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12 Settembre 1997 Alcamo (TP) Gaspare Stellino, morto suicida perché solo contro il racket delle estorsioni. PDF Stampa

Foto da La Stampa del 14 Settembre 1997

Articolo del 31 Luglio 2008 da senzamemoria.wordpress.com

Suicidio da Pizzo, da soli si muore

IL SUICIDIO DI GASPARE STELLINO, COMMERCIANTE ALCAMESE

È il 12 settembre del 1997. Ci troviamo ad Alcamo e fa ancora caldo. Gaspare Stellino di 57 anni, titolare di una torrefazione in città, ha lo sguardo impaurito e la faccia di uno che è per troppo tempo rimasto solo.

Quei giorni sono troppo caldi, e non solo perché è ancora piena estate, ma perché il piccolo commerciante deve essere interrogato a breve dalla DIA di Trapani. Nel 1996 era infatti scattata l’operazione Cadice che aveva portato all’arresto di circa 20 persone coinvolte nell’imposizione del pizzo ai commercianti. Gaspare Stellino doveva confermare le accuse e le prove raccolte con intercettazioni ambientali contro i boss di Alcamo del clan Melodia.

Stellino era dunque una delle tante vittime di quel racket delle estorsioni che è sempre stato un’ ostacolo allo sviluppo e alla crescita economica della nostra terra. Un business da capogiro che ad Alcamo ha creato sempre scintille (dato il giro d’affari) come ha raccontato Benedetto Filippi, uno dei primi pentiti di giustizia della provincia di Trapani.

Da solo contro la mafia alcamese, non è proprio roba da poco… Perché mettersi contro i potenti boss di Alcamo quando tutti gli altri commercianti pagano e stanno muti? Nessuno aveva intenzione di denunciare la mafia e giustamente Gaspare Stellino ha paura. È lasciato solo dai colleghi commercianti, dalla politica e dalle associazioni di categoria e soprattutto sa bene che giocare a fare gli eroi non porta benefici a nessuno.


Quel tragico venerdì mattina esce da casa ma, anziché andare a Trapani negli uffici della Dia, prende un’ altra direzione. Si reca nella sua casa di campagna in contrada “Bosco Falconara”, lega una corda a una trave del tetto e dopo pochi minuti si impicca.

Chissà cosa pensava Stellino? Voleva forse liberare la sua famiglia rinunciando alla vita? Chissà…

Questa può essere la storia di un suicidio da racket, oppure la storia di un commerciante come tanti altri, o meglio la storia di uno che muore come se si trattasse di morte naturale data la quasi totale indifferenza degli alcamesi. Però questa è anche la storia di una ribellione che non è mia nata, la storia di un’apatia che fa morire troppo spesso soltanto di solitudine in una lotta in cui i cattivi vincono quasi sempre.

Il gesto di Gaspare Stellino provocò in città molta indignazione ma nessuna rivolta da parte dei commercianti alcamesi che non si dichiararono nemmeno parte civile al processo. Ai funerali parteciparono soltanto parenti e amici ma nessun commerciante. Quasi nessuna saracinesca chiusa al passaggio del corteo funebre, nessuna protesta, e per finire anche il sindaco di Alcamo Massimo Ferrara che diserta la diretta della Rai sulla vicenda perché di sabato, dice ai giornalisti, si deve dedicare solo ai suoi pazienti… Per fortuna il sindaco si costituirà successivamente parte civile al processo.

Proprio durante i tre anni del processo tenutosi a Trapani, che si è concluso nell’ottobre 2002 con una dura sentenza di condanna per i mafiosi estortori, i taglieggiati chiamati a deporre hanno, ovviamente, sempre negato tutto. Complessivamente a 8 dei 10 imputati (due gli assolti) sono stati inflitti 76 anni e 11 mesi. La condanna più severa al capomafia di Alcamo, Nino Melodia: 25 anni e 4 mesi. Tommaso Gallo dovrà scontare 17 anni e 6 mesi; Ignazio Melodia 11 anni; Vito Coraci 9 anni; Salvatore Giacalone 5 anni e 10 mesi; Luciano Melodia 5 anni e 6 mesi; Giuseppe Calabrò 2 anni; Antonino Bosco 9 mesi. Assolti Rocco Coppola e Vincenzo Palermo.

Dal processo è emerso un altro particolare agghiacciante: la mafia alcamese era tanto potente che aveva continuato nel frattempo a ordinare le estorsioni anche dal carcere.

Pochi commercianti di Alcamo, ovviamente senza esporsi, dissero allora ai giornalisti che contro il racket sono mancati l’impegno di gruppo e la solidarietà delle associazioni di categoria. Durissimo è stato invece il commento di Tano Grasso, coordinatore nazionale di 45 associazioni antiracket: “In sette anni non ho mai ricevuto una richiesta di aiuto ne’ una segnalazione dal Trapanese. Quella del commerciante di Alcamo mi sembra una storia esemplare di solitudine… Il suicidio e’ l’atto estremo di chi si sente disperatamente impotente.”

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 14 settembre 1997

'PAPA', RESTO QUI A COMBATTERE'

di Francesco Viviano

ALCAMO - "Mio padre è stato l' ennesima vittima del racket. Era molto preoccupato di quello che stava succedendo, ma si chiudeva in se stesso e non trovava il coraggio di parlare. Il pensiero di dover testimoniare contro i presunti boss del racket ad Alcamo lo atterriva, lo rendeva ansioso e teso, anche se cercava di non far trasparire nulla per non fare preoccupare la famiglia". Con le lacrime agli occhi Isidoro Stellino, 19 anni, parla così della morte del padre, suicidatosi venerdì mattina nelle campagne di Alcamo per paura di dover confermare agli investigatori le accuse contro i boss che da anni lo taglieggiavano e che continuano a imporre il pizzo a decine e decine di commercianti, imprenditori, artigiani e chiunque svolga un' attività, compresi gli ambulanti. Gaspare Stellino, 53 anni, titolare di una torrefazione nel centro di Alcamo, un paese a cavallo tra le province di Palermo e Trapani, non ha resistito e si è suicidato, sperando così di "salvare" la sua famiglia. E il figlio Isidoro, a soli 19 anni, si è trovato sulle spalle, improvvisamente e tragicamente, un pesante fardello, quello di "guidare" la sua famiglia (la madre e una sorella di 14 anni) e la torrefazione del padre. "Io non mollerò, continuerò l' attività di mio padre, non voglio abbandonare, debbo farcela a ogni costo", dice singhiozzando all' uscita della cerimonia funebre celebrata nella chiesa del Sacro Cuore dove il sacerdote, Mario Viola, ha parlato a poche decine di persone, familiari e pochi amici della vittima. Nessuna corona di fiori delle cosiddette istituzioni, delle cosiddette associazioni che a vario titolo rappresentano i commercianti, gli imprenditori, gli artigiani. E in pochi hanno abbassato le saracinesche al passaggio del corteo funebre. Era come se Gaspare Stellino fosse morto a causa di un infarto e non invece perché non aveva più la forza di resistere alla paura e alle imposizioni della mafia che condiziona la vita del paese. Un paese dove boss e vittime convivono da secoli. Dove la mafia l' ha sempre fatta da padrona, imponendo la sua legge e le sue regole, assoggettando centinaia di imprenditori e commercianti.

Alcamo negli ultimi tre anni è stata teatro di una cruenta guerra di mafia dove i morti, tra le fila di Cosa nostra e in quelle degli altri gruppi criminali, si sono contati a decine. Una guerra scoppiata proprio per il controllo del territorio, per gestire anche il racket delle estorsioni. Un business che era stato già dettagliatamente descritto da uno dei primi pentiti trapanesi, Benedetto Filippi, che aveva raccontato i particolari e fatto i nomi di chi imponeva il pizzo e delle vittime. Allora, agli inizi del '90, scattarono le retate, ma le cosche si ricomposero subito, si divisero di nuovo il paese e continuarono ancora a imporre la loro legge. E che tutto continuava come prima è confermato dall' ultima indagine sul racket delle estorsioni ad Alcamo, dall' operazione Cadice, scattata nel '96 e che ha consentito di individuare i nuovi vertici mafiosi e le loro vittime. Tra queste ultime, Gaspare Stellino che proprio l' altro ieri era stato convocato dalla Dia di Trapani per confermare le accuse e le prove raccolte con intercettazioni ambientali, contro i boss di Alcamo che tra qualche mese saranno processati. Ma Stellino non ha resistito e venerdì mattina, quando è uscito da casa, anziché andare a Trapani negli uffici della Dia, ha preso un' altra direzione, è andato nella sua casa di campagna, in contrada "Bosco Falconara", ha legato una corda a una trave del tetto e si è impiccato. E come sempre, appena c' è il morto, scoppiano le polemiche, si scopre che le associazioni di categoria non si sono costituite parte civile nel processo contro i boss, che le vittime vengono lasciate al loro destino e che soltanto il Comune, guidato dal sindaco progressista Massimo Ferrara, ha avuto la sensibilità e il coraggio di costituirsi parte civile. "La mancata costituzione di parte civile al processo delle associazioni sindacali e di categoria - dice il sindaco del paese - ha contribuito a isolare Stellino. Non è stato un buon segnale ed è necessaria una svolta culturale per mettersi insieme e superare la paura".

 

 

Articolo dal Corriere della sera del 14 Settembre 1997

Ad Alcamo silenzio intorno all' ultima vittima del pizzo

Suicidio da racket: al funerale solo i parenti del commerciante

di Dino Martirano

Convocato venerdi' dalla Dia il negoziante ha scelto il gesto estremo

ALCAMO (Trapani) - Al funerale del commerciante taglieggiato dalla mafia ci sono andati solo amici e parenti. Gaspare Stellino, 53 anni, titolare della torrefazione di corso 6 Aprile, si e' ucciso l'altra mattina nella sua casa di campagna: e proprio venerdi', l'imprenditore sarebbe dovuto andare negli uffici della Dia di Trapani dove lo avevano convocato perche' il suo nome era nell'elenco dei 50 negozianti sottoposti alla legge del pizzo imposta dalle cosche. Stellino, che come tutti gli altri colleghi non si era voluto costituire parte civile al processo contro il clan dei Melodia, si e' tolto la vita perche' si sentiva solo, schiacciato tra le pressioni di un ambiente indifferente al suo dramma e la tentazione di andare fino in fondo contro i suoi aguzzini. Stellino ha scelto di sottrarsi a questa morsa togliendosi la vita. E ai suoi funerali, celebrati ieri mattina da padre Mariano Viola nella chiesa del Sacro Cuore, gli e' stato vicino fino all'ultimo solo chi lo conosceva bene. Duecento persone in tutto. E fatta eccezione per l'assessore alla Cultura, Gino Paglino, e per il segretario cittadino del Pds, Vincenzo Amodeo, politici e rappresentanti degli organismi di categoria non si sono fatti vedere. Non c'erano le corone di fiori davanti all'altare e anche di fronte alla saracinesca abbassata della torrefazione di corso 6 Aprile nessuno ha pensato di lasciare un messaggio di solidarieta'. Per Alcamo quella del povero Stellino e' da considerarsi una morte naturale. Qui la vita continua senza che la gente si faccia troppe domande in pubblico su quello che e' accaduto. Il neurochirurgo Massimo Ferrara, il sindaco progressista, si e' fatto intervistare ma poi non ha trovato il tempo per partecipare alla diretta tv organizzata dal tg regionale Rai: "Il sabato lo dedico ai miei pazienti e ho molti impegni". Il solo segnale di speranza lo hanno dato i familiari di Stellino: "Mio padre era terrorizzato, sconvolto. Era caduto in una forte depressione. Ma io continuero' la sua attivita'. Non voglio abbandonare, ce la devo fare", dice Isidoro, 19 anni, l'unico figlio del commerciante. Che cerca di vincere il dolore davanti alle telecamere: "Continuero', ma spero che non capitino altri casi come questo. Mio padre si chiudeva in se stesso e non trovava il coraggio di confidarsi". Il perche' di tanto terrore lo spiega Mariano Guinci, un cognato del commercinate scomparso: "Gaspare era abbattuto e la parola mafia gli faceva paura solo a sentirla pronunciare. E forse aveva ragione lui: in questa situazione e' difficile avere speranza". Va avanti il cognato di Stellino: "Non mi aspettavo questo isolamento. Finora, a parte parenti e amici, abbiamo ricevuto la visita di tanti fotografi e giornalisti. Mi auguro che l'interessamento massiccio della stampa serva a qualcosa". Poi rivolto a Isidoro: "Non ti preoccupare, non rimarrai solo". La tragica storia del commerciante suicida fa riflettere solo ora, con i parenti e gli amici disperati. Da un anno Stellino sapeva che i carabinieri di Alcamo avevano trovato il suo nome nel libro mastro delle estorsioni e da quel momento lui era entrato in un tunnel poi rivelatosi senza ritorno. Solo ora gli altri commercianti di Alcamo, ma senza esporsi, dicono che contro il racket sono mancati l'impegno di gruppo e la solidarieta' delle associazioni di categoria. Durissimo il commento di Tano Grasso, coordinatore nazionale di 45 associazioni antiracket: "In sette anni non ho mai ricevuto una richiesta di aiuto ne' una segnalazione dal Trapanese. Quella del commerciante di Alcamo mi sembra una storia esemplare di solitudine... Il suicidio e' l'atto estremo di chi si sente disperatamente impotente: lo stesso e' accaduto a Niscemi con Agata Azzolina. E se Stellino avesse discusso con altri dei suoi problemi, tutto questo non sarebbe successo". Ad Alcamo il pizzo oscilla tra i 15 e i 20 milioni all'anno piu' le esorbitanti richieste "una tantum". Le indagini della Dia, rafforzate dopo le recenti dichiarazioni del pentito Giuseppe Ferro, hanno consentito di scoprire i vertici del "mandamento" che per anni ha imposto la legge del pizzo. Un giro d'affari impressionante che nella guerra di mafia esplosa nel '91, e durata 18 mesi, provoco' 50 omicidi.

 

 

 

Articolo da La Stampa del 31 Marzo 2001

L'ANALISI DEL COMMISSARIO CONTRO LE ESTORSIONI

«Impossibile l'antiracket ad Alcamo»

Intervista di Guido Ruotolo

Grasso: il dramma cominciò con il suicidio Stellino

ROMA. Non vuole dare cifre, fornire fatturati, numero di dipendenti di quella tentacolare ed estesa impresa del «Pizzo spa», che sembra essere sempre forte. Di una cosa, però, è¨ certo Tano Grasso, commissario antiracket: «Anche quando il soggetto che riscuote il pizzo non è un mafioso, l'attività  estorsiva è comunque riconducibile a una organizzazione mafiosa perché il pizzo è lo strumento per eccellenza per esercitare il controllo del territorio. Oggi il pizzo è diventato uno strumento al servizio dell'impresa mafiosa, non più solo della mafia».
Per cercare di far capire la dimensione del fenomeno, il commissario Grasso racconta proprio la «sua» Alcamo: «Era il settembre del 1997 e mi precipitai ad Alcamo perché si era suicidato un commerciante, Gaspare Stellino, che aveva una torrefazione di caffé nel corso principale. Qualche giorno dopo la sua morte, si tenne un consiglio comunale aperto ai rappresentanti delle istituzioni. Ci andai anch'io, che allora ero il coordinatore nazionale delle associazioni antiracket per incontrare intanto i familiari».
Perché Stellino si tolse la vita?
«La Dia attraverso le indagini, e credo grazie a collaboratori di giustizia, riuscì ad elaborare una mappa dettagliata degli imprenditori e dei commercianti che pagavano il pizzo ad Alcamo. Gli investigatori convocarono così una cinquantina di commercianti, tra questi anche Gaspare Stellino».
Commissario Grasso, anche il nonno della piccola Caterina faceva parte di quell'elenco...
«Questo non lo sapevo, quel che è certo è che Stellino la notte prima di essere interrogato si suicidò. Stellino aveva di fronte a sé due alternative: confermare quanto sapevano gli investigatori oppure negare la circostanza. Nel primo caso. Stellino avvertiva il rischio di esposizione, le probabili ritorsioni anche nei confronti dei familiari. Quel commerciante era una persona perbene e si sarebbe vergognato per tutta la vita se avesse raccontato il falso, se avesse negato.
Di quella tragedia cosa la colpì?
«Il tormento, la disperazione di un commerciante perbene che chissà  da quanto tempo subiva il ricatto, era costretto a pagare e per tutto quel tempo non ha mai potuto confrontarsi con un altro, confidarsi, consolarsi. Mi chiedo come possa aver vissuto questo dramma in perfetta solitudine. Quel suicido era un'occasione per aprire una discussione. Allora ero il coordinatore nazionale delle associazioni antiracket. Vado ad Alcamo per tentare di costituire un'associazione. Tentativo fallito. Oggi, a distanza di quasi quattro anni, siamo al punto di partenza. Non è¨ cambiato niente. L'associazione antiracket non esiste, l'imprenditore o il commerciante continua a vivere il suo dramma in solitudine e l'organizzazione mafiosa continua a condizionare l'economia di quella realtà, di Alcamo».
Commissario Grasso, proviamo ad allargare l'obiettivo. Da Alcamo alla Sicilia, al sud. Qual'è la realtà  del pizzo?
«Il fenomeno del pizzo è assai più diffuso non solo rispetto a quello che emerge dalle denunce ma anche a quello che ciascuno di noi percepisce. Il racket ormai non si configura più con il tradizionale meccanismo dell'imposizione, con la "bussata". Con il pizzo la mafia condiziona sempre di più l'economia».
Il pizzo come pretesto, chiave d'ingresso per affermarsi come impresa nel mercato dell'economia legale?
«Il pagamento di una somma, anche ridotta, diventa il primo passo di una scalata. Nel momento in cui accetti di pagare devi essere consapevole che accetti anche i successivi condizionamenti mafiosi».
Quali?
«La fornitura delle merci. La mafia impone ai commercianti di comprare la merce in un certo posto e da una certa persona. Poi, l'organizzazione si occupa di fornire i mezzi per il trasporto delle merci e ovviamente il commerciante è costretto a rivolgersi a quella ditta di trasporto».
E poi ci sono le assunzioni dei dipendenti...
«Certo. Si tratta comunque di servizi e costi che l'operatore economico deve comunque sostenere: solo che li sceglie non secondo una libera scelta imprenditoriale ma subendo il condizionamento mafioso».


(Intervista effettuata a seguito del rapimento lampo ad Alcamo di una bambina di 8 mesi)

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