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28 Agosto 1979 Palermo. Sparisce Calogero Di Bona, maresciallo presso la Casa Circondariale Ucciardone. PDF Stampa

Foto da:  poliziapenitenziaria.it

Fonte:  polizia-penitenziaria.it

Maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia - nato a Villarosa (EN) il 29 agosto 1944 in servizio presso la Casa Circondariale di Palermo.
Scomparso il 28 agosto del 1979 a Sferracavallo, una borgata marinara nei pressi di Palermo, dopo aver bevuto un caffè nel bar della piazza. Dopo qualche giorno fu ritrovata la sua Fiat 500 abbandonata ma di lui nessuna traccia. La Procura della Repubblica di Palermo ha identificato gli assassini del sottufficiale. L’individuazione è avvenuta grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori i quali hanno raccontato che fu sequestrato e ucciso nel giardino di una casa colonica, individuata dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia, dove, secondo le indicazioni di Rosario Naimo e Gaspare Mutolo collaboratori di “cosa nostra”, il maresciallo dopo essere stato rapito e torturato al fine di rivelare i nomi degli Agenti di Custodia che avevano spedito una lettera anonima ai giornali cittadini, per denunciare la grave situazione dell'Ucciardone, situazione che aveva trasformato la nona sezione e l’infermeria in una sorta di albergo, sarebbe stato bruciato su una graticola a pochi centimetri da un forno dove normalmente si preparava il pane.
Il Maresciallo Di Bona è stato riconosciuto "Vittima del Dovere" ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell'Interno.
A lui sono intitolate la Caserma Agenti del Reparto di Polizia Penitenziaria di Palermo-Pagliarelli e l’Aula Consiliare del Comune di Villarosa (CL).

 

Articolo su LeDue Città.com

Un uomo di valore

A quasi trent’anni dalla misteriosa scomparsa, la moglie e i figli ricordano il vice comandante di Polizia Penitenziaria, riconosciuto Vittima del Dovere

« Dopo più di un quarto di secolo dalla scomparsa, rimane tutt’oggi vivo il ricordo di un marito gentiluomo e di un padre davvero unico, ligio al dovere, che ha speso la propria vita a servizio dello Stato». Con queste parole la moglie, Rosa Cracchiolo e i figli Giuseppe, Alessandro e Ivan vogliono ricordare sulla Rivista il Marescialo Calogero di Bona misteriosamente scomparso il 28 agosto del 1979, all’età di 35 anni. «Abbiamo ancora vivo il suo ricordo» dice oggi il figlio Giuseppe, il più grande dei tre fratelli che all’epoca avevano 5 e 2 anni e il più piccolo 11 mesi appena. Le cronache dei giornali parlarono allora di “lupara bianca”, con cui la mafia faceva scomparire ogni traccia della persona rapita, ma si parlò anche di un regolamento di conti, un agguato tesoa Di Bona da qualcuno che aveva forti rancori nei suoi confronti. Ma la verità purtroppo non fu mai scoperta. Allora Calogero Di Bona, nato a Villarosa, in provincia di Enna, il 29 agosto 1944, era vice comandante all’Ucciardone di Palermo. Da 15 anni faceva parte degli allora agenti di custodia e quasi tutti li aveva trascorsi nell’istituto palermitano, iniziando la carriera da semplice guardia.
«Tutto accadde dopo una intensa giornata di lavoro all’Ucciardone, – ricorda la moglie –. Dopo averci accompagnato a casa della nonna uscì per prendere un caffè dicendo che sarebbe ritornato da lì a poco. Il mancato rientro di mio marito dopo un’ora, non mi preoccupò perché pensai che si fosse dovuto recare all’Ucciardone per qualche improvviso problema. Ma col passare del tempo capii che qualcosa doveva essere successo. Dopo aver chiamato alcuni colleghi al carcere e avendo saputo che lì non era andato, avvisai subito i carabinieri della zona. Le ricerche furono avviate subito e dopo un paio di giorni fu ritrovata l’auto, ma di mio marito nessuna traccia. Dell’istruttoria – continua a ricordare la signora Cracchiolo – se ne occupò il Giudice Rocco Chinnici, anch’egli valoroso servitore dello Stato, il quale appurò che le cause della scomparsa di mio marito dovevano essere ricercate nell’ambito del suo lavoro. Ma con la morte del Giudice Chinnici moriva anche la speranza mia e dei miei figli di conoscere il motivo per il quale mio marito perse la vita. Da allora – conclude Rosa Cracchiolo – sono trascorsi 27 anni e per la mia famiglia questi anni sono trascorsi con un dolore vivo al cuore per la perdita di un marito gentiluomo, di un padre meraviglioso per i nostri figli e per un uomo che ha creduto sempre nella Giustizia e per la quale ha indossato una divisa fino a perdere la vita. La mia famiglia ringrazia lo Stato, che con le misure a favore delle vittime del dovere ci è stato vicino, e i colleghi che ancora oggi lo ricordano con affetto».
Il maresciallo Di Bona è stato riconosciuto dal Ministero dell’Interno “Vittima del Dovere” ai sensi della legge 466/1980.

 

 

 

Pubblicato su  giustizia.it il 26 Agosto 2011

domenica 28 agosto 2011
Commemorazione del maresciallo Calogero Di Bona
Maresciallo del Corpo degli agenti di custodia in servizio presso la casa circondariale di Palermo, Calogero Di Bona scomparve trentadue anni fa per mano della cosiddetta lupara bianca mafiosa. Riconosciuto vittima del dovere dal ministero dell'Interno, alla sua memoria, il 21 luglio 2008, è stata intitolata la caserma della casa circondariale Pagliarelli, alla presenza dell'allora guardasigilli Angelino Alfano.

 

 

 

Articolo da La Stampa del 30 Agosto 1979

Trovata la sua auto vuota

Vicecapo del carcere scomparso a Palermo

PALERMO — Il vicecomandante degli agenti di custodia dell'«Ucciardone», maresciallo Calogero Di Bona, 35 anni, è misteriosamente scomparso ieri l'altro sera. E' stata la moglie. Rosa Cracchiolo, che si è rivolta alla polizia dicendo di avere visto il marito, per l'ultima volta, alle 13 di ieri l'altro.
Calogero Di Bona, nato a Villarosa, in provincia di Caltanisetta, da una quindicina d'anni è nel corpo degli agenti di custodia. Sposato, con tre figli, abita a «Sferracavallo», una borgata marinara di Palermo ad un paio di chilometri dalla periferia della città. Ieri l'altro è stato visto da alcuni conoscenti, intorno alle 13, in un bar della borgata. Poi è salito sulla sua auto, una «500», ed è scomparso.
«Non siamo affatto tranquilli — ha detto uno degli investigatori — per quel che abbiamo appreso. Di Bona è un uomo metodico e non sembra quindi probabile una scomparsa volontaria».
Poco meno di due anni fa, il primo dicembre del 1977, il maresciallo Attilio Bonincontro, dirigente dell'ufficio matricola dell'«Ucciardone». fu ucciso in un agguato sotto la sua abitazione, alla periferia di Palermo. Le indagini, in quel caso, non consentirono di accertare neppure il movente dell'omicidio.
In mattinata, dopo la denuncia della scomparsa del maresciallo, sono state interrogate le persone che ieri l'altro hanno visto il sottufficiale. Tutti i testimoni sono concordi nel dire che Di Bona, uscito dal bar di Sferracavallo intorno alle 13, è salito da solo sulla sua «500». Gli investigatori non escludono che il sottufficiale sia stato sorpreso mentre andava ad un appuntamento con una persona che conosceva.
Secondo il direttore del carcere, Di Bona non avrebbe avrebbe mai avuto alcun particolare attrito con detenuti, tale da far ritenere possibile una vendetta nei suoi confronti.

 

 

 

Articolo da LA STAMPA del 31 Agosto 1979

Partito dall'Ucciardone l'ordine di assassinare il vicecapo del carcere?

di Antonio Ravidà

PALERMO — Testimone di un caso di violenza avvenuto dentro il carcere dell'«Ucciardone». il maresciallo Calogero Di Bona. 35 anni, vicecomandante degli agenti di custodia, è sparito misteriosamente martedì sera: su quell'episodio era stato interrogato sabato scorso dal sostituto procuratore della Repubblica, Giuseppe Prinzivalli, e adesso gli inquirenti battono questa pista per individuare i suoi assassini.
Perché, ormai, carabinieri e polizia sono convinti che si tratti di omicidio. Le speranze di ritrovarlo vivo, già deboli, si sono assottigliate ancora di più alle 13 di ieri quando è stata ritrovata l'automobile delio scomparso. La «500», bianca, era posteggiata in via dei Nebrodi, vicino all'incrocio con via Alcide De Gasperi. Gli sportelli erano aperti e questo viene considerato un segno, dal momento che è una circostanza ricorrente nei casi di «lupara bianca».
Così anche questa storia sembra rientrare tra i cruenti misteri dell'«Ucciardone». La traccia seguita dagli investigatori parte proprio da uno dei «bracci» del carcere palermitano dove, qualche settimana fa, un detenuto avrebbe picchiato una guardia e sarebbe stato punito con sei giorni di cella di rigore. Il carcerato, però, avrebbe scontato la punizione in infermeria.
Questo fatto la dice lunga sul suo rango; è Michele Micilizzi, trentenne, di Pallavicino, condannato a 24 anni per l'omicidio dell'agente Cappiello, ucciso il 2 luglio 1975.
A termini di regolamento, il fatto doveva essere segnalato alla Procura della Repubblica ma, ufficialmente, dall'«Ucciardone» non è partita alcuna denuncia. Di avvertire la magistratura s'è incaricato invece un anonimo che ha inviato un esposto. Così s'è iniziata un'inchiesta che ipotizzava il reato di violenza a pubblico ufficiale per il detenuto, e quello di omissione di atti d'ufficio per gli agenti di custodia che non avevano informato il giudice com'era invece loro dovere.
Il sostituto procuratore della Repubblica, Prinzivalli — cui era stato affidato il caso — aveva interrogato tutti coloro che nella vicenda erano in qualche modo coinvolti. In ultimo aveva ascoltato il maresciallo Di Bona. Pare che da lui, in particolare, volesse sapere dov'era finito il registro delle punizioni ai detenuti. Che cosa abbia risposto il vicecomandante non si sa.
Se quest'episodio è davvero all'origine della scomparsa del sottufficiale lo stabilirà l'inchiesta del sostituto Pietro Grasso e del procuratore aggiunto Gaetano Mantovano. E' certo però che gli inquirenti, finora, ritengono quest'ipotesi la principale.
Le indagini sono scattate all'alba di martedì, quando Rosa Cracchiolo, moglie dello scomparso, è andata ad avvertire i carabinieri che il marito non era tornato a casa. Con la sua collaborazione, e interrogando un gran numero di persone, sono state ricostruite le ultime ore di libertà del maresciallo.
Alle 13 di martedì, finito il suo turno di servizio all'«Ucciardone», egli aveva raggiunto la moglie e i tre figli nella sua abitazione di via Sferracavallo 164, una delle prime case della borgata marinara.
Dopo il pranzo il giovane maresciallo s'era coricato come d'abitudine. Poi, a pomeriggio inoltrato, era uscito assieme ai suoi familiari che aveva accompagnato presso parenti, proseguendo verso piazza Sferracavallo. Lì, tra le 18 e le 19, è stato visto per l'ultima volta al bar «Profeta». All'ora di cena. Rosetta Cracchiolo s'è impensierita. Col marito erano rimasti d'accordo che sarebbe ripassato a prendere lei e i bambini per tornare a casa e invece non si era fatto vivo. Le prime ricerche le ha compiute la moglie, accompagnata dai parenti.

 

 

Articolo da LA STAMPA del 2 Settembre 1979

Sono chiusi all'Ucciardone tutti i misteri di Palermo

di Francesco Santini

Le feroci intimidazioni nel vecchio penitenziario borbonico
Che cosa avviene nel carcere siciliano dove, secondo le guardie, «è la mafia che comanda»? - Il nome di un «boss» in un esposto anonimo: tutti hanno paura - Non c'è speranza di trovare vivo il maresciallo scomparso


PALERMO — Contro la massa grigia del Monte Pellegrino si staglia, a raggiera, il tufo pesante dell'Ucciardone. A destra il mare, a sinistra la follia urbanistica della Palermo Anni Sessanta. L'ultimo mistero della città è nel suo carcere. La scomparsa di un sottufficiale degli agenti di custodia muove alla paura. Ormai, si sa, Calogero Di Bona, 35 anni, è stato assassinato. Non se ne trova il corpo, ma a Sferracavallo, in direzione di Punta Raisi. sua moglie, disperata, stringe tre bambini e si veste di nero.' Prende il lutto, non si rassegna.
Per gli altri, tutto normale. Per il direttore del carcere, adesso, c'è un unico commento: « Qualcuno — dice — si sarà tolto un sasso dalla scarpa». Qualche giorno fa s'era mostrato ottimista: 'Sfogliando il suo fascicolo — aveva dichiarato — ci siamo accorti che proprio ieri, martedì, giorno della sparizione, Calogero Di Bona compiva 35 anni: si sarà concesso, come dire, una distrazione per festeggiare il compleanno». Ora dichiara: 'Pensavo a una ubriacatura, a una donna».
E il capo delle guardie, Tirrito, che ha perso con Di Bona il suo braccio destro, commenta rassegnato: «Nulla nell'istituto giustifica la fine di Calogero. Allora niente paura, se si dovesse stare a pensare, non si dovrebbe più uscire in automobile: una distrazione, un incidente e si finisce di campare».
Chi stava per perdere la vita giovedì, quarantotto ore dopo la sparizione del sottufficiale, è un agente, Giuseppe Scozzarello, 43 anni, accoltellato «senza motivo», dice il direttore, che sottolinea: -Anche lui all'esterno della prigione». Riflette: «Allora a che cosa serve un'inchiesta nel carcere?». La magistratura non è dello stesso parere. Due giudici collegano gli episodi per «scavare» tra le nove sezioni dell'antica fortezza borbonica. E da Roma? «Niente, niente dal ministero», risponde soddisfatto Clemente Cesareo, direttore all'Ucciardone. «Tutto in regola, niente da scoprire».
Alle sette del mattino, per sapere che cosa c'è all'Ucciardone è sufficiente fermare, a caso, un agente che lasci il cancello d'acciaio, dipinto in celeste, della vecchia fortezza. L'uomo, assonnato, ha fretta. Ha la moglie al paese. Corre alla Sìp per rassicurarla. «E' andata, anche stanotte è andata», le dice, ma la donna non si calma. Piange al microfono e lui, brusco, l'interrompe: «Non preoccuparti, fammi stare tranquillo, poi il telefono corre, è meglio chiudere».
Nove sezioni disposte a raggiera in un semicerchio. Per capire l'Ucciardone è sufficiente la quarta. «E' tutto lì — dice l'agente — l'infermeria è il nodo: lì sta la vera direzione del carcere, quella della mafia, che tutto decide». E il direttore? «E' sottoposto». E il ministero? «Se il ministero non interviene, qualche motivo ci sarà».
Tutto, nella quarta sezione infermeria. «Quarta sezione e vecchia matricola: dove si svolgono i colloqui straordinari, a porte chiuse». A chi sono concessi? «Io vedo sempre le stesse facce». Racconta di piccoli privilegi, di celle sempre aperte, di carte da gioco, di radioline a modulazione di frequenza, di denaro che circola in infermeria tra i mafiosi «che comandano e noi siamo numeri».
Di questi numeri all'Ucciardone ce ne sono 180. Agenti di custodia e sottufficiali, tutti convinti che, come dice il direttore, «è il buonsenso la prima qualità». Clemente Cesareo non ha paura che il «buonsenso» diventi ignavia. Se gli si domanda se è davvero la mafia a dirigere l'Ucciardone lui ha la risposta pronta: «Allora è la mafia che dirige tutto: le industrie, i giornali, la politica dirige, la mafia, lo stesso governo». Per lui ovunque c'è mafia, ma «per carità, che non si scriva». A suo giudizio, ogni carcere è uguale. «In ogni gruppo emerge qualcuno e certo qui non siamo in un collegio di educande». Poi un esempio: «Tra i lupi c'è il capo branco, tra i leoni, nella foresta, c'è chi prevale. Ovunque la legge del capo s'afferma».
Ieri, in infermeria, c'erano 71 detenuti. «Meno del dieci per cento», dice Cesareo, che mostra le cifre: 224 definitivi, 466 giudicabili, 52 semiliberi. Un totale di 742 persone per un carcere che non dovrebbe ospitarne più di 500, almeno come si disse nel 1836 quando i Borboni vollero l'Ucciardone nella concezione e nelle piante simile a quello di Filadelfia, che allora, trent'anni prima della guerra di Secessione, era ritenuto un carcere modello.
Cesareo nulla ammette. Nessun privilegio nei trasferimenti in infermeria, nessun favoritismo per i colloqui speciali «che si fanno a porte aperte». E i pranzi al ristorante? Raccontano i cronisti di Palermo che molti detenuti preferiscono a quella dell'istituto di pena la cucina del Gourmand's, considerato in città un ristorante raffinato e alla moda. Anche questo viene negato dal direttore: «Concediamo — spiega — che poche vivande possano essere portate dai famigliari». Il motivo è antico. Rìsale al «caffè alla stricnina» preparato per Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano.
Dice il direttore, della scomparsa del maresciallo: «Tanti equilibri ormai si sono rotti, più nessuno è intoccabile, stavolta è toccato a un sottufficiale, la prossima volta chissà». Ed è vero. Le vie di Palermo sono lastricate di cadaveri. Un magistrato (Scaglione), due giornalisti (De Mauro, Francese), un politico (Reina), un carabiniere (il colonnello Russo), un poliziotto (il capo della Mobile Giuliano) ed ora un maresciallo degli agenti di custodia. Sempre, tra queste morti, s'è tentato un collegamento. Sempre, dopo questi assassini, s'è indicata la pista dell'Ucciardone. proprio come in queste ore che il carcere è sotto tiro. Se il gioco delle analogie e degli incastri è un gioco catturante, ma privo di risultati, questa di Calogero Di Bona è una morte che può essere chiarita.
Le maglie dell'omertà si vogliono spezzare. Un esposto anonimo, finito sul tavolo della Procura della Repubblica, potrebbe essere la strada. Un gruppo di agenti denuncia il pestaggio di un collega. Indica, facendo il nome di Michele Micalizzi, l'autore di una rappresaglia, chiede un'indagine. Dal ministero ancora niente. Il direttore minimizza: «Nessuna rappresaglia, nessun pestaggio, una lite e basta. Lo dice, a chiare lettere l'agente picchiato. "Micalizzi, agitandosi, mi sferrava un pugno". Agitandosi, quindi agitandosi è partito un pugno».
Non si potrebbe smembrare questa infermeria? Risposta del direttore: «Spetta al ministero, se fosse per me trasferirei al Nord tutto l?Ucciardone». Avete mafiosi importanti? Risposta: «I nostri mafiosi sono casalinghi, i grossi se ne sono andati». Fa il nome di Buscetta, che a Palermo è un mito. «Lui se ne sta a Cuneo», dice Cesareo con tanto buonsenso. A chi domanda se è vero che il giorno del matrimonio della figlia di Buscetta, celebrato nel carcere, a tutti i detenuti fu offerto champagne francese, Cesareo risponde: «Sono mancato dall'Ucciardone tra il 72 e il'75. Non mi risulta, almeno nella mia  direzione».

 

 

Articolo da L'Unità del 19 Gennaio 1980

Carta bianca alla mafia: incriminato il direttore

All'Ucciardone di Palermo

PALERMO - La magistratura cerca di veder chiaro, in un clima di strettissimo riserbo, dentro i misteri del carcere palermitano dell'Ucciardone. Ieri mattina tutto lo staff dirigente dello stabilimento carcerario - da sempre al centro di traffici mafiosi - è stato ascoltato sotto la veste di imputato dal giudice istruttore Vittorio Aliquò. Il direttore Clemente Cesareo, il vice direttore Giuseppe Di Martino, due medici responsabili della gestione dell'infermeria e otto tra ufficiali e guardie carcerarie devono rispondere di una serie di gravi accuse che vanno dall'omissione di atti d'ufficio alla sottrazione di referto al falso in atto pubblico.
Sono nel mirino del giudice per aver tenuto segreti una serie di gravi episodi, avvenuti dentro il carcere, e che sfociarono, la mattina del 20 settembre scorso, nell'eliminazione di cvhiaro stampo mafioso del maresciallo capo delle guardie carcerarie, il 33enne Calogero Di Bona, fatto sparire nel nulla con la tecnica della cosiddetta "Lupara bianca".
I dodici incriminati sarenbbero stati individuati, tra l'altro come i responsabili di un singolare metodo di gestione del carcere: avrebbero risolto, cioè senza chiedere l'intervento del magistrato, ma con non meglio precisate "misure interne", adottate - si sospetta - di intesa con gruppi di mafiosi detenuti, la questione di un tranquillo svolgimento dell'ordine carcerario. Un metodo che, come alcune guardie avevano rivelato con un messaggio anonimo indirizzato ai giornali locali, sarebbe entrato in crisi però quando il temibile Michele Micalizzi, un rapinatore assassino, amico di don Agostino Coppola, il parroco della mafia, aveva pestato a sangue un agente.
Di più: secondo le guardie tale episodio sarebbe maturato in un clima di favoritismi. "La legge della mafia e della violenza" avevano scritto nella loro lettera "domina all'Ucciardone". Micalizzi, infatti, avrebbe ripetutamente colpito molti di loro senza che le autorità dell'Ucciardone avessero mai denunciato tali gravissimi episodi.
Ai mafiosi più potenti dentro il carcere, secondo tale ricostruzione, sarenne stato praticamente affidato il controllo dei detenuti per atti di delinquenza comune, e date moltissime concessioni: tra di esse l'ospitalità pressoccé permanente nella comoda infermeria. Nel dicembre scorso, in seguito ad un'inchiesta amministrativa originata dalle denunce degli agenti, e proprio per tali fatti, uno dei medici del carcere, il dottor Paolo Salmeri, era stato sollevato dal suo incarico. Proprio nell'infermeria, frattanto, i carabinieri con una perquisizione scoprivano un piantina dettagliata del penitenziario che avrebbe dovuto servire, con tutta probabilità, per preparare un'evasione.

 

 

 

Articolo del 13 Dicembre 2012 da dallapartedellevittime.blogspot.it

DOPO 33 ANNI PIENA LUCE SULL'OMICIDIO DEL MARESCIALLO CALOGERO DI BONA ."COSÌ I BOSS DECISERO LA SUA FINE"

di Raffaele Sardo

Fu sequestrato e ucciso perché sospettato dalla mafia di aver picchiato in carcere un uomo d’onore. Dopo 33 anni la Dia di Palermo fa luce sull’omicidio del maresciallo Calogero di Bona, maresciallo delle guardie carcerarie nel carcere palermitano. Fu la cosca capeggiata dal capomafia Rosario Riccobono  a volere quell’omicidio. Calogero Di Bona,  fu sequestrato e strangolato il 28 agosto del 1979, al termine del suo turno di lavoro perché ritenuto responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da un uomo d'onore, Michele Micalizzi, fidanzato con la figlia di Riccobono. Il maresciallo Di Bona era nato a Villarosa il 29 agosto del 1944. Il giorno dopo  avrebbe compiuto trentacinque anni. Per molti anni su questo delitto è calato il silenzio come tanti delitti di mafia, ma le indagini condotte dalla Dia e coordinate dalla Procura di Palermo hanno permesso di fare luce sui molti lati oscuri dell’omicidio Di Bona.

La Dia si è avvalsa della testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, particolarmente vicini agli indagati o pienamente inseriti nel mandamento criminale capeggiato dal sanguinario Riccobono, “anche al fine di attribuire puntuali ed inequivoche responsabilità penali in capo agli odierni indagati”.  

Nell’uccisione del maresciallo Di Bona risultano coinvolti, a vario titolo, diversi uomini d’onore, alcuni dei quali oggi deceduti, ed in particolare, oltre al boss Riccobono, mandante ed esecutore dell’omicidio, due dei suoi uomini di fiducia, Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga, noto “necroforo” al soldo di Cosa nostra. Lo Piccolo, catturato nel 2007, dopo 25 anni di latitanza, ai vertici di Cosa nostra palermitana dopo la cattura di Bernardo Provenzano, sconta la pena dell’ergastolo ed è sottoposto al regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario. Liga, arrestato nel '93, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Tommaso Natale (PA), ha svolto sin dagli anni ’70, con piena partecipazione criminale, anche il ruolo di “necroforo” dell’organizzazione mafiosa. Presso il suo podere, luogo di ritrovo abituale per gli aderenti al sodalizio criminale, ubicato nel fondo De Castro, sono state uccise decine di persone e ne sono stati eliminati i cadaveri mediante scioglimento nell’acido e successivo incenerimento dei resti all’interno di forni di proprietà dello stesso adibiti alla produzione del pane.

«Non sono stati reperiti atti che suffragassero questo evento - spiegano gli inquirenti - ma si è accertato che lo stesso Micalizzi era stato condannato, nel 1979 alla pena di otto mesi di reclusione, proprio perché riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario».

Le indagini della Dia hanno dimostrato, però, che l’omicidio del maresciallo Di Bona risulta comunque legato a questo episodio, avvenuto all’interno delle mura del carcere palermitano dell’Ucciardone il 6 agosto 1979, quando una giovane ed inesperta Guardia carceraria fu dirottata presso la famigerata IV sezione del carcere dove si trovavano ristretti numerosi uomini d’onore ritenuti maggiormente pericolosi, che al tempo stesso fungeva da infermeria. La giovane guardia, il maresciallo Di Bona,  notava che alcuni reclusi si muovevano “ troppo liberamente”. Perciò avrebbe provato a richiamare quelli più indisciplinati, nel tentativo di farli rientrare nelle rispettive celle. Per tutta risposta un paio di loro lo aggredirono violentemente, tanto da costringerlo ad immediate cure, prestate presso la stessa infermeria del carcere. Sarebbe stato naturale avviare nei confronti dei detenuti un provvedimento disciplinare e contestuale deferimento all’Autorità Giudiziaria, ma così non avvenne.

«L’unico detenuto individuato senza incertezze dalla vittima, non scontò di fatto alcuna sanzione disciplinare e, probabilmente, se le cose fossero andate come illecitamente pianificato, non avrebbe subito nessuna conseguenza penale per quel gravissimo comportamento - dicono gli investigatori - Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una cruda e spietata missiva, scritta da anonimi agenti carcerari, venne inviata intorno alla metà di agosto del 1979 alla Procura della Repubblica, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini, che, però, la pubblicarono soltanto dopo l’avvenuta scomparsa di Di Bona».

Nella lettera anonima, le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto, etichettato con epiteti diffamatori, reo della vile aggressione in danno del loro compagno di lavoro, ma anche “il potere di mafia” esercitato dai boss all’interno delle antiche mura borboniche dell’Ucciardone.

«La giustizia degli uomini avrebbe agito con lentezza e con esiti incerti, al contrario, il “tribunale” della mafia, frattanto entrato in possesso della missiva, ancor prima della pubblicazione da parte degli organi di stampa, sentenziò in maniera rapida e spietata - dicono ancora gli investigatori - Ebbe, infatti, da qui inizio un escalation di episodi intimidatori nei confronti degli appartenenti all’Istituto Penitenziario cittadino, nell’ambito di una vera e propria controffensiva, che culminerà, appunto, nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, “portato” al cospetto di Cosa nostra, al fine di indicare gli autori di quella missiva, che, “oltraggiando ” Micalizzi e l’intera organizzazione criminale, fornì l’input per altri provvedimenti penali, anche a carico di Micalizzi».

 

 

 

Articolo del 18 Luglio 2014 da livesicilia.it

La lupara bianca di Di Bona
Ergastolo per Lo Piccolo e Liga


di Riccardo Lo Verso

Ci sono due colpevoli per l'omicidio di Calogero Di Bona. Il maresciallo della polizia penitenziaria dell'Ucciardone, uscì di casa una sera di fine agosto del 1979, e non vi fece più ritorno.

PALERMO – Ergastolo per Salvatore Lo Piccolo. Ergastolo per Salvatore Liga. Ci sono due colpevoli per l'omicidio di Calogero Di Bona. La sentenza della Corte d'assise di Palermo strappa, definitivamente, all'oblio una vicenda rimasta per troppo tempo dimenticata.

Di Bona, maresciallo della polizia penitenziaria dell'Ucciardone, uscì di casa una sera di fine agosto del 1979. E non vi fece più ritorno. Solo l'ostinazione dei figli della vittima ha consentito di riaprire il caso. In particolare di Giuseppe Di Bona che aveva appena 6 anni quando smise di potere guardare il padre negli occhi.

Giuseppe ha cercato il papà ogni mattina al risveglio. Nel frattempo è diventato adulto. Poi un giorno, cliccando su un motore di ricerca, trovò un vecchio verbale del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Lo consegnò agli avvocati Fabio Lanfranca, Oriana ed Emanuele Limuti che chiesero la riapertura delle indagini. Oggi l'avvocato Lanfranca, appena letto il verdetto, è ai familiari del maresciallo che rivolge il suo unico pensiero: “E' merito loro, non c'è altro da aggiungere”,

Mutolo, killer al soldo di Totò Rina e Saro Riccobono, il 7 giugno 1994, chiamò in causa Salvatore Lo Piccolo, che di Riccobono, boss di Partanna Mondello, era stato l'autista. Il capomafia di San Lorenzo, che allora iniziava la sua ascesa criminale, avrebbe avuto un ruolo nella lupara bianca che inghiottì Di Bona, vicecapo dei secondini del carcere palermitano. Nel carcere romano di Rebibbia si stava celebrando un'udienza del processo a Bruno Contrada, l'ex capo dei servizi segreti, e Gaspare Mutolo disse al pubblico ministero Antonio Ingroia: "Io so, nell'81, in un discorso che io c'ho con Riccobono per altri discorsi, di un omicidio di un certo Di Bona, il maresciallo degli agenti di custodia, che Salvatore Lo Piccolo se lo va a prendere”.

 

 

Articolo del 25 Gennaio 2017 da palermo.meridionews.it

Omicidio Di Bona: 38 anni dalla morte per mano mafiosa
Figlio: «La verità grazie a un verbale ritrovato da me»

di Silvia Buffa

Cronaca – Il primogenito ripercorre gli ultimi istanti vissuti col padre e le circostanze della sua scomparsa, svelate anche grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Venne strangolato e poi bruciato in un forno. Il movente sarebbe una relazione scritta sul pestaggio di un collega all’interno dell’Ucciardone

«A che l’ho visto, a che non l’ho visto più». Di quella sera del 28 agosto 1979 ricorda ancora tutto molto nitidamente Giuseppe Di Bona, malgrado all’epoca avesse solo sei anni. «Rosa mi vado a prendere un caffè e ti vengo a prendere» aveva detto suo padre alla moglie. Lui è il maresciallo Calogero Di Bona, guardia penitenziaria all’Ucciardone di Palermo. Aveva fatto il turno di notte e quella sera a casa aspettava alcuni ospiti: era la vigilia del suo trentacinquesimo compleanno, avrebbero aspettato la mezzanotte insieme. Solo che Calogero a casa non torna più. Sparito nel nulla. «Mia madre è andata dai carabinieri la stessa sera e il giorno dopo sono ufficialmente partite le ricerche», racconta il figlio. Dopo qualche giorno viene ritrovata la sua Fiat 500 abbandonata nei pressi del ponte di via Belgio, con gli sportelli aperti. «Vista dai miei sei anni quella scomparsa mi sembrava uno scherzo - continua -. La mia mente di bambino mi faceva credere che lui fosse a casa, nascosto. Ricordo che ho aperto tutte le porte per cercarlo, ma lui continuava a non esserci».

Il primo a mettersi a indagare è il giudice Rocco Chinnici, «era lui che teneva le redini di tutto. Ogni 15 giorni mandava a chiamare mia madre, per sapere come andassero le cose». Le indagini durano dal 1980 sino alla morte di Chinnici, avvenuta nel luglio dell’83. «Ricordo ancora una sua frase sul caso di mio padre - dice Giuseppe - Scrisse che "i motivi della scomparsa del maresciallo Di Bona erano da ricercare tra le mura del carcere Ucciardone di Palermo. La riprova di ciò si ritrova nelle modalità di esecuzione del crimine, tipicamente mafiose”». Dopo la morte del giudice le indagini subiscono un forte arresto e la famiglia inizia a perdere le speranze: «Abbiamo perso l’unica nostra persona di riferimento, non sapevamo più a chi rivolgerci». Ma nel 2010 le cose si sbloccano: «Ho scoperto per caso l’esistenza di un verbale all'interno di una sentenza di circa 880 pagine, quella nei confronti di Bruno Contrada, in cui si parlava della scomparsa di mio padre». A tirare in ballo la storia della fine del maresciallo Di Bona è il pentito Gaspare Mutolo: ai magistrati racconta che era stato sequestrato e ucciso, strangolato e poi bruciato in un forno crematorio che i mafiosi utilizzavano, in un terreno nella zona residenziale di Città Giardini. Il pentito, si leggeva in quel verbale, accusava del delitto i boss Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga.

Si riaprono così le indagini, durate un paio di anni, fino a ottenere finalmente la verità. Le udienze sono parecchie, ma il finale è sempre lo stesso: ergastolo in corte d’Assise e in corte d’Appello. Ad aprile sarà il turno della Cassazione. «Subito dopo aver letto quel verbale ammetto di essermi sentito preso in giro: lo avevo trovato casualmente cercando su Internet e risaliva al 1994, non era quindi un documento recente. Non sono riuscito a contenere la rabbia». Com'è possibile, si chiede, che dal 1994 a quel momento nessuno si sia occupato di quel verbale e delle dichiarazioni che conteneva? «Com'è possibile che per rimettere in moto le indagini e far riaprire il caso di mio padre ho dovuto trovare tutto io? Quando ho letto questo verbale mi è crollato il mondo addosso», dice Giuseppe. Col tempo si aggiungono le dichiarazioni di altri pentiti, «ultrasettantenni che erano stati rinchiusi all’Ucciardone e che poi si sono ricordati della storia di mio padre. C’erano mafiosi che all'epoca si vantavano di questo omicidio e chi lo ha ascoltato ai tempi, poi si è ricordato».

Il movente ricostruito dagli agenti della Dia si ricollega al pestaggio subito da un collega del maresciallo Di Bona: «Risale a qualche settimana prima della scomparsa di mio padre: Michele Micalizzi, genero del boss di Partanna-Mondello Saro Riccobono, pestò un agente». L’episodio avvenne dentro il carcere Ucciardone, dove Micalizzi era detenuto per l’omicidio dell’agente Cappiello. I termini di custodia però stavano per scadere e la segnalazione di questo episodio avrebbe potuto trattenerlo ulteriormente e impedirgli di tornare in libertà. «Mio padre ha relazionato tutto, se ne stava occupando - racconta ancora - Quindi in un certo senso è come se lo avessero voluto punire». «Solo crescendo ho cominciato a capire la situazione. Non è una storia che posso dimenticare», dice Giuseppe, da anni volontario tra le fila di Libera, l’associazione fondata da Don Ciotti. «La mancanza di mio padre l’ho sempre sentita moltissimo, soprattutto durante le feste natalizie. Anche se ero un bambino, ricordo ancora molto bene la sera in cui è sparito. A noi rimane solo la memoria da divulgare - conclude - Queste sono storie che vanno raccontate e tenute in vita».


 

 

 

 

 

 

 

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Sei  : Home Vittime 28 Agosto 1979 Palermo. Sparisce Calogero Di Bona, maresciallo presso la Casa Circondariale Ucciardone.