffico ferroviario e, verso sera, le barricate. Nel quadro di una drammatica situazione socio-economica e di forte declino della città, la battaglia per Reggio capoluogo convogliò in un solo istante i disagi, le frustrazioni ed i malcontenti di una popolazione allo stremo, in cui ancora dodicimila persone erano costrette a vivere nelle casupole costruite dopo il terremoto del 1908. La ‘ndrangheta e la destra eversiva vi giocarono un ruolo di primo piano, egemonizzando largamente gli scontri di piazza. Avanguardia nazionale ed il Fronte nazionale, in particolare, cercarono di sfruttare la rivolta di Reggio ai fini dei propri piani golpisti. In questo quadro: la disponibilità da parte di An in Calabria di grossi quantitativi di armi e di esplosivi, nonché la predisposizione delle liste degli esponenti di sinistra e dei sindacalisti da colpire.

LA ‘NDRANGHETA E LA NOTTE DI “TORA-TORA”

In questo contesto va anche collocata l’ascesa, nei primi anni ’70, all’interno della ‘ndrangheta calabrese, della famiglia dei De Stefano, che strinse un patto con l’eversione di destra, ambienti dei servizi segreti, la massoneria deviata e i grandi trafficanti internazionali di armi e droga. Questa alleanza consentì al “casato” di affrontare e vincere la cosiddetta “prima guerra di mafia”, di liberarsi di alcune vecchie figure carismatiche ed assumere una posizione egemonica. “Giorgio De Stefano” – testimoniò sempre Giacomo Lauro – “diceva che era ora che si cambiassero le istituzioni e che bisognava aiutare la destra eversiva in quanto i comunisti ed i socialisti erano contro la ’ndrangheta”. In un summit a Montalto, ai piedi dell’Aspromonte, nell’ottobre del 1969, venne anche sottoscritta un’alleanza tra diverse cosche. Da qui la venuta, a più riprese, in Calabria di Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli, ma soprattutto la messa a disposizione di centinaia di uomini armati per la notte dell’Immacolata, l’8 dicembre 1970, quando in diverse parti d’Italia scattò il piano golpista di Borghese, poi passato alla storia come la notte di “Tora-Tora”, dal nome in codice dato all’operazione. E se in Piemonte, Lombardia, Veneto e Toscana, massiccia fu la mobilitazione dei neofascisti, la mafia in Sicilia e la ‘ndrangheta in Calabria appoggiarono i piani del “Principe nero”. Il contrordine, come noto, giunse all’improvviso, a colpo di Stato iniziato. Le ragioni rimasero sempre avvolte nel mistero.

I PROCESSI

Nel luglio 1995, per concorso nella strage di Gioia Tauro, furono indagati dalla procura distrettuale di Reggio Calabria, l’armatore Amedeo Matacena, Angelo Calafiore, ex-consigliere provinciale di Reggio Calabria per il Msi- Destra nazionale, l’On. Fortunato Aloi ed il senatore Renato Meduri, entrambi di Alleanza nazionale. I parlamentari di An si difesero sostenendo, fra l’altro, che a Gioia Tauro non era avvenuta alcuna strage, ma solo un incidente ferroviario “dovuto all’obsolescenza degli impianti”, “una sciagura che sconcertò tutti”. Agli inquirenti riservarono parole molto dure.“Un teorema” – dissero –“fatto da magistrati di sinistra”. Furono prosciolti tutti in istruttoria.

L’inchiesta comunque finalmente stabilì la natura dolosa del deragliamento, provocato dallo scoppio di un ordigno esplosivo. Un dato definitivamente acquisito. I presunti autori materiali della strage erano nel frattempo tutti deceduti per cause naturali. Il 19 aprile 1996, per aver fornito l’esplosivo agli attentatori, fu rinviato a giudizio per strage il solo Giacomo Lauro, affiliato alla ‘ndrangheta dal 1960 al 1992, ora pentito. La Corte di assise di Palmi lo assolse, il 27 febbraio 2001, per mancanza di dolo. La Corte di assise di appello di Reggio Calabria, il 17 marzo 2003, confermò il verdetto, nonostante il procuratore generale avesse avanzato una richiesta di condanna a 24 anni di carcere.

Dopo l’accoglimento da parte della Corte di cassazione del ricorso della procura generale, la Corte di assise di appello di Reggio Calabria, nel gennaio 2006, chiuse definitivamente la vicenda giudiziaria. Stabilì che il reato di Giacomo Lauro fu di concorso anomalo in omicidio plurimo, ormai estinto per prescrizione.

 

 

Articolo di La Stampa del 23 Luglio 1970

Il Palermo-Torino deraglia Recuperati finora otto morti

di Gianfranco Franci

Il Palermo-Torino deraglia Recuperati finora otto morti Disastro sul direttissimo, presso Reggio Calabria Il Palermo-Torino deraglia Recuperati finora otto morti Oltre 100 i feriti, molti in gravissime, condizioni - Chiesto un aereo per trasportare un torinese a casa - Mentre il treno viaggiava a 90 chilometri orari, otto vetture sono uscite dai binari e due si sono rovesciate sulla massicciata - Sconosciute per ora le cause della sciagura, nella regione dove da sette giorni si ripetono disordini e barricate (Dal nostro inviato speciale) Gioia Tauro, 22 luglio. Un direttissimo proveniente da Palermo e diretto a Torino ha deragliato oggi pomeriggio aUe 17,08 alla stazione ferroviaria di Gioia Tauro, ad una sessantina di chilometri da Reggio Calabria. I morti accertati finora sono otto, ma si tratta di un bilancio provvisorio destinato purtroppo a salire. In una delle due vetture rovesciate sui binari vi sono ancora delle salme che vigili del fuoco stanno cercando di estrarre servendosi della fiamma ossidrica. I feriti sono oltre cento di cui una decina in condizioni disperate. E' impossibile dire se il disastro sia imputabile ad un atto dì sabotaggio compiuto dai « rivoltosi » dì Reggio o a motivi tecnici: le cause non sono state ancora accertate. C'è da dire, tuttavia, che alcuni momenti prima della sciagura era passato senza incidenti sullo stesso binario un altro convoglio, fermatosi alla stazione di Gioia Tauro per dare la precedenza al direttissimo. L'incidente, come abbiamo detto, è avvenuto alle 17,08. Il « Treno del sole », partito mezz'ora prima da Villa S. Giovanni con un ritardo di oltre 40 minuti per le difficoltà incontrate nelle operazioni di traghetto, era giunto a Gioia Tauro, una cittadina di 16 mila abitanti in provincia di Reggio. Aveva appena imboccato gli scambi ad una velocità di 80-90 chilometri orari allorché il conduttore ha udito un forte colpo sotto i carrelli. Ha azionato la « rapida ». Il proprietario di un bar che si trova di fronte alla stazione ferroviaria ha detto: « Ho sentito come un boato. Mi sono affacciato sulla porta ed ho visto sprigionarsi dalla ferrovia delle fiammate. Sono subito corso a vedere che cosa era successo ». « Sembrava il terremoto », ha raccontato un ferroviere. Il locomotore con altre otto vetture, l'ultima delle quali una carrozza-letto, si sono sganciati dal resto del convoglio composto complessivamente da diciassette vagoni, andando a fermarsi ad un centinaio di metri dalla stazione ferroviaria. La scena che si è presentata ai primi accorsi sul luogo della sciagura era paurosa. Due vetture, una carrozzacuccette di seconda classe nella quale si trovava una comitiva di una cinquantina di pellegrini diretti a Lourdes, era rovesciata dì traverso sui binari; a cinquanta metri di distanza un'altra vettura dì prima classe, dopo aver solcato profondamente la massicciata ferroviaria, era coricata anch'essa e s'era fermata contro i piloni di un cavalcavia. Le altre vetture del convoglio sganciatesi si sono fermate ad un centinaio di metri. Sono uscite dal binario, hanno scavato profondamente la massicciata, ma per fortuna si sono soltanto piegate su un fianco. Le più gravi conseguenze si sono avute perciò nelle due vetture rove sciate. I soccorritori hanno raccontato di persone che cercavano disperatamente di uscire dai finestrini. Altri gemevano per le ferite riportate. Una donna chiusa nella toilette si rifiutava di uscire. Non era ferita, gridava soltanto nel terrore: « Le bombe, le bombe » Un meccanico che ha la sua bottega vicino alla stazione ferroviaria, con la fiamma ossidrica tentava di estrarre coloro che erano rimasti prigionieri nel groviglio delle lamiere all'interno di una delle due carrozze rovesciate. Ha detto che la sua attenzione era stata attratta dai lamenti che provenivano da un certo punto della carrozza. Quando è riuscito a creare uno squarcio sufficiente, era però ormai troppo tardi. Una donna anziana, vestita di nero, era già morta. Immediatamente accorrevano alla stazione di Gioia Tauro mezzi dei vigili del fuoco da tutte le località vicine. Le autoambulanze sono venute da Palmi, da Polistena, da Reggio Calabria e da tutti i centri dei dintorni. I feriti sono stati trasportati nei vari ospedali più vicini. Le salme delle otto persone finora estratte sono state benedette dal parroco di Gioia Tauro don Giuseppe Larufia e dal delegato vescovile di Oppido mons. Rosario Formica. Il capo stazione Teodoro Mazzù non sa ancora spiegarsi le cause del disastro. Egli ha detto che tutti i segnali funzionavano regolarmente e che il treno aveva via libera. A seguito del grave incidente dì Gioia Tauro, il ministro dei Trasporti, sen. Viglianesi, ha immediatamente incaricato il sottosegretario on. Vincelli di recarsi sul luogo a rappresentarlo. E' stato subito predisposto dalla direzione generale F.S. l'invio del vicedirettore generale ingegner Bordoni sul luogo del sinistro, ed è stata nominata una commissione di inchiesta a livello di alti funzionari della Direzione generale, che si sono già recati sul posto. All'ospedale di Taurianova sono stati trasportati una quindicina di feriti, tra i quali alcuni piemontesi. Per il quarantaduenne Rosario d'Agostino, ferito al braccio destro, nato e residente a Torino, via Susa 13, la prefettura di Reggio ha chiesto un aereo al centro dì soccorso aereo di Martina Franca per poterlo far rientrare nella sua città. Tra gli altri ricoverati a Taurianova sono Maria d'Agostino, 42 anni, di Alessandria, ferita alla mano sinistra, e Francesco Ferrarlo, 66 anni, di Chivasso, ferito alla testa. All'ospedale di Palmi sono ricoverati, tra gli altri, Vincenzìna Caccamo, 63 anni, residente a Chieri (Torino), che ha riportato l'amputazione della mano destra; Laura Russino. 5 anni, residente a Chieri (Torino), ferita ad una gamba; Angelo Surto, abitante a Torino in via Mosca.

 

 

 

Articolo da l'Unità del 24 Luglio 1970

Sconvoltente bilancio del disastro in Calabria

Sette i morti accertati ma forse ci sono altre cinque salme tra le lamioere contorte dei vagoni - Tutte siciliane, le vittime - Alcuni degli oltre cento feriti ancora in gravissime condizioni - Prudenza degli inquirenti sulle cause del disastro: si sa quale vettura (e persino quale carrello) ha dato il via al deragliamento ma non il perché.

Gioia Tauro 23.
Salito ancora il numero delle vittime della terrificante e per più versi oscura sciagura ferroviaria che ad una sessantina di chilometri da Reggio ha sconvolto ieri pomeriggio quattro vagoni del treno del sole partito da Palermo e diretto a Torino.
E' l'angoscioso interrogativo di queste ore reso inquietante dalle incognite di una vettura che ha sinora resistito agli assalti della fiamma ossidrica delle squadre di soccorso, dal fatto che si rivelino fondati i timori circa la sorte di una bambina e infine dalle condizioni di alcuni dei feriti più gravi.
Ufficialmente, il bilancio della tragedia è fermo a sette morti. Di sei passeggeri si conoscono le generalità, sono tutti siciliani e, tranne uno, tutte donne: Rita Cacicia, 35 anni da Bagheria (Palermo), Adriana Vassallo, 49 anni da Agrigento, Letizia Palumbo, 48 anni da Casteltermini (Agrigento), Nicolma Mazzocchio, 70 anni anche lei di Casteltermini, Rosa Fazzari, 68 anni da Catania, Andrea Cangemini, 40 anni da Palermo. I funerali delle sei persone si sono svolti questo pomeriggio.
Il corpo straziato di un settimo viaggiatore è ancora prigioniero delle lamiere contorte di un vagone non è stato ancora identificato anche perché i vigili del fuoco non sono riusciti a raggiungerlo. Il vagone si è infatti accartocciato dentro un altro carro e ambedue sono rovesciati su un fianco praticamente inattaccabili. Solo quando le due vetture saranno state sollevate e aperte allora si protrà avere un bilancio preciso del disastro. Tra l'altro la ispezione alle vetture ancora non controllate consentirà di sciogliere i dubbi sulla sorte dei quattro passeggeri di cui secondo una notizia non confermata ma neppure smentita dalle Ferrovie, un ferito avrebbe visto i corpi esamini dentro una carrozza rovesciata, e sulla sorte di una bambina che secondo le testimonianze di tre viaggiatori rimasti illesi si sarebbe trovata al momento del deragliamento nell'ultimo scompartimento della carrozza numero 9, una di quelle appunto coinvolte nella sciagura.
Nessuno - è vero - ha sino a questo momento avvertito polizia e carabinieri della scomparsa della bimba ma non si può escludere che tra le persone ferite e ricoverate negli ospedali si trovino appunto i suoi genitori.
E' il bilancio dei passeggeri feriti è assai grave non soltanto per il loro numero (oltre cento) ma anche per le condizioni di molti di essi. I più gravi - trentatre - sono ricoverati negli ospedali di Palmi e di Taurianova. Uno di essi è in condizioni assai preoccupanti per le gravi fratture riportate, altri tre per le forti emorraggie ed il trauma delle amputazioni. Ad una donna di Modica [...] è stato necessario tagliare una mano ridotta in spaventose condizioni, a suo marito [...] i medici hanno dovuto amputare l'avambraccio destro. Una ragazza - [...] , 14 anni da Palermo - ha perduto l'intero braccio destro.
Il bilancio del disastro sarebbe stato assai più grave - ammettono i tecnici delle Ferrovie - se il treno del sole avesse ieri trasportato il suo normale carico di passeggeri "molte persone invece - ha dichiarato all'Ansa un funzionario delle FF SS - avevano preferito rimandare la partenza a causa dello stato di tensione esistente a Reggio" Generalmente sul Palermo Torino viaggiano milleduecento passeggeri, ieri ce ne erano si e no la metà.
Oltre che le operazioni di sgombero (solo dopo mezzogiorno è stato possibile riattivare il traffico su un solo binario naturalmente) l'eccezionale caldo che costringe le squadre di soccorso a darsi il cambio ogni ora, crea delle difficoltà anche alle commissioni d'inchiesta sulle cause del disastro, l'una della magistratura, l'altra del ministero dei  Trasporti.
Il sostituto procuratori di Palmi ha interrogato per molte ore la notte scorsa i due macchinisti e il capotreno del convoglio. Sull'esito dei colloqui non è trapelato alcuna notizia. Qualcosa si è appreso invece sulle linee di tendenza delle indagini del Ministero. L'ipotesi che si fa strada è che l'incidente possa essere stato provocato all'altezza degli scambi di Gioia Tauro dall'improvvisa uscita dai binari del carrello di destra della quinta vettura. Siamo però sempre agli effetti non alle cause.
Che cosa ha fatto deviare il carrello ammesso che proprio di questo si tratti? Si parla di un difetto meccanico ma si resta ancora nel vago. Quel che è certo è che la velocità del treno era inferiore a quella consentita dalla linea. Risulta dalle apparecchiatuire di registrazione. Daltra parte la tratta su cui è avvenuto il deragliamento era stata sottoposta anche recentemente a controlli che non avevano fatto registrare - conferma il Ministero dei Trasporti - alcuna irregolarità.
Non può quindi essere ancora fugato il terribile sospetto che il disastro possa essere in qualche modo una conseguenza dei disordini di Reggio, che possa essere stata provocata insomma da criminali sabotatori. E' sintomatica la prudenza con cui tutti gli inquirenti respingono un'ipotesi del genere. Daltra parte il ritrovamento della potente carica di tritolo su un'altra tratta ferroviaria calabrese, la Villa S. Giovanni Cannatello (ne riferiamo qui accanto) suggerisce molta cautela nell'accreditare troppo frettolosamente l'ipotesi (relativamente tranquillante) di un "difetto tecnico". m.f.

 

 

Attentato affidato dalla destra eversiva alla manovalanza della ’ndrangheta.

Articolo da L'Unità del 3 Novembre 1972

UN ATTENTATO FASCISTA PROVOCÒ  IL DERAGLIAMENTO A GIOIA TAURO

Nella sciagura del 22 luglio 1970 morirono 6 passeggeri del « treno del sole» e 139 rimasero feriti - L'atto doloso, che appare l'ipotesi più fondata e probabile, è da mettere in relazione con la «strategia della tensione » alimentata a Reggio Calabria

Le conclusioni della commissione inquirente delle Ferrovie dello Stato hanno confermato che la sciagura avvenuta il 22 luglio 1970 nei pressi della stazione di Gioia Tauro, quando il «treno del sole», carico di emigranti, deragliò, provocando la morte di 6 e il ferimento di 139 passeggeri, fu causata, probabilmente, da un attentato.
Le parti più significative del documento redatto dalla commissione — attualmente in possesso del magistrato di Palmi, dottor Scopelliti — sono state pubblicate ieri dal quotidiano Paese Sera. Esse dicono testualmente (pag. 84):
1) che non esiste alcun elemento concreto, né alcun indizio che induca a far sospettare che la causa dello svio delle 13 vetture del treno possa essere stata una deficienza imputabile alle attrezzature della stazione e scambi), al materiale rotabile o all'armamento;
2) che non sussistono responsabilità a carico del personale ferroviario di stazione, di macchina, di scorta e della linea;
3) che fra le ipotesi esaminate la più congrua è quella che fa risalire la causa dell'incidente a un fatto anomalo o doloso, connesso con i disordini che, all'epoca, turbarono la città e la provincia di Reggio Calabria.
A queste conclusioni — di cui è superfluo sottolineare l'estrema gravità — sono giunti, dopo avere raccolto elementi. esperite indagini, compiuto analisi di laboratorio, i funzionari inquirenti delle FS Attilio Gasbarri (servizio trazione). Alberto Allegra (servizio lavori), Domenico Muzioli (impianti elettrici), Filippo Cesari (servizio movimento), che le hanno firmate in data 31 luglio 1971, cioè quasi un anno e mezzo fa.
Anche la perizia giudiziaria (che da un anno è stata consegnata alla magistratura) — a quanto si sa — è pervenuta agli stessi risultati.
Come mai, dunque, si è proceduto, e si continua a procedere, con tanta lentezza? Perchè l'inchiesta giudiziaria non si conclude? Perchè il P.M. Scopelliti, finora, ha chiesto soltanto l'incriminazione di quattro ferrovieri (che l'azienda ha invece mantenuto in servizio) per motivi che sembrano estranei alla sciagura del 22 luglio 1970?
Sono, questi, interrogativi inquietanti. Nel luglio del 1970, a Reggio Calabria e nellaprovincia imperversavano «rivoltosi» fascisti e del «boia chi olla», disposti a tutto pur di fomentare e tenere acceso un clima di caos e di terrore e di alimentare la cosiddetta «strategia della tensione», nel contesto della quale — come ha recentemente confermato la notte fra il 21 e il 22 ottobre, punteggiata dagli attentati contro i treni dei lavoratori diretti a Reggio Calabria per la manifestazione conclusiva della Conferenza nazionale sul Mezzogiorno promossa dai sindacati — i sabotaggi criminali e indiscriminati sono «insostituibili». Ebbene: per coprire gli attentatori ed i loro mandanti qualcuno vorrebbe insabbiare l'inchiesta, nascondere la verità? Si tratta di un'ipotesi ' molto grave (che potrebbe essere fugata, appunto, rendendo note le conclusioni dell'inchiesta giudiziaria), ma che, pure, non viene esclusa. La precipitazione  con cui, dopo la sciagura del «treno del sole», autorevoli personaggi vollero categoricamente negare che si trattasse di un attentato, infatti, non è mai stata facilmente spiegabile. Giova ricordare, in proposito, che, per esempio, il generale dei carabinieri Sottiletti parlò di « carrello impazzito». Ll questore di Reggio Calabria, Santillo, affermò: «si hanno buoni motivi per potere escludere che a Gioia Tauro vi sia stato un attentato e per ritenere invece che il deragliamento è avvenuto per cause tecniche». Ed analoghe dichiarazioni resero il prefetto De Rossi e l'allora vicecapo della polizia, Elvio Catenacci, indiziato di reato nei giorni scorsi dalla magistratura milanese per avere occultato un documento importante, impedendo così che le indagini sulla strage di piazza Fontana del dicembre 1969 si indirizzassero lungo la «pista nera » e portassero al gruppo eversivo fascista di Freda e Ventura.
A Reggio Calabria, intanto, continua l'inchiesta volta ad individuare gli organizzatori e gli autori materiali degli attentati ai treni avvenuti nella notte fra il 21 e il 22 ottobre: sono state effettuate altre perquisizioni, è stata controllata la posizione di diverse persone. E' stata confermata da ambienti ufficiali la notizia che la «notte delle bombe» fu preceduta da riunioni di dirigenti dell'organizzazione «boia chi molla» a Gallico e a Sbarre, da contatti fra costoro e organizzazioni nazionali dell'estrema destra e da incontri fra gli esecutori materiali del piano criminoso.
Gli attentati in città e sulla linea ferroviaria sarebbero stati effettuati da due «commandos», che conoscevano bene gli orari dei treni speciali ed erano in contatto l'uno con l'altro a mezzo radio.

 

 

Articolo da L'Unità del 4 Novembre 1972

LA PROCURA HA CONFERMATO CHE IL TRENO DERAGLIO' A GIOIA TAURO PER UN ATTENTATO

di Franco Martelli

Il giudice incaricato di espletare l'istruttoria formale trasmetterà oggi o domani al PM gli atti del processo - Nessuna spiegazione per il grave ritardo subito dalle indagini - Quattro ferrovieri vennero indiziati di reato nonostante che le perizie avessero escluso responsabilità del personale - Nei giorni precedenti cariche esplosive dei « boia chi molla » erano state rinvenute sui binari nelle immediate vicinanze

PALMI,  3. -
« Attentato »: questa è l'ipotesi, l'unica possibile, che anche la Procura della Repubblica  di Palmi fornisce per spiegare il deragliamento del «treno del sole» avvenuto, a 300 metri dalla stazione ferroviaria di Gioia Tauro, il 22 luglio del 1970 e che causò la morte di 6 persone e il ferimento di altre 139.
Cosi, le due inchieste ordinate subito dopo il deragliamento, quella condotta dalle Ferrovie (delle cui conclusioni abbiamo dato notizia ieri) e quella della Procura della Repubblica, concordano nell'escludere qualsiasi responsabilità del personale e qualsiasi altra «anomalia» riguardante il materiale viaggiante o fisso.
L'ipotesi «più congrua»  (come afferma l'inchiesta delle Ferrovie), «più valida» (come scrivono ì periti d'ufficio della Procura) resta, dunque, l'attentato: unica «anomalia» possìbile e tale da causare il deragliamento.
A questa «ipotesi» le due inchieste giungono tenendo conto - di una serie di circostanze verificatesi prima e dopo il deragliamento: i disordini di quei giorni a Reggio; le molte cariche inesplose ritrovate sui binari, anche nei pressi di Gioia Tauro; la minaccia continua, da parte dei «boia chi molla», di interrompere il traffico con e per la Sicilia, al fine di richiamare — come dicevano — l'attenzione del paese sulla «rivolta» reggina; l'attentato sui binari a Taureana, a pochi chilometri da Gioia, successivamente al deragliamento del «treno del sole» e che fece saltare 70 centimetri di binario.
La clamorosa conclusione dell'inchiesta della Procura ci è stata comunicata, stamane, dal giudice incaricato di espletare l'istruttoria formale, dottor Gambadoro, che abbiamo incontrato nel suo ufficio, qui a Palmi. Sia l'inchiesta della Procura, che quella delle Ferrovie risultano portate a conclusione il 31 luglio del 1971 cioè più di un anno fa. Da quella data sono rimaste arenate tra l'ufficio del PM e quello del giudice istruttore e, fino a tre giorni fa, non erano ancora state depositate in cancelleria per la conoscenza delle parti, costituendo, cosi, segreto istruttorio.
«Trasmetterò oggi stesso o domani tutto il processo al PM per le sue conclusioni», ci dice il giudice Gambadoro, il quale, però, si rifiuta di dare una qualsiasi spiegazione del grave ritardo registratosi nell'istruttoria. «L e conclusioni delle due inchieste sono queste — aggiunge, entrando nella sostanza del problema — e io non posso che limitarmi ad accettarle. Vedremo se il 1 PM riterrà necessario un supplemento di inchiesta ».
Il PM, procuratore-capo dottor Sposato, dice di non conoscere il processo, perché nuovo dell'ufficio. Fu, infatti, il sostituto procuratore Scopelliti, reggino, da qualche tempo trasferito a Catanzaro, a indiziare,  l'11 settembre 1971, anche sulla base di un'altra inchiesta condotta per conto suo dalla Polfer, quattro ferrovieri di «concorso in disastro ferroviario», avendo costoro trasmesso al compartimento di Reggio, anziché per posta, per telegramma, una notizia riguardante la fine del rallentamento nel pressi della stazione di Gioia Tauro. I quattro ferrovieri, ognuno per il posto di responsabilità ricoperto, in sostanza,
trasmisero più celermente del dovuto (lo fecero anche tenendo conto che la posta non sarebbe mai arrivata a Reggio in quel periodo), la notizia riguardante la ultimazione di lavori di manutenzione della ferrovia, cioè la fine di un pericolo.
Sembrava, n definitiva, questa decisione del PM, un appiglio qualsiasi per far cessare le continue e inquietanti supposizioni che venivano avanzate, già nell'immediatezza del deragliamento, sulle responsabilità dei fascisti reggini della zona per questo disastro che aveva colpito duramente famiglie di emigrati che, con quel treno, dovevano raggiungere il nord. E l'inchiesta, come è possibile constatare ormai sempre più chiaramente, è stata condotta avendo presente «la preoccupazione» che il deragliamento apparisse come una grave macchia sulla «rivolta » eversiva di Reggio. Ad escludere affrettatamente e categoricamente che si potesse trattare di attentato furono anche il questore, il prefetto ed altre autorità locali e centrali, fra cui — come è noto — l'allora vicecapo della polizia Elvio Catenacci.
La constatazione sulla lentezza dell'inchiesta diventava ancora più grave se si pensa che oggi, a distanza di più di due anni, è estremamente difficile, se non impossibile, colmare tutte le lacune che l'inchiesta stessa presenta. Ad esempio, non sono state operate delle perizie chimico-balistiche né sui binari, né all'interno delle vetture deragliate. Ci si è limitati alla constatazione che non era stata ritrovata alcuna traccia di miccia, né di esplosivo che potesse far pensare ad un attentato dinamitardo. Ma anche se l'attentato non fosse stato dinamitardo (molti testimoni dicono, però, di aver udito un boato, ed anche stamane, parlando con alcuni che quel pomeriggio — il deragliamento avvenne dopo poco le 17 — si trovavano nei pressi , questa circostanza ci è stata riconfermata), resta l'ipotesi che possano essere stati allentati i bulloni, Queste considerazioni diventano ancora più inquietanti se si pensa che, appena due settimane fa, sulla stessa linea ferrata, ancora a pochi chilometri da Gioia Tauro, è stata nuovamente tentata una strage con cariche di esplosivi posti sul binari. L'obiettivo erano i treni che portavano migliala di lavoratori a Reggio. Anche questa inchiesta si è avviata lentamente: «Faremo il nostro dovere fino in fondo», ci ha detto, al riguardo, il procuratore-capo di Palmi, dottor Sposato.

 

 

Come i periti hanno potuto stabilire che a Gioia Tauro ci fu un attentato

Ci furono 6 morti e un centinaio di feriti il 22 luglio 1970 - Come i periti hanno potuto stabilire che a Gioia Tauro ci fu un attentato - L'ipotesi più attendibile è quella che "fa risalire la causa dell'incidente ferroviario ad un fatto anomalo o doloso, connesso con i disordini che turbarono Reggio Calabria in quei giorni" (era il periodo della "rivolta") - Notevoli analogie con altri attentati compiuti in Sicilia e Calabria nei mesi successivi

Roma, 9 novembre. Dopo oltre due anni si sta faticosamente scoprendo la verità sulla sciagura ferroviaria avvenuta a Gioia Tauro il 22 luglio 1970, durante i disordini di Reggio Calabria fomentati dai fascisti. Nel disastro morirono sei persone, un centinaio rimasero ferite. Soltanto pochi giorni fa si sono conosciute le conclusioni della commissione di inchiesta, la cui relazione fu consegnata al pubblico ministero di Palmi, Scopelliti, il 31 luglio dell'anno scorso. Nelle conclusioni i periti affermano che « fra le ipotesi esaminate la più congrua è quella che fa risalire la causa dell'incidente ad un fatto anomalo o doloso, connesso con i disordini che turbarono la città di Reggio in quei giorni ». La perizia è contenuta in 84 pagine dattiloscritte e si divide in sei parti: il fatto, le constatazioni, gli esami, le risultanze, la meccanica dello « svio » (del deragliamento cioè del direttissimo Palermo - Torino), le considerazioni su tutto il materiale raccolto e le conclusioni. Stralci della relazione sono stati oggi pubblicati dal quotidiano romano Paese Sera e da essi si ricava che la sciagura di Gioia Tauro faceva probabilmente parte di un piano criminoso che, nelle intenzioni degli ideatori, avrebbe dovuto provocare almeno altri tre disastri. Notevoli analogie furono infatti notate successivamente negli attentati compiuti in quel periodo in Calabria ed in Sicilia: il 22 settembre 1970, tra Gioia Tauro e Palmi, dove di notte una esplosione distrusse un breve tratto di binario; il 27 settembre, sulla linea Messina - Catania, dove una carica deformò il binario j ne su cui passarono prodigiosamente indenni ben nove treni; il 10 ottobre nei pressi di Rosarno dove saltò in aria mezzo metro di strada ferrata. I periti annotano che «in tutti e tre i casi non vennero rinvenuti residui di micce o di altri segni di esplosione e nel secondo caso lo scoppio, per guanto avvertito, fu attribuito a un pneumatico di qualche veicolo in transito». Ogni punto prescelto, al pari di quello della sciagura di Gioia Tauro, era inoltre ben nascosto e facilmente accessibile dalla strada. Dice l'inchiesta: «Alla luce delle constatazioni fatte per gli altri atti dolosi, dove le tracce non vennero cancellate o alterate dallo svio dei veicoli, la rotaia a monte (prima del deragliamento) subito dopo la travata metallica, nell'ipotesi dell'esplosione di una carica, si sarebbe trovata in queste condizioni: alcune traversine con i relativi attacchi distrutte, un tratto di suolo asportato, una buca nella massicciata, della profondità di cinquanta centimetri e lunga oltre due metri. Dopo aver esaminato i motivi tecnici che portano ad escludere lo slineamento del binario per effetto termico o per un cedimento laterale della massicciata che avrebbe causato il progressivo allargamento del binario, la relazioafferma che «le prime tracce del disastro appaiono sul ponticello al chilometro 349-847, sovrastante la linea della ferrovia Calabro-Lucana. Queste tracce sono costituite da: segni ai bordini sulle lamiere del ponte; piegatura, deformazione e, in un caso, distacco delle lamiere poste al centro; allargamento delle due rotaie del binario entro cui sicuramente hanno marciato parecchi carrelli dei veicoli ». Il deragliamento avvenne dopo il passaggio della quinta carrozza. Evidentemente la manomissione di quelle strutture permise il passaggio di parte del convoglio. A questo proposito c'è nella relazione una frase rivelatrice, che dà la misura delle intenzioni degli attentatori (e che a provocare i danni ai binari non sia stata una delle vetture precedenti alla sesta, alla settima e all'ottava risultate parzialmente o totalmente deragliate). Le vetture precedenti «hanno avuto una marcia tranquilla, dato che sono riuscite a superare la zona dello scambio numero 18-B senza gravi conseguenze, mentre se una di esse fosse stata fuori del binario già a valle del ponticello e in posizione di travolgere i picchetti, certamente avrebbe subito conseguenze disastrose nella zona dello scambio».

 

 

Articolo da L'Unità del 14 luglio 1973

Gioia Tauro: usarono tritolo
Il deragliamento (sei morti) altro anello della pista nera

II tentativo di nascondere la verita - L'interruzione delle comunicazioni tra la Sicilia e il resto del paese primo obiettivo dei «boia chi molla» di Reggio Calabri - Trovare i colpevoli del gesto criminoso

GIOIA TAURO 13
Nuovi, gravissimi elementi emergono nell'inchiesta sul deragliamenlo della « Freccia del Sud » avvenuto a Gloia Tauro il 22 luglio del '70 che causò la morte  di sei persone e il ferimento grave di altre 56 (quel tragico pomeriggio — erano le 17,10 — il treno che congiunge Palermo a Torino viaggiava con il consueto carico di emigrant! che dalla Sicilia e dalla Calabria raggiungono il Piemonte). I periti guidiziari, infatti, hanno accertato in via definitiva non soltanto che il  deragliamento è stato causato da un sabotaggio (e non per responsabilita del personale, come si era lasciato credere in un primo tempo) ma hanno stabilito
anche che il sabotaggio ha un nome piu preciso, piu grave, più allarmante: attentato. Una carica di tritolo e stata posta sotto il binario ed e scoppiata poco prima che il treno sopraggiungesse. «La sua esplosione — dicono i periti — asportò una fetta della scuola interna della rotaia e subì una deformazione verso il basso: tre traverse vennero ridotte in frantumi; i relativi organi di attacco (piastre, caviglie, rondelle, piastrine) avulsi dalla loro sede, deformati, spezzati, si formò una buca nella massicciata.
Il tutto — proseguono i periti — costituiva un grave difetto del binario tale da pregiudicare la regolare viabilita... non appena il locomotore del treno PT (la Freccia del Sud) giunse in corrispondenza del punto difettoso ebbe un sobbalzo, il macchinista ha detto al riguardo che ebbe la sensazione che il binario fosse mancato sotto il locomotore. Quindl il deragliamento e il capovolgimento di 13 vetture dalla sesta in poi.
Al quesito posto dal Pubblico Ministero ai periti sul perché, stando cosi le cose, non vennero riscontrate tracce di annerimento o di bruciatura, che l'esplosione avrebbe dovuto causare, la risposta degli espertt è che esami di questo tipo vennero fatti, non lo stesso giorno dell'incidente, come sarebbe stato giusto. ma «dopo qualche tempo».
I periti, tuttavia, stabiliscono anche un parallelo tra la esplosione di Gioia Tauro e altre tre esplosioni verificatesi nei giorni precedenti a Taureana ed Eranova (due localita nei pressi di Gioia Tauro, sempre sulla tratta ferroviaria S. Eufemia-Reggio Calabria) ed a Cannizzaro, in provincia di Messina.
Altri dubbi, altri interrogativi, espressi dallo stesso Pubblico Ministero dr. Sposato, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palmi, vengono quindi fugati dai periti i quali, rispondendo in 23 cartelle dattiloscritte a ben 22 quesiti posti dal magistrato in seguito ad un esame delle prime perizie, ribadiscono quanto da loro gia affermato appunto nella perizia depositata presso l'ufficio del Giudice istruttore dello stesso tribunale un anno fa e indicano fin nei minimi particolari come si e verificato l'attentato, fugando, da una parte ogni perplessita su resposabilità di altro tipo e, dall'altra, come si e visto a proposito degli esami balistici sul binario danneggiato, aprendo significativi squarci sul modo come le indagini sono state condotte nell'immediatezza dell'attentato, ma anche nei loro prosieguo.
primo elemento che balza drammaticamente evidente a questo punto e che, sin dal primo momento, si è voluta, ad ogni costo, nascondere la verità. Si e, infatti, messa da parte l'ipotesi piu verosimile: l'attentato. E ciòo malgrado a Reggio il tritolo esplodesse ogni notte, malgrado i binari l'attentato. E ciò malgrado a fossero talmente presi di mira dalla teppaglia fascista che cariche, come si e visto, venivano continuamente fatte esplodere o rinvenute ineslpose lungo la linea nei pressi di Reggio Calabria (nel tribunale di Palmi ci sono 14 procedimenti «contro ignoti» per danneggiamenti alla ferrovia riferentisi a quel periodo) e malgrado infine, quello della interruzione delle comunicazioni tra la Sicilia ed il Continente costituisse un obiettivo dichiarato dei «boia chi molla» perché, in questo modo, essi avrebbero voluto attirare «l'attenzione su di loro».
Le indagini, in sostanza, sono iniziate a rilento e sono andate nella direzione sbagliata arrivando all'incriminazione di 4 ferrovieri per una semplice disattenzione burocratica. Nel frattempo !e ferrovie, che erano giunte sostanzialmente alla conclusione cui ora sono defimtivamente pervenuti i periti giudiziari, tenevano nascosti i risultatl della loro inchiesta.
Da un anno, inoltre, le perizie indicano la pista dell'attentato, ma in questa direzione nulla è stato finora fatto.
Per riannodarsi ai giomi successive all'attentato c'è da ricordare che proprio il questore del tempo Santillo, il prefetto di Reggio, accorsi subito sul luogo dell'incidente, dichiararono per prima cosa che non poteva trattarsi di attentati».
In seguito, per diversi mesi sulle indagini ha pesato la paura e il ricatto della «rivolta» reggina e del tritolo che ha continuato ad esplodere sino agli attentati ai treni dell'ottobre scorso.
C'è da chiedersi ora, dopo la definitiva e inequivocabile indicazione fornita dai periti, come proseguiranno le indagini e se si riuscirà a trovare i colpevoli di un cosi orrendo crimine, uno dei più orrendi della torbida trama nera che ha operato in questi anni nel paese e che ha avuto proprio in Calabria uno dei punti di riferimento nelle centrali eversive.

 

 

 

Fonte stopndrangheta.it

Una direttiva firmata dal presidente del Consiglio Renzi renderà possibile visionare le carte classificate come "riservatissime" sui fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E, forse, capire meglio come andarono le cose. Per l'attentato alla Freccia del Sud, che il 22 luglio 1970 nei pressi della stazione di Gioia Tauro causò sei morti, è stato condannato il pentito di 'ndrangheta Giacomo Ubaldo Lauro, autoaccusatosi di aver fornito l'esplosivo in un contesto, quello dei moti di Reggio Calabria, che ha visto la 'ndrangheta al servizio della strategia della tensione e della destra eversiva.

Tolto il segreto sulla strage di Gioia Tauro

di Michele Albanese - Il Quotidiano della Calabria (23/04/2014)

GIOIA TAURO (RC) - C'è anche il deragliamento della Freccia del Sud avvenuto nei pressi della Stazione di Gioia Tauro tra i fatti oscuri accaduti in Italia negli ultimi 40 anni che il governo ha deciso di declassare. La direttiva firmata ieri dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, insieme al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica Marco Minniti e al Direttore del Dis, Giampiero Massolo, dispone la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. Adesso sarà possibile visionare le carte classificate come "riservatissime" e capire meglio come andarono le cose. I documenti verranno versati secondo un criterio cronologico (dal più antico ai tempi più recenti), superando l'ostacolo posto dal limite minimo dei 40 anni previsti dalla legge (fatto che vale per tutte le amministrazioni) prima di poter destinare una unità archivistica all'Archivio Centrale. Il deragliamento avvenne alle 17.10 del 22 luglio 1970.
Il treno proveniente da Villa S. Giovanni dopo aver traghettato alle 14:35, stava entrando in stazione a circa 100 km/h quando il macchinista Giovanni Billardi e l'aiuto macchinista Antonio Romeo avvertirono un forte sobbalzo della locomotiva . A quel punto azionarono il freno rapido di emergenza. Il convoglio prese a rallentare comprimendosi mentre i respingenti delle carrozze assorbivano la decelerazione. La frenata avvenne regolarmente per le prime cinque carrozze, finché le sollecitazioni meccaniche spinsero uno dei carrelli della sesta carrozza fuori dalla sede dei binari. Le carrozze successive sviarono anch'esse nel corso dei 500 metri di frenata; durante la brusca decelerazione alcuni ganci di trazione si spezzarono e il convoglio si divise in tre tronconi. Poi l''arrivo dei soccorsi composti dai vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, dagli uomini della Celere e dei Carabinieri la locomotiva e le prime cinque carrozze erano ferme sul binario a soli 30 metri dalla stazione Il treno trasportava circa 200 persone, tra cui un gruppo di 50 pellegrini diretti a Lourdes. Il bilancio finale della tragedia fu di 6 morti e più di settanta feriti, di cui molti in gravissime condizioni. Tutti i deceduti si trovavano tra la nona e l'undicesima carrozza.
Il misterioso sobbalzo era avvenuto nel breve tratto tra il cavalcavia delle Ferrovie Calabro Lucane e il gruppo di scambi all'ingresso in stazione di Gioia Tauro, a 750 metri dall'ingresso delle piattaforme di stazione. Il capotreno di allora Francesco Nazza confermò che fino a quel momento la marcia procedeva regolarmente, fatto supportato anche dalla testimonianza di due dei tre uomini in servizio a bordo che avevano percorso tutto il convoglio. Subito dopo l'evento, il capostazione Teodoro Mazzù precisò di aver udito "un botto tremendo" e visto "una colonna di fumo che si è subito innalzata alta dal convoglio deragliato. Una scena apocalittica. Il caos più completo. I passeggeri si buttavano giù dalle vetture, cercavano spasmodicamente di afferrare i loro cari, avevano il viso annerito dal fumo e le carni straziate dalle lamiere. Nonostante dalla ferrovia risultassero mancanti 1,8 metri di binario e nei mesi precedenti si fossero verificati attentati con dinamiche simili, inizialmente si parlò di un guasto meccanico o un errore umano. Il questore Santillo identificò le cause del deragliamento con "lo sbullonamento del carrello n°2 del corpo della nona vettura". Vi furono anche ipotesi riguardanti la pista dell'attentato, che però vennero ignorate in parte per fini politici: Santillo in un'intervista "a caldo" per il Corriere della Sera arrivò a chiedere "Per carità, non diffamiamo la Calabria!".
Ciò nonostante, l'ipotesi dell'attentato venne avanzata e sostenuta dalla maggior parte della stampa nazionale: il giornalista Mario Righetti del Corriere della Sera, specialista in tecnica ferroviaria, sostenne questa tesi dopo soli tre giorni, presto supportato anche da altre testate. Su L'Avanti addirittura si arrivò a citare il presunto rinvenimento di altro esplosivo, il 7 agosto. Le indagini preliminari svolte dai marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti quali membri del commissariato di Pubblica Sicurezza della direzione compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Reggio Calabria stabilirono in un rapporto del 28 agosto che il fatto era dovuto a questioni tecniche, e considerarono anche la possibilità di responsabilità colpose per il personale in servizio allo scalo cittadino. Ma il 16 giugno del 1993 due pentiti della 'ndrangheta tra cui Giacomo Ubaldo Lauro davanti al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia di allora Vincenzo Macrì nell'ambito della maxi inchiesta Olimpia 1, dichiarò che nel 1970 in Calabria si erano formate alleanze strategiche tra criminalità organizzata, eversione nera e altri esponenti di diversi movimenti estremisti. Lauro dichiarò di avere avuto rapporti con Vito Silverini, un fascista esaltato vicino ai vertici del Comitato d'Azione che in quel periodo stava infiammando i moti di Reggio, nonostante fosse analfabeta. Lauro aveva assunto Silverini (noto come "Ciccio il biondo") come operaio tra il 1969 e il 1970 e lo aveva reincontrato in carcere dopo essere stato arrestato per un furto alla Cassa di Risparmio di Reggio. Silverini non era nuovo all'esperienza carceraria, avendo già scontato alcuni mesi per violenze legate all'insurrezione cittadina. Nel carcere reggino Silverini e Lauro avevano condiviso la cella numero 10.
Silverini aveva confessato a Lauro di possedere una somma presso la Banca Nazionale del Lavoro pagatagli dal Comitato proprio per la bomba messa sulla tratta Bagnara - Gioia Tauro, che aveva causato il deragliamento del treno. Silverini aveva portato una carica di dinamite da miniera sul luogo insieme a Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, nascondendola sull'Ape Piaggio di quest'ultimo, e l'aveva posizionata con un innesco a miccia a lenta combustione. Silverini si vantò con Lauro di essere sul posto sia al momento dell'esplosione ("mi disse che l'attentato era avvenuto in ore diurne e cioè nel pomeriggio, tra le 16 o le 18, e questo aveva consentito a lui e a Caracciolo di osservare senza difficoltà dall'alto la scena") che all'arrivo del questore Santillo, e di aver assistito alle prime fasi dell'inchiesta sul campo: inoltre affermò di aver provocato con quella bomba la distruzione di 70 metri di ferrovia, fatto questo non corrispondente al vero. Lauro in seguito ripeté la sua deposizione a Milano, al giudice istruttore Guido Salvini che stava indagando sull'attività eversiva di Avanguardia Nazionale. Giacomo Ubaldo Lauro in un interrogatorio dell'11 novembre 1994 confessò di aver avuto parte nella vicenda, e di essere stato lui stesso a consegnare l'esplosivo a Silverini, Moro e Caracciolo. In cambio aveva ricevuto alcuni milioni di lire, provenienti dal Comitato d'azione per Reggio capoluogo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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