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28 Settembre 1991 Reggio Calabria. Uccisi Demetrio Quattrone e Nicola Soverino. Il secondo ucciso solo per non lasciare testimoni. PDF Stampa

Foto da  archiviolastampa.it

Articolo di La Repubblica del 29 Settembre 1991

AGGUATO MAFIOSO A REGGIO UCCISI DUE PROFESSIONISTI

di Pantaleone Sergi

REGGIO CALABRIA - Nuovo massacro di ' ndrangheta. Due professionisti, tra cui un ingegnere cugino e socio del segretario regionale della Dc, sono stati assassinati ieri sera a colpi di lupara e di pistola, in una stradina buia della frazione Villa San Giuseppe, nella zona nord della città. Obiettivo del commando mafioso, che ha agito con estrema velocità e precisione, era soltanto l' ingegner Demetrio Quattrone, 42 anni, funzionario del l' Ispettorato del Lavoro, il quale tempo fa ha svolto alcune perizie per conto della Procura di Palmi che indagava su reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro. Assieme a Quattrone, però, i sicari hanno eliminato anche Nicola Soverino, 30 anni, romano, medico omeopata con studio a Reggio nel rione Sbarre, ex ufficiale degli alpini. Gli investigatori della polizia e dei carabinieri non hanno dubbi: il giovane medico è stato trucidato perché il commando della ' ndrangheta non ha voluto lasciare testimoni.
Personaggio molto noto in città e nella regione, professionista apprezzato, l' ingegner Demetrio Quattrone era socio del cugino, onorevole Franco Quattrone, ex sottosegretario agli Interni, attualmente presidente della Camera di commercio di Reggio e segretario regionale della Dc, nella Aurion, una società di consulenza che l' ex parlamentare ha messo sù quando non si è più ricandidato alla Camera. Sposato con Domenica Palamara, architetto, padre di tre figli, l' ingegner Quattrone era impegnato anche nella costruzione di due grossi edifici al rione Arghillà, edifici di proprietà di cooperative edilizie: un attivismo il suo che si è scontrato con gli appetiti delle cosche? E' molto presto per dirlo. Il sostituto procuratore della Repubblica Vincenzo Pedone, per adesso, sta cercando di ricostruire nei dettagli la dinamica dell' impresa criminale che ha fatto salire a 144 il numero dei morti ammazzati da gennaio a oggi in provincia di Reggio (in Calabria è stato sfondato abbondantemente il muro dei 200 morti). Nel frattempo la squadra mobile della questura e i carabinieri diretti dal maggiore Paolo Fabiano, si stanno dando da fare per ricostruire una "radiografia" degli interessi dell' ingegner Quattrone. Particolare attenzione viene dedicata a quelle perizie commissionate al professionista dal procuratore della Repubblica di Palmi, Agostino Cordova: riguarderebbero appalti mafiosi nell' area di Gioia Tauro, a quanto pare anche nei lavori per la centrale dell' Enel. La strage è avvenuta poco dopo le 21.30. L' ingegner Quattrone voleva far provare la propria nuova Bmw all' amico medico. Per questo i due si erano messi in macchina gironzolando nella zona di un vecchio mulino dove l' ingegner Quattrone ha casa. Il commando, non si sa ancora se in auto o a piedi, ha affrontato l' obiettivo in una stradina stretta e buia. La Bmw è stata investita da una scarica di colpi di lupara (almeno 4 in base ai primi rilievi). Quattrone però ha avuto il tempo di rendersi conto di quello che stava avvenendo. E' sceso infatti dall' auto, si è buttato per terra e ha cercato riparo e protezione tra la macchina e un muretto che fiancheggia la strada. I sicari erano però dei professionisti con un incarico di morte da portare a termine. Le due vittime, quindi, sono state "finite" con almeno 10 colpi di pistola sparati quasi a bruciapelo.

 

 

Articolo del 26 Settembre 2011 da  stopndrangheta.it

Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, un mistero lungo 20 anni

di Francesca Chirico

La sera del 28 settembre 1991, tra gli aranceti di Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria, vengono assassinati l'ingegnere Demetrio Quattrone e il medico Nicola Soverino.

Reggio Calabria - I numeri 143 e 144. Il 29 settembre 1991, scrivendo dell'omicidio dell'ingegnere Demetrio Quattrone e del medico Nicola Soverino, tra una nota biografica e un dettaglio sulle modalità dell'agguato, i giornalisti danno conto anche della loro posizione nell'elenco dei morti ammazzati di quell'anno. Dopo sei anni di guerra di 'ndrangheta e i circa 700 "caduti", quella della contabilità delle vittime, e del suo quotidiano aggiornamento, era diventata, a Reggio Calabria, quasi un'incombenza burocratica.  In città non lo immagina nessuno che il 9 agosto 1991, poco più di un mese prima, con l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti erano state gettate le basi per la pace tra le cosche reggine. Nel settembre 1991 Reggio resta ancora una città in guerra, emotivamente anestetizzata dall'orrore visto e patito.

I numeri 143 e 144, però, sono numeri strani. Numeri che non ti spieghi dicendo "è la guerra". L'ingegnere Demetrio Quattrone ha 42 anni, una fama di professionista inflessibile, un importante incarico di funzionario all'Ispettorato provinciale del Lavoro dove coordina la delicata attività di controllo nei cantieri edilizi. Non meno impegnativo il suo compito di consulente tecnico presso i Tribunali di Reggio, Palmi e Locri. Ama le cose fatte bene. E' rigoroso, puntiglioso. Vive con la moglie Domenica Palamara e i tre figli - Rosa, Antonino e Maria Giovanna - nel mulino di proprietà del suocero ristrutturato tra gli agrumeti di Villa San Giuseppe, nella zona nord di Reggio Calabria. Ha da poco comprato un'auto nuova, una Bmw 520. Ma la sera del 28 settembre 1991, per le strade del quartiere, non la sta guidando lui perché ha mal di denti.
Al volante c'è Nicola Soverino, un medico di 30 anni che a Roma si è specializzato in omeopatia e a Reggio, dov'è nato e tornato, vive con i genitori nel rione Sbarre e presta servizio presso la guardia medica di Gallico. Sono amici da tempo, il medico e l'ingegnere. E, con la barba nera entrambi, si somigliano pure. Quando imboccano via Mulino, una stradina stretta e buia che in mezzo agli aranceti conduce a casa Quattrone, sbagliarsi è facile. I primi colpi di fucile caricato a pallettoni sono indirizzati tutti contro l'autista. Soverino resta fulminato al volante. Di aver sbagliato bersaglio i due killer lo capiscono quando l'ingegnere, tentando una disperata fuga, aprirà lo sportello del passeggero gettandosi a terra tra l'automobile e un muretto basso. I primi ad arrivare, dopo una telefonata allarmata della moglie di Quattrone che ha avvertito il rumore degli spari, lo troveranno disteso in quella posizione, ucciso a colpi di pistola 7,65.

Il vero obiettivo - l'ingegnere - e il "danno collaterale" - l'amico medico. Entrambi incensurati, entrambi lontani da ambienti criminali, entrambi stimati. Il rebus dell'omicidio Quattrone-Soverino appare subito complesso. Tanti i filoni da scandagliare per i sostituti procuratori Vincenzo Pedone e Santi Cutroneo, titolari dell'inchiesta. Ci sono i controlli sui cantieri edilizi coordinati da Quattrone i cui colleghi, in segno di protesta e solidarietà, si asterranno per una settimana dalle missioni in esterno. Ma non solo. Sui titoli di quei giorni campeggia spesso l'Aurion, una società di consulenza e progettazione fondata dal big calabrese della Dc Franco Quattrone, più volte parlamentare e sottosegretario, a quel tempo segretario regionale del partito e cugino di secondo grado dell'ingegnere. Dall'Aurion, di cui deteneva una piccola quota societaria e per la quale aveva svolto anche il ruolo di tecnico, Demetrio Quattrone si era però allontanato negli ultimi mesi, manifestando più volte l'intenzione di risolvere definitivamente il rapporto.  Dalla sede in viale Calabria della società (che risponderà piccata tramite comunicato stampa) saranno sequestrati alcuni documenti, ma la pista non porterà a nulla, proprio come gli approfondimenti sugli interessi dell'ingegnere nel campo della cooperative edilizie nelle zone di Arghillà e Pentimele. L'omicido dei due professionisti resta tuttora senza colpevole.

 

 

 

 

Articolo del 27 Settembre 2011 da  stopndrangheta.it

L'ingegnere e la memoria taciuta

di Cristina Riso

Quella di Demetrio Quattrone, vittima innocente di 'ndrangheta, a cui Libera Reggio Calabria ha deciso di dedicare il 27 ed il 28 settembre due giornate di ricordo pubblico nel segno del Diritto alla verità e del Dovere della memoria, è una vicenda emblematica. Stopndrangheta la ripercorre attraverso documenti e ricostruzioni.

Quella di Demetrio Quattrone, vittima innocente di 'ndrangheta, a cui Libera Reggio Calabria ha deciso di dedicare il 27 ed il 28 settembre due giornate di ricordo pubblico nel segno del Diritto alla verità e del Dovere della memoria, è una vicenda emblematica. Sono passati vent'anni da quella sera del 28 settembre 1991, quando l'ingegnere Demetrio Quattrone viene ucciso con il giovane medico Nicola Soverino, colpevole soltanto di trovarsi accanto al bersaglio designato. Le modalità dell'agguato sono di chiaro stampo mafioso, ma autori, mandanti e movente sono rimasti sconosciuti. Quattrone, come tanti altri dimenticati, è vittima due volte. Lo è stato perché bersaglio dei clan e lo è stato ogni giorno, per vent'anni dalla sua morte, ogni qual volta si è tentato di offuscarne il ricordo ed inquinarne la memoria. Come accaduto a tante vittime, anche la sua storia è stata cancellata dall'oblio collettivo, alimentato dall'assenza di un processo che consentisse di chiarire la dinamica dei fatti. Dopo "l'imbarazzato silenzio" iniziale (segnalato nelle cronache giornaliste dell'epoca), rotto solo dai colleghi dell'Ispettorato del Lavoro che per una settimana si rifiutarono di recarsi sui cantieri, anche per lui si è presto fatto ricorso ai consueti meccanismi di "distrazione": il comodo movente dello "sgarro" o l'idea del tradimento di eventuali accordi intercorsi con le peggiori componenti delle istituzioni e del mondo dell'edilizia reggino. E poi la strada delle parentele eccellenti: l'ingegnere era parente di Franco Quattrone, potente politico DC dell'epoca. Ma Demetrio Quattrone non era solo "il cugino di Franco", come titolarono i giornali dell'epoca. Quattrone era in prima istanza un ispettore del lavoro nella Reggio degli anni '80-'90, quando l'appalto è un business ed i lavoratori in nero li trovi anche nelle commesse pubbliche e non è facile denunciarne pubblicamente la condizione. E poi era un professionista. Universalmente stimato per il suo rigore e coraggio. Come tale, crediamo, andava ricordato dagli Ordini professionali della città, troppo spesso disattenti a riconoscere e valorizzare il ruolo che i propri iscritti giocano o possono giocare nella società. Nel bene e nel male.

La lunga scia di omicidi, di attentati e inchieste legate fin dagli anni Ottanta al settore urbanistico ci dicono che a Reggio di "mattone" si può morire. Il 1991, poi, è un anno che segna uno spartiacque: l'assassinio del giudice Antonino Scopelliti, ucciso a Campo Calabro il 9 agosto 1991, prepara il terreno alla conclusione della "seconda guerra di mafia" che dal 1985 insanguinava il territorio della città dello Stretto e per manifestare contro la quale, l'8 ottobre 1991, circa 40.000 persone provenienti da tutta la penisola, dopo aver sfilato alla consueta marcia della Pace - Assisi, hanno invaso le strade della città. Uno scenario complesso, insomma, che abbiamo provato a ricostruire incrociando documenti istituzionali (in primis, la relazione della Commissione d'inchiesta del Consiglio comunale di Reggio istituita nel 2008), la rassegna stampa dell'epoca, con le cronache dell'omicidio Quattrone pubblicate da La Stampa, l'Unità, La Repubblica e Gazzetta del Sud, articoli di approfondimento (Appalti, sangue e abusivismo nella città dolente di Romina Arena), ricostruzioni dedicate alla seconda guerra di mafia e all'omicido Scopelliti. Come sempre si tratta di un lavoro parziale e incompleto che intende offrire un contributo al processo di riappropriazione della memoria e che ha bisogno dell'aiuto di tutti voi.

Di seguito i materiali che potete consultare in archivio.

Le ricostruzioni

Appalti, sangue a abusivismo nella "città dolente" di Romina Arena

Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, un mistero lungo 20 anni di Francesca Chirico

Breve storia della 'ndrangheta 3/3 di redazione

Cosa nostra e 'ndrangheta sparano al giudice Scopelliti di Ansa

I documenti

Reggio, il sacco della città - relazione della commissione d'inchiesta del Consiglio comunale di Reggio Calabria

I giornali

Agguato mafioso a Reggio, uccisi due professionisti di Pantaleone Sergi (La Repubblica, 28/09/1991)

Sangue e affari: così si muore in Calabria di Pantaleone Sergi (La Repubblica, 01/10/1991)

Calabria, massacrati due professionisti di Enzo Laganà (La Stampa, 30/09/1991)

I killer uccidono due volte, per errore e per affari di Aldo Varano (L'Unità, 30/09/2011)

L'omicidio di Quattrone e di Soverino: la rassegna stampa di Gazzetta del Sud

Le foto

Demetrio Quattrone, l'ingegnere "spigoloso"

Il libro

La città dolente. Le confessioni di un ex sindaco corrotto di Aldo Varano e Agatino Licandro (Einaudi, Torino 1993)

 

 

 

 

Articolo del 28 Settembre 2011 da liberainformazione.org

Demetrio Quattrone, una vita per l’etica

di Anna Foti

A vent'anni dall'omicidio del professionista reggino una commemorazione pubblica organizzata da Libera

Il diritto alla verità ed il dovere della memoria. Libera prosegue nella sua missione di portare luce su storie di ordinario coraggio e di responsabile sacrificio. Era il 28 settembre 1991, quasi due mesi dopo l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti a Campo Calabro (RC), quando un altro commando mafioso insanguinava ancora le strade di Calabria e poneva in essere un’altra esecuzione, questa volta nella frazione reggina di Villa San Giuseppe. Nel XX anniversario della morte dell’ingegnere Demetrio Quattrone e dell’amico trentenne medico omeopata che si trovava con lui, Nicola Soverino, Libera ricorda a Reggio Calabria, città dove è nato ed è stato ucciso Demetrio Quattrone, la figura del professionista evidentemente scomodo perché incorruttibile.

Il ricordo affidato ai figli, Rosa, Antonino e Maria Giovanna e al loro fianco Mimmo Nasone, il referente territoriale di Libera che ha promosso un convegno il cui titolo racchiude il senso del sacrificio di Demetrio Quattrone e della incolmabile perdita di un padre da parte di Rosa, Antonino e Maria Giovanna: “L’etica delle professioni”, un valore semplice ma ormai raro e prezioso. Ingegnere, a capo dell'Ispettorato del lavoro impegnato per conto della Procura di Palmi su perizie legate a reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro, Demetrio Quattrone fu ucciso all’età di 42 anni da de sicari nella frazione Villa San Giuseppe, a Reggio Calabria venti anni fa. Era il cugino di Franco Quattrone, allora segretario regionale della Dc e già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Lavoro.

Una storia che non deve apparire come tante solo perché racconta di un uomo e un padre che non c’è più o perché sui responsabili vi sia ancora mistero, ma perché in questa scomparsa è racchiuso il senso di  malessere di un’intera epoca, ancora non conclusasi, e di un’intera comunità incapace di proteggere chi si batte quotidianamente, quindi in primo luogo nell’attività professionale che svolge, per l’affermazione della regole, la difesa di valori e principi e che, involontariamente ma responsabilmente, diventa esempio per i figli di sangue e per quelli della società sana. Diventa osservatore e precursore di quello che sarebbe stato. Gli scritti di Demetrio Quattrone, come ha evidenziato la figlia Rosa, infatti erano allora illuminanti, se qualcuno avesse voluto vedere, capire e intervenire, ed oggi sono assolutamente riscontrati.

Lucido il diritto rivendicato, già venti anni fa, ad un’etica pubblica nella pianificazione territoriale, negli appalti, nell’edilizia, dunque nella gestione della cosa pubblica nella libertà di gestirla nell’interesse comune. L’assenza di questa etica ha generato una piaga oggi dilagante. All’impegno dell’uomo che è stato Demetrio Quattrone si risponde con azioni concrete, piccole o grandi ma costanti e quotidiane, per un cambiamento in cui oggi molte più persone, almeno dicono, di credere e dichiarano di volere.

All’iniziativa di commemorazione a Reggio, moderata dal giornalista Giuseppe Baldessarro, presente Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, Enza Rando, di Libera nazionale, Giuseppe Pignatone, procuratore capo della Repubblica di Reggio, poi anche il procuratore generale Salvatore Di Landro, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, il presidente del Tribunale, Luciano Gerardis, il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, il prefetto dell'Agenzia per i Beni confiscati, Giuseppe Caruso, l’assessore alla Legalità della Provincia Eduardo Lamberti e Lucio Dattola, presidente della Camera di Commercio e tanti cittadini. Oggi alle ore 18 anche una Santa Messa proprio nella chiesa della frazione dove fu ucciso, Villa San Giuseppe a Reggio Calabria.

 

 

 

Foto e Articolo dell'1 Ottobre 2014 da strill.it

Memorie – Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, la memoria che resiste all’oblio

di Anna Foti

Professionisti che riconoscano nell’etica dell’esercizio la stella polare da seguire, imprese che producano sviluppo e non solo profitto, affari che non si limitino al guadagno ma investano nella crescita di un territorio, il lavoro come contributo democratico e prezioso del cittadino al progresso della società e non come ricatto e dimensione di sfruttamento, un sistema al servizio della collettività e non asservito a logiche di potere:  un contesto ideale, ma non per questo meno giusto, per il quale tante persone hanno speso ogni loro energia, hanno sacrificato la loro vita. Tra questi c’è anche l’ingegnere, funzionario dell’Ispettorato del lavoro impegnato per conto della Procura di Palmi su perizie legate a reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro, Demetrio Quattrone. Fu lui a lasciare in eredità a tutti noi una lucida e compiuta analisi sulla situazione della Reggio degli anni Ottanta. Egli fotografò coraggiosamente un contesto di economia drogata dal cemento gestito dal partito dei palazzinari e da un processo produttivo soffocato se non allineato alla speculazione edilizia, allo sfruttamento del lavoro, delle risorse economiche e del territorio, all’illegalità diffusa.
Lui aveva capito e non si era girato dall’altra parte; faceva il suo dovere e, nel farlo, era incorruttibile e pertanto scomodo per un sistema che già si nutriva di ampie zone grigie per alimentare il potere. Per questo è stato ucciso, all’età di 42 anni, con l’amico Nicola Soverino che aveva visto troppo. Era le sera del 28 settembre 1991 quando questo avveniva e quel delitto non ha ancora volti e nomi assicurati alla giustizia. Il ricordo e l’appello alla verità e alla giustizia è affidato ai figli, Rosa, Antonino e Maria Giovanna e, al loro fianco, al coordinamento territoriale di Libera.
Quasi due mesi dopo l’assassinio del giudice Antonino Scopelliti a Campo Calabro (RC),  un altro commando mafioso insanguinava ancora le strade di Calabria e poneva in essere un’altra esecuzione, questa volta nella frazione reggina di Villa San Giuseppe. Le vittime del fuoco di pistola e lupara furono, appunto, l’ingegnere Demetrio Quattrone e l’amico trentenne medico omeopata che si trovava con lui, Nicola Soverino. Siamo sul finire della prima sanguinosa guerra di ndrangheta che dal 1985, con l’attentato in ottobre al boss di Fiumara di Muro Nino Imerti e la risposta dopo due giorni –  che però non fallì –  con l’omicidio del boss di Archi Paolo De Stefano, aveva mietuto oltre settecento morti ammazzati. Quella guerra aveva rotto gli ‘equilibri’ poi ricostituiti con il sigillo del sangue del giudice Scopelliti nell’agosto del 1991.
Gli scritti di Demetrio Quattrone, osservatore e precursore di quello che sarebbe stato,  erano allora illuminanti, se solo qualcuno avesse voluto vedere, capire e intervenire, e ancora oggi sono drammaticamente attuali. Ne diede lettura la figlia Rosa, oggi referente di Libera Memoria a Reggio, in occasione della tappa di quest’anno della Carovana promossa da Libera, Arci e Avviso pubblico, durante l’incontro “Le mani sulla città. Impronte di cittadinanza negata”, dedicato alla memoria di Demetrio Quattrone e Giuseppe Macheda, agente della polizia municipale assegnato alla squadra speciale contro l’abusivismo edilizio, ucciso nel febbraio del 1985 sotto casa. Il giovane Giuseppe lasciò la moglie Domenica incinta. In tanti hanno pagato.
Nel segno del diritto alla verità e del dovere della memoria, Libera prosegue nella sua missione di portare alla luce e rendere patrimonio collettivo storie di autentico coraggio e impegno civile, che l’irresponsabilità di tanti ha trasformato in sacrificio, invocando interventi tutti i livelli. “Troppo fragile ancora lo sforzo delle pubbliche istituzioni, delle rappresentanze del mondo economico e della società reggina tutta per ricordare e onorare degnamente chi ha pagato col sangue la propria fedeltà ai valori del vivere civile. Il coordinamento territoriale reggino di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie continua a credere che solo da un esercizio cosciente e responsabile della memoria delle vittime innocenti di ‘ndrangheta possa sgorgare l’impegno necessario per liberare, una volta per tutte, la nostra terra da questa insopportabile peste. Per questo sentiamo di dover ribadire, ancor più nel giorno del sacrificio di Quattrone e Soverino, della cui limpidezza umana e professionale riceviamo di continuo preziose testimonianze, la nostra ferma determinazione nello stare al fianco dei familiari delle vittime di ieri e di quelle che oggi disperatamente combattono per liberare le loro esistenze e la nostra terra dalla violenza disumana delle cosche”.
Lucido il diritto rivendicato, già ventitre anni fa, ad un’etica pubblica nella pianificazione territoriale, negli appalti, nell’edilizia, dunque nella gestione della cosa pubblica nella libertà di gestirla nell’interesse comune. L’assenza di questa etica ha generato una piaga oggi dilagante. All’impegno dell’uomo che è stato Demetrio Quattrone si risponde con azioni concrete, piccole o grandi ma costanti e quotidiane, per un cambiamento in cui oggi molte più persone, almeno dicono, di credere e che dichiarano di volere.
Una storia che non deve essere dimenticata, non soltanto perché racconta di un uomo e un padre che non c’è più o perché sui responsabili vi sia ancora mistero, ma perché in questa scomparsa è racchiuso il senso di  malessere di un’intera epoca, ancora non conclusasi, e di un’intera comunità incapace di proteggere chi si batta quotidianamente, quindi in primo luogo nell’attività professionale che svolge, per l’affermazione della regole, la difesa di valori e principi. Una storia che ha reso orfani tre figli a cui noi tutti dobbiamo essere grati per l’esempio prezioso che, responsabilmente, ci è stato lasciato affinchè non perdessimo la speranza.

 

 

 

 

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