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28 Agosto 1980 Punta Raisi (PA). Ucciso Carmelo Iannì, albergatore. Aveva collaborato con le forze dell'ordine all'arresto di mafiosi. PDF Stampa

Foto e Nota da:  familiarivittimedimafia.com

Era agosto del 1980 ed eravamo una famiglia serena composta da papà Carmelo (46 anni), mamma Giovanna (44 anni), io (Roberta 16 anni) e le mie due sorelle: Monica (11 anni) e Liliana (18 anni). Nostro padre gestiva un albergo, in riva al mare, che si chiamava “ Riva Smeralda” a Villagrazia di Carini (Pa) a pochi km. dall'aeroporto di Palermo. Questo mestiere gli piaceva molto; lo faceva stare insieme alla gente ed il mondo del turismo lo attraeva molto. Da un anno aveva iniziato a ristrutturare l'albergo, ovviamente indebitandosi, e su tre piani è riuscito a finire appena il primo. Un giorno la polizia gli chiese aiuto. Erano sulle tracce per arrestare dei marsigliesi che vennero ad alloggiare in albergo ma non avevano ancora le prove. Nostro padre, idealista ed ottimista, disse di si. Ovviamente, a noi non disse nulla per non farci preoccupare. Così, camuffati da portiere d'albergo e camerieri, gli uomini della polizia si infiltrarono nel nostro albergo per intercettare telefonate e conversazioni importanti per le loro indagini. Dopo una ventina di giorni di soggiorno nel nostro albergo i volti dei tre clienti marsigliesi li abbiamo visti al telegiornale mentre li arrestavano: li hanno presi mentre stavano insegnando ai siciliani il metodo di raffinazione dell'eroina. Erano dei chimici professionisti francesi e stavano facendo formazione in Sicilia. I poliziotti che fecero irruzione nella villa, sede operativa della raffinazione, arrestarono i tre marsigliesi e, insieme a loro, un importante latitante Gerlando Alberti detto “ u paccarrè” . La polizia commise un grave errore: gli agenti che fecero gli arresti erano gli stessi che si infiltrarono in albergo camuffati da dipendenti. Quindi, non dovettero nemmeno perdere tempo ed energie per capire quanto papà avesse avuto un ruolo importante nell'indagine.

Nel 1980 non esisteva ancora il fenomeno del pentitismo e quindi un aiuto con le forze dell'ordine di un cittadino qualunque non era neanche ipotizzabile. In quegli anni l'omertà prevaleva su tutto e su tutti. Si dice, addirittura, che la mafia non esisteva nella realtà ma soltanto nei film. Anche tra noi ragazzi, nelle scuole, si “ raccontava” della mafia come fenomeno che toccava pochi e solo quelli che commetteva atti di delinquenza. Si diceva: “ tanto si ammazzano tra di loro ....!” . Carmelo Iannì era un esempio che andava eliminato subito. Tutti dovevano sapere che questo comportamento non era da copiare. E ciò anche per evitare ripercussioni negative sul traffico di stupefacenti con l'estero. Quattro giorni dopo l'arresto, il 28 agosto 1980, in pieno giorno, due giovani a volto scoperto entrarono nella hall dell'albergo e hanno ucciso Carmelo Iannì con dei colpi di pistola. Mia sorella Monica, 11 anni, era molto vicino ed ha sentito gli spari. Persone l'hanno presa al volo e l'hanno portata lontano. Mia madre, accanto a mio padre e due turisti ospiti hanno assistito all'accaduto. Per fortuna io e Liliana non abbiamo assistito perché eravamo fuori dall'hotel. I giornali locali, l'indomani, in prima pagina, a caratteri cubitali, scrissero cose bruttissime sul conto di Carmelo Iannì. Dissero che si trattava sicuramente di un regolamento di conti su storie di droga. Soltanto dopo un po' di giorni scrissero la verità con dei piccoli articoli ma, essendo notizia già vecchia, su pagine in fondo al giornale. Trasmissioni televisive come “ Maurizio Costanzo Show” e diversi libri sull'antimafia parlarono di lui associandolo spesso all'omicidio del giudice Costa accaduto pochi giorni prima e questo costituì, per me e la mia famiglia, l'unica magra consolazione. Parlavano di lui come eroe sottolineando come lo Stato non riesca a proteggere i cittadini che cercano di rompere il muro dell'omertà. Nessun cittadino rischia la propria vita per aiutare lo Stato. La nostra famiglia era distrutta. Dovevamo pagare i debiti che nostro padre aveva contratto (aveva da poco avviato la pratica per l'acquisto dell'hotel) e non c'era tempo per addolorarsi; dovevamo darci da fare. Vendemmo metà dell'unica casa che avevamo a Palermo e grazie anche ad uno zio che ci ha dato un grande aiuto, riuscimmo a sbrigare le pratiche per cedere l'attività alberghiera. Io e le mie sorellea avevamo sogni, volevamo fare l'università, avevamo dei progetti ma fummo costrette, insieme a nostra madre, a trovarci subito un lavoro: io e Liliana come ragioniere sotto pagate e la mamma si mise a fare riparazioni di sartoria. Non si può trasmettere, dal punto di vista umano, cosa e come abbiamo vissuto la tragedia. Oggi, solo dopo oltre 25 anni, riesco a parlarne (mia sorella Monica non riesce ancora a parlare di mio padre) e a trasformare la mia rabbia in qualcosa di positivo: far conoscere il più possibile alle nuove generazioni cosa è riuscita e ancora riesce a fare la criminalità nella nostra terra. Il degrado della Sicilia, la sotto cultura, il suo mancato sviluppo (malgrado le potenzialità ) sono il terreno fertile per la criminalità organizzata e noi, come altri familiari che abbiamo vissuto questa tragedia, abbiamo il dovere di darne testimonianza diretta anche se per noi è un compito molto difficile. Il processo si è chiuso e il mandante è stato proprio Gerlando Alberti che diede l'ordine di uccidere papà dal carcere. Per i suoi numerosi omicidi sta scontando l'ergastolo. Gli esecutori non sono mai stati individuati.

 

 

 

Articolo del 31 Agosto 2011 da io-reporter.blogspot.com

Trentuno anni fa la mafia uccideva Carmelo Iannì

Nella Sicilia degli anni ottanta, quando contravvenire alle regole dell’omertà era quantomeno impensabile, quegli spari che echeggiarono nella hall del “Riva Smeralda” furono un monito nei confronti di chi intendesse schierarsi dalla parte dello stato contro l’egemonia mafiosa. Proprio quello che Carmelo Jannì, proprietario di quel piccolo albergo di Carini, a due passi dal mare, aveva coraggiosamente deciso di fare.Erano gli anni del business della droga, gli anni in cui gli uomini d’onore siciliani mettevano le mani sul mercato mondiale degli stupefacenti. La mafia dell’isola, secondo un rapporto dell’epoca della DEA, forniva un terzo del fabbisogno del mercato americano, quattro tonnellate di eroina pura all’anno. Erano pure gli anni in cui la mafia lasciava sul terreno vittime eccellenti, dal presidente della Regione Piersanti Mattarella al procuratore capo Gaetano Costa.Carmelo Iannì, albergatore 46 enne palermitano, marito e padre di tre figlie, non avrebbe mai pensato che quei fatti di mafia che stravolgevano la Sicilia lo avrebbero coinvolto, facendolo diventare innocente protagonista. L’imminente arrivo in città di Andreè Bousquet, il miglior chimico marsigliese in circolazione, era un segnale inequivocabile che le raffinerie di droga si trovavano nel territorio di Palermo. La più grande operazione antidroga, e la scoperta delle raffinerie di eroina, passò proprio dalla scelta di Carmelo Iannì.Quella di permettere ad alcuni poliziotti di infiltrarsi nel suo albergo, fingendo di essere impiegati. L’albergo dove aveva deciso di alloggiare Bousquet, insieme ad altri due esperti di raffinazione giunti dalla Francia. Per un mese circa, quindi, i poliziotti seguirono tutti i movimenti dei tre fino alla notte fra il 25 e il 26 agosto 1980 quando, in un edificio in costruzione nelle campagne di Trabia, scattò il blitz. Lì, insieme ai chimici e alla droga, la polizia trovò, con enorme sorpresa, anche il boss Gerlando Alberti, detto ‘u paccarrè.La presenza sul luogo del blitz degli stessi agenti che avevano finto per un mese di essere impiegati dell’hotel fece facilmente intuire allo storico capomafia di Porta Nuova chi, in maniera determinante, aveva agevolato la polizia nella propria attività di indagine. Il 28 agosto, pochi giorni dopo il blitz, alle 15.30 circa, due uomini eseguirono l’ordine che ‘u paccarrè aveva dato dal carcere, mettendo così fine alla vita di Carmelo iannì, colpevole di avere scelto di stare dalla parte sbagliata.Cadde nella reception del suo albergo che con tanti onesti sacrifici aveva realizzato.Per l’omicidio di Carmelo Iannì furono condannati all’ergastolo Gerlando Alberti e il suo complice Vincenzo Citarda. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati.Nel 1990 il deputato radicale Alessandro Tessari presentò una interrogazione al Ministero della Giustizia per chiedere l’applicazione al signor Andrè Bousquet, cittadino di nazionalità francese, dei benefici previsti dalla convenzione di Strasburgo relativa al trasferimento nel proprio Paese delle persone condannate.Il sacrificio di Carmelo Iannì che accettò di collaborare con le forze dell’ordine, mettendo a repentaglio la propria vita, in un’epoca in cui la mafia uccideva anche chi solo si permetteva di sbeffeggiare i boss dai microfoni di una radio, viene ricordato oggi come esempio di forte senso civico.Con queste parole lo ha ricordato Sonia Alfano europarlamentare e presidente dell’associazione nazionale familiari vittime di mafia, in occasione del trentunesimo anniversario dell’assassinio.
Oggi fare memoria e utilizzare contro il sistema mafioso sempre più istituzionalizzato le armi della parola e del ricordo, deve essere un modo per dare ai cittadini di domani gli strumenti per capire la nostra storia imbevuta di sangue innocente e far sì che vicende come questa non si ripetano.La storia della famiglia Iannì racconta uno spaccato di realtà che ci offende tutti: non solo ha subito la violenza mafiosa, e non solo ha dovuto affrontare per lungo tempo l’indifferenza di una società civile disinformata e distratta, ma soprattutto quella dello Stato – sottolinea – che fin troppo spesso ha abbandonato i familiari delle vittime innocenti di mafia al proprio triste destino, soprattutto quando queste non potevano fregiarsi di un cognome celebre pur avendo tutto il diritto di rivendicare il proprio orgoglio e la propria dignità, esattamente come in questo caso”. Per questo è indispensabile una diffusa cultura antimafia ed è fondamentale trasmettere i valori di uomini semplici e coraggiosi come Carmelo Iannì ai ragazzi che si apprestano a fare quelle scelte che decideranno i destini del nostro Paese”.

 

 

 

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