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31 Marzo 1995 Francesco Marcone, direttore dell'Ufficio del registro di Foggia PDF Stampa

Foto da: scuolafrancescomarcone.it     

 

Fonte: legalitaegiustizia.it

di Daniela Marcone e Libera Foggia

31 marzo 1995, ore 19:10 Francesco Marcone viene assassinato nel portone di casa di rientro dal lavoro.
Francesco Marcone era direttore dell’ufficio del Registro di Foggia. Francesco Marcone era un cittadino dedito al suo territorio, all’onestà, alla giustizia , alla verità. Nel rispetto del ruolo che ricopriva e per rispetto della verità il 22 marzo invia un esposto alla Procura della Repubblica contro truffe perpetrate da ignoti falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche riguardanti lo stesso ufficio.
Il 3 aprile, giorno del suo funerale, mentre un quotidiano locale rivela che Francesco Marcone è stato il primo funzionario pubblico vittima di un omicidio sull’intero territorio nazionale, nell’omelia risuonano forti le parole di Mons. G. Casale, vescovo di Foggia: “ … quanti altri omicidi dovremo attendere, prima che insorga forte la risposta della nostra città alla malavita organizzata? … Che si faccia piazza pulita della diffusa omertà, della sempre più pericolosa indifferenza, delle collusioni abilmente mascherate ma tragicamente operanti nel tessuto sociale“.
Ed è poi con le parole della scrittrice Maria Marcone, sorella di Francesco, che si inizia a dar voce agli onesti. Il 6 aprile la stessa invia una lettera a tutti i giornali, in cui dice : “ non chiudiamoci nelle case … facciamo sentire la nostra voce … denunciamo le magagne piccole e grandi … i corrotti e i delinquenti contano sulla paura dei più … con quel morto ammazzato mandano un avvertimento preciso agli altri pochi onesti di non osare, altrimenti faranno la stessa fine.” La morte di Francesco Marcone ha trasmesso impegno civico, ed è così che nel maggio dello stesso anno alcuni insegnanti Foggiani raccolgono quell’invito e danno vita al “Comitato pro Francesco Marcone”, che come primo impegno raccoglierà tremila firme per un appello indirizzato al Presidente della Repubblica, al Ministro delle Finanze, al Presidente del Consiglio dei Ministri e alla Commissione Antimafia, in cui si chiede “ la massima attenzione nella scelta di chi andrà a ricoprire la carica di Marcone … e si sollecita la Commissione Antimafia ad esaminare la situazione foggiana “. Lo stesso Comitato incontrerà poi il Ministro delle Finanze, Augusto Fantozzi, che assicurerà la sua disponibilità e la sua volontà di seguire il caso con attenzione.
Intanto l’inchiesta va avanti e si susseguono i primi arresti, come quello per tentata concussione e falso del Direttore dell’Ufficio tributi del Comune di Foggia, Elio Affatato, che seppure non viene collegato con l’omicidio Marcone viene fuori da un filone della stessa indagine.
Nel mese di luglio è la volta del Direttore Regionale delle Entrate per la Puglia, Stefano Caruso, che viene posto agli arresti domiciliari e a cui vengono contestati i reati di concorso in abuso d’ufficio, rivelazioni di segreto d’ufficio ed evasione fiscale. Sul funzionario vi è il sospetto di aver favorito due imprenditori (il consigliere provinciale Antonio Marinari, a cui vengono contestati gli stessi reati, e il costruttore Salvatore Spezzati, a cui viene contestato il solo reato di abuso) per evitare il pagamento di un’onerosa imposta di oltre due miliardi per la cessione di un’azienda sul cui terreno si sarebbero dovuti costruire alcuni palazzi. Ma Caruso e Marinari ricevono un avviso di garanzia anche per l’omicidio Marcone. La verità sembra così poter venire alla luce ma il Tribunale delle Libertà di Bari, dopo una decina di giorni, annulla l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Caruso; ed è il 17 luglio dell’anno seguente quando viene notificata alla famiglia Marcone la richiesta di archiviazione del procedimento penale nei confronti dello stesso Caruso e di Marinari Antonio per difetto degli elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio e per scadenza dei termini. Nel 1998 si giunge così all’archiviazione delle piste relative al coinvolgimento dei Sigg. Caruso e Marinari.
Nel frattempo si susseguono gli avvisi di garanzia; questa volta ad esserne destinatari, per reati di falsità materiale, soppressione di atti vari, uso abusivo di sigilli veri e truffa aggravata, sono l’imprenditore Sarni ed un impiegato dell’Ufficio del Registro di Foggia. Vengono coinvolti anche un altro impiegato dello stesso Ufficio ed un notaio, dei quali non sono mai stati resi noti i nomi. Per tutti è imposto l’obbligo di dimora nei rispettivi Comuni di residenza.
Siamo nel 1999 quando giunge la presentazione di una istanza di riapertura delle indagini con l’indicazione di circostanze significative per l’individuazione dei moventi dell’omicidio, a seguito della quale viene aperto un procedimento contro ignoti.
Ma nel Luglio dell’anno seguente viene presenta richiesta di archiviazione del procedimento a cui seguirà la tempestiva opposizione da parte della famiglia Marcone, intenzionata a far emergere la verità per Franco e per il bene dell’intera città. I legali della stessa famiglia ritengono inoltre che gli elementi risultanti dalle indagini condotte negli ultimi due anni necessitino di ulteriori approfondimenti. E’ il 7 marzo del 2001, a quasi sei anni dall’omicidio, quando si ha l’udienza dinanzi al Gip per la valutazione di tale opposizione; tre giorni dopo giungerà il provvedimento dello stesso Gip che rigetterà l’istanza di parte di archiviazione e prorogherà le indagini per ulteriori sei mesi.
Dopo tre mesi da questo provvedimento e attraverso l’attività d'indagine la squadra mobile individua colui che avrebbe fornito l'arma del delitto, Raffaele Rinaldi, che viene raggiunto da avviso di garanzia per concorso in omicidio; ma nel febbraio del 2002 Rinaldi, inspiegabilmente a piede libero, muore in un alquanto strano e misterioso incidente stradale.
In mezzo a questo susseguirsi di vicende, di arresti e scarcerazioni, di avvisi di garanzia e istanze di archiviazioni, fra le speranze di giustizia della famiglia e di quei cittadini onesti che desiderano verità, si giunge al 2004, anno in cui la vicenda processuale si chiude con l’archiviazione dell’ipotesi a carico di Rinaldi per decesso dell’indagato, anno a partire dal quale la giustizia resterà silente.
Da quei quasi dieci anni di inchieste a singhiozzi l’unica cosa che pare essere emersa come certa e inconfutabile e che può essere facilmente rilevabile dai documenti processuali è che il Direttore Marcone si era imbattuto e soffermato su pratiche miliardarie, su interessi di vari esponenti della città collegati con interessi della mafia locale, così come certo è il legame di Rinaldi con la stessa criminalità. Dalle carte processuali del caso Marcone, emerge inoltre che il magistrato Lucia Navazio scriveva, nero su bianco, che la “parte sana” della città non volle collaborare.
Risuona così prepotente il silenzio della giustizia mentre viene conferita a Franco Marcone la medaglia d’oro al merito civile, che reca la seguente motivazione:
Dott. Francesco Marcone - alla memoria - Funzionario dello Stato, sempre distintosi per la salda preparazione professionale e l'alto rigore morale, costantemente impegnato a garantire il rispetto delle leggi e a contrastare ogni possibile tentativo di illegalità, veniva barbaramente assassinato nell'androne della propria abitazione in un vile agguato.
Fulgido esempio di elette virtù civiche, di elevato spirito di servizio e di incondizionato senso del dovere.
Allo stesso Direttore sono poi state intitolate la via in cui è ubicato l’ingresso dell’Agenzia delle entrate della città, la Scuola di Pubblica Amministrazione della Provincia di Foggia e il 21 marzo 2013 l’Amministrazione Comunale della città, a 18 anni dall’omicidio, ha voluto dedicargli una piazza, come gesto di gratitudine e allo stesso tempo di impegno. Il monumento presente al centro della stessa piazza, una lastra rettangolare, lineare e massiccia, è interrotta da due fori che rappresentano i due colpi di pistola che hanno strappato alla vita Marcone e reca l’iscrizione chiara e diretta “Non si costruisce giustizia senza verità”.
A 18 anni di distanza da quell’efferato omicidio, il caso Marcone resta un doloroso punto interrogativo per tutta la città. E Francesco Marcone è una vittima senza giustizia, una delle tantissime vittime di mafia di cui sono ancora ignoti i nomi dei mandanti e degli esecutori materiali.
Fra l’assordante silenzio della giustizia, la città di Foggia, capitanata dal Presidio provinciale di Libera, nato dall’impegno dalla figlia di Francesco, Daniela Marcone, non dimentica il suo Direttore, anzi, prova a rendere ancora più attuali e presenti i suoi insegnamenti, il suo senso di legalità e di rispetto nei confronti dello Stato.
“La verità ridà dignità ad un'intera comunità. Quindi, forse, bisogna riprendere a lavorare per la verità”, queste le parole di Daniela da cui emerge chiaro il bisogno di legalità, giustizia e verità; una triade strettamente interconnessa, ma troppo spesso ostacolata dalla pratica omertosa.
Francesco Marcone ripeteva sempre “Lo Stato siamo noi”, perché lo Stato per Marcone è ciascuno di noi, con i suoi comportamenti, i suoi gesti, le sue denunce, i suoi silenzi. Lui ha lavorato fino all’ultimo giorno, fino a quando la criminalità organizzata non ha deciso di fermarlo, uccidendolo appunto per aver fatto fin troppo bene il suo lavoro. Ed è questo lo straordinario esempio di un uomo comune, non un eroe, ma un uomo che decise di non piegare la testa, un funzionario dello Stato che scelse di fare bene il suo lavoro.

 

 

Articolo da "Noi e Giovanni" Ass. Giovanni Spampinato per la XV Giornata della legalità in memoria di tutte le vittime di Capitanata

autori: Alberto Spampinato e Giuliano Sereno (Libera Foggia)

Il funzionario ucciso perché non chiudeva un occhio

di Alberto Spampinato

Un anno fa, a Roma, ho ascoltato un appassionato intervento pubblico di Daniela Marcone sul dovere dei familiari delle vittime di impegnarsi per affermare la verità e la giustizia e per impedire che il tempo cancelli il ricordo dei loro cari. Sono rimasto colpito dalla forza straordinaria con cui Daniela difende la memoria di suo padre, un onesto funzionario pubblico, il direttore dell'Ufficio del registro di Foggia, un amante delle regole, assassinato 15 anni fa a Foggia a colpi di pistola perché non aveva voluto chiudere un occhio (o forse entrambi gli occhi) su certe cose che nel suo ufficio non andavano. Francesco Marcone era diventato un ostacolo, mentre altri non si facevano scrupoli di chiudere gli occhi per quieto vivere. Dicevano che a Foggia, certo, c'era un po' di malavita. Dicevano che la città cresceva con “l'economia del mattone". Non dicevano che in quel modello di sviluppo la speculazione edilizia era impastata di mafia. Anzi, escludevano la presenza della mafia in Capitanata. Come si poteva spiegare allora l'assassinio con due colpi di pistola di un mite e onesto impiegato pubblico come Francesco Marcone? Non era possibile spiegarlo. Infatti ancora oggi le indagini non riescono a individuare un esecutore e un mandante.

Quella di Francesco Marcone è una di quelle storie terribili che una città cerca di scrollarsi di dosso. Cerca di dimenticarla, di archiviarla, affidando al tempo il compito di cancellarla. Il silenzio agevola questo compito. Nessuno mette in dubbio l’onestà di Francesco Marcone, però si svaluta la sua onestà come se fosse moneta fuori corso, dicendo: "Chi glielo faceva fare?". Lo dicono molti pacifici cittadini, e non solo a Foggia, convinti di distillare parole di saggezza, senza rendersi conto che questo cinico slogan è il manifesto degli opportunisti e dei rassegnati, di chi pensa che davanti alla prepotenza non si possa fare altro che chinare il capo. Daniela Marcone e suo fratello non la pensano così. Loro non sono rassegnati. Hanno trasformato il dolore e l’ansia di giustizia in impegno civile, periodicamente aggiornano la situazione e presentano alla comunità e alla giustizia il conto non pagato.

Per alcuni versi, a me la storia di Francesco Marcone ricorda quella di mio fratello Giovanni. Il 18 febbraio scorso, a Foggia, quando abbiamo presentato insieme il mio libro su Giovanni, Daniela Marcone mi ha detto che anche lei vede questa somiglianza. Non so se ci sbagliamo. Forse è vero semplicemente che tutte le storie delle vittime si somigliano: per il contesto, la giustizia negata, l'indifferenza della gente, l'idea che la violenza criminale e le mafie siano cose di un'altro mondo... Forse io e Daniela ci sbagliamo. O forse no. Il 31 marzo scorso, lei ha organizzato a Foggia un incontro con don Luigi Ciotti, per riproporre ai suoi concittadini la figura del padre e sollecitare il dovere della memoria. E dono Ciotti ha detto che in casi come questi il dovere di ricordare non può essere solo dei familiari. Giuliano Sereno ha scritto per noi e per Libera Informazione questo resoconto.

Il resoconto di Giuliano Sereno (Libera Foggia)

FOGGIA 31 MARZO 2010 - «Non dobbiamo ricordare solo la morte di papà e delle altre vittime di mafia, ma anche e soprattutto le loro vite, altrimenti i nostri cari moriranno di nuovo». Questo è l’invito che Daniela Marcone, figlia di Francesco Marcone, rivolge ai ragazzi.

Mercoledì 31 marzo si è tenuta, a Foggia, la XV Giornata della legalità in memoria di Francesco Marcone e di tutte le vittime di Capitanata, organizzata dal coordinamento foggiano di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Il 31 marzo 2010, infatti, ricorrono i 15 anni dall’omicidio di Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, assassinato con due colpi di pistola alla schiena, mentre tornava a casa dall’ufficio.

La manifestazione si è svolta in due parti. La mattina è stata dedicata ad un incontro con le scuole di Foggia e della provincia, intitolato “Dalla memoria all’impegno”, cui sono intervenuti, oltre a Daniela Marcone, Giovanni Dello Iacovo, giornalista locale, tra i pochi ad essersi occupato del caso Marcone; Oreste De Finis, legale della famiglia Marcone; Pinuccio Fazio, papà di Michele Fazio, vittima della malavita organizzata barese; don Luigi Ciotti, presidente di Libera.

Dal racconto di Daniela Marcone, Giovanni Dello Iacovo e Oreste De Finis sono emersi alcuni elementi che hanno caratterizzato la vicenda Marcone. Il primo di questi è l’inerzia con cui sono procedute le indagini, come dimostrano i primi mesi di totale inattività e la mancata acquisizione dei tabulati telefonici relativi al 31 marzo 1995, giorno dell’omicidio, e ai giorni precedenti e successivi.

In particolare, non è stata sufficientemente approfondita una circostanza, che pare invece molto significativa: dalle perizie balistiche è emerso come i colpi che hanno ucciso Marcone siano stati sparati dalla stessa pistola che il 23 dicembre 1993 era stata utilizzata per sparare dei colpi contro la porta di casa di Stefano Caruso, direttore generale per la Puglia del Ministero delle Finanze e superiore gerarchico di Francesco Marcone. Sulla vicenda, poco chiara, non era stata compiuta alcuna indagine significativa.

L’inchiesta giudiziaria sul caso Marcone si è conclusa, in un primo momento, con l’archiviazione nel 1998 delle accuse nei confronti di Stefano Caruso e Antonio Marinari, imprenditore e consigliere provinciale.

L’anno successivo le indagini vengono riaperte e in questa seconda fase si scopre che un tale Raffaele Rinaldi, ex impiegato dell’Ufficio del Registro di Foggia, potrebbe aver fornito l’arma per l’omicidio Marcone. Anche stavolta il procedimento viene archiviato, nel 2004, per la morte di Rinaldi in un incidente stradale.

A tutt’oggi rimangono ignoti i nomi degli esecutori e dei mandanti dell’omicidio Marcone e inappagata la domanda di verità e giustizia di Daniela e della sua famiglia.

Dall’esame complessivo dell’intera vicenda emergono due considerazioni. La prima è che l’omicidio Marcone è maturato negli ambienti della “mafia del mattone”, cioè di quegli imprenditori coinvolti nella speculazione edilizia che hanno trovato in Francesco Marcone un funzionario non disposto a “chiudere un occhio” nella sua attività amministrativa. La seconda riguarda l’assordante silenzio della comunità foggiana, la cui omertà ha consentito ai mandanti dell’omicidio Marcone di continuare a gestire i loro affari e a ricoprire, magari ancora oggi, posizioni di potere.

Nonostante la mancanza di una verità giudiziaria, Daniela Marcone ha invitato gli studenti presenti alla manifestazione a non arrendersi all’indifferenza; così come non si è arreso Pinuccio Fazio, che ha portato la sua testimonianza.

Pinuccio Fazio è il papà di Michele Fazio, ragazzo di sedici anni ucciso a Bari il 12 luglio 2001, semplicemente per essersi trovato nel luogo sbagliato al momento sbagliato: mentre tornava a casa Michele venne colpito da proiettili esplosi durante una sparatoria tra i clan rivali dei Capriati e degli Strisciuglio.

Grazie all’instancabile richiesta di giustizia di Pinuccio Fazio e della moglie, gli assassini di Michele sono stati individuati e condannati in via definitiva a 17 anni di reclusione.

Da queste storie è partita la riflessione di don Luigi Ciotti, il cui intervento ha chiuso l’incontro della mattina.

«Non ci sono parole di fronte alla fatica e alla sofferenza di chi ha perso una persona cara per mano delle mafie». Così esordisce don Ciotti, il quale sottolinea poi che, mai come in questo momento, è necessario resistere all’illegalità e fare la propria parte, non occasionalmente ma ogni giorno.

La parola da porre al centro dell’agire quotidiano è “libertà”. «Siamo tutti chiamati ad essere al servizio della libertà e a lottare per chi non è libero: perché l’usura non rende liberi, il precariato non rende liberi; non è libero chi vive oppresso dalla cappa della mafiosità. Anche Foggia deve essere liberata», continua don Ciotti, chiedendo a tutti un sussulto e ricordando che il 70% dei familiari delle vittime di mafia non conosce la verità sulla morte dei propri cari o la conosce solo in parte.

Questo sussulto deve tradursi in un impegno quotidiano a cercare la profondità, a non accontentarsi della superficie delle cose, e ciò vale soprattutto per i giovani. «I giovani non sono il futuro, ma il presente. I giovani chiedono una scuola migliore, la sicurezza di un lavoro, che non è un solo un diritto ma un bisogno profondo» dice ancora don Ciotti, che conclude il suo intervento ricordando l’importanza del 21 marzo, giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, di cui Libera chiede con forza il riconoscimento istituzionale e avvertendo che la strada della legalità e della responsabilità non è semplice, «non è mai sempre dritta, ma nella vita bisogna imparare ad avere fiducia nelle curve».

Nel pomeriggio si è tenuto un dibattito dal titolo “Giornalismo e mafie: alla ricerca dell’informazione perduta”, grazie al quale la riflessione locale si è unita a quella sulle vicende nazionali. Il caso Marcone è stato infatti emblematico anche per il silenzio della stampa, salvo sporadiche eccezioni; silenzio che sembra oggi estendersi a tutte le inchieste giudiziarie sulla mafia, almeno se ci si attiene all’informazione televisiva.

Gli interventi di Roberto Morrione, direttore di Libera Informazione, e di Maurizio Torrealta, caporedattore di Rai News 24, hanno messo in luce le principali problematiche dell’informazione in Italia, nonché il ruolo che l’informazione dovrebbe avere in un sistema democratico.

Roberto Morrione, ricollegandosi alla vicenda Marcone, ha innanzitutto sottolineato come l’Italia sia il Paese degli omissis e dei segreti di Stato e come esistano due volti dello Stato: quello degli onesti funzionari, come Francesco Marcone, e dei magistrati in prima linea nella lotta alle illegalità e quello della corruzione e dei crimini dei colletti bianchi, di quella “zona grigia” in cui Stato e mafia si confondono.

Proprio in questo contesto, ha evidenziato Maurizio Torrealta, è nata nel ’92 la trattativa tra lo Stato e la mafia. In cambio della fine della stagione stragista, Cosa nostra ottenne precise garanzie circa l’adozione di provvedimenti a sé favorevoli, garanzie che provennero da un nuovo interlocutore politico, che le recenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia individuano nell’allora nascente partito di Forza Italia.

Oggi più che mai diventa allora importante un’informazione libera che si occupi di queste tematiche.

Purtroppo ciò non accade e la situazione diventa sempre più preoccupante. Gravi pericoli alla libertà d’informazione derivano soprattutto dal d.d.l. sulle intercettazioni proposto dal Governo, dice Roberto Morrione. La sua approvazione non solo ridimensionerebbe drasticamente l’uso delle intercettazioni, spuntando le armi dello Stato nella lotta al crimine, ma eliminerebbe di fatto la cronaca giudiziaria, a causa del divieto assoluto di pubblicazione delle intercettazioni stesse.

Tutto ciò aggraverebbe ulteriormente la già precaria situazione dell’informazione in Italia, come evidenziano varie classifiche internazionali.

Bisogna invece opporsi a questa deriva, che è solo un aspetto della più ampia deriva culturale del nostro Paese, secondo Roberto Morrione, che chiude l’incontro ricordando quale sia il dovere di un giornalista e, citando Pippo Fava (intellettuale ucciso da Cosa nostra), aggiunge che «un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere».

 

 

 

Video da  spaziosociale.it

don Luigi Ciotti ricorda Francesco Marcone e le vittime di mafia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto e Articolo del 22 Settembre 2011 da statoquotidiano.it

Donne e ‘scritte’, tutti i misteri dell’inchiesta Marcone

Foggia – ALLE VOLTE basta un segnale per poter mutare il corso degli eventi. Chissà se si tornerà a metter mano a un romanzo che le cronache giudiziarie non hanno scritto ancora del tutto.

Francesco Marcone, per la città di cui è figlio semplicemente Franco, morto ammazzato nel portone della propria abitazione di Via Figliolia a Foggia nel marzo del 1995, la parola fine non la conosce ancora. E’ una vittima. Anzi, stanti i riconoscimenti, è la vittima delle vittime del capoluogo dauno. Medaglia d’oro al valor civile, per il Direttore dell’Ufficio Registro. Caduto sul lavoro, matrire. Semplicemente, come lo perpetua sua figlia Daniela, un “testimone”, staffetta di onore, figura di riferimento, cardine assoluto, baluardo morale.

I MISTERI - La storia processuale di Marcone è uno zero angosciato ed angoscioso. Quasi dieci anni d’inchiesta e mai nessun colpevole. Tutti partecipi, tutti coinvolti, tutti immischiati, ma nessun mandante, nessun esecutore. Soltanto l’armatore. Raffaele Rinaldi, ex impiegato dell’Ufficio del Registro. Per i giudici, verosimilmente dalle sue mani è partita la pistola che ha ammazzato Marcone. E che nel 1993, misteriosamente, ha sparato contro la porta di uno dei suoi superiori, Stefano Caruso, ombrosa figura, sfumata apparizione della vicenda. Ma Rinaldi muore in un mai chiarito incidente stradale, sbalzato dalla sua moto mentre, ai domiciliari, scorrazzava libero per il Gargano.

La chiusura dell’inchiesta è giunta per stanchezza. Troppe secche, troppo fango, difficile avanzare oltre. Il Giudice per le Indagini Preliminari, Lucia Navazio, dovette arrendersi al decesso di Rinaldi, ultima ruota del carro di coda, colui che, su di sé, fu designato per attirare l’attenzione della magistratura. Ma l’archiviazione disse molto di più. Anzi, le motivazioni auspicarono una veloce riapertura del caso, alla ricerca della verità.

IL MANIFESTO FUNEBRE - E che il caso Marcone non sia solo uno scarabocchio nella storia recente di Foggia, lo dimostra la scritta, misteriosa, apparsa su un manifesto funebre negli ultimi giorni di agosto di quest’anno. Un manifesto con stampato nome e cognome di una donna ucraina, mai apparsa, neppure di riflesso, all’interno del caso. In rosso, marcato con un pennarello, quasi come un fuoco: “per l’omicidio di Marcone Francesco”. Uno scherzo di cattivo gusto? Un macabro gioco? Una combinazione di fatti? Resta un mistero. Quel che, al contrario, non è nascondibile è il luogo in cui ciò è accaduto. Ovvero, ad uno degli ingressi del palazzo degli Uffici Statali del capoluogo. Una costruzione risalente al periodo fascista, ubicata in pieno centro cittadino, da un lato affacciata sulla villa Comunale, dall’altro su Piazza Umberto Giordano e con i fianchi appoggiani l’uno su Via Lanza, l’altro, su Via La Rocca. Nel 1995, qui aveva sede l’Ufficio del Registro, oggi spostato in periferia, con ingresso dalla strada che di Marcone porta il nome. Qui, dunque, ci lavorava Franco. E qui, dunque, l’averne richiamato la memoria potrebbe anche non essere un caso.

Chi ha scritto sul manifesto, non ha badato alla discrezione. Tutt’altro, la sensazione porta alla conlusione inversa. La frase è infatti apparsa sul lato più esposto, quello che dà su Piazza Giordano. Nulla, al contrario, è stato ritrovato dall’ingresso opposto. Nel giro di poche ore, il manifesto è stato coperto. A quanto pare, a chiedere l’occultamento è stata la famiglia della donna, sposata con un foggiano dal cognome campano e mamma di due figli, un maschio e una femmina. A sorprendere, invece, è il fatto che non ci sia stato alcun rilevamento sullo stesso, come si trattasse di una qualsiasi incisione da stadio.

A questo punto, dunque, riannodare la matassa pare impossibile. Il corpo della donna, morta in ospedale, tra l’altro, è stato tumulato in un cimitero del suo paese d’origine. Restano solo le domande. Perché è stato scelto il manifesto della donna? E come mai una frase così secca, che non lascia adito a dubbi? Poi, chi si è preso la briga, probabilmente nottetempo, o comunque al riparo da occhi indicreti, di vergare una frase così diretta non non poter avere dupolici o tiple interpretazioni? Chi era questa donna? Lavorava presso l’Ufficio del Registro ai tempi di Franco Marcone? Oppure è sposata con qualche foggiano che potrebbe essere in possesso di informazioni?

LE DONNE STRANIERE - In attesa di risposte convincenti, non resta che andare indietro nel tempo e constatare che non è la prima volta che, nella lunga vicenda inerente l’omicidio di Franco Marcone, sbuchino delle donne. E delle scritte. Addirittura, venne ipotizzata, agli albori e con discreto impiego di tempo e fatiche, una possibile pista passionale. Miseramente crollata sotto i colpi della limpidezza della vita terrena del Direttore del Registro, uomo riconosciuto da tutti come onesto e rigoroso. Ma donne, e misteriose, sono anche “la collezionista” cui si fa allusione in una strana lettera anonima recapitata a casa della famiglia nel 1998 e, soprattutto Viviana Llaci, cittadina albanese, domestica della famiglia Caruso, ferita di striscio nell’attentato denunciato dal suepriore di Marcone (era il 23 dicembre 1993, un anno e tre mesi prima che marcone fosse eliminato) e clamorosamente mai sentita dagli inquirenti, ritornata in Albania in piena ricostruzione post guerra civile e interrogata soltanto a distanza di tempo dall’interpol. Un interrogatorio molto approssimativo, basato su domande evasive e poca contezza dei fatti.

IL REBUS - 29 novembre 1998. Sono passati tre anni e otto mesi dall’omicidio di Marcone. L’inchiesta latita. E’ già stata chiusa la prima volta, archiviata. Colpa di una Procura della Repubblica ballerina, di pm giovani e di qualche episodio che era e rimane poco chiaro. Nella cassetta della posta di casa Marcone, arriva una busta, spedita da ‘Foggia Ferrovia’. Giunge in Via Figliolia a mezzo posta ordinaria. Come una cartolina. Sul fronte, la grafia insicura di un mittente sconosciuto, ha sbagliato il nome della strada. Scrive: “Via Figliolino”. All’interno, un biglietto: “1972 è un foglio di carta da bollo da 2000 quello con la bilancia è una collezionista (rivolgetevi ad una collezionista)”. Eccolo il rebus, l’altro grande fantastico mistero tragicomico dell’inchiesta sulla morte dell’Direttore dell’Ufficio del Registro. L’avvocato della famiglia Marcone, Oreste De Finis, consegna il documento in Questura. Sarà assunto e messo agli atti. Ma, come spesso ha dovuto ammettere lui stesso, “tra la mole imponente di materiale d’indagine, non è dato rinvenire alcun approfondimento e/o spunto di riflessione”.

Eppure, spunti interessanti, dalla sola analisi visiva del biglietto, ce ne sarebbero anche. Primo. Biglietto e busta sono scritti con grafie diverse. Simili, ma diverse. A scrivere, non è chiaramente la stessa persona. La grafia della busta è insicura. Potrebbe trattarsi dei tentativi di un anziano di risulatre fermo. O, al contrario, dei tentativi dello scrivente di apparire agitato ed impacciato. Viceversa, il documento dell’interno conduce a rilevamenti opposti. La composizione delle lettere lascia immaginare che, a vergare la missiva, sia stata una mano ferma e sicura di sé, di chi non ha donde di nascondimenti. Potrebbe essere stata redatta da personaggi esterni all’inchiesta. Oppure da indagati. In ogni caso, non sono state eseguite perizie calligrafiche, né rilevamento delle impronte digitali. Per non parlare della prova del Dna sul francobollo o sulla lingua umettata della busta stessa.

Secondo: il corpus del messaggio, il suo senso. Che cosa vuol dire “1972 è un foglio di carta da bollo da 2000 quello con la bilancia è una collezionista (rivolgetevi ad una collezionista)”?. Proviamo a capirci di più. Come pensato da De Finis, più addestro alle scartoffie di Tribunale e di amministrazione, 1972 potrebbe si, essere l’indicazione di una data. Ma, più raffinatamente, anche un “numero di ruolo ovvero di repertorio”. Possibilità che schiude le porte alla presenza di un secondo documento, da cercare per ottenere informazioni. Documento che, nel 1998, certo era nelle disponibilità di qualcuno. Di chi? Della fantomatica collezionista (“rivolgetevi ad una collezionista”)? E collezionista di che cosa? Di oggetti? Di atti? Di carte? Tornando indietro, lo scrivente parla anche di “una carta da bollo da 2000 quello con la bilancia”. Ma nel 1972, non era in uso la carta da bollo da 2000 (ovviamente Lire), che sarà adoperata molto più tardi. La bilancia richiama invece alla raffigurazione presente sui fogli degli atti giudiziari. E se la collezionista fosse, ad esempio, un’archivista, magari l’impiegata di un ufficio pubblico incaricata alla razionalizzazione degli atti?

Ma sono tutti misteri. Grossi misteri. Appassionanti, quasi giallistici, buoni per inchieste da film. Non fosse che in mezzo c’è un morto ammazzato e la dignità di una città che, dopo quel maledetto giorno, non ha mai più saputo ritrovare sé stessa.

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Articolo del 30 Marzo 2015 da  ilsole24ore.com

Chi era Francesco Marcone, l'Ambrosoli del Sud ucciso 20 anni fa

di Rossella Orlandi

Cerco di immaginarmelo Francesco Marcone mentre decide. Seduto alla sua scrivania, con una pila di pratiche davanti a sé, la porta della stanza chiusa. Sa già che non può lasciar perdere, ma cerca una giustificazione razionale al suo istinto di onestà, forse presagendo le possibili conseguenze della sua scelta. Provo a immaginare che queste ragioni le trovi nella foto dei suoi figli, negli atti che ha firmato come direttore dell'Ufficio e poi dentro di sé. Decide, con la ragione e con l'istinto, di non rimanere in silenzio e di andare fino in fondo.
Francesco Marcone era un mio collega, responsabile dell'Ufficio del registro di Foggia. Il 22 marzo del 1995 presentò un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare un giro di malaffare messo in atto da falsi "mediatori" che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche d'ufficio. Truffe, reiterate e redditizie. Con una lettera di suo pugno, avvertì della circostanza anche tutti i professionisti della città: «L'ufficio non si avvale di figure intermediarie ma provvede alle comunicazioni ed alle notifiche direttamente ai soggetti interessati», scrisse, e commuove, a leggerlo ora, questo rassicurante burocratese che conosco bene.
La lingua dei dipendenti pubblici, spesso complicata e distante, ma che ci fa sentire protetti, devo ammetterlo; c'è la Legge dietro le mie decisioni e la Legge deve essere rispettata. Nulla di personale. Poco più di una settimana dopo questa denuncia, il 31 marzo è stato ucciso nell'androne di casa sua con due colpi di pistola alla nuca. Aveva 57 anni, una moglie e due figli. Erano le 19.10 e Marcone rientrava, tardi, dall'Ufficio portando con sé alcune pratiche che stava studiando. Perché il direttore dell'Ufficio del registro di Foggia era un funzionario scrupoloso e dedito al lavoro, anche dopo aver timbrato il cartellino. Era un uomo che voleva vederci chiaro e con i suoi occhi, un dirigente che si prendeva le responsabilità del ruolo. Studiava atti di importi miliardari e se vedeva qualcosa di sporco non faceva finta di niente.
L'emozione offre facile sponda alla retorica, ma Marcone, per come ce lo tramandano i ricordi di chi lo ha conosciuto, era una persona semplice e tranquilla. A chi lo definiva un eroe - l'Ambrosoli del Sud, secondo la stampa di allora - avrebbe risposto che aveva solo fatto il proprio dovere. E fa rabbia pensare come in certi momenti storici e in certe realtà, fare il proprio dovere diventi una sfida. Marcone ha dato uno schiaffo in pieno viso a chi - dipendenti pubblici, faccendieri e criminalità organizzata - gestiva il malaffare in un clima di omertà e paura. A chi pensava che lo Stato fosse cosa sua e potesse svenderlo al miglior offerente, senza rischiare nulla.
Teniamocela stretta la memoria di quest'uomo. Facciamone tesoro contro i «faccio quello che devo fare, prendo il mio stipendio e vivo tranquillo»; contro i «tanto non cambia niente». Foderarla di cinismo è il modo migliore per quietare la coscienza. È questo fatalismo molto italiano - che, certo, anche uno Stato spesso distratto e arrogante ha contribuito a consolidare - che ha fatto tradurre a qualcuno il whistleblowing, da poco inaugurato all'Agenzia delle entrate, con il termine "delazione". Ma è un delitto verso i cittadini e noi stessi far passare da mediocre spia chi ha il coraggio - perché di coraggio si tratta - di mettere a repentaglio la proprio tranquillità personale per rispettare gli obblighi di onestà che derivano dal suo incarico.
Non c'è niente di mediocre in questo, si tratta invece di un gesto straordinario e normale insieme, che cambia le cose in modo irreversibile, diventa esempio e si propaga. E chi ha la tentazione di inquinare una simile impresa facendo passare la denuncia per tradimento, si ricordi di Francesco Marcone, medaglia d'oro al valore civile, padre di famiglia, funzionario pubblico e vittima del dovere. Il direttore dell'Ufficio del registro di Foggia che aveva ottenuto da soli quattro anni questo prestigioso incarico e voleva dimostrare di meritarlo.Cerco di immaginarmelo, la sera del 31 marzo 1995, mentre si alza dalla scrivania. Si stringe gli occhi con il pollice e l'indice, infila la giacca, si avvicina alla porta e spegne la luce dell'Ufficio in cui non entrerà più. Ecco, cerchiamo di tenerla accesa noi la luce di quell'Ufficio. E di non farla mai spegnere.

 

 

Articolo del 2 Aprile 2015 da  restoalsud.it

Vogliamo la verità sugli omicidi delle vittime innocenti di Foggia

di Giovanni Dello Iacovo

A Francesco Marcone è toccato un destino inimmaginabile vent’anni fa.
Sabato 1 aprile 1995, il giorno dopo che fu ucciso, i giornali non uscirono a causa di uno sciopero. E così fino al lunedì. Un delitto avvenuto 2-3 giorni prima, in una città periferica rispetto ai circuiti mediatici più rilevanti, scivola via dal “timone” che guida il lavoro quotidiano delle redazioni.

A occuparsene, di domenica, il giorno che restava di sua diffusione massima, fu “l’Unità”: «…il signor Francesco m’è sempre sembrata una persona a posto… gentile, cortese, compito… il primo a salutare, il primo a stringerti la mano…», disse al cronista di allora un coinquilino, ignaro del fatto che avrebbe anticipato quello che, con un linguaggio più adeguato alle motivazioni di una Medaglia d’Oro al Valor Civile, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, avrebbe scritto nel 2005, parlando di «esempio di elette virtù civiche».

Il “signor Francesco” dovette aspettare più di un mese per rimbalzare su una tribuna nazionale importante, un talk show che, ogni giovedì, era visto da 5 milioni di italiani. Per “Tempo Reale” di Michele Santoro, gli inviati a Foggia, Alessandro Gaeta e Fabio Venditti, ebbero grandi difficoltà: il primo a ottenere qualche commento nel Palazzo degli Uffici Statali di piazza Cavour che ospitava l’Ufficio del Registro di cui era direttore la vittima; il secondo rimase sconsolatamente solo davanti al pronao della Villa Comunale, malgrado l’appello ai foggiani a raggiungerlo sotto il monumento virtuale a Marcone, eretto con alcuni televisori impilati.

Perciò, vent’anni dopo, a vedere il Teatro comunale “Umberto Giordano” di Foggia illuminato per un tributo a Marcone animato da tanti ragazzi, a partire da quelli dell’Orchestra del Liceo musicale “Poerio”, fa capire quante cose positive siano riuscite a far crescere Daniela e Paolo, i figli di Franco Marcone.

Nel corso della serata di ieri, sono stati rievocati solo alcuni nomi di quella lunga teoria che, ogni 21 marzo, sono letti dai palchi della “Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie”, inventata dall’associazione di Don Luigi Ciotti, anch’essa con vent’anni di esperienze alle spalle.

Chi è Matteo Di Candia, ucciso per errore in un bar di Foggia dove gli amici lo avevano trascinato per pagare da bere per il suo onomastico? Riusciamo a immaginarcelo, mentre i compagni lo mettono in mezzo:
– Matte’, la giornata sta finendo, te la vuoi scappottare? Mena me’, ‘na birra, ‘n aperitivo… –
Era un pensionato di 62 anni, che viveva con la madre. Non aveva moglie né figli. Sono Daniela e Paolo, i figli di Francesco Marcone, a ricordarlo a tutti gli italiani da quindici anni.
Chi è Babon Cheka, quintultimo della lista di 24 vittime della “Uno bianca”?

Chi erano Alessandro, Emanuele e Nicola che, grazie al fatto di avere il cognome Zanetti, spiccano, si fa per dire, in fondo all’elenco delle 81 vittime della strage di Ustica?
Quell’elenco che si apre con Emanuele Notarbartolo, un politico che, guarda caso, aveva lottato contro la corruzione nelle Dogane, ucciso nel 1893 e considerato la prima vittima eccellente di mafia, provoca un sussulto in chi sa o si riconosce in uno di quei 1.053 nomi, a quanti si è arrivati con la ventesima “Giornata della Memoria” celebrata quest’anno a Bologna.
Ma, per diventare un fatto pubblico, per fecondare qualcosa in più, per trasformare un pezzo più o meno grande di comunità, ci vuole un impegno particolare.

Se, vent’anni fa, taceva la maggior parte dei dipendenti, foggiani e non, dell’Amministrazione finanziaria, è una cosa enorme leggere su “Il Sole 24 Ore” e sentire in un intenso videomessaggio proiettato al “Giordano” Rossella Orlando, la direttrice dell’Agenzia delle Entrate, dire che Marcone è un simbolo, «il nostro simbolo».

Daniela e Paolo più di questo non potevano fare. Specie se si considera cosa è germogliato in tutta la provincia, come testimoniano i presìdi di Libera nati a Lucera, Cerignola, a San Severo; il Laboratorio che porta il nome di Marcone da cui è nata una cooperativa agricola che lavora su un bene confiscato alle mafie. La graphic novel stampata da Edizioni La Meridiana con cui, da quest’anno, la figura di Francesco Marcone avrà anche un profilo più popolare.

Adesso, almeno per i prossimi vent’anni, toccherà impegnarsi per provare a schiarire il cono d’ombra di questa storia in definitiva luminosa di impegno civile. Bisognerà si provi a riposizionare i tanti tasselli dell’inchiesta giudiziaria, a sollecitare nuove testimonianze dirette, a produrre conoscenza anche con le nuove tecnologie.

Perché, se fa parte della minoranza conosciuta e riconosciuta come simbolo, Francesco Marcone è parte anche di quella minoranza, il 25 per cento calcolava l’altra sera a Foggia Don Luigi Ciotti, vittima di delitti insoluti.

Di delitti che per restare insoluti, per essere perfetti è necessario si realizzino con il concorso attivo di chi sa qualcosa di importante e non lo dice.

Il fondatore di “Libera” due giorni fa ha detto due cose pesanti: che la verità sull’uccisione del “signor Francesco” gira ancora per le strade di Foggia e che la memoria rischia di diventare retorica.
Ecco, quella lista di vittime, le lapidi e i monumenti sono un modo emozionante per restituire orgoglio e dignità. Ma, se ci sono verità nascoste o semplicemente rimosse dagli anni che passano, la cosa più giusta che si possa fare è semplicemente rimetterle in circolo perché siano di dominio pubblico e pubblica possa esserne la funzione.

L’altra sera sono state rievocate le parole usate dal Giudice delle indagini preliminari che, nel 2004, fu costretta a decidere l’ultima archiviazione: l’ormai scomparsa Lucia Navazio si impegnò non solo a scrivere di quanto fosse specchiata la vita privata e professionale della vittima ma anche, irritualmente, ad auspicare «l’acquisizione di ulteriori dati, anche mediante il mutare di atteggiamento da parte di chi è a conoscenza di circostanze utili al prosieguo delle indagini. Rendendo noto, in qualunque modo, agli inquirenti elementi di novità che possano consentire la riapertura delle stesse».

Sono parole ricercate, come quelle che, qualche anno prima scandì la collega Simonetta D’Alessandro, come quelle di Ciampi, come quelle che usò il ministro delle Finanze Augusto Fantozzi. Parole “controcorrente”. Perché, invece, i protagonisti del contesto locale hanno alluso, depistato, scombinato, ridimensionato, per convenienza, per quieto vivere ma anche per nascondere illeciti e contiguità che, forse, avrebbero spiegato meglio tutto. In questi vent’anni, il contesto locale ha fabbricato una cornice serena in cui il 31 marzo si incastona senza creare, ormai, troppo disturbo.

 

 

Articolo del 30 Marzo 2015 da  ilsole24ore.com

Chi era Francesco Marcone, l’Ambrosoli del Sud ucciso 20 anni fa

di Rossella Orlandi

Cerco di immaginarmelo Francesco Marcone mentre decide. Seduto alla sua scrivania, con una pila di pratiche davanti a sé, la porta della stanza chiusa. Sa già che non può lasciar perdere, ma cerca una giustificazione razionale al suo istinto di onestà, forse presagendo le possibili conseguenze della sua scelta. Provo a immaginare che queste ragioni le trovi nella foto dei suoi figli, negli atti che ha firmato come direttore dell'Ufficio e poi dentro di sé. Decide, con la ragione e con l'istinto, di non rimanere in silenzio e di andare fino in fondo.

Francesco Marcone era un mio collega, responsabile dell'Ufficio del registro di Foggia. Il 22 marzo del 1995 presentò un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare un giro di malaffare messo in atto da falsi “mediatori” che garantivano, dietro pagamento, il rapido disbrigo di pratiche d'ufficio. Truffe, reiterate e redditizie. Con una lettera di suo pugno, avvertì della circostanza anche tutti i professionisti della città: «L'ufficio non si avvale di figure intermediarie ma provvede alle comunicazioni ed alle notifiche direttamente ai soggetti interessati», scrisse, e commuove, a leggerlo ora, questo rassicurante burocratese che conosco bene.

La lingua dei dipendenti pubblici, spesso complicata e distante, ma che ci fa sentire protetti, devo ammetterlo; c'è la Legge dietro le mie decisioni e la Legge deve essere rispettata. Nulla di personale. Poco più di una settimana dopo questa denuncia, il 31 marzo è stato ucciso nell'androne di casa sua con due colpi di pistola alla nuca. Aveva 57 anni, una moglie e due figli. Erano le 19.10 e Marcone rientrava, tardi, dall'Ufficio portando con sé alcune pratiche che stava studiando. Perché il direttore dell'Ufficio del registro di Foggia era un funzionario scrupoloso e dedito al lavoro, anche dopo aver timbrato il cartellino. Era un uomo che voleva vederci chiaro e con i suoi occhi, un dirigente che si prendeva le responsabilità del ruolo. Studiava atti di importi miliardari e se vedeva qualcosa di sporco non faceva finta di niente.

L'emozione offre facile sponda alla retorica, ma Marcone, per come ce lo tramandano i ricordi di chi lo ha conosciuto, era una persona semplice e tranquilla. A chi lo definiva un eroe – l'Ambrosoli del Sud, secondo la stampa di allora – avrebbe risposto che aveva solo fatto il proprio dovere. E fa rabbia pensare come in certi momenti storici e in certe realtà, fare il proprio dovere diventi una sfida. Marcone ha dato uno schiaffo in pieno viso a chi – dipendenti pubblici, faccendieri e criminalità organizzata – gestiva il malaffare in un clima di omertà e paura. A chi pensava che lo Stato fosse cosa sua e potesse svenderlo al miglior offerente, senza rischiare nulla.

Teniamocela stretta la memoria di quest'uomo. Facciamone tesoro contro i «faccio quello che devo fare, prendo il mio stipendio e vivo tranquillo»; contro i «tanto non cambia niente». Foderarla di cinismo è il modo migliore per quietare la coscienza. È questo fatalismo molto italiano – che, certo, anche uno Stato spesso distratto e arrogante ha contribuito a consolidare – che ha fatto tradurre a qualcuno il whistleblowing, da poco inaugurato all'Agenzia delle entrate, con il termine “delazione”. Ma è un delitto verso i cittadini e noi stessi far passare da mediocre spia chi ha il coraggio – perché di coraggio si tratta – di mettere a repentaglio la proprio tranquillità personale per rispettare gli obblighi di onestà che derivano dal suo incarico.

Non c'è niente di mediocre in questo, si tratta invece di un gesto straordinario e normale insieme, che cambia le cose in modo irreversibile, diventa esempio e si propaga. E chi ha la tentazione di inquinare una simile impresa facendo passare la denuncia per tradimento, si ricordi di Francesco Marcone, medaglia d'oro al valore civile, padre di famiglia, funzionario pubblico e vittima del dovere. Il direttore dell'Ufficio del registro di Foggia che aveva ottenuto da soli quattro anni questo prestigioso incarico e voleva dimostrare di meritarlo.Cerco di immaginarmelo, la sera del 31 marzo 1995, mentre si alza dalla scrivania. Si stringe gli occhi con il pollice e l'indice, infila la giacca, si avvicina alla porta e spegne la luce dell'Ufficio in cui non entrerà più. Ecco, cerchiamo di tenerla accesa noi la luce di quell'Ufficio. E di non farla mai spegnere.




Articolo del 2 Aprile 2015 da restoalsud.it

Vogliamo la verità sugli omicidi delle vittime innocenti di Foggia

A Francesco Marcone è toccato un destino inimmaginabile vent’anni fa.
Sabato 1 aprile 1995, il giorno dopo che fu ucciso, i giornali non uscirono a causa di uno sciopero. E così fino al lunedì. Un delitto avvenuto 2-3 giorni prima, in una città periferica rispetto ai circuiti mediatici più rilevanti, scivola via dal “timone” che guida il lavoro quotidiano delle redazioni.

A occuparsene, di domenica, il giorno che restava di sua diffusione massima, fu “l’Unità”: «…il signor Francesco m’è sempre sembrata una persona a posto… gentile, cortese, compito… il primo a salutare, il primo a stringerti la mano…», disse al cronista di allora un coinquilino, ignaro del fatto che avrebbe anticipato quello che, con un linguaggio più adeguato alle motivazioni di una Medaglia d’Oro al Valor Civile, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, avrebbe scritto nel 2005, parlando di «esempio di elette virtù civiche».

Il “signor Francesco” dovette aspettare più di un mese per rimbalzare su una tribuna nazionale importante, un talk show che, ogni giovedì, era visto da 5 milioni di italiani. Per “Tempo Reale” di Michele Santoro, gli inviati a Foggia, Alessandro Gaeta e Fabio Venditti, ebbero grandi difficoltà: il primo a ottenere qualche commento nel Palazzo degli Uffici Statali di piazza Cavour che ospitava l’Ufficio del Registro di cui era direttore la vittima; il secondo rimase sconsolatamente solo davanti al pronao della Villa Comunale, malgrado l’appello ai foggiani a raggiungerlo sotto il monumento virtuale a Marcone, eretto con alcuni televisori impilati.

Perciò, vent’anni dopo, a vedere il Teatro comunale “Umberto Giordano” di Foggia illuminato per un tributo a Marcone animato da tanti ragazzi, a partire da quelli dell’Orchestra del Liceo musicale “Poerio”, fa capire quante cose positive siano riuscite a far crescere Daniela e Paolo, i figli di Franco Marcone.

Nel corso della serata di ieri, sono stati rievocati solo alcuni nomi di quella lunga teoria che, ogni 21 marzo, sono letti dai palchi della “Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie”, inventata dall’associazione di Don Luigi Ciotti, anch’essa con vent’anni di esperienze alle spalle.

Chi è Matteo Di Candia, ucciso per errore in un bar di Foggia dove gli amici lo avevano trascinato per pagare da bere per il suo onomastico? Riusciamo a immaginarcelo, mentre i compagni lo mettono in mezzo:
– Matte’, la giornata sta finendo, te la vuoi scappottare? Mena me’, ‘na birra, ‘n aperitivo… –
Era un pensionato di 62 anni, che viveva con la madre. Non aveva moglie né figli. Sono Daniela e Paolo, i figli di Francesco Marcone, a ricordarlo a tutti gli italiani da quindici anni.
Chi è Babon Cheka, quintultimo della lista di 24 vittime della “Uno bianca”?

Chi erano Alessandro, Emanuele e Nicola che, grazie al fatto di avere il cognome Zanetti, spiccano, si fa per dire, in fondo all’elenco delle 81 vittime della strage di Ustica?
Quell’elenco che si apre con Emanuele Notarbartolo, un politico che, guarda caso, aveva lottato contro la corruzione nelle Dogane, ucciso nel 1893 e considerato la prima vittima eccellente di mafia, provoca un sussulto in chi sa o si riconosce in uno di quei 1.053 nomi, a quanti si è arrivati con la ventesima “Giornata della Memoria” celebrata quest’anno a Bologna.
Ma, per diventare un fatto pubblico, per fecondare qualcosa in più, per trasformare un pezzo più o meno grande di comunità, ci vuole un impegno particolare.

Se, vent’anni fa, taceva la maggior parte dei dipendenti, foggiani e non, dell’Amministrazione finanziaria, è una cosa enorme leggere su “Il Sole 24 Ore” e sentire in un intenso videomessaggio proiettato al “Giordano” Rossella Orlando, la direttrice dell’Agenzia delle Entrate, dire che Marcone è un simbolo, «il nostro simbolo».

Daniela e Paolo più di questo non potevano fare. Specie se si considera cosa è germogliato in tutta la provincia, come testimoniano i presìdi di Libera nati a Lucera, Cerignola, a San Severo; il Laboratorio che porta il nome di Marcone da cui è nata una cooperativa agricola che lavora su un bene confiscato alle mafie. La graphic novel stampata da Edizioni La Meridiana con cui, da quest’anno, la figura di Francesco Marcone avrà anche un profilo più popolare.

Adesso, almeno per i prossimi vent’anni, toccherà impegnarsi per provare a schiarire il cono d’ombra di questa storia in definitiva luminosa di impegno civile. Bisognerà si provi a riposizionare i tanti tasselli dell’inchiesta giudiziaria, a sollecitare nuove testimonianze dirette, a produrre conoscenza anche con le nuove tecnologie.

Perché, se fa parte della minoranza conosciuta e riconosciuta come simbolo, Francesco Marcone è parte anche di quella minoranza, il 25 per cento calcolava l’altra sera a Foggia Don Luigi Ciotti, vittima di delitti insoluti.

Di delitti che per restare insoluti, per essere perfetti è necessario si realizzino con il concorso attivo di chi sa qualcosa di importante e non lo dice.

Il fondatore di “Libera” due giorni fa ha detto due cose pesanti: che la verità sull’uccisione del “signor Francesco” gira ancora per le strade di Foggia e che la memoria rischia di diventare retorica.
Ecco, quella lista di vittime, le lapidi e i monumenti sono un modo emozionante per restituire orgoglio e dignità. Ma, se ci sono verità nascoste o semplicemente rimosse dagli anni che passano, la cosa più giusta che si possa fare è semplicemente rimetterle in circolo perché siano di dominio pubblico e pubblica possa esserne la funzione.

L’altra sera sono state rievocate le parole usate dal Giudice delle indagini preliminari che, nel 2004, fu costretta a decidere l’ultima archiviazione: l’ormai scomparsa Lucia Navazio si impegnò non solo a scrivere di quanto fosse specchiata la vita privata e professionale della vittima ma anche, irritualmente, ad auspicare «l’acquisizione di ulteriori dati, anche mediante il mutare di atteggiamento da parte di chi è a conoscenza di circostanze utili al prosieguo delle indagini. Rendendo noto, in qualunque modo, agli inquirenti elementi di novità che possano consentire la riapertura delle stesse».

Sono parole ricercate, come quelle che, qualche anno prima scandì la collega Simonetta D’Alessandro, come quelle di Ciampi, come quelle che usò il ministro delle Finanze Augusto Fantozzi. Parole “controcorrente”. Perché, invece, i protagonisti del contesto locale hanno alluso, depistato, scombinato, ridimensionato, per convenienza, per quieto vivere ma anche per nascondere illeciti e contiguità che, forse, avrebbero spiegato meglio tutto. In questi vent’anni, il contesto locale ha fabbricato una cornice serena in cui il 31 marzo si incastona senza creare, ormai, troppo disturbo.




 

 

 

 

 


 

 


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