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31 Luglio 1992 San Marcellino (CE). Ucciso Giorgio Villan, commerciante, vittima del racket. PDF Stampa

La data è indicativa, sulle liste consultate è indicato solo "luglio 1992"

Tratto da http://acapofitto.splinder.com/post/20534146

La camorra è un mondo, con le sue leggi, i suoi codici, identità e linguaggi, con regole di governo interno e sistemi di relazione esterna. Un “Sistema”, appunto. Che viene percepito come escrescenza e corpo estraneo dagli altri cittadini, quando uccide e fa strage, ma col quale si finisce per convivere nella quotidianità. Proprio come impara a fare uno dei protagonisti delle storie che seguono, il Drago, al secolo Giorgio Villan. Commerciante di abbigliamento di Chioggia, aveva spostato la sua attività imprenditoriale in Campania. Probabilmente, come molti suoi colleghi, finché operava in Veneto si sarà lamentato delle tasse e del fisco, ma al sud pagava regolarmente il “pizzo”, come fosse una cosa normale, una specie di assicurazione sul negozio e sulla vita. Si è trovato invece stritolato nella guerra tra due bande rivali di taglieggiatori, finendo ucciso.


Tratto dal libro Ragazzi della terra di nessuno di Gianni Solino - Ed. La Meridiana

“Il Drago”

Giorgio Villan, commerciante di abbigliamento originario della provincia di Venezia, a San Marcellino aveva trovato moglie e successo nel lavoro: gestiva, infatti, un grande negozio sempre pieno di clienti, lungo la provinciale per Villa Literno. Al Prezzaccio con pochi soldi si vestiva tutta una famiglia.

Non era difficile per Villan e per tanti come lui mantenere i costi bassi: frotte di ragazzine, infaticabili e malpagate, prestavano la loro opera, preziosa, quanto sommersa, in una miriade di fabbrichette. Ne pullulavano in zona, prima che l’avvento dei cinesi spazzasse via quel modesto, ma certamente non trascurabile tentativo di dar vita a esperienze industriali tessili.

Lo chiamavano il Drago, forse per la sua abilità nel commercio, perché ci sapeva fare davvero. Era uno di fuori, si sentiva dal suo accento veneto, ma conosceva più persone e aveva più amici lui di chiunque altro nato e cresciuto in quelle strade. Tutti i giorni passava parte del suo tempo libero nel bar che Salvatore e Massimo, due miei amici, avevano da poco rilevato dal precedente gestore. Giocava a carte e quasi sempre perdeva, senza mai arrabbiarsi. Sembrava contento di pagare le consumazioni perdute al gioco e offriva sempre da bere a tutti. Un pollo da spennare, secondo alcuni dei suoi compagni di carte. Ignoravano la sua gioia intima nello spendere in allegria una minuscola parte dei soldi che la fortuna gli faceva piovere addosso.

Forse, per lui, era un modo di ingraziarsela, la fortuna.

A prima vista, incuteva un po’ di timore, alto quasi due metri, robusto ma non grasso, insomma, un gigante buono dal vocione profondo.

Lavorava sodo, ma anche pulito.

Con gli amici degli amici stava a posto, soggiaceva al racket delle estorsioni senza lamentarsi. Era il sistema che vigeva da queste parti e lui, forestiero, non ci pensava nemmeno a ribellarsi a quel tributo impostogli da una diversa autorità locale: era un altro modo di inserirsi nel contesto socio-culturale.

Pagava la sua tassa per la sicurezza e voleva stare tranquillo.

Un giorno, si presentò da lui uno sbandato, un camorrista di mezza tacca, imparentato con qualche piccolo boss della zona, a chiedergli di pagare il pizzo. Il Drago cercò di spiegargli che lui “stava a posto”, già pagava il dovuto e non gli sembrava giusto versare due volte “gli sghei”,si trattava certamente di un equivoco. L’estorsore lo minacciò pesantemente, doveva consegnargli il denaro e alla scadenza fissata sarebbe passato a ritirarlo.

Giorgio non sapeva cosa fare. Nel commercio era un drago, con gli amici un signore… Ma restava uno di fuori, sapeva poco di certe storie, non era avvezzo a trattare simili affari.

Fece, perciò, la scelta che gli sembrò più logica e coerente col sistema nel quale era immerso, seppure in qualità di vittima. Si rivolse ai camorristi che tenevano la zona e raccontò loro di quell’impostore che gli chiedeva di pagare un’imposta che lui già versava senza battere ciglio. Si lamentò per quella che, a tutti gli effetti, era una incongruenza del sistema, pretese rassicurazioni…

Ignorava, il Drago, la lotta continua tra diversi clan e famiglie che prima si abbracciano e si baciano e subito dopo si ammazzano per spartirsi le zone e i traffici illegali e per imporre, anche fisicamente, la loro supremazia sul territorio.

In quel momento, Giorgio non riusciva a valutare la portata degli eventi che si stavano innescando. Sicuramente, qualcosa non gli quadrava, nella sua logica, lontana dai meccanismi malavitosi camorristi, la situazione in cui era finito suo malgrado, era assurda e incredibile.

Si prestò, perciò, al gioco degli amici, quelli che incassavano l’obolo involontario e avevano il dovere di proteggerlo, quelli che spendevano in moto di grossa cilindrata e in abiti griffati il denaro delle tasse sulla sicurezza di Giorgio e degli altri imprenditori.

Il Drago seguì le loro indicazioni e il giorno dell’appuntamento con l’abusivo si trovò regolarmente in negozio. Solo che, nascosti dietro la cassa, c’erano con lui due degli amici e invece della tangente, il nuovo estorsore incassò tante di quelle bastonate che anche i familiari avrebbero stentato a riconoscerlo. Una dolorosa lezione, solo per fargli comprendere chi comandava e per fargli passare la voglia di riprovarci.

Giorgio, però, non era mica convinto di come erano andate le cose. Pur avendo contribuito a quegli sviluppi della vicenda, soprattutto per non contrariare gli amici, si sentiva inquieto, insoddisfatto.

Avrebbe preferito non aver detto nulla, temeva il rischio di possibili ritorsioni nei suoi confronti.

Nell’andarsene, vittoriosi e soddisfatti, gli amici gli raccomandarono di chiamarli immediatamente nel caso di un improbabile ritorno dell’impostore.

Giorgio si augurava e pregava di non rivedere mai più quel balordo, pestato a sangue, davanti ai suoi occhi, anche per sua responsabilità. In fondo gli era sembrato pure lui un poveraccio.

Nei giorni seguenti, molti lo videro preoccupato,distratto, perso nei suoi pensieri. Era un uomo grande e grosso e aveva un gran cuore, perciò gli sembrava vergognoso mostrare la sua paura.

Passavano i giorni e Giorgio sembrava recuperare un po’ di serenità, specie perché di quel poveraccio non si era più vista traccia.

Cominciava a confidare sul fatto che, magari, la storia si sarebbe potuta chiudere così, con l’accettazione della lezione e il rientro nei ranghi di quello sbandato che si era lanciato troppo in là, senza nessuna copertura da parte del suo clan.

Quando lo rivide davanti ai suoi occhi voleva scomparire, eclissarsi, trovarsi a mille miglia lontano, in un altro emisfero. Non tanto per la paura immediata che gli incuteva il personaggio, ma soprattutto perché era terrorizzato alla sola idea che gli amici potessero scorgere quel ‘guappo’ nel suo negozio, o peggio ancora, gli chiedessero notizie in proposito.

E lui doveva rendere conto di tutto…

In cuor suo sarebbe stato felice, a questo punto, di pagare non due ma anche tre volte la tassa, dargli anche tutto il negozio, a lui e anche agli altri amici e a tutti gli amici degli amici. Tornarsene a Chioggia, nel suo ambiente, dove pure esistono i delinquenti, ma non come questi qua che ti costringono in situazioni raccapriccianti, non ti danno scelta, ti tolgono la libertà.

Il camorrista fu perentorio. Giorgio doveva portargli una grossa somma entro pochi giorni altrimenti lo avrebbe ammazzato e nulla avrebbero potuto fare gli amici in suo favore. Il suo clan avrebbe presto preso il sopravvento e, quindi, dettato legge su quel pezzo di territorio.

Giorgio voleva pagare, sottostare anche a questo odioso ricatto, consegnargli tutto quello che chiedevano, anche se si trattava di una cifra enorme.

Il punto, però, era un altro.

Se pagava, si sarebbe messo contro gli amici che, a loro volta, non gliela avrebbero perdonata. Come se si fosse schierato con il clan emergente nella sfida mortale per la supremazia.

Aveva i nervi a fior di pelle e chiunque lo incrociasse capiva che qualcosa di serio lo turbava.

Nel giro di sole ventiquattro ore da quella seconda visita, si presentò da lui uno degli amici. Forse era un caso o forse già avevano saputo, sta di fatto che Giorgio a quella vista sbiancò in volto e non fu in grado di reggere neanche pochi secondi il confronto. Rivelò la rinnovata richiesta estorsiva. Aveva le lacrime agli occhi. Aggiunse pure che, in fondo, i soldi erano suoi e pagare ormai non gli importava. Non ci fu verso. Il malavitoso cercava, a suo modo, di tranquillizzarlo, ma più lo faceva e più Giorgio era sconvolto dal terrore per quello che si prefigurava.

Prima di andarsene, il camorrista gli ordinò di tacere e, soprattutto, di non sganciare nemmeno un centesimo. Avrebbero pensato loro a sistemare tutto.

Passarono solo pochi giorni e il balordo fu intercettato lungo la strada che dal Santuario della Madonna di Briano porta alla strada provinciale Frignano-Villa Literno. Era a bordo di un catorcio e cercò di sfuggire al commando che immediatamente prese a inseguirlo e a sparargli addosso.

Domenica mattina, l’inseguimento forsennato si concluse con la trucidazione del balordo, sul corso principale di Villa di Briano. Colpiti a morte due anziani che si recavano alla consueta messa domenicale.

Quella domenica di luglio la gente rimase sgomenta, ma il più sconvolto di tutti era sicuramente il Drago. Solo lui sapeva quello che era successo, le ragioni di quel massacro.

Si sentiva in colpa, in pericolo, segnato.

Nei giorni che seguirono, si chiuse in se stesso, parlava poco, rispondeva a monosillabi. Non godeva più delle partitelle al bar, anzi al bar non ci andò più. A qualcuno confidò che avrebbe voluto andare in Romania, dove pure a volte si recava per affari.

Dovettero essere giorni tremendi per Giorgio il Drago.

Pure se era di fuori, realizzava ormai pienamente la situazione di grosso pericolo in cui era precipitato.

Col passare dei giorni si alternavano in lui momenti di costernazione malamente celati a momenti di sollievo, quando pensava che magari il tutto sarebbe potuto finire così, in maniera certo tragica, oltre ogni previsione, ma non con l’irreparabile.

Avrebbe potuto chiedere protezione ai carabinieri, ma come si faceva? Significava denunciare gli estorsori, raccontare l’accaduto, fare i nomi dei protagonisti. Ma così il pericolo si sarebbe moltiplicato, la ritorsione tanto temuta sarebbe stata certa, e con quali conseguenze! Avrebbe potuto scappare, darsi a una sorta di latitanza, a una vita da braccato come se fosse stato lui il criminale.

Non fare nulla, lasciar scorrere il tempo, uscire poco, quasi a volersi far dimenticare, fu questa l’unica scelta che gli sembrò possibile.

Un pomeriggio come gli altri, Giorgio era alla cassa del Prezzaccio.

Chissà quali pensieri occupavano la sua mente, se era tranquillo o in preda alle sue ansie. Stava in piedi dietro il banco e la sua grande altezza si stagliava sull’intero locale, riuscendo a controllare il via vai di clienti e il lavoro frenetico delle commesse e della moglie che lo aiutava a gestire il negozio.

Entrò un uomo qualunque, non notato, che si portò senza fretta verso la cassa.

Uno o due colpi alla testa a distanza ravvicinata colpirono il Drago.

Chissà se riuscì a guardare in faccia il suo assassino o se non si rese conto di niente. Colpito a bruciapelo, il gigante buono si afflosciò su se stesso. Così grosso eppure così inerme, insignificante al cospetto dell’arma micidiale che, in un attimo, gli aveva dato la morte, Giorgio Villan, giovane e brillante imprenditore di Chioggia, venuto al sud a trovare e portare lavoro e ricchezza.

Come nulla fosse accaduto, in mezzo allo stupore e alla confusione, il carnefice, lentamente come era entrato, si allontanò, salendo sulla sua macchina parcheggiata fuori dal negozio e percorrendo adagio, quasi a passo d’uomo, quel tratto di provinciale in direzione di Casal di Principe.

Passò davanti al bar dove Giorgio non avrebbe mai più potuto offrire da bere a nessuno, né godere del piacere di perdere a scopa o a briscola con i suoi amici.

Aveva un’espressione fredda e sprezzante e non temeva di essere riconosciuto, anzi lo rivendicava.

Qualcuno sembrò riconoscere in lui il cognato di quel Giuseppe Quadrano che, qualche anno dopo, sarebbe balzato agli onori della cronaca nazionale, e non solo, come autore del più efferato delitto commesso dalla camorra campana: l’assassinio di don Peppe Diana.

Ma questa è un’altra storia.

 

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