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29 Agosto 1991 Palermo. Assassinato Libero Grassi ''imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omerta' dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti e dall'assenza dello Stato'' PDF Stampa

Foto da liberainformazione.org

Biografia da: liberograssi.it

Libero Grassi nasce a Catania il 19 Luglio 1924; il suo nome, o piuttosto l’aggettivo, com'egli stesso affermava, gli era stato imposto per tramandare la memoria del sacrificio di Giacomo Matteotti. Il nome segna così il destino di colui che muore per affermare la propria libertà.

Nel 1932 Libero ha otto anni quando la famiglia Grassi si trasferisce a Palermo, perché il capofamiglia è promosso direttore dei negozi  “CROFF”. In quegli anni, nonostante la politica d’avvicinamento della borghesia produttiva alle idee del regime fascista, la famiglia Grassi mostra un atteggiamento “afascista” in pubblico e antifascista in privato. Libero vive con spensieratezza gli anni dell’adolescenza, imparando a comprendere il significato dei principi di democrazia e libertà. E’ durante gli studi liceali, compiuti al “Vittorio Emanuele” che Libero matura una concreta ostilità al fascismo, assumendo e manifestando “pacifici” atteggiamenti antifascisti. Gli ultimi anni di liceo sono turbati dallo scoppio della guerra e nel 1942 la famiglia si trasferisce a Roma presso la nonna materna. Qui Libero s’iscrive alla facoltà di Scienze Politiche. Nel 1943 inizia a frequentare l’università ed il giovane dimostra palese avversione alla politica antisemita, nazista e fascista. Decide allora di entrare in convento e di essere accolto come seminarista, decisione questa presa, non per una vocazione maturata nell’avversità della guerra,  bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al fianco di fascisti e nazisti. Liberata Roma dai nazisti, torna alla sua vita in famiglia dove prosegue gli studi iscrivendosi alla facoltà di Giurisprudenza.

Nel 1945 la famiglia si ristabilisce a Palermo e qui Libero continua gli studi di legge. Raggiunta la laurea, il padre vorrebbe che egli prendesse le redini dell’attività commerciale, ma il principale desiderio di Libero è di intraprendere la carriera diplomatica, conoscendo bene il francese e l’inglese.

Nei primi anni 50 decide di andare al nord dove ha l’opportunità di mettere su un’azienda, con il fratello Pippo a Gallarate e l’impresa ha subito successo.

Negli anni vissuti al nord Libero frequenta con assiduità il mondo dell’imprenditoria locale, gode di un discreto reddito e si reca spesso al teatro. A Milano conosce un imprenditore che gli propone un progetto ambizioso: impiantare stabilimenti industriali tessili a Palermo. Libero preferisce rischiare in proprio, piuttosto che accettare un tranquillo posto come funzionario di banca: sorge così la MIMA (Manifattura Maglieria ed Affini), la quale produrrà per tutti gli anni 50 biancheria da donna, arrivando ad occupare circa 250 operai.

Nel 1954 ritrova Pina Maisano, architetto, che aveva conosciuto durante gli anni dell’adolescenza, i due si sposano e prendono casa in Via D’Annunzio, un appartamento al sesto piano con un bellissimo terrazzo….”la terrasse de ma maison, oui, c’ est là que je retournerais au frais de l’ètè” … Nel 56 nasce il primogenito Davide.

Nella seconda metà degli anni 50 Libero, fa continui viaggi per l’Italia con la sua auto, una Fiat 1400 alla continua ricerca dei tessuti idonei alla sua produzione. In questo periodo si reca a Roma nella redazione del “Mondo” o dell’Espresso”. Nel frattempo continua a scrivere articoli politici per i giornali locali. Il primo articolo appare nel 1961. L’imprenditore, che oramai partecipa attivamente alla vita politica del PRI, viene nominato, nella seconda metà degli anni ‘70, dal partito quale suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas.

Tra la fine del 74 e l’inizio del 75 Grassi, si getta insieme con altri amici in una nuova avventura imprenditoriale che però non avrà il dovuto successo. L’idea è di realizzare una società dal nome “Solange impiantistica”, il cui scopo è quello di sfruttare l’energia solare per produrre energia elettrica. L’azienda pur essendo formalmente costituita non iniziò mai a lavorare.

Nel ‘79 i vecchi locali della SIGMA vengono venduti dalla proprietà (un’immobiliare milanese) ad un costruttore palermitano. Libero è costretto a lasciare quella sede, per cercarne un'altra. Trova una sede di 2000 metri quadrati in Via Thaon di Revel. Questo trasferimento di sede, segna l’inizio di una serie di difficoltà economiche e sociali per la conduzione dell’azienda di famiglia.

Nella metà degli anni '80 iniziano i problemi con la criminalità organizzata. Grassi riceve una telefonata di minacce alla sua incolumità personale, se non pagherà una certa somma a due emissari che gli presenteranno per riscuotere: egli rifiuta di pagare. La prima conseguenza del suo rifiuto è il rapimento di Dick, il cane lasciato a guardie degli stabilimenti della SIGMA, che verrà poi restituito in fin di vita.

Dopo poco tempo, due giovani a volto scoperto tentano di rapinare le paghe dei dipendenti della fabbrica: saranno identificati e arrestati grazie ad alcuni dipendenti di Grassi. Ma in cuor suo Libero sa che è solo l'inizio, poiché la sua azienda, terza leader italiana nel settore della pigiameria, con un fatturato di sette miliardi, non può non suscitare gli appetiti dei malavitosi palermitani.

Il 10 gennaio 1991 Libero Grassi fa pubblicare al "Giornale di Sicilia" una lettera nella quale motiva razionalmente il suo no all’ennesimo ricatto estorsivo: ”….. Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia…..se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui”.

L'imprenditore rifiuta l'offerta di una scorta personale, ma consegna simbolicamente alle forze di polizia le quattro chiavi dell’azienda, chiedendo così protezione per gli stabilimenti della SIGMA.

Nel frattempo l'imprenditore viene contattato da Sandro Ruotolo, redattore di "Samarcanda", che lo invita a RAI 3 per parlare della sua lotta condotta, purtroppo, nell'indifferenza degli industriali siciliani. La trasmissione dell'11 aprile 1991 è fondamentale nell'iter di contrapposizione al crimine che Grassi sta conducendo, perché rende il suo caso di dominio nazionale, quale emblema civile della lotta alla mafia. A questo punto rendendosi conto del ruolo che sta assumendo, dichiara con forza a Santoro: “Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi”.

Alla fine di maggio una giornalista tedesca Katharina Burgi, della rivista “Nzz Folio”, viene invitata a Palermo per trarre impressioni e notizie sul fenomeno della mafia. Tra le persone che  incontra vi è Libero Grassi, l’imprenditore divenuto famoso, in Europa e Usa, per aver rifiutato pubblicamente di cedere al ricatto che gli imponeva la mafia. La giornalista rimane colpita dalla forza interiore di Grassi. Egli appare deciso a lottare per la difesa dei propri interessi, con la speranza che il suo esempio sia, per tanti altri siciliani rassegnati dinanzi alla forza della mafia, l’inizio di una ribellione pacifica che sottragga il nome della Sicilia alle accuse di mafiosità.

Libero Grassi viene assassinato il 29 agosto 1991 alle ore 7:30 del mattino. La stampa locale nazionale farà di lui un martire della resistenza al “regime” mafioso.

L’11 settembre il Parlamento Europeo approva una risoluzione, in cui manifesta profonda indignazione per l’assassino dell’imprenditore palermitano ed esprime il proprio commosso cordoglio ai familiari della vittima.

Il Consiglio comunale di Lodi  il 1 ottobre, intitola una piazza della città a Libero Grassi.

Ma l’unico e vero momento pubblico rilevante è la trasmissione televisiva, del 20 settembre 1991. La serata, voluta da Michele Santoro e Maurizio Costanzo a rete unificate RAI FINIVEST, è interamente dedicata alla memoria di Libero Grassi e di quanti sono caduti nel corso della “lunga battaglia” contro la mafia; il giornale di RAI 3 conduce la prima parte della trasmissione dal teatro “ Biondo” di Palermo, mentre Costanzo la conclude dal teatro “Parioli” di Roma. I due sono consapevoli che stanno facendo vivere qualcosa di indimenticabile, e la Sicilia si riconosce nel segno di “ vittoria” che Davide Grassi ha mostrato portando a spalla il feretro di suo padre. Hanno ucciso l’uomo non la sua idea, che continuerà a vivere nel ricordo di ogni cittadino onesto.

Il 3 marzo 1993 il VII I.T.C. è intitolato al nome di Libero Grassi, ”…affinchè la vicenda umana ed imprenditoriale di Libero Grassi sia un imperituro esempio per i giovani studenti frequentanti il nostro Istituto i cui studi li porteranno ad inserirsi nella realtà commerciale ed imprenditoriale della quale egli è stato un sicuro protagonista e della quale ha indicato la giusta via per non sottostare a condizionamenti e pressioni di alcun genere…..”

 

 

 

Articolo da La Stampa del 30 Agosto 1991

LO STAIO SCONFITTO E INTANTO ROMA DISCUTE

di Giovanni Falcone

LA feroce efficienza della mafia e la disarmante inadeguatezza delle istituzioni ancora una volta si sono rivelate in tutta la loro gravità con l'assassinio di Libero Grassi. La vittima, titolare di un'impresa palermitana, non solo non si era piegato alle pretese estorsive della «famiglia» mafiosa locale, ma aveva denunciato le minacce all'autorità di polizia consentendo l'arresto e la successiva condanna di diversi personaggi coinvolti nel racket dell'estorsione. Il coraggio del povero Grassi, in una terra in cui si ha timore perfino ad ammettere l'esistenza della mafia, era stato divulgato ed enfatizzato dai «media». Tanti autorevoli rappresentanti delle istituzioni lo avevano pubblicamente apprezzato e additato quale esempio di civiche virtù. Lo stesso Grassi, dal canto suo, aveva più volte ripetuto che non avrebbe mai ceduto al ricatto mafioso. La mafia ha ancora una volta «ristabilito l'ordine» a modo suo, con tempismo e con la solita spietata efficienza, piantandogli quattro pallottole in testa mentre usciva da casa. C'è da giurare che dopo questa «esecuzione» ben pochi saranno coloro che oseranno pensare di potersi opporre al ricatto mafioso senza conseguenze; e così «Cosa Nostra» avrà segnato l'ennesimo punto a suo favore, riconfermando col sangue il suo incontrastato dominio sul territorio. Ma questo ennesimo «omicidio eccellente» rappresenta anche un'altra delle tante battaglie perse dalle istituzioni in questa guerra al crimine organizzato in cui lo Stato ancora non ha impegnato tutte le sue forze migliori, nonostante le continue e roboanti dichiarazioni di intenti. Va messo in conto, purtroppo, che uomini delle istituzioni e, in certi casi, anche semplici cittadini possano perdere la vita. In questa, come in ogni altra guerra, non possono non esserci morti e feriti da entrambe le parti. Sorprende e disorienta, però, che persone divenute simbolo dell'impegno antimafia possano rimanere esposte alla vendetta mafiosa così da essere eliminate con estrema facilità. Non si può consentire che personaggi-simbolo di un certo impegno civile vengano eliminati impunemente in quanto privi'di adeguata protezione. Ed è inaccettabile che le istituzioni lodino ed incoraggino il comportamento di un cittadino, incitando gli altri a seguirne l'esempio, senza sapere o potere far nulla per garantirne l'incolumità e senza creare i presupposti perché simili comportamenti non diventino fonte di gravissimi rischi. Sarebbe come pretendere che il coraggio del singolo, ai limiti dell'eroismo, diventi la norma per tutta una categoria di cittadini, sottoposti alle vessazioni della mafia senza essere protetti da uno Stato efficiente. Libero Grassi rappresentava ormai l'esempio vivente, in una città come Palermo, della possibilità di resistere vittoriosamente alle pretese delle or¬ ganizzazioni criminali. La sua eliminazione, sotto il profilo umano, commuove e rattrista; sotto l'aspetto dell'ordine pubblico significa il tramonto di una timida speranza: quella di una reazione collettiva degli imprenditori alle prepotenze mafiose. La mafia ha perfettamente compreso l'importanza della posta in gioco e inesorabilmente ha compiuto la sua mossa vincente. Lo stesso non può dirsi per lo Stato che ben poco ha fatto in concreto per evitare che questo autentico simbolo di coraggio e di impegno civile venisse barbaramente ucciso. Ciò, del resto, non meraviglia più di tanto se si pensa che, di fronte a un problema di criminalità organizzata di dimensioni e pericolosità come gretario del pds - ha un significato terribile ed obbliga a pronunciare una severissima condanna verso i ministri più direttamente responsabili e verso le forze che governano a Palermo e a Roma». «L'inefficienza e la latitanza dello Stato - ha sottolineato Occhetto - assumono ormai i caratteri di una bancarotta morale». Anche La Malfa, prima di partire per Palermo per rendere omaggio alla salma di Grassi, ha avuto parole durissime nei confronti di quel governo di cui il suo partito non ha voluto far parte. «Il feroce assassinio di Grassi - ha accusato - è il segno quello italiano, ancora si discuta a livello istituzionale, non già se sia migliore questo 0 quel programma antimafia, ma addirittura se sia conveniente l'adozione di strategie unitarie. E naturalmente ci saranno sempre coloro che diranno che la colpa di questo stato di cose sta nel nuovo codice di procedura penale; né mancheranno 1 soliti esperti a ricordare che la mafia è anzitutto un fenomeno economico e sociale e che la via repressiva non può risolvere i problemi. «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur»; questa era la sconsolata riflessione del cardinale Pappalardo all'indomani dell'assassinio del generale Dalla Chiesa. Tra qualche giorno ricorrerà il nono anniversario di quel barbaro eccidio e, mentre a Roma si continua a discutere, Palermo continua a bruciare.

 

 

 

Foto e Articolo del 30 Agosto 2008 di liberainformazione.org

"Caro estorsore"... Palermo è cambiata

di No.Fe.

Diciassette anni dopo l’omicidio di Libero Grassi, lettera aperta dei ragazzi di Addiopizzo.

"Non vogliamo più che il cammino degli uomini onesti sia percorso da solitari eroi ma vi vogliamo partecipare rivendicando il diritto a una normale convivenza democratica. Riguardo al pizzo, l’esperienza sul campo ci insegna che questa si costruisce sulla base di una scelta chiara e netta. È la scelta delle denunce, delle denunce collettive e dell’associazionismo antiracket". Così scrivono in una lettera aperta, pubblicata dal Giornale di Sicilia, i ragazzi del Comitato Addiopizzo che insieme all'associazione Libero Futuro e dalla Federazione associazioni antiracket italiane (Fai) hanno ricordato ieri a Palermo l’imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991. Diciassette anni dopo quella prima lettera inviata dall’ imprenditore palermitano nella quale disse a chiare lettere di “non dividere le sue scelte con quelle dei mafiosi”, il quotidiano siciliano ospita altre parole di resistenza, ribellione, partecipazione. Sono quelle del comitato Addiopizzo che, come ripete spesso anche Pina Maisano Grassi, è figlio diretto di quella morte, tangibile risposta dei giovani palermitani di fronte allo scempio quotidiano fatto da Cosa nostra alla Palermo della politica, dell’economia, della convivenza civile e democratica. Insieme alla nascita di Libero Futuro e al sostegno della Fai, alle nuove prese di posizione degli industriali siciliani e del presidente di Confindustria Ivanhoe Lo Bello, le numerose operazioni degli organi di polizia (ultima proprio l’operazione Addiopizzo che ha portato in carcere numerosi mafiosi), commercianti e imprenditori palermitani oggi sono maggiormente liberi di scegliere da che parte stare.

Ieri, in via Alfieri 9, sul luogo dell’agguato, commercianti e imprenditori palermitani si sono riuniti come ogni anno per esporre un manifesto che ricorda il coraggio di Libero Grassi. Proprio davanti a quel manifesto Pina Maisano Grassi, vedova dell’imprenditore, ha dichiarato “la giornata di oggi mi commuove. I fiori che i ragazzi di Addiopizzo e la gente comune hanno sistemato sul luogo dell'omicidio mi hanno emozionata. Palermo e' cambiata e purtroppo c'e' voluto il sacrificio di Libero e di altri come lui per ottenere quei successi che oggi ben conosciamo". Questa mattina, come accadde soltanto nei primi due anni successivi all'agguato, centinaia di persone hanno affollato la via Vittorio Alfieri. Per alcuni anni la cerimonia si era ridotta ad una sorta di "passerella", ma stamane la partecipazione della gente, dei ragazzi di Addiopizzo e degli altri movimenti Antiracket hanno riproposto il tema della "novita'", un cambiamento sul fronte dell'antiracket a Palermo. "Ne e' passata di acqua sotto i ponti - ha concluso infine Pina Maisano - e tutte le associazioni antiracket e ai giovani che hanno voglia di allontanare la mafia da una certa cultura siciliana mi fanno ben sperare per il futuro. Malgrado tutto, io sono ottimista”.

Palermo è cambiata. Lo ripete anche Giosué Marino, il commissario nazionale antiracket, all’incontro tenutosi nella sede dell’associazione antiracket Libero Futuro subito dopo la commemorazione di via Alfieri. Si guarda indietro ai chilometri percorsi da quell’omicidio sino ad oggi e soprattutto si tracciano i prossimi da intraprendere. “Ci sono denunce in misura significativa e c'è una grande capacità di mobilitazione che prende le mosse dall'iniziativa di 'Addiopizzo' ha dichiarato il commissario e il Governo si sta muovendo affinché la denuncia dell'estorsione diventi un obbligo. Bisogna prevedere una norma che lo disciplini in maniera puntuale e si ragiona su come fare". Niente di nuovo, lo chiede da alcuni anni il presidente della Fai, Tano Grasso; l’obbligo della denuncia da parte delle vittime del racket può diventare un ulteriore incentivo verso la liberazione dal pizzo, storico e capillare strumento di controllo del territorio da parte delle mafie.

Palermo è cambiata. Grazie anche all’impegno delle forze dell’ordine: ci sono stati gli arresti eccellenti del mandamento dei Lo Piccolo, e la pubblicazione di nomi e cognomi, più o meno di prestigio della Palermo imprenditoriale dal pizzo silenzioso nel libro Mastro della "famiglia". Il livello di allerta nel capoluogo rimane alto, il controllo, anche con le videocamere, è capillare. Poi la società e le sue scelte, il lavoro dei ragazzi del Comitato Addiopizzo e la promozione del Consumo Critico, le campagne di sensibilizzazione, il lavoro nelle scuole, la presenza accanto ai commercianti anche nelle aule del tribunale.

Palermo è cambita. C'è il coraggio della denuncia che consente altri arresti il riconoscimento, i processi ma serve il coraggio della politica. Della classe politica palermitana, in primis. Lo chiede il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, presente alla commemorazione, dichiara “l'impegno della politica nella lotta alla mafia ancora non è completo, perché ritengo che ancora oggi una parte del voto non è libero"; lo denunciano i ragazzi di Addiopizzo: “il nostro principale impegno resta essere accanto a chi vuole denunciare per smettere di pagare per sempre, dalla strada sin dentro le aule di tribunale, dove speriamo presto di incontrare il Sindaco, presente in nome di tutta città come parte civile, faccia a faccia con i mafiosi, come cominciano a fare i commercianti e le associazioni che li rappresentano. Finora il Comune di Palermo non si è mai costituito contro estortori e mafiosi. Potrebbe cominciare con il maxi processo nato dalle operazioni “Addio pizzo 1,2,3 e 4” contro 70 imputati.

Lo conferma infine nella sua ultima intervista (rilasciata al quotidiano Repubblica) da questore di Palermo anche Giuseppe Caruso, che ha commentato “purtroppo c´è ancora una stasi politico-amministrativa che deve essere rimossa. Alcune istituzioni hanno marciato velocemente, altre sono andate a rilento. Bisogna invece viaggiare tutti alla stessa velocità, altrimenti si rischia di tornare indietro. Ci sono politici che hanno mani e piedi legati: devono avere coraggio e agire in assoluta libertà […].Sotto il profilo del contrasto alla criminalità l´emergenza forse è stata superata. Gestire la normalità adesso è paradossalmente più difficile".

Palermo è cambiata. Pare stia scegliendo come Libero Grassi "di non dividere le sue scelte con la mafia”. Diciassette anni dopo, da Palermo, caro estorsore, questa è la notizia.

 

 

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Libero Grassi

 

 

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Libero Grassi - (imprenditore ucciso dalla Mafia)

La puntata completa di Blu Notte intitolata "Piccoli eroi dimenticati" è accessibile qui:
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-7338a454-268b-4d78-ac2...

 

 

 

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Libero nel Nome

 

 

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IN MEMORIA DI LIBERO GRASSI

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Libero Grassi

 

 

 

 

 

 

Docu-Film

LIBERO NEL NOME

di Pietro Durante

 

 

 

 

 

 

 

 





Articolo del 24 agosto 2014 da  dallapartedellevittime.blogspot.it

LIBERO GRASSI, UN IMPRENDITORE CHE NON SI PIEGO' ALLA MAFIA

di Raffaele Sardo

Pagò con la vita il prezzo della sua libertà dal condizionamento della mafia. Libero Grassi, imprenditore palermitano, assassinato il 29 agosto del 1991, ebbe il coraggio di parlare pubblicamente contro la mafia. E lo fece nella trasmissione di Michele Santoro, “Samarcanda”, nell’aprile del 1991. “Non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d'imprenditore”. Disse in quell’intervista “Io non sono pazzo a denunciare. Io non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi, perché io ho fatto semplicemente il mio mestiere di mercante”.

In una intervista raccolta dall’agenzia ADNKronos, è la moglie, Pina Misano, a ricordare la sua uccisione e la scelta di non pagare.


“Il suo più grande insegnamento è stata la coerenza, la capacità di non tradire mai i propri valori. Una qualità che rivedo anche nei miei figli «dice la vedova Pina Maisano. Una coerenza portata sino alle estreme conseguenze. Se ripenso agli ultimi giorni insieme - racconta ancora - lo ricordo preoccupato. Era sottoposto a continue pressioni, continue chiamate, messaggi, minacce. La lettera, le denunce pubbliche erano un modo per cercare solidarietà per sentirsi meno solo. Ma su questo si sbagliò. Non ricevette nessun appoggio. Anzi. Qualche imprenditore disse persino che la morte se l'era cercata. Una cosa vergognosa”.

Era solo Libero. Solo nel rifiutare il pizzo, “l’obolo” mensile, che tutti pagavano in silenzio. Ma, soprattutto, era solo nella sua ostinata denuncia. Nel volere a tutti i costi parlare di mafia in una città assopita dopo anni di omertà e connivenza. Cosa nostra non esiste, gli imprenditori siciliani non pagano il pizzo, dice il presidente di Confindustria di allora. La sua impresa, la Sigma, era sana, produceva biancheria intima ed aveva un bilancio in attivo. »La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all'Ucciardone” - scrive Grassi in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera -. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “Guardati tuo figlio”, “Attento a te”«. »Il mio interlocutore - racconta - si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli”.

Ma lui, quell'uomo austero, convinto sostenitore della libertà d'impresa non ci sta. Non si piega, non accetta, non ammicca. E la sua ribellione la grida. Forte e chiara perché possa varcare i confini di Palermo e della Sicilia. Prende carta e penna e il 10 gennaio del 1991 scrive al Giornale di Sicilia. È una lettera indirizzata al suo «Caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - dice Libero Grassi - di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui».

Poche parole. Troppe per Cosa nostra. Una sfida a viso aperto da punire. Una pena esemplare, pubblica, plateale. Perché quell'uomo austero non sia di esempio ad altri, perché la ribellione non diventi contagiosa. Il 29 agosto del 1991 Salvatore Madonia lo attende sotto casa, in via Alfieri, e lo uccide sparandogli alle spalle. Per quell'omicidio molti anni dopo fu condannato all'ergastolo e, come lui, altri boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. «Libero è stato ucciso - dice Pina Maisano - perché pubblicamente ha parlato di mafia, perché era un elemento di disturbo nel tran tran che si era creato, perché la mafia era un tabù e se di una cosa non si parla quasi non esiste. Invece, Libero ne parlava, le toglieva importanza, quasi la declassava». Ad uccidere materialmente Grassi fu la violenza del piombo mafioso, ma le colpe, le responsabilità di quella tragica morte vanno ricercate altrove. Nel silenzio, nell'indifferenza di una città troppo fragile per resistere all'esempio eversivo della dignità e del rispetto delle regole. Ci sono voluti 13 anni perché Palermo si risvegliasse, perché nascesse il primo comitato antiracket, AddioPizzo, “i miei nipoti” li chiama Pina, e a distanza di tre anni “LiberoFuturo”, la prima associazione di imprenditori e liberi professionisti che hanno detto no al pizzo.


«Magistrati e forze dell'ordine lavorano bene, i capi di Cosa nostra sono tutti al 41 bis - dice la vedova Grassi -. Cosa nostra è in difficoltà e la riscossione del pizzo non è più la fonte principale di sostentamento economico dei boss, che sono tornati a traffici più remunerativi, come quello della droga. Oggi siamo in una situazione migliore rispetto a 20 anni fa. Abbiamo un presidente della Regione e un sindaco che sono persone perbene di cui io mi fido». Eppure, assicura, «c'è ancora molto da fare». Soprattutto sul fronte dell'educazione delle giovani generazioni. Sull'etica della legalità. «Occorre cominciare dai ragazzi, far capire che comportarsi in maniera etica produce vantaggi. E poi è necessario stare accanto agli imprenditori che denunciano, far sentire loro quella solidarietà, che Libero non avvertì mai. Probabilmente se avesse trovato persone solidali la storia sarebbe stata un'altra. Le cose sarebbero andate diversamente» conclude amara. E del pioniere della legalità restano le parole. «È una questione di dignità».

 

 

 

 

 

 

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