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9 Agosto 1991 Campo Calabro (RC). Assassinato il magistrato Antonino Scopelliti. PDF Stampa

Articolo e foto di stopndrangheta.it

Antonino Scopelliti, un giudice nel mirino

Magistrato di Cassazione, stava lavorando al maxiprocesso a Cosa nostra. Il delitto non è risolto. La tesi principale riguarda un accordo tra siciliani e 'ndrangheta, che portò alla pax tra le cosche reggine in guerra

Lo hanno finito con una P38. Il colpo di grazia sparato a bruciapelo, sulla provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Il giudice reggino Antonino Scopelliti è stato assassinato il 9 agosto del 1991. Un omicidio eccellente, che pose fine alla seconda guerra di 'ndrangheta.

Scopelliti era al lavoro sui faldoni del maxiprocesso a Cosa nostra, istruito negli anni '80 da Giovanni Falcone. È sulla pista siciliana che si sono sempre indirizzate le indagini: un accordo tra mafia e 'ndrine, uno scambio di favori che portò alla pax tra le cosche reggine in guerra. Scopelliti ricevette pressioni per "ammorbidire" le sentenze di condanna ai boss siciliani, ma rifiutò con fermezza ogni ingerenza.

Come mandante fu condannato in primo grado Pietro Aglieri, assolto nel 1999 dalla Cassazione. Ad oggi il delitto Scopelliti è senza colpevoli.

Alla memoria del giudice è dedicata la Fondazione Scopelliti, animata dalla figlia Rosanna.

 

 

Articolo da LA STAMPA del 17 Agosto 1991

PERCHE' SCOPELLITI?
MAFIA I NUOVI BERSAGLI

di Giovanni Falcone

L'ultimo delitto eccellente - l'uccisione di Antonino Scopelliti - è stato realizzato, come da copione, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso.
Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato - e probabilmente lo è - essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere.
Ma se, mettendo da parte per un momento l'emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato direttamente colpito il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione.
Non è questa la sede per azzardare ipotesi, né si pretende di suggerire nulla agli investigatori; ma il dato di cui sopra è sicuramente di grande importanza e merita particolare attenzione.
Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell'omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricorsi riguardanti la criminalità organizzata.
Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa. L'eliminazione di Scopelliti é avvenuta quando ormai la suprema corte di Cassazione era stata investita della trattazione del maxiprocesso alla mafia siciliana e ciò non può essere senza significato.
Anche se, infatti, l'uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema corte, non ne avrebbe comunque potuto prescindere nel senso che non poteva non essere evidente che l'uccisione avrebbe influenzato pesantemente il clima dello svolgimento del maxiprocesso in quella sede. E se tale ovvia previsione non ha fatto desistere dal delitto, ciò significa che il gesto, anche se non direttamente ordinato da «Cosa Nostra», alla stessa non era sgradito. Non si dimentichi, si ribadisce, che Antonino Scopelliti era un magistrato la cui uccisione avrebbe sicuramente determinato l'addensarsi di pesanti sospetti su «Cosa Nostra», come in effetti è avvenuto.
Si aggiunga che l'omicidio di Scopelliti è avvenuto in terra di Calabria, in una zona cioè dove finora non erano stati uccisi magistrati o funzionari impegnati nella lotta alle cosche. Ciò è stato correttamente interpretato come un preoccupante «salto di qualità» che non potrà non influenzare il futuro della lotta alle organizzazioni mafiose calabresi e che, già da adesso, suona come un grave segnale di pericolo per tutti coloro che in quelle terre sono impegnati in questa, finora impari, battaglia.
Se così è - e purtroppo ben pochi dubbi possono sussistere al riguardo - le conseguenze sono veramente gravi. E' difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose («Cosa Nostra» siciliana e «'ndrangheta» calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l'opportunità; e alla luce dell'esperienza fatta non si può certo dire che finora queste organizzazioni abbiano fatto passi falsi.
Non sembri un caso che il maxiprocesso - qualunque ne sia la valutazione che ognuno ritenga di darne in termini di efficacia nella lotta alla mafia sia stato scandito in tutte le sue fasi, a cominciare dalle investigazioni preliminari, da assassinii di magistrati e di investigatori con conseguente pesante e inevitabile condizionamento psichico per tutti coloro che per ragioni di ufficio se ne sono dovuti occupare.
Adesso il maxiprocesso che gronda del sangue dei migliori magistrati e investigatori italiani - è approdato all'ultima istanza del giudizio, la Cassazione, ed era stato affidato a chi, Antonino Scopelliti, già più volte, con serenità e coraggio, aveva espresso il punto di vista della pubblica accusa, in ultimo opponendosi alla scarcerazione per decorrenza dei termini degli imputati; scarcerazione poi concessa dalla suprema corte con conseguente intervento governativo per bloccare le erronee scarcerazioni.
Non ci vuol molto a capire, allora, che, a parte le eventuali particolari causali dell'omicidio di Scopelliti, lo stesso sarebbe stato inevitabilmente recepito dagli addetti ai lavori come una intimidazione nei confronti della suprema corte e che se è stato tuttavia consumato, le organizzazioni mafiose non temono le eventuali reazioni dello Stato.
Ognuno è in grado di comprendere, dunque, qual è il grado di pericolosità raggiunto dalle organizzazioni mafiose.
L'opinione pubblica, nel periodo del terrorismo, ha cominciato a rendersi conto della sua pericolosità con l'inizio degli attentati contro persone che, sconosciute ai più, rivestivano in realtà grande importanza nei meccanismi produttivi del Paese (vedi, ad esempio, l'omicidio di Carlo Ghiglieno a Torino). Probabilmente stiamo attraversando adesso, nel campo della criminalità organizzata, una fase analoga. Si spera che l'ultimo infame assassinio faccia comprendere quanto grande sia la pericolosità criminale delle organizzazioni mafiose e che se ne traggano le conseguenze. Al riguardo, nel rilevare che attualmente è tutto un fiorire di ricette per battere la criminalità organizzata, ci si permette di suggerire che, ferma l'opportunità di scegliere moduli organizzativi adeguati, è giunto ormai il tempo di verificare sul campo la bontà degli stessi e, nel concreto, l'effettivo impegno antimafia del governo.


Giovanni Falcone


 

 

Foto e Fonte Wikipedia

Antonino Scopelliti (Campo Calabro, 20 gennaio 1935 – Piale, 9 agosto 1991) è stato un magistrato italiano.

Entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la Corte d'appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Ha rappresentato, infatti, la pubblica accusa nel primo Processo Moro, al sequestro della Achille Lauro, alla Strage di Piazza Fontana ed alla Strage del Rapido 904. Per quest'ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del '91, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò ed a Guido Cercola, nonché l'annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione, presieduto da Corrado Carnevale rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio.

Il magistrato fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro.

Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L'agguato avvenne all'altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell'abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea. L'automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno. In un primo tempo si pensò che Scopelliti fosse rimasto coinvolto in un incidente stradale. L'esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco fecero emergere la verità sulla morte del magistrato.

Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si ritiene che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò diversi tentativi di corruzione (il pentito Marino Pulito rivelò che a Scopelliti furono offerti 5 miliardi di lire italiane per "raddrizzare" la requisitoria contro i boss della Cupola siciliana).

Anche secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la Cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la seconda guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell'abitazione paterna di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, furono trovati gli incartamenti processuali del maxiprocesso.

Per la sua uccisione furono istruiti e celebrati presso il Tribunale di Reggio Calabria ben due processi, uno contro Salvatore Riina e tredici boss della Cupola, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri nove boss della cosiddetta Commissione regionale di Cosa Nostra, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola. Furono tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d'Appello nel 1998 e nel 2000 perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia (cui si aggiunsero in un secondo momento quelle del boss Giovanni Brusca) vennero giudicate discordanti.

Ad Antonino Scopelliti è stata dedicata una strada nel suo paese natale, Campo Calabro, ed una nella contigua Villa San Giovanni.

Nel 2007, su iniziativa della figlia, Rosanna Scopelliti, è stata costituita una fondazione intitolata all'Alto magistrato.

 

 

 

Primo sangue
Delitto Scopelliti: l'omicidio, ancora oggi senza colpevoli, del giudice che non volle trattare.

Autore: Aldo Pecora, Rosanna Scopelliti
Editore: Rizzoli Collana: Bur Saggi

Foto e Nota di:  bur.rcslibri.corrie​re.it

Io sono stata costretta a vivere senza mio padre, ma posso andare fiera del suo nome e del suo esempio. Io ho avuto dignità, libertà, onore. Basta un niente per perderli.
Rosanna Scopelliti

Il 9 agosto 1991 il giudice Antonino Scopelliti veniva ucciso in un agguato a Campo Calabro, lasciando la moglie e la figlia di sette anni, Rosanna, della cui esistenza, per motivi di sicurezza, pochissimi sapevano. La morte di Scopelliti, impegnato in quei giorni in Cassazione per il maxiprocesso di Palermo, apriva di fatto la stagione delle stragi, il duro e ambiguo confronto tra Stato e mafia che avrebbe portato, poco dopo, alle morti di Falcone e Borsellino. Iniziava così una collaborazione inedita e pericolosissima tra mafia e ’ndrangheta, senza l’assenso della quale non sarebbe stato possibile giustiziare un magistrato in terra calabrese. Eppure il caso fu facilmente insabbiato: i colpevoli, identificati in membri della ’ndrangheta ma, prima ancora, in Totò Riina e Nitto Santapaola quali mandanti, saranno tutti assolti dopo una lunga e dolorosa vicenda processuale. In Primo sangue Aldo Pecora riapre il caso Scopelliti, ricostruendo una vicenda che ancora costituisce una vergogna per le nostre istituzioni, e narrando non solo eventi inediti, ma una storia familiare difficilissima. Il dolore per quella morte tanto feroce porterà con gli anni Rosanna a impegnarsi attivamente, assieme allo stesso Pecora, nel contrasto civile alla ’ndrangheta con l’associazione Ammazzateci Tutti. Nel tentativo, ancora oggi in atto, di fare giustizia anche per la memoria di Antonino Scopelliti.
Delitto Scopelliti: l’omicidio, ancora oggi senza colpevoli, del giudice che non volle trattare.
Il patto segreto tra ’ndrangheta e Cosa Nostra che aprì la stagione delle stragi. Interviste esclusive a Salvatore Boemi e Nicola Gratteri.

Aldo Pecora, nato a Reggio Calabria nel 1986, è giornalista, autore televisivo e blogger. Nel 2005 ha fondato il movimento antimafie Ammazzateci Tutti, che tuttora presiede, e dal 2007 è segretario organizzativo della Fondazione Antonino Scopelliti. Attualmente lavora per Rai Educational. Il suo sito è www.aldopecora.it.

 

 

 

Articolo da L'Unità del 12 Maggio 1996

Delitto Scopelliti
ergastolo ai boss

Sentenza per l'omicidio del giudice

REGGIO CALABRIA. Si sa tutto, ora, sulle fucilate che assassinarono il giudice Antonino Scopelliti. Ordinò l'esecuzione la cupola di Cosa nostra, Totò Riina in testa. La Corte d'Assise di Reggio Calabria ha infatti condannato all'ergastolo Totò Riina , Pippo Calò, Francesco Madonia, Giacomo Gambino,

Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci e Pietro Aieri (quest'ultimo, detto u signurino, latitante). Sono stati assolti Antonino Rotolo e Procopio Di Maggio, per i quali era stato richiesto l'ergastolo e Giuseppe Bono.
La Cupola aveva chiesto alia 'ndrangheta l'eliminazione di Scopelliti dopo aver inutilmente tentato di corromperlo perché facilitasse l'affossamento del maxi-processo di Giovanni Falcone contro Cosa nostra. In cassazione era saltata la garanzia» del giudice ammazzasentenze e i boss, che si erano visti condannare anche in appello, avevano come ultima possibilita di farla franca quella di una favorevole sentenza della Cassazione. A Scopelliti, pubblico
ministero del processo, erano state offerte cifre da capogiro, finocinque miliardi. Ma il giudice calabrese, da molti anni ormai residente a Roma, aveva risposto picche decidendo di impegnarsi a fondo nel processo pur consapevole dei rischi altissimi a cui sarebbe andato incontro. L'uccisione di Scopelliti, secondo i calcoli dei boss avrebbe dovuto far slittare il processo consentendo agli uomini d'onore di tornare in libertà per scadenza dei termini di carcerazione.

L'indagine della procura distrettuale antimafia ha accertato che Cosa nostra in cambio dell'esecuzione di Scopelliti offrì una mediazione per mettere fine alla feroce guerra tra le cosche che in quegli anni infuriava nel reggino e che aveva accumulato per le strade della città e del circondario centinaia di morti ammazzati. Riina, del resto, non era nuovo ai rapporti con la 'ndrangheta. Il capo di Cosa nostra avrebbe passato periodi lunghi della propria latitanza in Calabria, soprttutto nella zona della Locride. C'è chi sostiene che il boss dei boss sbarcasse nella regione camuffato da umile prete di campagna per non farsi riconoscere. Con quella "divisa" avrebbe presieduto importanti riunioni ad Africo, il paese del prete-padrone Don Stilo.
Il processo ha avuto un andamento drammatico. Quando stava ormai per giugere alia sua cohclusione il presidente della corte venne arrestato per concorso in associazione mafiosa. Per fortuna si riuscì a trovare uno stratagemma per non perdere tutte le udienze. L'accusa è stata sostenuta
dal pm Francesco Mollace, lo stesso che è riuscito a far condannare all'ergastolo un gruppo di mafiosi pe l'omicidio di Lodovico Ligato, l'ex presidente delle - ferrovie che aveva anche occupato la poltrona di deputato della Dc.
Il processo ha verificato ed accertato collegamenti pressoché organici tra la n'drangheta e Cosa nostra giugendo alla conclusione che le consorterie calabresi hanno ormai un ruolo paritario con quelle siciliane nonostante permanga una grave sottovalutazione del pericolo che la  'ndrangheta rappresenta.

A.V.

 

 

Articolo del 13 Luglio 2012 da gazzettadelsud.it

Omicidio giudice Scopelliti, indagini riaperte

Reggio Calabria. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e' tornata ad indagare, da alcuni mesi, sull'omicidio del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro il 9 agosto 1991 alla vigilia del maxi processo a Cosa nostra. La conferma è venuta oggi in aula dal pm della Dda Giuseppe Lombardo nel corso della deposizione del collaboratore Antonino Fiume

La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e' tornata ad indagare, da alcuni mesi, sull'omicidio del magistrato di Cassazione Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro il 9 agosto 1991 alla vigilia del maxi processo a Cosa nostra. La conferma è venuta oggi in aula dal pm della Dda Giuseppe Lombardo nel corso della deposizione del collaboratore Antonino Fiume durante il processo Meta contro le cosche della 'ndrangheta della citta'. Fiume, nell'udienza di mercoledì scorso, interrogato da Lombardo, aveva detto che ad uccidere Scopelliti, su mandato di Cosa nostra, erano stati due reggini. Il pm, a questo punto, gli aveva impedito di fare i nomi. Una circostanza che già lasciava intendere che la Dda stesse valutando la riapertura dell'inchiesta, come scritto oggi dal Quotidiano della Calabria. Il riferimento del pentito alle dichiarazioni fatte anche all'ex Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che da marzo è procuratore a Roma, fa intendere che già da mesi la Dda sta indagando sull'omicidio Scopelliti per verificare le affermazioni del collaboratore. Lo stesso Fiume, oggi, rispondendo ad una domanda sull' argomento dell'avv. Marcello Manna, difensore di Giuseppe De Stefano che era in collegamento dal carcere di Tolmezzo, ha detto che "dell'omicidio del sostituto procuratore generale Scopelliti ne ho parlato con il procuratore Giuseppe Pignatone e con il dott. Giuseppe Lombardo". Il penalista, a questo punto, ha chiesto chiarimenti su questa affermazione ed il pm, rispondendo anche alla presidente del Tribunale Silvana Grasso, ha confermato che sulle affermazioni del pentito ci sono indagini in corso. Il collaboratore, rispondendo ad un'altra domanda sullo stesso argomento sempre dell'avv. Manna, ha anche detto che "ci sono situazioni che, se non stiamo attenti, si corre il rischio che ci ammazzano". (ANSA).

 

 

 

 

Foto e Articolo dell'8 Agosto 2012 da  strill.it

Memorie - Rosanna Scopelliti: ''Mio padre, un uomo di legge che non ha avuto giustizia''

di Anna Foti

Ha gli stessi occhi scuri e profondi di suo padre. Occhi pieni di parole e di emozioni mentre parla di lui, Antonino Scopelliti, suo papà, ucciso nella sua terra di Calabria dalla 'Ndrangheta su ordine di Cosa Nostra, il 9 agosto del 1991. Esiste una gioia che non potrà mai essere piena, ma che sarà comunque cercata e desiderata, ed esiste un dolore inestinguibile rimasto nascosto fino ad alcuni anni fa. Questi occhi scuri e profondi sono di Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino Scopelliti ucciso da colpi di lupara a Piale di Villa San Giovanni mentre si trovava in ferie a Campo Calabro, in provincia di Reggio Calabria, ventuno anni fa. Rosanna era soltanto una bambina. Era agosto e a settembre Antonino Scopelliti avrebbe dovuto discutere le argomentazioni di rigetto dei ricorsi in Cassazione avverso le condanne nei confronti dei più importanti e pericolosi esponenti di Cosa Nostra nel primo maxiprocesso.
A Piale, Villa San Giovanni (RC), luogo del vile agguato, stridente con uno scorcio di rara bellezza, a picco sullo Stretto, al cospetto di Messina, si respira quiete ma non rassegnazione. In questo luogo, emblema di una Calabria che la stessa Rosanna Scopelliti ha definito ‘terra di suo padre e degli uomini perbene e non di ndrangheta’, si celebra ogni giorno la memoria di un uomo calabrese che per la sua integrità ha sacrificato la sua intera esistenza. Un uomo che ha dato la vita per la giustizia ma al cui assassinio, ancora oggi, non si associano volti ma solo l’ombra ingombrante ed asfissiante della mafia. Si celebra la memoria anche di altri due uomini vittime, a Villa San Giovanni, per il loro coraggio di essere liberi, Franco Salzone, dirigente autotrasporti, e del vice sindaco Giovanni Trecroci, uccisi nel 1990.

Dal 1991 fino all'omicidio Fortugno nell'ottobre 2005 e alla successiva ribellione dei ragazzi di Locri, nessuna fiducia più nella Calabria era stata riposta da Rosanna. Adesso, nonostante l'indignazione di una sentenza ignobile che nel 2004 ha soltanto assolto, senza decretare alcun responsabile per l'omicidio di suo padre, giudice che la storia ha confermato essere stato solo, Rosanna si unisce alla voce di quei ragazzi. Così da Roma, dove vive e studia, periodicamente torna in Calabria per testimoniare che nessun cambiamento è possibile senza una cittadinanza attenta, vigile, coraggiosa e unita. Nel ricordo dell’ impegno di un uomo di legge contro la mafia e nel monito di una giustizia rimasta incompiuta, anche quest’anno Rosanna Scopelliti e la Fondazione intitolata a suo padre si sono fatte promotrici, accanto la movimento “E adesso ammazzateci Tutti” guidato da Aldo Pecora, del meeting giovanile nazionale Antimafia in svolgimento a piazza Duomo domani 9 agosto e venerdì 10 alle ore 21.

Rosanna, oggi ha riscoperto un legame con questa terra che, soprattutto grazie al suo impegno, non dimentica l’eredità di suo padre. Così torna spesso in Calabria e non solo per le edizioni di Legalitalia ma anche per scrivere intense pagine di memoria, come quella in provincia di Reggio, a Palmi, dove lo scorso febbraio ha avuto luogo la cerimonia di intitolazione dell’aula bunker del Tribunale di Palmi alla presenza del guardasigilli della Repubblica Paola Severino che, come ha evidenziato, ‘teneva molto ad essere presente a questo momento di memoria doveroso’, del procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso e di tutte le massime autorità ed esponenti politici di tutti gli schieramenti.

La ‘toga di papà’, la sua seconda pelle, ed il ricordo inossidabile e fiero di un uomo coraggioso ed integerrimo. Questo il patrimonio che ha spinto Rosanna ad uscire dall’oblio, in cui il dolore per la perdita l’aveva gettata all’indomani della tragedia. Un dolore coraggiosamente tramutato in instancabile impegno per tenere accesa la fiaccola della Speranza e della Legalità e per portare luce sulle vicende processuali inficiate da depistaggi e superficialità investigative che ne hanno pregiudicato gli esiti.
‘Poco si è fatto per proteggere papa’, ha ribadito anche in quell’occasione poiché la memoria deve potersi completare con la verità. Il punto nevralgico rimane sempre la riapertura del processo per ristabilire Giustizia e Verità, ‘le uniche cose che noi familiari possiamo chiedere’. Per quanto importante sia ricordare, bisogna anche accertare i fatti e restituire verità alla storia cui quest’uomo calabrese ha contribuito nobilmente.
Antonino Scopelliti entra in magistratura a soli 24 anni, svolge la carriera di magistrato requirente che inizia dal ruolo di Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, passa dalla Procura della Repubblica di Milano per poi approdare alla Procura Generale presso la corte d’Appello e al ruolo di Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione.
E’ lo stesso Salvo Boemi, magistrato in pensione, ora commissario della Stazione Unica Appaltante della Regione Calabria, a ricordare che "negli anni ‘93 e 94 tra i tre processi che impegnavano la DDA di Reggio Calabria, insieme al processo Olimpia, sulla seconda guerra di mafia reggina, e al processo per la morte di Lodovico Ligato, vi era proprio il processo per l’assassinio di Antonino Scopelliti”. Nell’ambito di questo venne accertato l’asse ndrangheta - cosa nostra che nulla aveva da guadagnare dalle condanne che quel maxiprocesso avrebbe procurato e che dunque ha cercato e trovato dei validi alleati calabresi per l’irreversibile e sanguinoso disegno criminale. Una tesi che fu poi smantellata in appello.
Il caso avrebbe potuto essere riaperto solo in presenza di nuovi elementi, giunti il mese scorso nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla DDA reggina, nella persona del sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, che inquadrerebbero l’omicidio Scopelliti come primo atto di quella trattativa Stato - Mafia che avrebbe poi mietuto altre vittime tra cui i giudici Falcone Borsellino e sulla cui indagine nel capoluogo palermitano, proprio lo scorso 24 luglio, il procuratore aggiunto presso la DDA Palermo, Antonio Ingroia prima di incontrare la cittadinanza reggina a Tabularasa, firmò, con i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Lia Sava, il decreto di rinvio a giudizio per 12 persone. Ultimo atto del magistrato siciliano prima di partire per il Guatemala, terra afflitta da una violenta criminalità e dal traffico di droga ed in attesa di giustizia per reiterate violazioni di diritti umani, ed assumere l’incarico affidatogli dall’ONU di capo dell'unità di investigazioni e analisi criminale sull'impunità.
Tra le persone rinviate a giudizio l'ex presidente del Senato Nicola Mancino, l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, il senatore del Pdl, Marcello Dell'Utri, i capimafia corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, i generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni.
La ricerca della Verità, come un puzzle cui aggiungere faticosamente e pazientemente tasselli di cui uno dei più spigolosi è proprio rappresentato dall’omicidio di Antonino Scopelliti, potrebbe essere adesso ad una svolta.



****Strill.it nel 2008 ha raccolto la testimonianza di Rosanna che ha iniziato con il raccontare cosa abbia destato in lei nuova fiducia in una terra che le aveva lasciato solo un vuoto incolmabile e che le suggeriva solo il rosso del sangue versato da suo padre e il grigiore di un’indifferenza immeritata e vile.

“Dopo anni di lontananza ho risposto al richiamo di giovani, come me, che pretendono un cambiamento. L'omicidio di mio padre che, convinto che la sua terra e la sua gente non lo avrebbero mai colpito alle spalle, rifiutò la scorta, rappresentò per me la distruzione della Calabria di cui lui stesso mi raccontava e che lui stesso mi insegnava ad amare. Nasce così la decisione mia e di mia madre di allontanarci in modo definitivo da questa regione. Il processo che seguì e  l'assenza di responsabili che la sentenza decretò, aggravarono questo divario, in ragione di un'indifferenza che perdurava e che sentivamo colpirci allora come all'indomani dell'omicidio. La sensazione che provavo era di immensa tristezza per una terra incapace di rialzarsi. Una terra che comunque non era più casa mia. Gli avvenimenti della fine del 2005, l'omicidio Fortugno e la marcia dei ragazzi a Locri mi hanno scossa. Sentivo quel richiamo ad una speranza che forse aspettavo da anni e che per lungo tempo avevo soffocato. Mi sentivo finalmente capita da persone di questa terra. Nasce così la mia vicinanza al movimento Ammazzateci Tutti cui ho deciso di affidare la memoria di mio padre perché, al di là delle marce e delle manifestazioni, c'è un impegno serio portato avanti con le difficoltà tipiche di chi si propone di operare, restando libero. Questo cammino era anche il mio, ecco perchè ho deciso di unirmi a loro. Un cammino che si pone anche contro quella mafia di terzo livello, quella che si infiltra e si annida nelle istituzioni. Quella più pericolosa.”

Cosa ti ha lasciato la drammatica esperienza della perdita di tuo padre?
“Io ho pagato un prezzo altissimo. Quasi tutta la mia vita senza mio padre. Tuttavia ho imparato che non bisogna restare inginocchiati ma raccogliere piano, piano tutte le forze possedute, ricaricarsi e combattere. Io ho impiegato quattordici anni per farlo ma ora so che era necessario.”

Ti sei mai sentita in pericolo per il tuo impegno?
“Non mi sento in pericolo solo perchè io ho già pagato il mio tributo e credo che la mafia più pericolosa ormai sia quella nascosta, quella che condiziona senza che ciò sia percepito e che si può contrastare facendo rete e restando uniti. Non mi stancherò mai di dire che bisogna avere fiducia nelle istituzioni e che in Calabria la gente onesta rappresenta la maggioranza della sua popolazione. Eppure poche famiglie tengono in ostaggio un'intera regione.  Mi viene in mente il condizionamento degli esercenti costretti a pagare il pizzo e i risultati che si potrebbero ottenere se gli imprenditori si unissero e denunciassero. I risultati che potrebbero ottenersi se la cittadinanza scegliesse con fermezza da che parte stare, subito! Cominciando dai ragazzi come disse Salvatore Boemi, in occasione dell'incontro in memoria di Falcone e Borsellino lo scorso maggio.”

Tu hai fiducia nello Stato?
“Paradossalmente si! Io l'avevo perduta ma adesso ho capito che lo Stato fa ciò che può.”

Cosa ricordi tuo padre?
“Ci sarebbero tante cose che non potrei sintetizzare. Della sua vicinanza come padre era ricca la mia quotidianità. Ero molto piccola quando lui fu ucciso, ma ciò che più mi è rimasto impresso è quel senso di sicurezza che mi proteggeva quando stavo in famiglia con lui e mamma. Purtroppo allora non potevo capire cose che adesso mi sono più chiare. Continuo a conoscere mio padre, a restargli vicino attraverso dei suoi scritti che leggo continuamente, perché continuamente posso imparare da essi. Leggendo rendo conto di quanto già, nel 1975, mio padre fosse riuscito a prevedere quella che oggi è acclarata:  l’infiltrazione della mafia nelle istituzioni. Lui parlava di sé come di un giudice perseguitato per poter essere libero. Quanto accaduto a Luigi De Magistris non è poi così lontano da quello che accadeva a mio padre nel 1975. Quando realizzo quanto attuale sia ancora quello lui scriveva negli anni Settanta, quando realizzo questo parallelismo, inizio a preoccuparmi perché le pressioni e gli impedimenti continuano a minacciare l’espletamento della funzione istituzionale della magistratura. Io spero che evoluzioni ci siano. Avrebbero già dovuto esserci.  Se la magistratura è in pericolo, come anche i recenti ritrovamenti di microspie presso la Procura di Reggio Calabria dimostrano, anche i cittadini e le istituzioni tutte lo sono e a quel punto sono necessarie prese di posizioni più forti che, a mio avviso, sono mancate.”

Credi anche tu che la lotta alla mafia abbia bisogno di eroi?
“Assolutamente no! Mio padre non era un eroe ma solo un magistrato che compiva il suo dovere e rientrava in questo dovere, rifiutare i cinque miliardi di lire offertigli per “aggiustare” il maxiprocesso. Il punto è che coloro che compiono il loro dovere sono sempre pochi, la società civile resta muta e forse bisognerebbe cominciare a non pretendere di più solo dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine, poiché resiste nel tempo una cittadinanza che non si sente responsabile, che non si indigna, che non sostiene, che si gira dall’altra parte. Io ancora ricordo il silenzio assordante attorno all’omicidio di mio padre, forse proporzionato al bisogno di insabbiare la questione per cui è avvenuto. E’ vergognoso che nessuna luce sia stata fatta su quanto avvenuto al momento dell’omicidio ed è inaccettabile sentire dire che chi sa, non parlerà mai. Allora non parli neanche di mio padre, non offenda ulteriormente la sua memoria.”

Cosa vedi nel futuro tuo e di questa terra?
“Spero di laurearmi, proseguendo comunque nell’impegno della Fondazione e del movimento nel ricordo i papà e a fianco dei familiari delle vittime di mafia, per cercare nel nostro piccolo di adoperarci per la giustizia. La responsabilità è di ognuno e noi cercheremmo di sensibilizzare e stimolare la Calabria ad abbandonare questa coltre di indifferenza per risollevare la testa e tornare libera, senza  delegare oltre.”

Terminava così la chiacchierata con Rosanna Scopelliti che, sorridendo, riconosceva di essere tornata a sentirsi orgogliosa di questa sua rinnovata vicinanza alla Calabria.
Rosanna sarebbe tornata in Calabria ancora molte volte.

 

 

Articolo del 9 Agosto 2012 da ilsole24ore.com

Sull'omicidio Scopelliti due pentiti ora parlano

di Roberto Gallulo

Giugno 1991, Nicotera. Questa cittadina di seimila abitanti in provincia di Vibo Valentia è il regno della 'ndrina Mancuso che sulle rotte dei cartelli colombiani del narcotraffico ha creato un impero economico in grado di corrompere tutto e tutti.

È una giornata calda e non solo per la temperatura. È la prima volta che a Nicotera si riunisce - in un luogo al riparo da occhi indiscreti e sorvegliato a vista - il gotha di Cosa Nostra e quello della 'ndrangheta. Da una parte i Corleonesi di Totò Riina, dall'altra le famiglie Commisso, Aquino, Pesce, Piromalli, i padroni di casa Mancuso, Ficara, Latella, Tegano, Condello, Rosmini e Imerti.

La regìa dell'incontro è della cosca De Stefano di Reggio Calabria che con questa diabolica trama sancirà la progressiva e rapida scalata della 'ndrangheta nell'empireo della criminalità economica mondiale. Una trappola nella quale Cosa Nostra cade perchè obbligata. È a Nicotera perchè in posizione di debolezza: dopo aver provato invano a corromperlo, deve far fuori il giudice calabrese Antonino Scopelliti, che nella quiete della sua casa a Campo Calabro, a due passi da Reggio, sta preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Non possono azzardare omicidi in Calabria e così in cambio del "favore" chiesto ai calabresi, i Corleonesi avrebbero contribuito a pacificare le famiglie reggine che con la seconda guerra di mafia, tra il 1985 e il 1991, avevano lasciato sul campo 700 morti.

A quella prima riunione di dichiarazioni di intenti ne seguirono a stretto giro altre, questa volta nella frazione Bosco di Rosarno, nella Piana di Gioia Tauro, dove comandano i Pesce. Lì viene messa a punto la strategia condivisa del terrore che porterà, come prima tappa della stagione stragista, all'uccisione a Campo Calabro, il 9 agosto 1991, del giudice Scopelliti. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, spararono con un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. La morte del magistrato, colpito con due colpi alla testa esplosi in rapida successione, fu istantanea.

Punto e a capo: da quel giorno la cosca De Stefano - che aveva già capitalizzato l'intelligenza criminale di Giorgio De Stefano, un avvocato che alla famiglia fece scalare la Reggio bene e i salotti romani - abbandonerà al proprio destino la strategia stragista di Cosa Nostra che tra il '92 e il '93 seminerà orrore e sangue e richiamerà su di sè la forza repressiva dello Stato in Sicilia. I De Stefano - ancora una volta - ci avevano visto giusto: Cosa Nostra a quel punto era una fiera in gabbia, la 'ndrangheta reggina una stella in ascesa.

A raccontare questi e altri dettagli al magistrato della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, che anche per questo sta rischiando oltre il limite la sua vita già blindata, sono due pentiti, che hanno obbligato la Procura a riaprire le indagini di un omicidio per il quale sono stati anche celebrati due processi presso la Corte d'Appello dello Stretto. Il primo ha visto alla sbarra Totò Riina e altri 13 boss della cupola di Cosa Nostra. In primo grado, nel '96, venne emessa una sentenza di condanna poi tramutata in assoluzione in appello nel 2000. Il secondo processo venne intentato contro Bernardo Provenzano e altri nove componenti della cosiddetta Commissione regionale siciliana, tra i quali Pippo Graviano e Nitto Santapaola.

Per questo secondo filone di indagine tutti i mafiosi vennero condannati nel 1998, per essere poi assolti ancora nel 2000 per discordanze nelle dichiarazioni dei 17 pentiti di mafia e ‘ndrangheta interpellati, il più pericoloso dei quali era Giovanni Brusca, "'u verru", il "porco", il macellaio che azionò il telecomando della strage di Capaci in cui il 23 maggio 1992 morirono Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta. L'asse criminale Cosa Nostra-'ndrangheta finalizzato all'uccisione del giudice e non solo, non è stato dunque mai provato processualmente.

Il primo pentito che sta raccontando quel che conosce è l'ex braccio destro di Giuseppe De Stefano, Nino Fiume. Il 14 luglio, bloccato in tempo dal pm Giuseppe Lombardo che lo stava interrogando nell'ambito del processo Meta nel quale sta mettendo a fuoco la cupola mafiosa che governa Reggio e la Calabria composta oltre che dalle cosche, da pezzi deviati dello Stato, della massoneria e dei servizi segreti, ha fatto in tempo a dire che a uccidere il giudice erano stati tre destefaniani. Due furono già "attenzionati" a fine anni Novanta dalla magistratura. Uno sparì subito dalla scena giudiziaria e per l'altro, killer legatissimo ai De Stefano, arrivò l'assoluzione.

La reazione di Peppe De Stefano, che ricopre la carica di "crimine", vale a dire "mammasantissima" di 'ndrangheta, al 41-bis nel carcere di Tolmezzo (Udine), è stata dura: «Un pupo ammaestrato» ha detto riferendosi al suo ex braccio destro che il 20 aprile 2011, in un interrogatorio nel carcere milanese di Opera, da lui richiesto, davanti all'ex capo della Procura di Reggio Pignatone Giuseppe e allo stesso Giuseppe Lombardo, definì sprezzantemente "Nino House il ballerino".
Chissà come schiumerà di rabbia Peppe De Stefano nell'apprendere oggi che un secondo professionista prestato alla 'ndrangheta, che non può uscire allo scoperto pubblicamente, ha deciso di ribadire la verità sull'omicidio del giudice. Una verità già raccontata nel febbraio 2003 alla Direzione distrettuale di Catanzaro in verbali di cui non c'è più traccia e ribadita nell'agosto 2007 alla Dda di Reggio che lo ascoltò presso la sede Dia di Roma ma che non volle approfondire l'argomento.

 

 

Articolo del 22 Gennaio 2017 da corrieredellacalabria.it

«La Dda ha individuato gli assassini di Scopelliti»

Rivelazione de L'Espresso. Alcuni pentiti avrebbero fatto i nomi dei due sicari che nel '91 uccisero il giudice di Cassazione. Uno di loro sarebbe già in carcere. Il delitto maturò all'interno del patto tra 'ndrangheta e mafia


REGGIO CALABRIA Gli assassini del giudice Antonino Scopelliti avrebbero finalmente nomi e cognomi. A squarciare il velo sarebbero stati due nuovi collaboratori di giustizia, due pentiti che avrebbero appreso da altri affiliati l'identikit dei killer responsabili dell'omicidio del magistrato di Cassazione, ucciso a Piale di Villa San Giovanni l'8 agosto del 1991. Uno dei due sicari in questo momento sarebbe già in carcere, in seguito all'arresto avvenuto per via di altre inchieste della Dda di Reggio Calabria. A svelare il retroscena è la nuova inchiesta firmata da Giovanni Tizian per L'Espresso, in edicola questa settimana.

IL PATTO La ricostruzione parte proprio dall'assassinio di Scopelliti, che sarebbe maturato all'interno di un patto tra 'ndrangheta e Cosa nostra, suggellato dalla presenza del capo dei capi, Totò Riina, in Calabria. I clan reggini avrebbero restituito un favore ai siciliani, la cui mediazione avrebbe permesso di sancire la fine della seconda guerra di mafia, che tra l''86 e il '91 avrebbe lasciato circa mille morti ammazzati sul selciato. «Un omicidio eccellente – scrive Tizian –, ancora irrisolto. Forse il prezzo che i calabresi dovevano pagare a Totò Riina e alla sua Cosa nostra stragista per la mediazione che ha pacificato una città in guerra». Ma, forse, dietro l'eliminazione del magistrato c'è anche altro, una trama eversiva: «Interessi torbidi, che convergono in un patto criminale tra mafiosi siciliani e calabresi». Sono diversi i pentiti che hanno inquadrato l'omicidio di Scopelliti all'interno di questo patto. Altri, come Umberto di Giovine, sostengono che il movente sia da ricercare nelle parole del boss Nino Imerti, il "Nano feroce", che avrebbe incontrato il giudice nell''89, subito dopo l'assassinio dell'ex presidente della Ferrovie Ludovico Ligato, per avvertirlo: se per quel delitto fosse stato accusato suo cognato, Domenico Condello, a pagarla sarebbero stati i magistrati che si erano occupati dell'inchiesta. È, anche questa, un'ipotesi tratteggiata dall'inchiesta de L'Espresso.

IL FAVORE Ma la pista privilegiata è sempre quella che corre sull'asse 'ndrangheta-mafia. Perché Scopelliti non era un giudice qualunque, ma quello che avrebbe dovuto sostenere l'accusa in Cassazione per il maxiprocesso che, in primo grado, aveva portato alla condanna dei principali membri della cupola siciliana. Per l'omicidio del giudice calabrese, invece, non c'è ancora nessun colpevole, malgrado due processi che hanno visto alla sbarra prima Riina e poi Provenzano, poi assolti in appello.
«Ventisei anni dopo, alla Procura antimafia di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero de Raho non si danno per vinti. E all'orizzonte si intravede un punto di svolta – spiega Tizian –. I magistrati hanno in mano qualcosa di concreto. Due nuovi collaboratori che avrebbero indicato i presunti assassini».
Da qualche mese, inoltre, un boss di Villa San Giovanni ha deciso di collaboratore. Un pezzo da novanta che custodirebbe molti segreti. A lui i magistrati di Reggio chiederanno informazioni anche sul delitto Scopelliti. Proprio Cafiero de Raho, dopo l'operazione "Sansone", che ha sferrato un duro colpo ai clan di Villa, ha promesso: «Troveremo chi ha ucciso Antonino Scopelliti».
Le chiavi per decifrare questo mistero «le forniscono – aggiunge Tizian – le ultime inchieste sul vertice "segreto" della 'ndrangheta. L'impasto che lega pezzi di Stato deviato ai mammasantissima ha un ingrediente indispensabile e inodore: la massoneria. Una cupola, a lungo invisibile, il cui profilo, ora, è impresso in migliaia di pagine di verbali». Da cui emergono anche i rapporti stabili tra 'ndrine e cosche, un'alleanza dai «tratti eversivi».

EVERSIONE MANCATA Ecco, per comprendere le ragioni del delitto Scopelliti, forse, bisogna far luce proprio su questa "collaborazione". La 'ndrangheta «doveva essere riconoscente al gotha mafioso siciliano che si era mosso per portare la pace nella città calabrese. Con Riina in missione a Reggio nei panni inediti di uomo di pace. Visita avvenuta, dice il pentito Consolato Villani, prima dell'agguato al magistrato».
Non tutti i boss calabresi, però, erano d'accordo sulla strategia della tensione propugnata da Riina e sull'attacco allo Stato culminato nell'omicidio di Scopelliti e del procuratore di Torino Bruno Caccia. «Per questo i clan si spaccano sull'ulteriore proposta di Riina, che invita la 'ndrangheta a partecipare alla mattanza stragista. In Calabria solo tre mammasantissima condividono la volontà suicida, i De Stefano sono tra questi. In due mesi, tra '93 e '94, si manifesta qualche timido tentativo. Poi il ritorno alle origini. In silenzio costruiscono le basi per il futuro. Mettono in pratica la teoria dell'inabissamento. E abbandonano i corleonesi al loro destino».

 

 

 

 

 

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