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27 Luglio 1993 Milano. Strage di Via Palestro. Restano uccisi Driss Moussafir, Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno. Un cittadino marocchino, tre Vigili del Fuoco e un Vigile urbano: cinque vittime innocenti. PDF Stampa

Foto da  milano.corriere.it

Articolo di La Repubblica del 28 Luglio 1993

BOMBA CONTRO MILANO: E' STRAGE

di Piero Colaprico

MILANO - Dove c' era l'autobomba ci sono solamente alberi spezzati e dal tronco spelato, le fiamme che i pompieri non riescono a spegnere, gli scheletri delle finestre. Dove c' era l' autobomba lavoravano quattro uomini, che proteggevano come sapevano fare la notte della città, e un povero cristo, un immigrato marocchino che dormiva all' addiaccio. E' bastato un attimo perchè i cinque uomini, i tre vigili del fuoco, il vigile urbano, l' immigrato, venissero spazzati via, proprio come le foglie degli alberi che ora ricoprono l' asfalto di via Palestro. Alle 23.15 la notte di Milano si è incendiata e poi si è spenta, le uniche luci di questa strada del centro della città sono i fari dei soccorritori e il grande falò che nasce dalla buca causata dall' esplosivo, dove si è spezzata una tubatura del gas.

Dopo la bomba di Firenze, piazzata sotto la torre dei Georgofili, si diceva: "Toccherà a Milano, ci aspettiamo un attentato a Milano". L' attentato c' è stato, inevitabile, annunciato, doloroso. Il motore su un balcone La deflagrazione ha sparso detriti nel raggio di 80 metri, ha ammazzato cinque volte, ha devastato un' ala della galleria d' arte moderna. Un pezzo del motore della Uno bianca è finito al balcone del terzo piano del numero 6, in linea d' aria a cento metri dall' esplosione. Ogni più piccolo pezzo viene segnato, l' asfalto già prima di mezzanotte è macchiato dai cerchi del gesso degli investigatori della scientifica. Il corpo di un vigile del fuoco è per terra, un braccio insanguinato, a quindici metri dalle fiamme. Non l' hanno ancora portato via, tutte le autoambulanze sono servite ai sette feriti più gravi, tra i quali i quattro pompieri dell' equipaggio dei tre caduti, e una decina dei feriti più leggeri. Un suo compagno lo copre e lo ricopre con un pezzo di plastica verde, ma gli spunta sempre fuori qualcosa, il gomito, un pezzo di stivale. Chi sarà? Carlo Lacatena, Stefano Picerno, Sergio Pasotto? Hanno già portato via il vigile urbano, Alessandro Ferrari, il primo che aveva bloccato la strada, temendo lo scoppio della bomba. Lui, che voleva salvare gli altri, non è scampato, le ferite erano gravissime, è stato portato via dall' urto d' aria per venticinque metri, ne hanno trovato il corpo nel parco. E là, non lontano da lui, è passato dal sonno alla morte Driss Moussafir, 44 anni, immigrato marocchino, che aveva scavalcato la bassa cancellata dei Giardini pubblici vicini al museo di scienza naturale, si era sdraiato sulla panchina, e là è stato raggiunto da un pezzo di lamiera, ed è morto così, per caso. Le ricostruzioni sono contraddittorie, si aggiornano e si riaggiornano minuto dopo minuto. No, nessuna trappola, nessuna telefonata per uccidere il maggior numero possibile di persone. La ricostruzione più attendibile parla di un passante che vede del fumo uscire dalla Uno bianca, e richiama l' attenzione di un' autopattuglia dei vigili di passaggio, "Monza 3". Il capopattuglia Ferrari, con la radio di bordo, avvisa immediatamente i pompieri e dal deposito di via Benedetto Marcello accorre un' autopompa, in meno di dieci minuti sono tutti intorno all' auto, da cui si leva un filo di fumo. I vigili del fuoco si avvicinano alla Uno bianca. C' è una fiammella, almeno così dice Virginio Tornaghi, 50 anni, operaio Enel, che da corso Venezia andava in bicicletta in piazza Cavour. Il vigile Ferrari lo ferma: "Forse c' è una bomba, si fermi". "Vedo più avanti la Fiat, vedo - dice Tornaghi - una fiammella sul davanti, poi i vigili del fuoco intorno, che lavoravano. Me ne sono stato lontano, all' improvviso c' è stata un' esplosione fortissima, che mi ha buttato per terra". L' ispettore dei vigili del fuoco, Leonardo Corbo, spiega: "Siamo stati avvisati da una telefonata dei vigili urbani, i vigili del fuoco hanno visto le fiamme dall' auto, il caposquadra Stefano Picerno si è avvicinato, ha aperto il baule posteriore, ha notato un pacco sospetto. Ha invitato i suoi compagni ad allontanarsi e mentre stava avvisando la questura, perché mandassero gli artificieri c' è stata l' esplosione".

In va e vieni intorno all' auto dura un paio di minuti. Qualcuno grida: "Via via!", "Una bomba!". Dalla radio nel frattempo arriva il messaggio di un capopattuglia: "Andate a vedere la targa". Ma la frase resta tronca a metà. Una collega del vigile urbano ha appena fatto andar via un camper di turisti tedeschi, genitori e tre figli, che aveva deciso di passare la notte sul marciapiede accanto ai giardini, a venti metri da un distribuotore di benzina Ip con il cartello esaurito. Almeno centocinquanta chili di esplosivo scoppiano, devastano, uccidono. "Gli unici testimoni sono i vigili sopravvissuti. Per adesso è troppo presto per aggiungere altro", dice il sostituto procuratore incaricatoi delle indagini, Ferdinando Pomarici. Anche il questore Achille Serra parla pochissimo. Nel ' 69 era un giorvane funzionario delle volanti quando gli dissero "Corri a piazza Fontana, forse è scoppiata una caldaia". Era invece la prima strage di quella che venne ribattezzata la strategia della tensione. Ora, da questore, Serra trova una nuova strategia, e nuovi lutti: "Posso dire solo che sul fatto che sia un' autobomba non ci sono dubbi...". Va via verso la vicina questura di via Fatebenefratelli. Tutt' intorno, macerie, vetri spezzati. La casa bassa, a fianco del padiglione d' arte contemporanea, sembra aver subito un cannoneggiamento, ha tutte le finestre sventrate, sono saltati pezzi di muro, pendono mattoni illuminati dalle fiamme da quel vulcano in cui si è trasformato il tubo del gas spezzato. Le parti del motore arrivano fino a piazza Cavour, la piazza dove hanno sede numerose redazioni di giornali. Lungo tutta la strada ci sono autoambulanze r pezzi di lamiera, un' auto dei vigili del fuoco e uno penumatico trasformato in serpente incendiato, carabinieri e sangue. Non c' è silenzio, ma un brusio continuo, arrivano centinaia di persone per vedere quello che è successo, la gente chiede, vuol sapere, non si rassegna alle vaghe notizie del servizio d' ordine che blocca via Palestro da piazza Cavour a via Marina. C' è molta rabbia, molto dolore. Ma la folla resta fuori dal recinto, dal lavoro che continua senza sosta, con gli uomini della scientifica che cercano di recuperare l' innesco della bomba, le tracce dell' esplosivo. Gli alberi della piazza Nello stesso tempo, i camici bianchi degli infermieri risplendono nel parco: accanto ai corpi del vigile urbano e dell' immigrato, cercano altri resti, temono che la strage possa essere più terribile. Un' unità di rianimazione chiude lo sportelline, non c' è più nulla da fare. Piccoli fuochi, ci sono dovunque e l' effetto della bomba è stato quello di spogliare completamente tutti gli alberi della piazza. I pompieri camminano su un letto di foglie, mentre le autombulanze portano i feriti ai pronto soccorso del Policlinico, del Fatebenefratelli, del San Paolo, i primi soccorsi per i sette feriti più gravi. Mancano pochi minuti alle tre e le fiamme si levano ancora altissime, mentre una ruspa spacca l' asfalto dieci metri più lontano, per poter intervenire sulla conduttura del gas, per poter evitare il rischio di nuovi scoppi. Il procuratore capo Francesco saverio Borrelli, il sostituto del pool mani Pulite Gherardo Colombo, il prefetto, i responsabili della polizia, dei carabinieri, gli uomoni dell' antiterrorismo continua a restare là, a fissare le fiamme, a chiedersi perchè è successo, chi vuole trasformare la città in trincea.

 

 

 

Foto da:tg24.sky.it/tg24

Articolo del Corriere della sera del 29 Luglio 1993

La strage di via Palestro

Le lacrime e la rabbia dei pompieri. dolore ma anche proteste

di Carlo Lovati

tra i compagni di Stefano, Sergio e Carlo: " maledetto destino, sembrava routine. . . " . nella caserma dei vigili del fuoco di via Benedetto marcello il giorno dopo. i ragazzi della squadra C raccontano la storia delle 3 vittime: Picerno Stefano 36 anni che si era appena sposato, Pasotto Sergio 34 anni morto la sera del suo compleanno, La Catena Carlo 25 anni in servizio solo da 2 mesi

La bandiera a mezz'asta e' illuminata da un sole radioso. Ma non c'e' un alito di vento e il tricolore che sta esposto sul portone della caserma dei vigili del fuoco e' immobile, pare dolente. Sul marciapiedi di via Benedetto Marcello, i fotografi stanno riproducendo i volti dei tre ragazzi in divisa strappati alla vita da una bomba assassina. Il cinico rituale della cronaca. Stefano Picerno aveva 36 anni, Sergio Pasotto 34 e Carlo La Catena 25. Non ci sono piu' . Resta solo il ricordo del loro sacrificio. Negli occhi cerchiati del piantone che non riesce a stare fermo, nello sguardo assente del funzionario che dovrebbe consolare i suoi uomini, nelle lacrime di quelli che ancora se li vedono li' davanti. Ma anche nel "grazie" mormorato da una signora che stringe commossa le mani che incontra, nel mazzo di fiori che un uomo deposita di fianco ad altri nell' atrio del palazzo, nel segno della croce che un automobilista fa rallentando davanti al numero 31 della via alberata. Le 10 del mattino e il dolore e la rabbia sono ancora forti. I vigili del fuoco parlano a fatica di quanto accaduto. Non c' e' spazio per interpretazioni e dietrologia. Ma in mancanza di un nemico reale, ci si accanisce contro il destino. Quel destino che ha ucciso Stefano Picerno, appena rientrato dal viaggio di nozze e in servizio martedi' notte per sostituire un collega che aveva chiesto un giorno di riposo. Stefano sarebbe dovuto essere a casa con la moglie Agnese, invece e' andato incontro alla morte. E quella sorte spietata che ha ammazzato Sergio Pasotto proprio nel giorno del suo compleanno, con una bottiglia di spumante che e' ancora nel frigorifero della caserma e non sara' mai stappata. Mentre Carlo La Catena, il piu' giovane, pompiere da un paio di mesi, non aveva fatto ancora in tempo a capire i veri pericoli del mestiere. E in vacanza nella Napoli dei genitori, aveva chiesto di essere messo in quel turno maledetto per stare di piu' con i suoi. Terribile verita' Giovanni Di Cristo, 19 anni, vigile ausiliario, era al centralino l' altra notte. E lui che ha ricevuto la chiamata dalla sala operativa di via Messina. E lui che ha visto la "Squadra C" partire per un' auto in fiamme. Poi il clamore dell' esplosione. La televisione che comincia a riferire di una bomba e i vigili rimasti in sede che tirano il fiato: perche' i loro compagni erano usciti "solo per una macchina in fiamme". Quindi la terribile verita' . "Facciamo 2500 interventi all' anno noi di via Benedetto Marcello . spiega il caposquadra Florindo Luzzi, 45 anni .. E ogni notte abbiamo almeno un paio di auto che bruciano. E routine... No, non penso che siano stati imprudenti. Erano troppo in gamba, sapevano del pericolo. Si sono avvicinati perche' il nostro primo dovere e' accertare che nella vettura non ci sia qualcuno". Alcuni vigili portano le borse con gli effetti personali degli scomparsi. Il via vai dei cittadini e' continuo, un pellegrinaggio di stima. Passa anche Massimo Salsano, 24 anni, uno dei pompieri feriti in modo leggero e appena dimesso dal San Paolo. Ha tanta voglia di stare solo. L' atmosfera e' cupa e anche Black, il pastore tedesco che e' la mascotte dei vigili, non ha piu' voglia di scodinzolare. Nell' atrio, negli uffici e nel cortile adesso c' e' solo il desiderio di ricordare chi non c' e' piu' . Stefano Picerno era il veterano del gruppo. Aveva 36 anni e stava per diventare caposquadra. L' altra notte aveva proprio questa mansione per sostituire un collega che aveva chiesto un "riposo". Faceva il pompiere dalla meta' degli anni Settanta e aveva una grande passione per il suo mestiere. Il 2 agosto del 1980 era stato uno dei primi volontari a prestare soccorso alle vittime della strage di Bologna. Si era sposato da meno di un mese con Agnese e viveva in un appartamento in via Raffaello Sanzio al 15. Per il viaggio di nozze, aveva rimesso a posto un vecchio camper e aveva fatto un giro in Spagna e Francia. Era appena tornato. Aveva ripreso servizio dopo la luna di miele. Originario di Terni, amava il mare e stava mettendo in sesto una barchetta. Festa mancata I colleghi e gli amici del quartiere lo ricordano come un tipo riservato, ma sempre allegro e con una grande voglia di vivere. Mai triste e sempre ottimista. Milanese, celibe, Sergio Pasotto il giorno della strage aveva compiuto 34 anni. Lasciata la casa di via Nikolajevka 1 dove viveva al quarto piano con i genitori, Angelo e Liberata, era andato in via Benedetto Marcello con una bottiglia di spumante e qualcosina da mettere sotto i denti per festeggiare. Una festa mai celebrata. Pompiere da 13 anni, piu' per caso che per vocazione, Sergio amava sopra ogni altra cosa i viaggi nei Paesi lontani. Parlava tre lingue e ogni attimo del suo tempo libero veniva investito in escursioni spesso avventurose. Ultimamente si era preso una cotta per la Thailandia e vi era tornato tre volte. Addirittura, raccontano i colleghi, aveva in mente di prendersi qualche mese di aspettativa e di trasferirsi laggiu' . Pare avesse trovato anche l' amore, di certo aveva intenzione di metter su una piccola attivita' . Un ristorante, forse un barettino. Intanto, continuava a fare il suo dovere. Lui che tutti chiamavano "Guerriero della notte". Napoletano, 25 anni, Carlo La Catena era diventato vigile del fuoco quest' anno. E dopo il corso a Roma aveva preso servizio in via Benedetto Marcello da un paio di mesi. Tifosissimo del Napoli, appassionato di body building, Carlo era maestro di karate e a Milano aveva gia' trovato una palestra dove allenarsi. In passato aveva lavorato per qualche anno come rappresentante di elettrodomestici. Prima di trasferirsi, viveva con il padre Giuseppe, macellaio nel centro di Napoli, la madre Rita e quattro sorelle piu' grandi. Per il week end era tornato a casa. E aveva chiesto di essere messo nel turno di notte di martedi' . Il suo ultimo turno. Carlo Lovati

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 29 Ottobre 1993

" Ho sempre negli occhi quell' inferno di fuoco "

di Paolo Chiarelli

Parla Katia Cucchi, 27 anni, vigile urbano, l' unica testimone della strage di Milano " urlai ad Alessandro che l' auto poteva esplodere . mi rispose: saranno fiori bianchi " . 5 vittime decine di feriti

Quell' inferno di fuoco, di morte, di terrore e' ancora impresso negli occhi verdi di Katia Cucchi, 27 anni, vigile urbano, unica testimone della strage di via Palestro. Per tre mesi la ragazza ha vissuto altrove tentando, anche con l' aiuto degli psicofarmaci, di guarire da una ferita che non si rimarginera' mai. "In un primo momento . sono le sue parole . avrei voluto fuggire lontano. Poi ho capito che sarebbe stato il modo peggiore per ricordare Alessandro, il mio collega ucciso dall' esplosione. Come sto? Sono spossata. E come se mi mancasse la terra sotto i piedi. Non riesco ancora a riacquistare fiducia in me stessa". Katia e' alla sua prima intervista, l' unica rilasciata dopo quel tragico 27 luglio. La accompagnano due colleghe, Paola e Maria Grazia, che lavorano nello stesso ufficio, quello del coordinamento del territorio. Tutte insieme si occupano dei campi nomadi, dello sgombero delle case occupate e dei contatti con i consigli di zona. Nei ritagli di tempo fanno anche il giornale . duemila copie di tiratura . dei vigili urbani. C' e' un fotogramma di quella tragedia che non riesce a dimenticare? "Una su tutte. Quando, dopo aver urlato ad Alessandro di tornare indietro perche' quell' auto sarebbe potuta esplodere da un momento all' altro, lui mi ha risposto con una battuta: "saranno fiori bianchi". Pochi secondi dopo c' e' stata la deflagrazione che lo ha ucciso". Cosa ha fatto da quel momento in poi? "Sono rimasta lucidissima. Ricordo ogni particolare che comunque preferisco tenere per me. Non cerco la commiserazione di nessuno. Cio' che mi sta a cuore e' il ricordo del collega, dei suoi 29 anni spezzati dalla follia di qualcuno che continua a rimanere nell' ombra". Da quanto conosceva Alessandro? "Da un pomeriggio. Sembra strano ma, ripensandoci, ho la sensazione di averlo frequentato per tanto tempo. Mi spiego meglio. Quel giorno, essendo periodo di ferie, sono stata assegnata per la prima volta al servizio di pattuglia serale. Cosi' , alle 17.45, ho preso posto sull' auto della zona Magenta guidata da Alessandro Ferrari". E poi? "E poi abbiamo cominciato a parlare di tante passioni in comune. Per esempio quella della musica: il mio ragazzo fa il cantante lirico e lui studiava organo da otto anni. E abbiamo scoperto che sua moglie e il mio fidanzato avrebbero desiderato andare a vivere fuori Milano dove l' aria e' meno inquinata. "Bene . mi disse ., vuol dire che compreremo due appartamenti vicini. Ma non e' finita. Sempre quel giorno scoprii che Alessandro aveva una sorella vigile urbano che era stata assunta con me lo stesso giorno, il 28 dicembre dello scorso anno". Accadde qualcosa di inconsueto quel pomeriggio? "Solita routine: la verbalizzazione del sequestro di un motorino fatto dagli agenti del commissariato di via Poma, il recupero di una motocicletta rubata, l' assistenza per un trattamento sanitario obbligatorio. Tra un intervento e un altro andammo anche a casa delle sorella di Alessandro per salutarla. Ma non la trovammo". Il passaggio in via Palestro era previsto dal vostro ordine di servizio? "Rispetto alla polizia e ai carabinieri lavoriamo in modo diverso. Nel senso che, quando la centrale operativa non ci segnala interventi particolari, siamo noi a scegliere le strade da controllare". Allora siete capitati li proprio per caso. "Si' , e' andata proprio cosi' . Abbiamo incontrato quei ragazzi. Loro ci hanno segnalato il fumo che usciva da quella Uno grigia". Ha seguito sui giornali la ricostruzione dell' attentato? "No. Lo choc e' stato terribile. Per tentare di dimenticare non ho mai letto una sola riga. Soltanto una volta, in televisione, ho assistito a un film dossier su quella tragedia e ne sono rimasta sconvolta". Lei e' l' unica testimone ad aver visto in faccia i due ragazzi che poi non si sono mai presentati alla polizia. Pensa fossero gli attentatori? "Non sono in grado di rispondere. Non capisco pero' per quale motivo quei due hanno preferito far perdere le tracce. Che timore hanno?" Cosa ha fatto dopo quell' inferno? "Avevo la divisa sporca di polvere e calcinacci e nemmeno un graffio. Ero salva. Ma a 150 metri di distanza c' era il corpo senza vita di Alessandro". E stato in quel momento che le e' venuta l' idea di fuggire il piu' lontano possibile? "Si' , anche se non me lo hanno permesso. Avevo chiesto che la mia identita' rimanesse segreta anche perche' all' epoca mio padre, che vive a Falconara Marittima, stava male. Invece l' hanno fatta trapelare dimostrando di non avere alcun rispetto per i miei problemi personali. E pensare che il mattino dopo l' attentato avevo chiamato mia madre per tranquillizzarla, inventando che l' esplosione l' avevo sentita soltanto a distanza". La mattina l' ha comunque passata in questura. "E vero, contrariamente a quello che speravo, mi hanno interrogata fino alle 13. Ho ricostruito l' identikit di quei due. Quindi sono tornata al comando di piazza Beccaria, dove la solidarieta' dei miei colleghi si e' fatta sempre piu' stringente. I giornalisti, nel frattempo, hanno cominciato a darmi la caccia. Cosi' , alla fine ho deciso: sono salita quella sera stessa su un aereo e con il mio fidanzato ho raggiunto Falconara Marittima, dove sono rimasta fino a lunedi' scorso". In questi mesi gli amici e i colleghi hanno rispettato la sua volonta' di isolarsi con i familiari? "Tutti mi hanno capita fino in fondo. A loro e al mio comandante Eleuterio Rea va tutta la mia gratitudine. Rea, che sta facendo fare al Corpo un salto di qualita' , quando sono tornata mi ha comunicato la nuova destinazione: l' ufficio dove ho incontrato due nuove amiche, Paola e Maria Grazia". Come e' stato il suo rientro a Milano? "L' approccio non e' stato facile. Giorni fa, passando in auto davanti alla sede della questura, in via Fatebenefratelli, ho visto la strada sbarrata dai poliziotti. C' e' stata un' esplosione. Ho gridato pensando a un altro attentato. Un agente, intuita la situazione, si e' avvicinato per spiegarmi che si era trattato semplicemente dell' esplosione di una piccola carica utilizzata dagli artificieri per aprire le portiere di un' auto sospetta". C' e' un giorno particolare in cui tornano gli incubi? "Si' , il 27 di ogni mese". Milano ha voluto ricordare l' altro ieri le cinque vittime della strage con una manifestazione pellegrinaggio in via Palestro e un concerto di musica classica nella basilica di Sant' Ambrogio. C' era anche lei tra la folla. "Sono andata soltanto al concerto. E stato bellissimo" Rimarra' nel Corpo? "Non abbandonero' mai un ambiente come il nostro dove ogni vigile, pur ferito profondamente nell' animo, ha il coraggio di affrontare ogni giorno i pericoli di una citta' come la nostra".

 

 

 

Articolo da Il Fatto Quotidiano del 24 Febbraio 2011

Stragi 1992-‘93, individuato l’ultimo uomo della bomba di via Palestro

di Davide Milosa

Si tratta di Marcello Tutino che con il fratello Vittorio è uomo di fiducia dei Graviano. la sua iscrizione nel registro degli indagati dimostra che anche Ilda Boccassini dimostra di fidarsi di Gaspare Spatuzza che rivela nuovi particolari sulla bomba di Milano

Via Palestro, pochi minuti dopo le undici di sera. La Fiat Uno salta in aria. Cinque morti, diversi feriti, il padiglione d’arte contemporanea sventrato. Il terrorismo mafioso colpisce Milano. È il 27 luglio 1993. La Corte condanna sei persone come esecutori materiali. Altri due se ne aggiungeranno poco tempo dopo. Sono i fratelli Formoso, basisti e titolari del “pulciaio” a Caronno Pertusella dove viene nascosto l’esplosivo. L’elenco così si aggiorna a otto. La lista, però, è ancora incompleta. All’appello manca una persona. L’ultimo uomo della strage voluta dai corleonesi e perfezionata dai fratelli Graviano. Chi è e che ruolo ha avuto? Su questo indaga la Procura di Milano. Da oltre un anno, ormai, Ilda Boccassini spulcia atti, compulsa nomi, ascolta le intercettazioni. In calendario, il magistrato ha questo, ma anche la rete milanese dei Graviano: i loro interessi economici soprattutto. Così, in attesa di squadernare i rapporti meneghini dei boss di Brancaccio (arrestati a Milano il 29 gennaio 1994), il fronte criminale va definendosi con l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ultimo uomo del 27 luglio 1993.

Si tratta di Marcello Filippo Tutino, palermitano classe ‘61, fratello di quel Vittorio già condannato per via Palestro e la fallita strage dell’Olimpico. Attualmente, Marcello Tutino si trova in carcere con una condanna a undici anni per traffico d’armi assieme ai padrini della ‘ndrangheta. La vicenda viene raccontata da Gaspare Spatuzza durante due interrogatori davanti al Tribunale di Firenze. Si tratta delle audizioni del 3 e 9 febbraio scorso. Il killer di don Pino Pugliesi conferma di averne parlato più volte con la Boccassini, la quale, iscrivendo Tutino nel registro degli indagati dimostra di credere al mafioso di Brancaccio e di aver trovato i riscontri alle sue parole. E questo, in prospettiva, è un dato da non sottovalutare.

Spatuzza, così, racconta come avviene la pianificazione dell’attentato milanese. Comincia “in un’abitazione di corso dei Mille”, dove partecipano “Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Tutino”. Di più. Il summit “avviene nella casa della suocera di Marcello Tutino, lì abbiamo messo a punto il gruppo che doveva operare su Milano”. Dopodiché il collaboratore di giustizia entra nei particolari: “Marcello Tutino era stato allontanato negli anni Novanta. Non era a pieno titolo inserito in Cosa Nostra ma era vicino alla famiglia di Brancaccio”. Su di lui pesano certe “scorrettezze”. Ecco perché sale al Nord. “Si era trasferito – prosegue Spatuzza – a lavorare a Milano”. Per questo “era una persona che sapeva muoversi su Milano e quindi era utilissimo per la nostra situazione”.

Il racconto dell’ex braccio destro dei Graviano prosegue: “Una volta arrivati a Milano, fuori dalla stazione abbiamo trovato Marcello Tutino”. Con lui, Spatuzza assieme all’artificiere Cosimo Lo Nigro, si reca “in un’abitazione tipo villetta”. Si tratta del cascinale dei Formoso. Cosa succede qui è cosa nota. L’esplosivo viene scaricato. Il particolare ad oggi ancora ignoto è invece la presenza di Marcello Tutino che, tra l’altro, accompagna Spatuzza a rubare l’auto usata come bomba. Di nuovo Spatuzza: “Siamo usciti dalla casa di Formoso, io, Marcello Tutino e Giuliano Francesco, a compiere il furto della Fiat Uno”.

L’auto, infatti, verrà rubata in via Baldinucci poco dopo le 18,30 del 27 luglio. Ma chi c’era su quella Uno in via Palestro? Spatuzza non lo dice esplicitamente. Ma riferisce due dati. L’auto rubata viene consegnata ai fratelli Tutino e a Giovanni Formoso. Dopodiché il pentito colloca il solo Vittorio Tutino a bordo della Uno in via Palestro. Spatuzza, però, non sa dire quale fosse l’obiettivo dell’attentato. Sappiamo che la bomba esplode davanti al Pac. Ma sappiamo anche, e Spatuzza questo lo conferma, che “la macchina si è fermata prima”. Anzi fa di più: “Per certezza posso dire che non è stato centrato l’obiettivo”. L’ipotesi più concreta, sostengono gli investigatori, è che il luogo prescelto fosse il vicino Palazzo dei Giornali di piazza Cavour. Questi i fatti, che in parte aiutano a chiarire una delle stragi più oscure e inquietanti della storia italiana.

 

 

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Milano 27/07/1993, via palestro per non dimenticare.

 

 

 

 

 

 

Articolo del 23 Luglio 1997 da dust.it

Milano – Gli ultimi minuti dell’egiziano Driss Moussafir

di Nicola Montella

Lo conoscevano tutti a Porta Venezia. In particolare i frequentatori della notte. Era il personaggio più famoso e per tutti era Mustafà. Ecco perché c’è voluto qualche giorno o meglio qualche notte per capire che quel Driss Moussafir saltato in aria con la bomba di via Palestro era proprio lui. Un velo di tristezza ha avvolto un po’ tutta quella zona, di notte così diversa dal giorno, nel sapere che quell’omone alto due metri con il naso lungo e perennemente rosso, dall’andatura ciondolante, non si sarebbe più visto. Lo si incontrava solitamente nei tre chiostri che ci sono attorno a Porta Venezia, in qualche bar della zona, e qualche volta, quando le cose gli erano andate bene (ma raramente) al ristorante «Ciao» di corso Buenos Aires. Viveva come vivono in molti in certe zone, dove quando arriva il buio, il piacere del sesso nascosto nato da un approccio casuale, la fame, la piccola delinquenza, il disperato vagabondare di chi è solo, trovano un punto d’incontro. Aveva anche fatto qualche lavoretto, ma poche volte, anche perché alla vita «normale» aveva detto addio, un addio secco, uno di quelli che non vuol dire arrivederci. Neppure al piccolo spaccio, che molti suoi connazionali effettuavano nella zona, si era mai interessato, troppo normale anche quello. Si arrangiava! Non si è mai saputo da quanto tempo fosse in Italia, né cosa lo avesse spinto a venire, ma nei suoi discorsi ai chiostri o ai bar, non esprimeva nessuna nostalgia o voglia di tornare a casa. Quando lo si incontrava, se aveva con sé dei soldi offriva da bere, chiaramente non a chiunque, aveva le sue antipatie. Non chiedeva mai di ricambiare, non ne aveva bisogno, gli facevano credito tutti. Aveva una sua onestà; quando era senza soldi chiedeva qualche sigaretta o qualche piccolo prestito che puntualmente (o quasi) restituiva. Era comunque un solitario. Ogni tanto «spariva», a volte per settimane a volte per qualche mese, ma poi puntualmente tornava a riprendersi le sue notti. Raramente lo si vedeva litigare: vista la sua stazza, a chi conveniva? Non si è mai capito dove dormisse, unico indizio le candele che abitualmente portava con sé: forse uno scantinato, forse una fabbrica dismessa, chissà. Tutti gli amici con cui abbiamo parlato lo ricordano così, come ricordano quella notte del 27 luglio 1993. È una notte come tante ai bastioni, anche ai chiostri, tranne qualche occasionale, la gente è quella di sempre. Mustafà è lì e beve le sue birre con un amico; chiacchierano tra loro, forse del giorno dopo che come sempre dovranno inventarsi. Ad un certo punto decidono di fare due passi. Si trovano proprio sul vialetto che costeggia i giardini di Porta Venezia. Vi entrano, infilandosi ad arte tra le sbarre di protezione che da tempo qualcuno ha abusivamente allargato per penetrarvi di nascosto quando i cancelli sono chiusi. Il percorso è già deciso: attraverseranno per il lungo per poi sbucare in via Palestro. In quegli anni si poteva trovare di tutto: qualcuno dietro ai cespugli a fare del sesso, qualche banda di teppisti in cerca di portafogli o semplicemente a caccia di omosessuali, qualcuno coraggioso o magari un po’ matto entrato a smaltire una sbronza. Chiunque potessero incontrare, a loro non avrebbe certo messo paura. Lentamente si avvicinano a via Palestro; l’uscita è da questo lato meno agevole: devono scalare il muretto e passare orizzontalmente attraverso la balaustra di protezione. Mentre si apprestano a farlo scorgono le luci di alcune volanti; il pensiero è uno solo: la polizia! Polizia vuol dire noie, vuol dire documenti, quei documenti che non hanno. Si acquattano dietro il muretto di protezione, pensando:«Sarà un controllo, se ne andranno». Passano i minuti, sentono un gran vociare, ma le auto sono ancora lì. Mustafà ne ha abbastanza e decide di uscire. Appena fuori dal parco riconosce le auto dei vigili e tirando un sospiro di sollievo fà segno all’amico di uscire. In quel momento il boato. L’amico di Mustafà, ancora dietro il muretto, viene scagliato lontano. Pur stordito si rialza, esce dal parco e vede Mustafà per terra, attorniato dalle forze dell’ordine. Comincia a ridere:«Mustafà è furbo», pensa; ma è solo un attimo, quando si avvicina capisce che la verità è ben diversa. Mustafà sta morendo. L’amico si trattiene solo qualche istante, potrebbero fermarlo, fargli delle domande: meglio scappare. L’avventura di Mustafà finisce così, ma la gente di Porta Venezia ancora vorrebbe vederlo mentre scherzosamente invita qualcuno a bere.

 

 

 

 

Foto e Biografia da Associazione Vigili del Fuoco Carlo La Catena

Carlo La Catena è nato a Napoli il 14 novembre 1967, minore di cinque figli, unico maschio.
La sua famiglia gestisce una piccola bottega per il commercio di carni.
Era di carattere educato, disponibile e altruista per chi ne avesse bisogno. Un infanzia tranquilla, dedica molto tempo all’Azione Cattolica presso la Parrocchia di Santa Maria degli Angeli alle Croci, dove è ben conosciuto.

Frequenta le scuole medie presso l’Istituto Salvatore di Giacomo e poi prosegue, seguendo le sue passioni, il corso per ottenere la qualifica di autoriparatore, presso l’Istituto Casanova.
Rinuncia al prosieguo degli studi per collaborare nell’attività commerciale del padre, ormai anziano, e nel frattempo, per migliorare la sua situazione economica vende aspirapolveri della Folletto, impegnandosi a tutte le ore del giorno, e nel fine settimana come “PR” per i locali alla moda del tempo.

Ama la vita in tutti i suoi aspetti: si dedica allo sport, ha una passione per i motori oltre ad essere un grande tifoso del Calcio Napoli.
Giunto ai 18 anni, assolve il servizio militare presso l’Esercito Italiano come “Autiere”.
Superato il concorso come Autista nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, nel 1993 accede al corso d’addestramento presso la Scuola di Formazione Operativa di Montelibretti - Roma,  per poi essere trasferito come Vigile del Fuoco Permanente al Comando di Milano.

Anche se impegnato dal servizio, appena può prende il treno per raggiungere Napoli e la sua famiglia, soprattutto per aiutare il suo papà.
Dopo circa quaranta giorni di servizio presso il Distaccamento “Marcello”, il 27 luglio 1993, un autobomba viene fatta esplodere in Via Palestro – Milano.
Lui, sempre disponibile e generoso, era in prima linea.

Resta vittima di quella atroce barbaria. Con lui muoiono anche altri due colleghi e un vigile urbano. Moltissime sono le lettere e i telegrammi che giungono a casa per l’opera svolta e le vite salvate.

Proprio quel papà, apprendeva la morte del figlio attraverso il telegiornale, quasi in diretta.

Carlo La Catena riceve i seguenti riconoscimenti:

* Medaglia d’Oro al Valor Civile Repubblica Italiana
* Medaglia d’Oro al Valor Civile Comune di Milano
* Medaglia d’Oro al Valor Civile Comune di Napoli
* Medaglia d’Argento Camera dei Deputati
* Medaglia d’Oro Lions Club Milano Host International Lions
* Targa d’Argento Associazione Nazionale Combattenti e Reduci
* Premio Internazionale di Protezione Civile e Sicurezza Europea
* Targa “Eroe della Nuova Resistenza” – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

Nel 1995 il Comune di Napoli conferisce oltre alla Medaglia d’Oro al Valor Civile, l’opposizione della targa marmorea all’esterno del palazzo dove lui ha vissuto, in ricordo del nobile ed eroico “Carlo”.

Dopo pochi anni viene a mancare anche il padre, che non si riprenderà più dopo la morte del figlio, mentre la famiglia resta profondamente segnata.

 

 

 

Foto e Nota da  memoria.san.beniculturali.it

Sergio Pasotto (1959 - 1993)

Nato a Milano il 27 luglio 1959. Vigile del fuoco permanente.

Fu assunto in servizio il 4 gennaio 1982 con la qualifica di Vigile del fuoco permanente e assegnato al Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Milano.

Vittima nella strage di Via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993. Insignito della medaglia d'oro al Valor Civile "alla memoria", il 22 novembre 1993.

 

 

Foto e Nota da memoria.san.beniculturali.it

Stefano Picerno (1956 - 1993)

Nato a Terni il 12 settembre 1956. Vigile del fuoco permanente.

Fu assunto in servizio il 1° luglio 1976 con la qualifica di Vigile del fuoco permanente e assegnato al Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Milano.

Vittima nella strage di Via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993. Insignito della medaglia d'oro al Valor Civile "alla memoria", il 22 novembre 1993.

 

 

 

Foto e Nota da  memoria.san.beniculturali.it

Alessandro Ferrari (1963 - 1993)

Nato a Bergamo il 9 ottobre 1963. Vigile urbano.

Fu assunto in servizio il 15 settembre 1986.

Vittima nella strage di via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993. Insignito della medaglia d'oro al valor civile "alla memoria", il 22 novembre 1993.

 

 

 

 

Articolo del 29 Aprile 2012 da  ilfattoquotidiano.it

Strage di via Palestro, Spatuzza riscrive la storia. Ma la corte non riapre il processo

di Davide Milosa

Le parole dell'ex luogotenente dei Graviano riaprono i giochi sulla bomba milanese. Il pentito colma le lacune di una sentenza che ha condannato all'ergastolo i fratelli Formoso. Fa di più: scagiona Tommaso Formoso. Per la prima volta punto per punto dubbi e ombre di una ricostruzione dei fatti fondata su indizi e presunte compatibilità

Via Palestro, 27 luglio 1993: l’esplosione poco dopo le undici di sera. Centro di Milano, a due passi il palazzo dell’Informazione, poco oltre la Scala, la sede del Comune, piazza Duomo. Cinque morti e decine di feriti. E’ l’ultima fase dello stragismo mafioso. Salvatore Riina si trova in carcere da gennaio. Fuori il braccio armato di Cosa nostra sta nel quartiere palermitano di Brancaccio. Comandano i fratelli Graviano. Da loro arrivano gli ordini per le bombe di Firenze (26 maggio via dei Georgofili) e per quelle di Roma. Su tutte indaga la procura del capoluogo toscano. Giungeranno sentenze definitive. Anche per Milano. Con un piccolo particolare: quello del Padiglione d’arte contemporanea è l’attentato meno chiaro di tutti e sul quale sono stati individuati pochissimi elementi. Tutto si è giocato sulle parole dei collaboratori di giustizia. Una tragedia a tal punto oscura che solo nove anni dopo, il 14 gennaio 2002, gli investigatori individuano i basisti e arrestano i fratelli Formoso, Giovanni e Tommaso. Anche qui il processo corre rapido: ergastolo in primo e in secondo grado. Con ricorso respinto in Cassazione. Nulla da dire, dunque? Affatto perché diciannove anni dopo, le parole di Gaspare Spatuzza colmano vuoti e dubbi. Sono parole pesantissime perché proferite da un collaboratore di giustizia che non solo si è autoaccusato di decine di delitti, ma che ben tre procure (Palermo, Firenze e Caltanissetta) hanno ritenuto credibile. Tanto per capire: Spatuzza, addirittura, fa chiarezza sull’auto che, imbottita di oltre cento chili di tritolo, esplode in via Palestro. Fin ad oggi nulla si sapeva se non che la Fiat Uno fosse stata rubata in via Baldinucci nel quartiere Bovisa.

L’uomo di Brancaccio racconta di Milano in diversi interrogatori davanti ai pm di Firenze. Dell’argomento inizia a parlare nel 2008. E tra le tante cose importanti ne dice due decisive: fa il nome dell’ultimo esecutore materiale mai indagato da Firenze e scagiona Tommaso Formoso dall’accusa di strage per aver fornito supporto logistico al commando mafioso, sostenendo di aver avuto sempre rapporti con il fratello Giovanni. Dirà: “Tommaso Formoso non l’ho mai conosciuto”.

Le sue sono dichiarazioni che aggiungono nuove prove. Da qui la richiesta dei legali di Formoso di revisione del processo d’Appello che nel 2005 conferma l’ergastolo. A fine marzo il fascicolo arriva sul tavolo della Corte d’Appello di Brescia. Il procedimento sarà liquidato in due udienze. Nella prima viene sentito lo stesso Spatuzza. Nella seconda, due giorni fa, i giudici respingono la richiesta di revisione. Le motivazioni saranno rese note tra novanta giorni. Ma fin d’ora si può dire una cosa: il tribunale di Brescia sembra non credere alle parole di Spatuzza.

Giochi chiusi, dunque e un’occasione sprecata non solo per Tommaso Formoso ma anche per tutti i cittadini milanesi che, con la riapertura del processo sui basisti, avrebbero potuto sperare in una maggiore chiarezza. La stessa che non è mai stata fatta, non solo dai giudici ma dagli stessi organi di stampa che hanno liquidato in pochi e rari articoli la vicenda dei due fratelli che diedero alloggio agli stragisti.

LA RICOSTRUZIONE DELLA CORTE: L’UOMO DI ARLUNO

In via Palestro la bomba esplode intorno alle 23. Ma solo due anni dopo s’inizia a capire qualcosa. A Palermo viene arrestato il camionista Pietro Carra. Fermato, inizia a collaborare. I suoi verbali saranno ritenuti decisivi dai giudici di primo e secondo grado. Carra racconta che fu lui a portare l’esplosivo al nord. Di più: indica come destinazione finale il paese di Arluno.

Carra arriva in Lombardia il 23 luglio, quattro giorni prima della strage. Non è solo, ma in compagnia di Cosimo Lo Nigro, artificiere e uomo di fiducia dei Graviano. Alle undici del mattino i due sono ad Arluno. Carra racconta di essere stato raggiunto da una persona che li aiuterà a scaricare l’esplosivo. E’ il personaggio decisivo, subito ribattezzato “l’uomo di Arluno”. Contemporaneamente gli investigatori della Dia di Milano stilano una lista di nomi legati a Cosa nostra e residenti nel comune lombardo. Salta fuori il cognome Formoso. Ma non per Tommaso, bensì per il fratello Giovanni, già coinvolto in indagini di mafia, e ritenuto vicino ai fratelli Graviano.

IL PULCIAO E IL CASOLARE DI CARONNO PERTUSELLA

A questo primo quadro vanno aggiunte le dichiarazioni di un altro pentito, Antonio Scarano “le cui conoscenze su questa strage – scrive la Corte d’Assise di Firenze – sono scarne e frammentarie”. Il collaboratore racconta di aver ascoltato un dialogo tra Cosimo Lo Nigro e Francesco Giuliano (entrambi condannati per la strage). Fornisce, dunque, un sentito dire. Che però risulterà decisivo. I due uomini di Cosa nostra parlano di Milano e del luogo dove hanno dormito nei giorni precedenti la strage. Non danno indicazioni geografiche, non fanno nomi, dicono solo di aver “dormito in un pulciaio e di aver mangiato pane e salame”. Tanto basta. Gli investigatori mettono assieme gli indizi. Scoprono che un parente dei Formoso è proprietario di un casolare abbandonato a Caronno Pertusella. E’ il pulciaio? Secondo i giudici sì. Convinzione sostenuta dai rilievi tecnici che individuano due dei sei componenti dell’esplosivo trovato sul luogo della strage. L’uomo di Arluno prende lentamente forma. Pietro Carra ne darà una descrizione fisica che i giudici ritengono compatibile con Tommaso. A chiudere i giochi un alibi ritenuto traballante: Formoso dice di trovarsi in Calabria per assistere all’operazione della suocera. Tutti confermano. Ma sono parenti. La cosa non funziona. I giudici condannano.

LA VERSIONE DI SPATUZZA

Diciassette anni dopo quel lacunoso verdetto d’Appello, le parole di Spatuzza cambiano radicalmente le carte in tavola. Al centro c’è sempre la giornata del 23 luglio. La stessa raccontata da Carra. All’epoca l’ex killer di Brancaccio si sposta per tutta Italia. Deve organizzare le bombe. Quel giorno, assieme a Francesco Giuliano, arriva a Milano in treno da Roma. In stazione li attende Marcello Tutino, il cui coinvolgimento nella preparazione della strage non era mai emerso prima. Suo fratello Vittorio, invece, è stato condannato. Spatuzza racconta di un incontro in piazza Duomo con Cosimo Lo Nigro. Dopodiché, a bordo di un’auto, arriva in una villetta di Arluno, anche questa intestata a Tommaso Formoso. Nell’appartamento però lui non c’è. Assieme a Spatuzza ci sono Giovanni Formoso, Vittorio e Marcello Tutino, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano.

TUTTA UN’ALTRA STORIA

Insomma, Spatuzza racconta realmente un’altra storia. Ad esempio, lui parla sempre e solo di una villetta e non del casolare di Caronno Pertusella. Gli uomini dei Graviano sono, dunque, ad Arluno. Ed è da qui che partono per andare a recuperare l’esplosivo portato da Carra. “Per ritirare la consegna – dice Spatuzza davanti ai giudici di Brescia – si muovono Lo Nigro, Marcello Tutino e Giovanni Formoso, io e Vittorio Tutino siamo rimasti a casa del Formoso, e mi sembra che ci sia andato anche Giuliano Francesco”.

Qualcosa inizia a non tornare: secondo Carra la bomba fu consegnata da lui e Lo Nigro a Tommaso Formoso attorno alle undici. Spatuzza invece data la consegna qualche ora dopo e aggiunge sul luogo della consegna almeno un’altra persona (se non due). Carra metterà a verbale come, durante la consegna, lui voltò la testa per non vedere l’uomo di Arluno. Questo il motivo per il quale non riuscì a riconoscerlo in fotografia. Ma solo ne diede una ricostruzione fisica. Non lo riconosce, ma lo descrive. E alla Corte tanto basta per condannare. Nessun dubbio, nonostante all’epoca i due fratelli avessero pressoché caratteristiche simili.

Secondo la Corte, la bomba di via Palestro viene armata nel casolare di Caronno Pertusella. Qui, lo abbiamo visto, furono trovate tracce di esplosivo. Ma solo due su sei componenti e quelli meno volatili e che, dunque, potevano trovarsi lì anche da anni. Per Spatuzza, invece, tutto avviene nel cortile della villetta di Arluno. Quando rientra l’esplosivo, lui, con Marcello Tutino, va a rubare la Fiat Uno parcheggiata in via Baldinucci a due passi dal commissariato del quartiere Bovisa.

BOMBA CONFEZIONATA AD ARLUNO

Stando, dunque alla versione di Spatuzza, il confezionamento dell’ordigno avviene nel cortile della villa. Un’area mai periziata dagli investigatori. Che in quella casa analizzano solamente il garage. Eppure, anche qui, la corte si accontenta della compatibilità riscontrata nel presunto pulciaio. Solo due dei sei elementi bastano ai giudici. Il dato, inoltre, viene preso per vero nonostante non sia mai stata fatta un perizia tecnica.

Sulla compatibilità, dunque, Tommaso Formoso viene condannato all’ergastolo. La stessa compatibilità che sta alla base del riconoscimento dell’uomo di Arluno. Lo si è detto: Carra non riconoscerà mai in fotografia Tommaso Formoso. Il motivo? Semplice, almeno stando alla ricostruzione di Spatuzza: quello non era Tommaso ma Giovanni.

L’ALIBI ORA REGGE

Le stesse parole del collaboratore di giustizia, oggi, sembrano in grado di dare sostanza all’alibi che fornì lo stesso Formoso. Lo disse all’epoca e lo ripete oggi: si trovava in Calabria per l’operazione della suocera. E che lo fosse, almeno fino al 22, lo dimostrerebbe il documento di un prelievo di sangue effettuato all’ospedale di Reggio Calabria. E’ un dato, dunque, che fino al giorno prima della consegna del tritolo, Formoso non fosse in Lombardia. Da qui in poi o si crede alle testimonianze dei familiari e alle parole di Spatuzza oppure bisogna pensare a un Formoso al volante tutta la notte per coprire oltre mille chilometri ed essere ad Arluno per le undici ad attendere Pietro Carra.

Quel 23 luglio, poi, emerge un problema. L’attentato, programmato in contemporanea con quello di Roma, deve essere rinviato di qualche giorno. Proprio nella Capitale, vicino al luogo dove è prevista l’esplosione, si svolge la ‘Festa de noialtri’. Spatuzza comunica la cosa allo stesso Giovanni Formoso, il quale non la prende bene. Motivo? Il rientro dei suoi famigliari. Dice Spatuzza: “Ci sono due bombe di 150 chili, una macchina rubata, io non so se può fare lui queste confidenze ai suoi famigliari!”. Il particolare, dunque, sembra puntellare l’alibi di Tommaso Formoso.

UN’OCCASIONE PERSA

Dubbi, si diceva. Ombre, anche. Tutto scritto in una sentenza di ergastolo. L’ex killer di Brancaccio, invece, rilegge la storia. Non la cambia. Semplicemente aggiusta il quadro. Sposta le pedine: toglie Tommaso Formoso e aggiunge Marcello Tutino. L’impianto resta lo stesso. Solo porta un po’ più di luce sulla scena della strage che per stessa ammissione della Corte d’Assise di Firenze resta la più oscura. Eppure, i giudici di Brescia liquidano tutto questo e bocciano la richiesta di revisione. E le loro parole piombano in un’aula, quella della corte d’Appello di Brescia, affollata di quasi nessuno: gli avvocati, il procuratore generale, la parte civile, guardie carcerarie e un uomo nel gabbione che per ore resta fermo, lo sguardo fisso sul giudice. E alla fine, dopo il verdetto, non si scompone. Solo, da dietro le sbarre, asciuga le lacrime alla moglie e alle due figlie. La strage di via Palestro si chiude qui. Pochi minuti dopo le sei, in un tribunale deserto, in un’aria di sconforto e rabbia. Per i parenti che ci sono e sanno. Per i milanesi che non sapranno mai il vero motivo di quell’esplosione che dilaniò cinque persone e una città intera.

Nell'Articolo potrete leggere il Verbale dell'udienza di Gaspare Spatuzza

 

 

 

Articolo del 4 Luglio 2013 da apps.facebook.com/corrieresocial/milano/cronaca/speciali/2013

Le verità e i colpevoli che mancano alla strage

di Cesare Giuzzi

Un nuovo indagato, richiesta la revisione del processo. Il giallo dell'esecutore non imputabile

C'è una telecamera fuori da una sala biliardo di via Melzo. L'hanno piazzata quelli della Dia, la Direzione investigativa antimafia, nata pochi mesi prima degli attentati a Falcone e Borsellino. Gli «sbirri» indagano su un traffico di droga tra Palermo e Milano, tra gli uomini dei boss Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca e la «decina» milanese di Cosa Nostra: Tanino Fidanzati, i fratelli Bono, i fratelli Grado e Ugo Martello. Sono le 23,14 di martedì 27 luglio 1993. L'immagine traballa come se una folata di vento l'avesse fatta ondeggiare. È lo spostamento d'aria dell'esplosione di via Palestro. Il filmato non ha audio. Ma il boato è stato fortissimo perché il Padiglione d'arte contemporanea dista meno di un chilometro. Le persone corrono fuori per vedere cosa mai sia potuto succedere. Tutti si muovono verso Porta Venezia. Solo un uomo esce dalla sala biliardo senza neppure guardarsi intorno, cammina a passo svelto ma nella direzione opposta. Sparisce. È Salvatore Enea, detto Robertino , il capo di Cosa Nostra a Milano. È passato meno di un minuto dall'esplosione. Non verrà mai coinvolto nel processo. Ma le indagini sui misteri della strage di via Palestro partono proprio da qui.

Vent'anni di misteri
La vicenda dell'esplosione di via Palestro è una storia ancora oggi piena di misteri, nonostante indagini arrivate al terzo grado di giudizio, nonostante uno sforzo investigativo portato avanti dai magistrati fiorentini Gabriele Chelazzi prima e Giuseppe Nicolosi poi. Perché di fatto l'inchiesta milanese affidata al pm Ferdinando Pomarici nel giro di poche settimane venne trasferita alla Procura di Firenze che già indagava su via dei Georgofili (27 maggio '93): esplosivo identico. Eppure, come scritto nelle tre sentenze sulle stragi, l'attentato di Milano è rimasto «praticamente oscuro nelle modalità di esecuzione e, in parte negli autori».

Solo grazie alle deposizioni del pentito Gaspare Spatuzza ( u' tignusu , il calvo) - condannato per le stragi in continente del '93 - s'è scoperto chi parcheggiò la Fiat Uno imbottita di esplosivo, chi rubò l'auto in via Baldinucci, e dove venne custodita la bomba per quattro giorni. Ma resta il giallo di un autore della strage che solo da pochi mesi è indagato, di un altro assolto nei tre gradi di giudizio e per legge non più imputabile e di chi diede sostegno al gruppo stragista milanese. Nomi che in questi anni si sono intrecciati a quanti, almeno fino al 27 gennaio del 1994, proprio sotto la Madonnina aiutarono e nascosero i boss latitanti Giuseppe e Filippo Graviano, coloro che ordinarono quelle stragi.

L'obiettivo non era il Pac
I misteri delle indagini partono dall'identikit di una donna bionda che venne diffuso dalla Questura. Un testimone la vede due volte nel giro di pochi minuti in via Palestro: scende da un'auto parcheggiata contromano e si allontana su un'altra vettura con due uomini a bordo. La testimonianza viene ritenuta, così come riportato nei primi atti d'indagine della polizia, «molto verosimile». Ma la pista dell'identikit finisce fuori dalle indagini.

Spatuzza, nei suoi ultimi interrogatori davanti al pm Nicolosi, racconta che gli venne riferito che «a Milano sorsero problemi e l'obiettivo venne mancato di 150 metri». Se non si trattava del Pac quale era il bersaglio? Per l'avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, si trattava del Centro europeo di comunicazione del gran maestro massonico Giuliano Di Bernardo. Via Palestro 6, cento metri dal cratere del Pac. Di Bernardo aveva da poco abbandonato la loggia, si disse perché era venuto a conoscenza del piano stragista con la complicità della massoneria. Ipotesi smentita dallo stesso Di Bernardo: «ma il centro stampa della loggia esisteva veramente». La procura di Firenze lavora oggi sulla tesi che le stragi siano servite a Cosa Nostra per fare pressione sul duo Dell'Utri-Berlusconi. Gli inquirenti si sono concentrati sul palazzo di via Senato 14, che ospita gli uffici di Marcello Dell'Utri: 200 metri da via Palestro. La pista è ritenuta ancora plausibile ma allora non ci furono riscontri. C'è chi ha pensato ai Servizi segreti che hanno il loro ufficio a Milano non molto distante. Ipotesi suggestiva ma inconcludente. La via più recente è che la bomba fosse destinata al Palazzo dell'Informazione di piazza Cavour, allora sede del Giorno , della Stamp a e dell'agenzia Ansa . Quelli erano i giorni di Mani Pulite, del suicidio di Gabriele Cagliari (20 luglio) e Raul Gardini (23 luglio) e degli avvisi di garanzia per il caso Enimont. Milano era il centro d'Italia e i giornali fotografavano il potere che si stava sbriciolando.

Innocenti e colpevoli
In questa storia c'è un esecutore materiale non più condannabile per la legge. Si tratta del siciliano Vittorio Tutino. È stato condannato per le stragi di Firenze e Roma. Ma per quella di Milano l'assoluzione è diventata definitiva dopo il verdetto della Cassazione. Vittorio Tutino, secondo 'u tignusu , è colui che viene istruito per accendere la miccia: «Lo Nigro (l'artificiere, ndr ) gli disse di usare un sigaro». Secondo il pentito il commando era composto da Giovanni Formoso, Vittorio Tutino e dal fratello Filippo Marcello. Quest'ultimo è in carcere per droga. Ma Spatuzza non ha dubbi: «Era l'unico che si muoveva bene su Milano dove aveva lavorato come imbianchino. È stato lui a guidare l'auto in via Palestro». Oggi è indagato ma a vent'anni dalla strage è stato impossibile trovare prove forti per chiederne l'arresto.

Il terzo uomo è Giovanni Formoso. È finito in carcere nel 2002, insieme al fratello Tommaso, dopo un'inchiesta del pm milanese Luisa Zanetti. È accusato di essere «l'uomo di Arluno», colui che il 23 luglio accoglie al casello dell'A4 (in realtà tra Santo Stefano Ticino e Vittuone) il camionista Pietro Carra e Cosimo Lo Nigro saliti da Palermo con i 90 chili di tritolo. Avrebbe messo a disposizione la casa del fratello Tommaso, in via San Giovanni Bosco 9 proprio ad Arluno, dove è stata portata la Fiat Uno rubata da Spatuzza in via Baldinucci e caricato l'esplosivo. Gli inquirenti, sulla scorta di quanto raccontato dai Tutino a un altro componente del gruppo, Antonio Scarano, («Abbiamo dormito in un pulciaio») hanno a lungo cercato un edificio dismesso, poi identificato in un rudere di Caronno Pertusella (Varese) di proprietà di un nipote di Tommaso Formoso. Secondo le analisi della scientifica lì ci sono tracce latenti di esplosivo.

Ma il racconto di Spatuzza mette in discussione l'idea del «pulciaio». Il pentito dice che Giovanni Formoso, avvisato che l'attentato sarebbe stato spostato di quattro giorni, aveva reagito con rabbia: «Mi mettete in difficoltà, ho mandato via la famiglia ora come faccio?». Spatuzza aggiunge di non aver mai visto Tommaso Formoso. Un anno fa l'avvocato Raffaele Bonsignore, ha chiesto la revisione del processo per Tommaso Formoso. Il Tribunale di Brescia ha bocciato la revisione. Ora il ricorso pende in Cassazione. C'è un innocente all'ergastolo?

 

 

Articolo del 13 gennaio 2014 da milano.repubblica.it

Strage di via Palestro, un altro arresto: "Tutino mise l'esplosivo nella Fiat Uno"

La richiesta firmata dai magistrati Boccassini e Storari. I magistrati ritengono credibili le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza su come fu pianificato l'attentato a Milano del luglio 1993

A vent'anni di distanza dalla strage di via Palestro a Milano, in cui persero la vita cinque persone e altre 12 rimasero ferite, è stato individuato e arrestato il basista. Gli uomini della squadra mobile hanno notificato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere a Filippo Marcello Tutino, 53 anni (uno degli uomini dei fratelli Graviano), in cella a Opera per la recente condanna inflitta dal gup di Palermo a dieci anni e otto mesi di reclusione per essere un affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio e con precedenti anche per armi e stupefacenti.

E' un altro tassello delle indagini della Dda milanese nella ricostruzione della dinamica, ancora in parte oscura, dell'attentato messo a segno il 27 luglio 1993 davanti al Padiglione d'arte contemporanea di Milano. Indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Paolo Storari, che hanno chiesto e ottenuto dal gip Anna Laura Marchiondelli l'arresto di Tutino, "scelto" dalla mafia "in quanto conoscitore della città di Milano": avrebbe fornito supporto logistico, prelevato Gaspare Spatuzza e Francesco Giuliano alla stazione Centrale a avrebbe partecipato al furto della Fiat Uno poi fatta esplodere, così come al trasporto e alla collocazione dell'esplosivo sull'auto.

Per lui l'accusa è di strage, in concorso, fra l'altro, con Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Formoso, Matteo Messina Denaro, appunto Spatuzza e Giuliano, il fratello Vittorio Tutino e altre persone ancora da identificare. Strage, scrive il gip, con finalità "terroristica e di agevolazione dell'organizzazione mafiosa Cosa nostra" e non "di eversione dell'ordine costituzionale". Infatti, rileva il giudice, la sua "adesione (..) al progetto di strage, manifestata attraverso il compimento di condotte causalmente dirette a realizzare l'attentato terroristico di Milano, configura la volontà di provocare tutti gli effetti che da quell'esplosione derivarono".

In generale, come si legge nel provvedimento, nell'attentato di via Palestro, che avvenne dopo quelli di Roma e Firenze, "erano morte più persone e decine erano rimaste ferite". E "tale circostanza - prosegue l'ordinanza - evidentemente nota all'indagato nel momento in cui prestò il proprio contributo all'organizzazione e all'esecuzione dell'attentato (...), palesa la condivisione dell'obiettivo che anche quest'ultima strage intendeva perseguire, cioè quello di colpire obiettivi rappresentativi della cultura nazionale, coinvolgendo indiscriminatamente anche le persone che frequentavano quei luoghi". "Le condizioni in cui avvenne l'attentato - rileva il gip - confermano che l'obiettivo non era solo la devastazione e il danneggiamento dei luoghi della cultura del nostro Paese, ma riguardava anche le persone".

A parlare di Tutino, dandogli un ruolo ben preciso nell'attentato, è stato soprattutto Spatuzza. Il quale "ha fornito elementi per ricostruire passaggi ancora sconosciuti" dell'attentato di via Palestro. Con la sua "partecipazione" all'attentato - con il fratello e Giovanni Formoso e su incarico di Graviano - aveva rivelato il pentito, Tutino "sarebbe stato riabilitato" dalla mafia siciliana dopo uno sgarro che aveva compiuto in passato" e per il quale era stato allontanato da Palermo e si era trasferito nel capoluogo lombardo. "L'ho rivisto poco prima della strage - aveva detto - era stato fatto rientrare per partecipare e collaborare nella preparazione della strage".

Per il nuovo arresto sono arrivati i ringraziamenti alla magistratura e alla squadra mobile dal ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che ha parlato di "segnale importante". Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, invece ha rimarcato come a vent'anni di distanza il fatto che "magistrati e forze dell'ordine siano riusciti a continuare le indagini per arrivare all'arresto è un ulteriore esempio del fatto che andiamo avanti insieme. E quando si va avanti insieme realmente, si arriva al risultato".



Articolo del 26 Luglio 2014 da articolotre.com

La strage dimenticata di via Palestro: 21 anni di ombre e misteri

di Gea Ceccarelli

Erano anni particolari.

L'Italia stava facendo i conti con Tangentopoli e con le stragi. Falcone e Borsellino erano stati ammazzati da poco più di un anno; una ferita ancora aperta per tutti gli italiani che, frattanto, assistevano al disfacimento della Prima Repubblica. Erano anni in cui tutto il marcio della storia del Paese sembrava in procinto di emergere, invece si insinuava ancora più a fondo. Erano anni in cui istituzioni e poteri deviati scendevano a compromessi, gli anni della cosiddetta trattativa Stato-mafia. Il '93, nello specifico, era l'anno in cui Cosa Nostra abbandonava la Sicilia per trasferirsi in continente.

Attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, significa annientarlo. Toglierne la storia, l'identità. “Ti immagini se l'Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, aveva detto Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l'idea, forse, la Primula Nera, l'ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini. Una serie di attentati che avrebbero spinto le istituzioni a cedere alle richieste di Cosa Nostra, rispettare i patti presi, accelerare sui tempi.

Il 27 maggio, ad essere colpita fu Firenze. In via dei Georgofili, a pochi passi dagli Uffizi, trovarono la morte cinque persone. Due mesi dopo, la notte del 27 luglio, altre tre bombe deflagrarono: due si trovavano a Roma, presso le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. La terza esplose a Milano, in via Palestro: il Pac, il Padiglione d'Arte Contemporanea, fu distrutto. A perdere la vita, anche in questo caso, cinque persone: i tre Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, il vigile urbano Alessandro Ferrari e il cittadino del Marocco Moussafir Driss, che dormiva su una panchina a pochi passi dal luogo dell'esplosione.

Un incidente: così vennero definite quelle vite spezzate. Quella sera, a detta di Cosa Nostra, non dovevano registrarsi vittime. Solo che qualcosa non era andato secondo i piani. Non solo, infatti, la Fiat Uno caricata con 90 chili di tritolo esplose un'ora prima del previsto, ma, inoltre, aveva cominciato a perdere fumo dal cofano. Un segnale che preoccupò alcuni passanti, i quali preferirono avvertire le forze dell'ordine e i soccorsi. Quando però le autorità giunsero sul luogo, l'autobomba esplose e lasciò in vita solo Catia Cucchi, la vigilessa che era di pattuglia con Ferrari. Erano le 23.14 e il Pac era ancora in piedi.

Le persone si riversarono in strada e corsero in via Palestro per capire cosa fosse accaduto. Uscirono dai ristoranti, dai bar, e si diressero sul luogo dell'esplosione. Ben pochi, nei paraggi, non lo fecero. Uno in particolare: Roberto Enea, capo di Cosa Nostra a Milano, che si trovava all'interno di una sala da biliardo nei pressi del Pac. Quando scoppiò l'inferno, tutti gli avventori del locale, monitorato dalla Dia, uscirono per controllare cosa fosse accaduto. Lui no: le telecamere degli investigatori lo ripresero mentre, frettolosamente, si allontanava nella direzione opposta. Un atteggiamento sospetto, eppure il suo nome non finì mai nell'inchiesta.

Esattamente come non vi finì mai la “bionda”: una donna che era stata avvistata a Roma, poco prima dell'attentato di via Fauro, a Roma, il cui bersaglio era Maurizio Costanzo. Lei, descritta come magra e bella, fu vista anche quella sera a Milano: secondo due testimoni era stata lei a parcheggiare la Fiat Uno in via Palestro.
Fu lei, forse, a sbagliare anche posizione: come rivelò anni dopo Spatuzza, “a Milano l'obiettivo venne mancato di 150 metri”. Non era il Pac a interessare Cosa Nostra.

Essenziale, in questo senso, visualizzare almeno mentalmente, la mappa della zona: attorno a via Palestro si affacciavano importanti strutture, il cui danneggiamento avrebbe rappresentato chiarissimi segnali, forse addirittura più espliciti della deflagrazione del Padiglione -il quale, alle 4.30 del mattino, a causa di una sacca di gas sotterranea, venne comunque raso al suolo da una seconda, immane, esplosione.-

In primis, a circa cento metri dal museo, si sarebbe trovata una sede massonica: il Centro Europeo di comunicazione, guidato dal Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Poco distante, poi, vi era presumibilmente un ufficio dei Servizi Segreti. E ancora: nei pressi, si trovavano gli uffici di Marcello Dell'Utri, oggi imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, a causa dei suoi rapporti comprovati con membri di Cosa Nostra.

Subito, sul posto, giunsero i pm milanesi, ma ben presto il caso passò in mano alla procura fiorentina: l'esplosivo utilizzato nell'attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili. Si parla del tritolo confezionato da Giuliano, Lo Nigro e Spatuzza all'interno del rudere di Mangano. Una prova chiarissima dello stampo mafioso dell'eccidio: eppure, nella sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Firenze, i giudici scrivevano come la strage milanese fosse “rimasta praticamente oscura nelle modalità di esecuzione e, in parte, negli autori.”

Fu necessario attendere il verdetto d'appello per conoscerne qualcuno: “Antonino Mangano, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza. Alle persone sopra dette, indicate dai collaboratori, vanno aggiunte Giacalone Luigi, Benigno Salvatore e gli stessi Antonio Scarano e Grigoli Salvatore e Pietro Carra”.
Spatuzza ne aggiunse altri: spiegò come l'esplosivo fosse stato consegnato il 23 luglio e trasportato su un camion guidato da Carra e Lo Nigro a Milano, dove, a prender parte all'attentato, vi erano anche Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino. Quest'ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, è stato assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra. Il fratello, Filippo Marcello, è stato arrestato solo nel gennaio scorso.

Secondo Spatuzza, le menti dell’operazione furono i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Quella notte, però, si trovavano a Forte dei Marmi, ospiti dell'imprenditore milanese Enrico Tosonotti, in rapporti con Dell'Utri. Furono arrestati sei mesi dopo, il 27 gennaio del '94, scoperti in un ristorante con le fidanzate e due amici, Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino, entrambi mafiosi di Brancaccio. Tra i due è D’Agostino a richiamare in causa, ancora una volta, Dell'Utri: era salito a Milano, a suo dire, perché gli era stato promesso un lavoro all'Euromercato -ai tempi gestito da Berlusconi- e perché suo figlio era in procinto di entrare nei pulcini del Milan. Ovviamente grazie al braccio destro del futuro premier.

Triangolazioni e punti oscuri che, ancor'oggi, a 21 anni dalla strage, non trovano risposta. L'eccidio di via Palestro è l'attentato di Cosa Nostra meno conosciuto e più misterioso. Ha faticato addirittura ad essere considerato tale: soltanto un anno fa, d'altra parte, la targa che spiccava sulla strada, e che recitava: “vittime innocenti per un vile attentato”, è stata sostituita con un più opportuno e credibile: “strage mafiosa per ricattare lo Stato”.


 

 

 

 

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Sei  : Home Vittime 27 Luglio 1993 Milano. Strage di Via Palestro. Restano uccisi Driss Moussafir, Alessandro Ferrari, Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno. Un cittadino marocchino, tre Vigili del Fuoco e un Vigile urbano: cinque vittime innocenti.