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27 Agosto 1987 Niscemi (CL). Giuseppe Cutruneo e Rosario Montalto, bambini di 8 e 11 anni, restano uccisi, mentre giocano per strada, da una sventagliata di proiettili. Vittime di uno scontro a fuoco tra boss su due auto nel centro del paese. PDF Stampa

Foto da  La Sicilia del 30 Agosto 1987

Articolo di La Repubblica del 29 Agosto 1987

GIOCAVA PER STRADA, UCCISO

di Giuseppe Cerasa

NISCEMI Giochi di morte in una torrida sera d' estate, un regolamento di conti concluso in un bagno di sangue nel centro di Niscemi, comune a cinquanta chilometri da Caltanissetta. Due bambini colpiti da una scarica di calibro 38, vittime inconsapevoli di una guerra tra clan rivali. Il bilancio di una notte di fuoco è drammatico: Giuseppe Cutroneo, otto anni, ucciso da una sventagliata di proiettili vaganti mentre giocava con Rosario Montalto, undici anni, raggiunto a sua volta da quattro colpi che gli hanno spappolato i polmoni, il fegato e il colon. Adesso si trova in fin di vita all' ospedale di Caltagirone. Gli obiettivi dei killer erano due boss emergenti di Niscemi, due che volevano entrare nel giro della droga. Gli assassini li hanno inseguiti in una folle corsa al centro del paese, sparando all' impazzata, colpendo Salvatore Caniglia, ventotto anni (è stato trovato privo di vita sei ore dopo sotto un camion) e ferendo in modo molto grave Bartolo Giudice, un pregiudicato di trentadue anni. Lo scenario della strage è Niscemi, grosso centro agricolo fra Caltanissetta e Gela, cresciuto troppo in fretta e da anni dilaniato da feroci lotte mafiose per il controllo dei canali del traffico di droga.
Salvatore Caniglia e Bartolo Giudice giovedì sera hanno un appuntamento in piazza con due uomini. I quattro sembrano conoscersi da tempo, discutono davanti ad un caffè, prendono una granita per mitigare le ultime sferzate di una giornata di caldo africano. In paese si dice che Giudice e Caniglia sono tornati dalla Germania con parecchie pretese. Vogliono un ruolo nel traffico di droga, hanno l' aria di chi vuol fare sul serio e sono disposti a tutto. Anche a costo di infrangere gli incerti equilibri della criminalità di Niscemi. Caniglia ha precedenti penali per traffico di droga e reati contro il patrimonio. Da quando è tornato in Sicilia i carabinieri lo tengono d' occhio. Temono nuovi regolamenti di conti. L' incontro nella piazza di Niscemi va avanti per quasi un' ora, poi poco prima delle 22 la discussione si anima, volano insulti e minacce. Caniglia e Giudice capiscono che è meglio tagliare la corda, salgono su una Fiat Ritmo e sfrecciano in via Turati a quell' ora piena di gente seduta davanti alla porta di casa e di bambini che brigano per non andare a letto. I due killer non si fanno sorprendere, chiudono le portiere di un' Alfetta rubata pochi giorni prima, guidata da un complice, e cominciano a sparare all' impazzata. Dalla Ritmo si risponde al fuoco. Qualcuno pensa ai soliti mortaretti (così si legge nel primo rapporto dei carabinieri), pochi immaginano che la conclusione sarebbe stata un vero massacro. E' un carosello infernale che terrorizza centinaia di persone. Giuseppe Cotroneo e Rosario Montalto interrompono i loro giochi, cercano di vedere cosa sta succedendo, nel buio scorgono bagliori di fuoco, non hanno il tempo di capire altro. Quattro proiettili calibro 38 raggiungono Giuseppe e lo uccidono sul colpo. A pochi metri c' è Rosario che traballa e crolla per terra in un bagno di sangue. Il bambino era uscito di casa un paio d' ore prima della strage, la madre s' era sentita male, colpita da un ictus cerebrale morirà poco prima di mezzanotte. Adesso i medici dell' ospedale di Caltagirone stanno facendo l' impossibile per strapparlo alla morte, ma le speranze che Rosario Montalto possa farcela sono quasi inesistenti. E' stato già sottoposto a un delicato intervento chirurgico, ma la sua vita è appesa ad un esile filo. Sull' Alfetta nessuno ha il tempo di capire cosa ha provocato la folle sparatoria di via Turati. L' inseguimento prosegue fin quando Caniglia e Giudice bloccano la Ritmo e tentano di fuggire a piedi. E' una scelta fatale, i due vengono raggiunti dai colpi degli avversari e stramazzano per terra. I killer credono di avere così concluso la loro missione di morte e fuggono via, abbandonando la vettura a pochi chilometri da Niscemi, dove nella mattinata verrà trovata dai carabinieri. Salvatore Caniglia invece respira ancora, riesce ad alzarsi e si rifugia in un garage, ma non ce la fa a sopravvivere. Alle 5 di ieri mattina viene trovato disteso sotto un camion, privo di vita, immerso in una pozza di sangue. A Bartolo Giudice va meglio: è stato raggiunto da tre proiettili al collo, ai polmoni e all' anca e alle spalle e adesso è piantonato all' ospedale di Caltagirone. Probabilmente si salverà. Secondo gli inquirenti doveva essere proprio lui il vero e unico obiettivo dell' agguato. Giudice infatti è una vecchia conoscenza degli inquirenti, ha sposato la figlia di Francesco Maugeri, uno dei boss di Niscemi, attualmente in carcere, e doveva essere l' anello di collegamento con un clan che opera in Lombardia e gestisce una rete di traffico di stupefacenti. Probabilmente Bartolo Giudice voleva alzare il tiro, mettersi in proprio, sfidando le altre organizzazioni che controllano l' eroina business nella Sicilia orientale. Ma ha sbagliato i calcoli, ha soprattutto dimenticato che la mafia di Niscemi è ormai disposta a tutto ed è pronta (è già accaduto due anni fa) a sparare in mezzo alla folla, mietendo vittime innocenti. In un crescendo di violenza che ha pochi precedenti nell' area compresa tra Caltanissetta ed Enna e che in poco meno di tre anni ha fatto salire a venti il numero dei morti ammazzati. Al centro degli interessi non soltanto il traffico di droga, ma anche estorsioni, taglieggiamenti, il racket per il controllo dei subappalti. E adesso anche il consiglio comunale di Niscemi prende posizione contro questa escalation del terrore, proclamando il lutto cittadino, in coincidenza dei funerali del piccolo Giuseppe Cotroneo che si svolgeranno questa mattina.

 

 

 

 

 

Foto e Articolo da LA STAMPA del 29 Agosto 1987

Stava giocando in una strada di Niscemi (Caltanissetta), ferito un altro ragazzo. Bimbo muore in sparatoria fra mafiosi

NISCEMI (Caltanissetta) — I killer mafiosi hanno ucciso a Niscemi, un paese di 24 mila abitanti, a 80 chilometri da Caltanissetta, al confine con la provincia di Catania. Due bambini presi di mira: Giuseppe Cutroneo, 8 anni, è morto, mentre il suo compagno Rosario Montalto, di 10, lotta disperatamente per la vita in ospedale. I piccoli si sono trovati per una fatale coincidenza sulla linea di tiro di due sicari che stavano inseguendo in automobile un malavitoso di piccolo cabotaggio, Bartolo Giudice, 32 anni, in fuga su un'altra vettura con un amico, Salvatore Caniglia, di 38 anni. Obiettivo del gruppo di fuoco, secondo gli investigatori, sarebbe stato proprio Giudice, gravemente ferito nell'agguato, mentre Caniglia, suo occasionale accompagnatore (ma è un'Ipotesi tutta da verificare), è morto dissanguato dopo una disperata fuga conclusasi sotto un autocarro dove aveva cercato vanamente riparo alla furia del commando.
Giuseppe e Rosario stavano giocando sul marciapiedi vicino alle loro abitazioni. All'improvviso sono sfrecciate una «Ritmo» guidata da Giudice, inseguita da una «Alfetta». Tra le due auto in corsa veloce scambi di colpi di calibro 38. Alcuni proiettili hanno colpito i due bambini. Giuseppe è morto all'istante. Le grida di Rosario hanno fatto accorrere i primi soccorritori. A questo punto, mentre i sicari si dileguavano bruciando poi l'Alfetta», rubata qualche tempo fa a Caltagirone (Catania). Giudice, trovato sanguinante al volante della propria auto è stato trasferito in ospedale. Li è piantonato: è Infatti indiziato di omicidio e tentativo di omicidio. I responsabili delle indagini non escludono che siano partiti proprio dalla sua arma i colpi che hanno ucciso Giuseppe e ferito Rosario. Sarà comunque la perizia balistica a dire l'ultima parola. Gli investigatori sono convinti che Giudice, con precedenti penali per reati contro la persona e il patrimonio, da poco rientrato dalla Germania, cosi come il suo amico Caniglia, operaio di Patagonia (altro piccolo Comune del Catanese), abbia cercato di ritagliarsi uno spazio nella criminalità locale. Questa ipotesi sarebbe sottolineata Bai fatto che — in base ad alcune testimonianze — prima della sparatoria Giudice avrebbe avuto un'animata discussione con gli assassini. Negli ambienti investigativi si sottolinea che Niscemi recentemente è diventato un nodo relativamente importante del traffico degli stupefacenti, mentre è sempre intensa l'attività delle organizzazioni dedite a taglieggiamenti ed estorsioni. Sul piano clinico, i medici hanno confermato le gravissime condizioni del piccolo Rosario Montalto. Il bambino ha avuto i polmoni e il fegato devastati da una pallottola. L'intervento chirurgico a cui è stato sottoposto è stato complesso e delicato: le speranze di salvarlo sono poche. Prognosi invece meno negativa per Giudice, che è stato colpito da una pallottola ad un polmone. - Proprio ieri la madre di Rosario Montalto è morta per ictus cerebrale. Ma al bambino era stata momentaneamente nascosta la terribile verità e gli era stato detto che la mamma aveva dovuto allontanarsi per accudire una parente ammalata, a. r.

 

 

 

 

Foto e Articolo del 30 Agosto 1987 da La Sicilia
si ringrazia per la ricerca il Sig. Nino Impallari


Tutta Niscemi ai funerali di Giuseppe Cutroneo, il bimbo morto nella sparatoria del quartiere Marcello. Fiori bianchi dai compagni di scuola, poi l'omelia commossa e severa del vescovo

«Basta col sangue innocente»

di Marina Pino

Assieme alla bara bianca la Matrice ha ospitato quella della madre dell'altro ragazzo ferito, morta un'ora prima della tragica sparatoria

NISCEMI. Una bara viene portata via ed è subito il turno dell'altra. Portano via dall'altare maggiore della settecentesca Matrice, la bara in legno marrone carica di fiori rossi gialli e viola nella quale è chiuso il corpo di «nostra sorella» come la chiama nella omelia il parroco Antonino Russo - Giuseppa Di Liberto, 46 anni. E' il turno della bara bianca ornata di putti e fiori dorati, coperta da candidi gladioli che chiude il cadavere del bambino Giuseppe Cotroneo, 8 anni appena compiuti. La Matrice che già era zeppa, si allarga solo per qualche attimo, poi è completamente invasa. Perché questo secondo è il morticino per il quale Niscemi soprattutto piange.
Ma non si può non dire  anche dell'altro funerale che con la folle sparatoria di giovedì sera, c'entra e non c'entra. C'entra perché la morta, Giuseppa Di Liberto, è la mamma del secondo bambino straziato dai pallettoni sparato alla cieca dai due killer: Rosario Montalto, 11 anni, combatte per la vita in un lettino dell'ospedale di Caltagirone, tormentato da atroci doloti. Non c'entra perché la morte della mamma di Rosario è avvenuta in tragica contemporanea alla sparatoria del quartiere Marcello, ma in ospedale, ed è un mistero ancora tutto da chiarire. Morta perché nel pomeriggio di quel maledetto giovedì, litigando a causa di un finestrino di camion spaccato da una sassata (lanciata forse dal figlio Rosario o da un amico) è caduta, sbattendo la testa? «Certo che mia sorella poco prima era perfetta, poi cominciò a non poter parlare e stare dritta» dice Antonino Di Liberto. Ma proprio mentre correva in ospedale perché voleva vedere la madre da poco ricoverata (e morta da alcuni minuti, ma lui non lo sapeva) il piccolo Rosario si è trovato al centro della sparatoria. L'hanno visto allargare le mani, come in croce, e poi cadere.
Ma l'emozione, ieri pomeriggio, è soprattutto presa dall'addio al bambino Giuseppe, assassinato. Arrivano, messi in fila per due dal maestro Giuseppe Stimoli («era uno dei più bravi e cari miei scolari») i compagni della elementare Mario Gori, con il grembiulino azzurro e un gladiolo in mano. Arriva il sindaco con la fascia tricolore, con il vicesindaco, assessori, segretario comunale, comandante dei Vigili. Arriva soprattutto tanta gente. Nelle prime file mamma, papà, nonni, parenti stretti, un grumo di vesti nere, visi stravolti dal dolore. Per officiare il rito è venuto il vescovo Vincenzo Cirrincione, da Piazza Armerina. Il suo è un discorso commosso e severo: «di fronte a questo cadavere che tanto parla ai nostri cuori, alla vita stroncata di un bambino di 8 anni colpito dalla violenza nel suo momento più bello, il gioco», di fronte a «questa Niscemi, città devastata, sgomenta e umiliata dalla uccisione di innocenti». Il vescovo accusa: «La lotta contro mafia e droga dovrebbe vedere aumentato qua a Niscemi il numero delle forze di polizia che non pare sufficiente», ma anche incalsa: «Contro la mafia l'impegno non può però essere solo della polizia, va sentito come dovere di ciascuno di voi» e fa appello al coraggio: «Il male non si deve subire, lo si denunzia e lo si combatte anche col sacrificio di se stessi». Chiama due compagni di Giuseppe, assieme a loro si china a baciare la bara bianca. L'emozione, in chiesa è altissima. Poi, mentre suonano le campane a morto, in silenzio, un corteo lunghissimo accompagna Giuseppe al cimitero, un chilometro più avanti.
Ieri mattina però, anche se solo per un'ora, anche se da morto, il bambino era riuscito a tornare a casa. Dopo l'autopsia. sono passate da poco le 10,30 quando portano a braccio, in via Cellini, la bara bianca. L'aspettavano da tante ore, le due stanze a pianterreno sono pronte ad accoglierlo: una panca su cui poggiarla e, torno torno, le sedie per madre, padre, nonna, zie, cugine, tutte vestite in nero. Alle loro spalle in piedi preme una folla di parenti e vicini, che vanno e vengono. Mamma Rosaria si aggrappa con un urlo a quella bara. Del suo bambino, Giuseppe, può però vedere solo il viso, attraverso una «finestra» di plastica trasparente aperta sul foglio di zinco che copre il corpicino. «No, non è vero, non è morto», urla disperata e poi con straziante cantilena va raccontando: se lo vede ancora avanti «Mamma, ho fame», che ride e scappa col pane in mano, poi sente quella tempesta di colpi e le grida; corre in strada e vede Antonino, l'altro figlio, 9 anni, uno più di Giuseppe, che tenta di sollevare il fratello: «Mamma non ce la faccio, mi scivola». Il corpo di Giuseppe è pieno di sangue, è molle di abbandono, è già morto, ma nessuno ha il coraggio di dirlo al fratello che fino a ieri sera non sapeva ancora che Giuseppe non c'era più: «è in ospedale». Piange mamma Rosaria, grida la nonna che si chiama anche lei Rosaria: «Guardatelo, è un angelo». E teneramente comincia una nenia «bello, saggio, come un grande eri, picciriddu mio». Nella piccola stanza l'aria è irrespirabile, carica di afa, sudore, fiori e lacrime. Avevano messo a Giuseppe il vestitino della prima comunione di Antonio e che lui avrebbe indossato fra un anno e poi la cravatta grigia, lucida «da grande» che gli piaceva tanto. Ma non si vede nulla sotto quel lenzuolo di zinco. Solo il viso, gli occhi chiusi quasi pressati, le labbra viola semiaperte, alcune escoriazioni sul mento e una guancia. «Se l'è fatte cadendo». La madre invoca, supplica, alita con la bocca su quella finestrella aperta sul figlio, picchia con i pugni chiusi sulla bara. Racconta una vicina: «Il 25 ha fatto 8 anni e gli anno regalato il primo orologio, era felice, lo faceva vedere a tutti. Due giorni dopo era morto». Lo piangono un'ora o poco più in casa, poi si deve andare. Staccata dalle donne e dalle grida, la bara passa agli uomini. Un drappello di una trentina: in testa il padre in nero col viso rosso e gonfio di pianto, va dietro i sei che hanno afferrato la cassa. A passo sistemato il corteo attraversa quasi tutto il paese, da quella periferia di casupole incompiute del rione Macello fino alla Matrice. La gente, al passaggio, si segna o scappella. In chiesa è appena finito un matrimonio, il sagrato è un tappeto di riso lanciato agli sposi, si cerca di portare via in fretta i segni della festa: fiori, festoni, veli di tulle. La bara bianca viene posata per il momento sotto un altare laterale, quello di Sant'Anna, in fondo. Circa venti metri più in là c'è l'altra bara, quella di Giuseppa Di Liberto, nascosta dietro un paravento di legno perché la vista di una bara non si addice alle nozze. E per un momento il pensiero di tutti, corre all'altro bambino, a Rosario, che è in ospedale a Caltagirone. Il sindaco Salvatore Parlagreco, col vicesindaco Gaetano di Noto, è andato a trovarlo. «Ha ripreso conoscenza, ma soffre, si è anche strappato da solo la sondina dal naso», raccontano. Giuseppe morto, Rosario è sempre gravissimo: due vite bambine, tenere ancora di sogni, di giochi, paure e speranze, travolte da una bestiale grandine di trenta colpi assassini.

 

 

 

 

 

Foto e Articolo del 2 Settembre 1987 da La Sicilia
si ringrazia per la ricerca il Sig. Nino Impallari


La chiesa della Matrice si è riempita per la seconda volta in cinque giorni per dare l'ultimo saluto a Rosario Montalto, 11 anni, vittima innocente della sparatoria di giovedi

Niscemi dalle bare bianche

di Marina Pino

Un altro rito funebre dopo quello di Giuseppe Cutroneo, il bimbo morto sul colpo in Via Turati

NISCEMI. Le uniche foto che in undici anni di vita Rosario Montalto - seconda vittima innocente della strage mafiosa di giovedì scorso - ha avuto fatte «a solo», lo mostrano nel lettino dell'ospedale di Caltagirone, in disperata (e poi perduta) lotta contro la morte, con il braccio prigioniero della flebo, il sondino al naso. Un sondino che nel tormento durato 56 ore, il bambino si è più volte strappato via esasperato dai terribili dolori, che non capiva, e dall'affanno. Se lo strappava via anche quando sabato mattina vanno a trovarlo il sindaco Gaetano Di Noto. «Stai calmo Rosario, abbi pazienza, ubbidisci ai medici» lo sollecita il sindaco. E il bambino accenna di sì con la testa, saluta con la mano, ma poco dopo riprendere ad urlare di dolote.
Sono, quelle dell'agonia, le uniche foto «a solo» di Rosario, figlio di una Sicilia poverissima e crudele, ammazzato da una pallottola mafiosa che gli ha attraversato polmoni, fegato e intestino, condannandolo a morire a undici anni. Del resto, nei cassetti gonfi di povere cose nella poverissima casa dei Montalto in via Turati, di Rosario si riesce a trovare solo una foto di gruppo a scuola, un'altra «gruppo di famiglia» la trova la nonna, finalmente una terza, grande e bella, tutta la famiglia schierata (e quindi anche Rosario) ferma il giorno delle nozze del fratello Salvatore. C'erano troppe moserie e guai a casa Montalto per andare dietro anche alle fotografie che i giornalisti chiedono con insistenza. Quelle della sua lunga e straziante agonia, Rosario non ha potuto vederle e non le vedrà mai Restano poi le foto del funerale e ieri pomeriggio, flash e cineprese hanno puntato a lungo sulla bara bianca, ornata di putti e fiori d'oro, che chiude il corpo del bambino Rosario «vittima innocente della malavita organizzata» come si legge nel manifesto fatto affiggere dal Comune. Una bara, un manifesto del tutto uguali alla bara e al manifesto di Giuseppe Cutroneo, l'altro bambino morto, sul colpo, a 8 anni, sempre nella folla sparatoria mafiosa di giovedì sera.
E ieri a Niscemi, altra giornata di lutto cittadino proclamata dall'amministrazione comunale, altra messa funebre nella chiesa della Matrice, davanti allo stesso altare maggiore. Tutto si è ripetuto ricalcando fedelmente il primo copione, nel rito, nei personaggi, nella enorme folla, nelle parole, nell'emozione, nelle assenze anche se con qualche lieve correttivo. E' tornato a Niscemi, per officiare la messa, assieme ai 5 parroci del paese, monsignor Vincenzo Cirrincione, Vescovo di Piazza Armerina.
Sottolinea il sindaco Salvatore Parlagreco, comunista: «Bisogna riconoscere che in questa Niscemi senza pace, quella religiosa, quella della Curia è stata finora la presenza più assidua, la voce più ferma contro la mafia e le stragi». E ricorda come subito la Curia ha dato appoggio alla marcia della pace del primo gennaio scorso e come di iniziativa dei parroci e comunità religiose sia la prossima marcia contro la violenza fissata per domenica sera, a cui il Comune ha subito aderito, e che vedrà ancora una volta in testa al corteo il vescovo Cirrincione. «Ci sarà pure il presidente della Regione Rino Nicolosi, almeno ce l'ha assicurato» aggiunge quasi come una speranza don Salvatore Pepi il parroco della chiesa del Sacro Cuore, parrocchia del tragico rione Marcello, dalla quale partirà la marcia. Spera il parroco, si indigna il sindaco per le troppe assenze. «Per lo Stato Niscemi non esiste. La uccisione di due bambini innocenti è caduta quasi in silenzio. Come col silenzio si è risposto finora ad una eccezionale catena di sangue: Niscemi ha 28mila abitanti, negli ultimi cinque anni ci sono stati 25 morti, 60 feriti quasi tutti persone che non c'entravano, erano sul posto per caso, tre scomparsi e  non è successo niente. Restano 15  carabinieri, in stanze d'affitto. Abbiamo offerto un'area demaniale del comune per costruire una caserma, non è successo niente. La verità è che i morti di mafia, anche se bambini innocenti, non fanno più impressione e che Niscemi è un paese che non interessa a nessuno».
Amarissimo sfogo, ma è vero quanto con rabbia denuncia il sindaco? Tranne le autorità locali, al funerale del piccolo Giuseppe, sabato pomeriggio, non c'era nessun altro che non gli uomini, le donne e i bambini del paese. Per il secondo bambino morto ammazzato è riuscita a giungere a Niscemi una delegazione di deputati comunisti (Gianni Parisi, Nino Mannino, Rita Bartoli Costa, Gigliola Lo Cascio, Giovanni Altamore), altri vertici del Pci e sindacalisti della Cgil. Con mezz'ora di ritardo e causando una interruzione alla cerimonia è arrivato il sottosegretario agli interni Ferdinando Russo (Dc), a fine cerimonia il deputato democristiano Nino Cicero, nisseno.
C'erano al rito funebre in chiesa, anche i bambini della elementare «Mario Gori» dove quest'anno Rosario avrebbe dovuto frequentare la terza elementare.
Lui aveva undici anni ma era riuscito ad arrivare solo in seconda: i piccoli in grembiulino che in fila sono andati a posare un fiore sulla sua bara avevano 7 o 8 anni. Perché, bisogna dirlo subito, Rosario non era un bambino modello, buono studioso, di famiglia dignitosa modestia come era l'altro piccolo morto, Giuseppe.
Rosario era un bambino figlio della Sicilia più amara e disperata. Un bel bambino, anche, con i capelli castano chiaro, la riga a destra, gli occhi neri vivaci, le gambe magrissime e lunghe, sempre inquieto. La sua palestra di gioco e di vita era Niscemi, la campagna e soprattutto quella rete di strade che divide le casupole incompiute del rione Macello.
«Non ne voleva di studio» spiega il fratello Salvatore. Due anni fa l'avevano messo in collegio a Caltagirone, ma poi non l'avevano più voluto. Così a 11 anni hanno finito coll'iscriverlo in terza elementare nella scuola del quartire. Non è senza significato se ieri, nella sua omelia, il vescovo Cirrincione sottolinea, anche con accenno polemico, alla responsabilità e alla importanza della scuola «palestra di educazione». La mamma di Rosario, Giuseppa Di Liberto, aveva fià comprato libri e quaderni. Nella povera e nuda casa di via Turati c'è ancora il sacchettino di plastica con due quaderni a righe, due a quadretti grandi, due a quadretti piccoli e il sussidiario dal titolo (pensando a cosa sarebbe successo al piccolo Rosario) che sembra una canzonatura «L'albero del futuro» e sottotitolo «Verso il duemila». «La mamma era riuscita a convincerlo a tornare a scuola, la mamma era il punto di forza unico di questa casa» dice Salvatore Montalto. Mamma Giuseppa è stata sepolta ieri mattina. Dopo i funerali di sabato, infatti, il magistrato aveva ordinato l'autopsia per cercare di chiarire il giallo della morte della donna, anche questa avvenuta quel maledetto giovedì della strage.
Erano cinque i figli di papà Mario Montalto, contadino, che lavora nelle serre, quando trola lavoro. Anche il pimogenito Filippo, 23 anni, lavora nelle serre come il padre, quando capita e come il padre è alto, allampanato, stravolto. Giuseppe 15 anni è arrivato in terza elementare, cosa farà ancora non si sà.
C'è la piccola Loredana 5 anni; un consulto di parenti aveva pensato alla possibilità di farla adottare, ma il padre ha detto di no, non vuole togliersi quella bambina, la piccola, tanto desiderata. «La metteremo in collegio» sospira Salvatore. Il quale ha 21 anni ed è il punto più solido della famiglia. Salvatore a Niscemi ha cercato disperatamente un lavoro «fisso, sicuro, onesto, perché la gente sa qui che io non vogllio prendere male strade».
«Niscemi - commenta il sindaco - ha il 30 per cento della forza lavoro disoccupata. Oltre 3 mila persone inm una città di 28 mila abitanti». Salvatore ha lavorato nelle serre «ma è un lavoro a giornata che non dàcontinuità e sicurezza». Poi c'è la concorrenza dei tunisini, che si prestano al lavoro nero. Alla fine ha preso la decisione: emigrare. Perché ha una moglie giovane, Antonina da mantenere ed un figlio di tre anni. Certo gli piacerebbe rimanere a Niscemi, il paese dove è nato, dove sono i parenti, gli amici, di cui conosce campi e pietre. Ma un «vero» lavoro il suo paese non ce l'ha. gli hanno trovato un posto in Germania, in una impresa che lavora per la posa di tubazioni. Era appena partito, tregiorni di lavoro, quando gli è arrivata la notizia che la madre era morta, che il fratellino era stato sparato.
Era partito la settimana prima in treno di seconda classe, è tornato in aereo. «All'impresa, che appena mi conoscono, mi hanno dato mille marchi e detto "vai, ti aspettiamo». Ed ora che ha sepolto madre e fratellino («Rosario mi aveva detto: «Ti sistemi in Germania, poi vengo anch'io»), ora che si sente svuotato dal dolore e lacrime («un dolore grande, che non può passare mai»), vestito in nero da capo e piedi, Salvatore deve ripartire: Ma con che soldi? Dice «C'è una colletta che i paesani stanno facendo, spontanea, per un segno di aiuto alla nostra disgrazia e io ringrazio di cuore tutta Niscemi». Ma quei soldi, pensa Salvatore, è meglio lasciarli a quei disperati che restano a casa, al padre, ai fratelli.
Quasi timidamente chiede «Non pensa che - sapendo la disgrazia e la nostra miseria - forse il Comune mi può aiutare?» In Municipio rispondono di sì, è prevista una sovvenzione per la famiglia Montalto.

 

 

 

 

 

 

video youtube

L'uccisione del piccolo Rosario Montalto

 




 


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