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1 Aprile 1977 Razzà di Taurianova (RC). I Carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso restarono uccisi in uno scontro a fuoco: avevano interrotto un summit di ‘ndrangheta. PDF Stampa

Fonte e Foto da: stopndrangheta.it

L'eccidio di Razzà (1 aprile 1977)

Alle 14.30 del 1 aprile 1977 una gazzella dei carabinieri ferma il suo giro di perlustrazione lungo la statale 101 bis in contrada Razzà di Taurianova.

L'appuntato Stefano Condello e i militari dell'Arma Vincenzo Caruso e Pasquale Giacoppo hanno notato nei pressi della casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà una strana presenza di autovetture.

Decidono di approfondire, ignorando che stanno per interrompere un summit di 'ndrangheta. E' l'inferno.Il carabiniere Cacioppo, lasciato a guardia dell'autoradio, inutilmente accorrerà in aiuto dei colleghi al primo rumore di spari. Sull'erba restano quattro cadaveri: Stefano Condello, Vincenzo Caruso, Rocco e Vincenzo Avignone, "sacrificatisi" per coprire la fuga degli altri partecipanti alla riunione.

Saverio Mannino - presidente della Corte d'Assise di Palmi di fronte alla quale fu celebrato il processo per l'eccidio - ricostruisce e commenta in "La strage di Razzà" la vicenda processuale conclusa in I grado con condanne per 200 anni complessivi di carcere, 30 dei quali comminati al boss di Taurianova Giuseppe Avignone.

Download del libro a questo link: http://www.scribd.com/doc/56044393/La-Strage-Di-Razza

Tra le parti civili costituite in processo non figura lo Stato.

 

 

 

 

Tratto dal libro Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro
Pag. 200

"[...] E' una storiaccia su cui restano molte ombre, quella di Razzà, sospetti mai del tutto chiariti. E se non bastasse, ecco arrivare come un pugno nello stomaco una lettera scritta da Rosaria Caruso, la sorella del carabiniere trucidato.
E' l'8 Agosto del 2005 e Rosaria si toglie la vita: "Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l'ha dato", scrive. "Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo. Chiedo perdono a Dio e ai miei familiari che li amo tanto. Forse da lassù li potrò aiutare. Vi chiedo perdono ma non posso vedervi soffrire. Voglio essere seppellita così come sono vestita. Non voglio fiori, non voglio niente. Prego Dio che mi perdoni e mi faccia vedere mio fratello Enzo e Salvatore". Parole come pietre."

 

 

 

 

Foto e Articolo da La Stampa del 3 Aprile 1977

Due carabinieri scoprono " vertice" mafioso: uccisi

di Guido Guidi

Taurianova, 2 aprile. Due carabinieri (Stefano Condello e Vincenzo Caruso) sono morti nel pomeriggio di ieri in uno scontro a fuoco con un gruppo di mafiosi sorpresi in un cascinale lungo la strada tra Taurianova e Molochio. Sono riusciti ad uccidere due degli assassini (Rocco e Vincenzo Avignone), ma sono stati finiti con un colpo di pistola alla nuca. La caccia ai mafiosi (che lo siano non esistono dubbi) è cominciata subito: gigantesca. Con elicotteri e cani da pastore. Trecento uomini stanno frugando da ore ed ore nelle forre dell'Aspromonte e nei casolari della piana di Palmi alla ricerca degli assassini che sono fuggiti lasciando sull'aia della cascina dove s'erano riuniti due cadaveri (Rocco e Vincenzo Avignone) e trascinandosi dietro un ferito. I primi risultati sono costituiti dall'arresto di cinque persone: il proprietario della cascina, Francesco Pedullà, 79 anni; Domenico Caridi, 27 anni; Giuseppe Bruzzese, 45 anni; Girolamo Albanese, 29 anni, proprietario di un bar a Taurianova e Vincenzo Zinnato, 37 anni, impresario edile. A questi ultimi due si contesta il concorso in omicidio; agli altri il reato di favoreggiamento. Tutta la dinamica dell'episodio è da ricostruire: gli elementi a disposizione dei carabinieri e dei magistrati sono pochi ed incerti. La zona è stata setacciata casa per casa, podere per podere, metro per metro. Gli uomini sono tornati questa notte in caserma stanchi e nervosi: piove, fa freddo e spesso le ricerche sono ostacolate dalla nebbia. Venerdì: ore 14,30. Un'auto del nuoleo radiomobile della compagnia dei carabi nieri di Taurianova (il paese è piccolo, ma è al centro di una zona pericolosa) esce in perlustrazione. E' al volante l'appuntato Stefano Condello: sposato, due figlie (Antonietta, 16 anni e Rossana 12 anni), calabrese di Palmi, esperto di cose e di personaggi mafiosi. Con Condello sono i carabinieri Vincenzo Caruso, 27 anni, di Biscemi provincia di Caltanissetta, sposato da sei mesi, tra quattro sarebbe diventato padre, e Pasquale Giacoppo, 24 anni, di Messina. Da una curva della strada, Condello avvista un'auto (una Fiat 127) e si rende subito conto che è quella di un pregiudicato, Giuseppe Avignone, che è scappato dall'isola dell'Asinara dove stava scontando il soggiorno obbligato. I carabinieri decidono di raggiungerla ed arrivano nella contrada Razza di Molochio. Dall'alto notano un gruppo di auto (quattro o cinque) ferme davanti ad un casolare. L'appuntato Condello ed il carabiniere Caruso scendono dalla « Gazzella »: Giacoppo, invece, rimane al volante. «Dieci minuti dopo — racconta Giacoppo — ho sentito degli spari. Sono accorso ed ho visto un gruppo di uomini, una quindicina, fuggire: a terra, c'erano Condello e Caruso da una parte, i due Avignone dall'altra. Ho sparato anch'io: forse ne ho ferito uno di quelli che scappava». E' vero: sono state trovate tracce di sangue. Che cosa sia avvenuto in quei dieci minuti, dal momento in cui l'appuntato ed il carabiniere sono scesi dall'auto a quello in cui è arrivato Giacoppo, non è facile ricostruire. Si presume (ma è soltanto un'ipotesi) che Condello sia entrato nella cascina e sia stato subito aggredito: dalla sua divisa sono state strappate stellette e bottoni. Poi é uscito e con il suo compagno ha cominciato a sparare. E' certo un dettaglio macabro: i due carabinieri sono stati finiti con un colpo di pistola alla nuca. Pasquale Giacoppo è corso alla sua auto, ha messo in azione la radio, ha chiamato aiuto. Venti minuti dopo sono arrivati i primi carabinieri da Taurianova: i mafiosi avevano preso il largo da tempo. Le ricerche sono partite dalle auto che gli assassini hanno lasciato sull'aia. Questa notte è stato fermato Girolamo Albanese che è il proprietario di una Fiat 126; la Fiat 127 che ha attirato l'attenzione di Condello è di Giuseppe Avignone, il quale si era preoccupato di attrezzarla in modo particolare sostituendo i vetri normali con quelli antiproiettile. Poi è stato fermato Vincenzo Zinnato proprietario di un'altra auto trovata vicino alla cascina e con lui è stato fermato anche Francesco Pedullà al quale appartiene il podere. Per quale motivo i quindici mafiosi erano riuniti? Ufficialmente stavano pranzando ed infatti sono stati trovati i resti di un pasto notevole: vino, pastasciutta, carne arrosto, formaggio. Nella realtà tutti ritengono che stessero progettando un sequestro o discutendo sul sistema con cui dividersi le zone di influenza: la costruzione del centro siderurgico a Gioia Tauro, con i suoi appalti, è sempre al centro di discussioni e di polemiche. Per quale motivo i quindici mafiosi hanno sparato? Innanzi tutto per non essere riconosciuti, ma soprattutto — si suppone — per proteggere uno di loro che aveva il ruolo di boss. Gigi Malafarina, un collega calabrese espertissimo di questioni mafiose, esclude che questo boss possa essere stato Mammoliti il quale è latitante, ma non uscirebbe mai dalla sua zona di Castellacela dove si sente molto protetto dai suoi uomini. Ed allora? Giuseppe Avignone che è fuggito potrebbe essere un boss importante. Lo era senz'altro, comunque, Rocco Avignone che è stato ucciso con suo nipote Vincenzo. Rocco era un impresario edile che ha fatto la sua fortuna in poco tempo a Gioia Tauro: incriminato per un duplice omicidio venne assolto per insufficienza di prove nel giugno scorso. Suo nipote Vincenzo è stato anche lui incriminato per omicidio, ma anche lui è stato assolto. Entrambi erano sorvegliati speciali e destinati al soggiorno obbligato.




Articolo da L'Unità del 6 Gennaio 1980

La mafia fa «saltare» anche i processi

di Gianfranco Manfredi

La Corte di Assise di Palmi ha deciso di rinviare a nuovo ruolo il procedimento per la strage di Razzà di Taurianova - Furono uccisi in quella occasione due carabinieri e due malviventi - Chi era l'«insospettabile» presente alla riunione? - La «pazzia» del boss Avignone


PALMI (RC) - La mafia continua a segnare punti in suo favore nei confronti della giustizia in Calabria. Mentre a Reggio si ocncede la libertà al boss Paolo De Stefano che paga senza batter ciglio cento milioni di cauzione, qui a Palmi "salta" uno dei processi più importanti di questa stagione giudiziaria.
Venerdi 18 la Corte di Assise ha deciso il rinvio a nuovo ruolo del processo per la strage di Razzà di Taurianova avvenuto il primo aprile del '77 in cui perirono due carabinieri e due mafiosi, disponendo per il principale imputato, il boss Giuseppe Avignone, di una perizia psichiatrica. La Corte cedeva, così contraddicendo anche una propria precedente decisione, alle pressanti richieste degli avvocati dei mafiosi dopo ben quattro ore di camera di consiglio. Il giorno prima il boss Avignone era riuscito a mettere in atto un ennesimo, eclatante, tentativo di suicidio, ingerendo un chiodo di cinque centimetri e altri oggetti metallici imprecisati che, cissè come, sono stati introdotti nella sua cella di sicurezza nel supercarcere di Palmi.
Avignone non è nuovo all'uso di certi sistemi. Già lo scorso anno davanti alla corte di Assise di Reggio Calabria, messo alle strette, giocò le carte della pazzia. Allora riuscì ad ottenere una perizia favorevole che gli valse la sospensione del processo, dopo altri oscuri tentativi di suicidio e uno spettacolare spogliarello improvvisato dal banco degli imputati.
L'ultima decisione della Corte di Palmi, che nei due mesi precedenti si era già detta più volte convinta che Avignone simulasse tutto, ha provocato l'indignazione dei difensori di parte civile.
L'avvocato William Gioffrè, nominato dai familiari del carabiniere Giuseppe Caruso, non ha esitato a definire la disposizione della Corte un atto di resa della giustizia. Parole ancora più inquietanti sono state pronunciate in aula dal pubblico ministero dottor Boemi.
Il "clima" in cui oramai si stava svolgendo il processo è stato al centro della sua denuncia che si è concretizzata nell'annuncio di un suo rapporo alla Procura Generale e nelle ipotesi di un trasferimento del processo in altra sede per "legittima suspicione".
Per la prima volta in un processo di mafia in Calabria un pubblico ministero ha denunciato le pressione e le indimidazioni mafiose a cui sono sottoposti giudici e parti civili. Il dottor Boemi ha parlato esplicitamente di "terrore" negli occhi dei giurati popolari delle violenze verbali, irriguardose del suo ufficio, degli avvocati della mafia. Ma la sua denuncia non si è fermata qui. Boemi ha citato anche precisi episodi di violenze. Tra questi i due attentati subiti da un difensore di parte civile, l'avvocato Zampogna di Gioia Tauro, che durante il periodo del processo è stato vittima di un attentato con bomba ad alto potenziale sotto il suo studio legale e di un'altra che ha distrutto il negozio della moglie.
Se il processo "salta" dopo l'ultima decisione della Corte, i veri motivi devono ricercarsi quindi in tutto un "clima", interno ed esterno al dibattimento, fatto di tanti episodi che appaiono esplicitamente collegati in una unica strategia criminale. La posta in gioco per la mafia è qui altissima. Al di là del principio dell'impunità dei boss che si vuole riaffermare, ci sono in ballo altri oscuri interessi. Dei fatti su cui il processo doveva far luce molti sono ancora avvolti nel mistero e così, costi quel che costi, si vuole che rimanga.
Ricapitoliamo i fatti. Il caso conduce il pomeriggio del 1 aprile di tre anni fa una pattugli dei carabinieri nei pressi di una casupola abbandonata nell'uliveto di Razzà. L'appuntato Condello e il carabiniere Caruso si avvicinano perché notato tra i cespugli diverse auto parcheggiate fra le quali quella del boss Girolamo Albanese e quella di Giuseppe Avignone, un'auto trasformata in una vera e propria autoblindo, con vetri e gomme antiproiettili e portiere maggiorate da lastre d'acciaio.
I due militi entrano nella casupola e sorprendono una riunione di "Affari". Un gruppo di gregari con compiti di guardaspalle e noti boss che discutevano con un "insospettabile" di cui non si saprà mai il nome.
I carabinieri riescono ad ammanettare due mafiosi ma poi vengono sopraffatti con violenza, fanno fuoco uccidendo due banditi (Rocco e Vincenzo Avignone) ma cadono poi sotto i colpi dei mafiosi che, prima di allontanarsi, li finiscono con due colpi alle tempie. Le indagini che partono nelle ore successive alla strage assicurano alla giustizia molti dei convenuti nella casupola di Razzà.
Avignone verrà preso però solo diversi mesi dopo con indagini accuratissime. Presenterà "alibi" molto ben costruiti grazie anche all'appoggio di uno oscuro personaggio locale democristiano residente a Roma, Vincenzo Cafari, uomo di fiducia del senatore democristiano Sebastiano Vincelli, ma gli "alibi" vengono man mano vanificati dagli inquirenti.
Punto misterioso della vicenda rimane l'identità del grosso personaggio "insospettabile" presente a Razzà; a lui era certamente legato lo stesso "ordine del giorno" della riunione. L'unico che potrebbe far luce sulla vicenda è proprio Giuseppe Avignone, su di lui grava un'ipotesi di ergastolo e ciò lo potrebbe indurre a dire quello che sa.
Ma Avignone si dichiara pazzo e quindi un eventuale riconoscimento giuridico della sua "demenza" gioverebbe certo a lui ma, soprattutto, a chi è rimasto fuori da questo processo. Ci sono insomma "intoccabili" che devono rimanere tali, a costo di una strage - come si è visto il 1 aprile del 1977 - e a costo di far "saltare" un intero processo come sta accadendo a Palmi in questi giorni.

 

 

 

Foto e Articolo del 4 Aprile 2012 da strill.it

Memorie – La strage di Razzà, il coraggio di due carabinieri         

di Damiano Praticò

Sono le 14.30 circa. E’ il primo aprile 1977. Luogo: Taurianova. Una pattuglia dei carabinieri, composta dall’appuntato Stefano Condello e dai Carabinieri Vincenzo Caruso e Pasquale Giacoppo, tutti in servizio al Nucleo Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Taurianova, transita in contrada Razzà. I militi notano una folta presenza di autovetture all’interno di una casa colonica appartenente al pregiudicato Francesco Petullà.

Troppe auto tutte insieme.

Dopo aver deciso di effettuare un controllo in casa, i tre carabinieri si dividono. Giacoppo resta a guardia dell’autoradio. Condello e Caruso si avviano verso l’abitazione di Petullà.

Scoppia l’inferno. Dalla casa vengono indirizzati svariati colpi d’arma da fuoco verso i due carabinieri.

Lo scontro è violentissimo. Ma chi spara contro Condello e Caruso? E perché?

I tre carabinieri ci avevano visto bene. Avevano interrotto un summit di ‘ndrangheta della cosca Avignone, egemone sul territorio.

Il conflitto a fuoco provoca quattro morti: da una parte perdono la vita i carabinieri Stefano Condello e Vincenzo Caruso, dall’altra Rocco e Vincenzo Avignone, di 35 e 20 anni, zio e nipote. Giacoppo, che era stato lasciato a guardia della pattuglia, dopo aver sentito i primi spari, cerca di aiutare i colleghi accorrendo sul posto. Inutilmente.

Le indagini dei Carabinieri accertano che a quel summit stavano partecipando undici soggetti, numero desunto dai piatti presenti sulla tavola imbandita. Ed inoltre, fatto di rilevanza notevole, Rocco e Vincenzo Avignone si sarebbero immolati nello scontro a fuoco contro i carabinieri al fine di consentire ad altri componenti, di peso ‘maggiore’, di scappare: pezzi grossi della ‘ndrangheta o, perché no, politici collusi.

I carabinieri, dopo lunghe indagini, riescono ad identificare ed arrestare nove degli undici partecipanti all’incontro di Razzà.

Gli altri due non sono mai stati individuati e questo ha fomentato l’ipotesi della ‘presenza politica’ nel casolare di Petullà, anche a causa della strenua difesa tenuta da alcuni commensali per farne fuggire altri.

Il processo di primo grado presso il Tribunale di Palmi per la morte di Condello e di Caruso, come racconta il Presidente della Corte d’Assise di Palmi Saverio Mannino nel suo libro “La strage di Razzà”, si è concluso con condanne per due secoli complessivi di carcere, di cui trenta per il boss Giuseppe Avignone. Oltre alle condanne, è stata scoperchiata una pentola di affari d’oro in mano agli Avignone fatta di subappalti per il V Centro Siderurgico di Gioia Tauro, tangenti, investimenti nell’edilizia, ramificazioni nella società civile e, soprattutto, legami con la politica locale e addirittura ‘romana’.

Stefano Condello e Vincenzo Caruso, per il sacrificio delle loro vite nella lotta alla ‘ndrangheta, sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

Oltre alle medaglie, tuttavia, lo Stato non si è sentito in dovere di costituirsi parte civile nel processo sulla strage di Razzà.

 

 

 

 

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