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5 Gennaio 1984 Catania. Assassinato Giuseppe Fava, giornalista del “Giornale del Sud” , de “I Siciliani” e scrittore PDF Stampa

Foto e  Biografia da: fondazionefava.it

Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 Settembre del 1925.

Profondamente innamorato del paese natale, dove i genitori abitarono sino alla fine degli anni ’90, lo visitava spesso e lo ha celebrato nei suoi scritti.
Negli anni ’40 si trasferì a Siracusa per frequentare il Ginnasio ed il Liceo. Fu tra i migliori alunni del Liceo Gargallo, che recentemente ha intitolato all’illustre allievo la Biblioteca dell’Istituto. Visse a Siracusa gli anni della guerra in Sicilia, dedicando a quel soggiorno splendide pagine.

Dopo gli studi liceali si trasferì a Catania e si laureò in Giurisprudenza. Alla carriera di avvocato preferì la professione di giornalista, che iniziò come cronista al giornale Sport Sud di Catania.
Dal 1951 al 1954 fu capocronista al Giornale dell'isola, e successivamente al Corriere di Sicilia.
Alla fine degli anni ’50, col cambiamento di gestione di quel quotidiano, passò al giornale L'Isola – Ultimissime, prima di approdare, sempre come capocronista, al quotidiano catanese del pomeriggio Espresso sera, ove lavorò per oltre venti anni.
In quel periodo, oltre l’impegno quotidiano al giornale, fu inviato speciale del settimanale milanese Tempo, e corrispondente del Tuttosport di Torino.

Oltre alle numerose inchieste giornalistiche, raccolte successivamente nei volumi Processo alla Sicilia (1970) e I Siciliani (1980), negli stessi anni maturò una straordinaria vocazione artistica, letteraria e pittorica.

Nel 1966 vinse il Premio Vallecorsi con Cronaca di un Uomo, e nel 1970 il Premio IDI con La Violenza, da cui Florestano Vancini trasse il film di successo Violenza Quinto Potere (1974). Gli anni successivi videro la pubblicazione dei romanzi Gente di rispetto (Bompiani, 1975) da cui Luigi Zampa trasse il film omonimo, Prima che vi uccidano (Bompiani, 1977) e Passione di Michele (Cappelli, 1980) dal quale Werner Schroeter trasse il film Palermo oder Wolfsburg, vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino del 1980, e delle opere teatrali de Il Proboviro (1972), Bello Bellissimo (1975), Foemina ridens (1980). Opere di grande maturità e complessità che hanno consacrato lo scrittore siciliano come acuto testimone del suo tempo e come profondo studioso ed esperto del fenomeno della mafia siciliana.

Nel decennio 1965-1975 realizzò a Catania e Roma quattro personali degli oli e delle grafiche realizzate in quegli anni.

Nel 1980 fu chiamato alla direzione del Giornale del Sud, idea editoriale maturata all’interno dell’ambiente imprenditoriale, politico e giornalistico della Catania di quegli anni.
Fu subito un giornale irriverente, senza prudenze, né ossequi. I notabili furono chiamati a rispondere dei loro misfatti, il sacco edilizio, l’arrembaggio dei mafiosi, la rassegnazione degli onesti. La reazione al pericolo rappresentato da Fava e dal Giornale del Sud fu immediata e forte: la censura, le minacce, gli attentati ed infine il licenziamento. Pochi mesi dopo la rottura di Fava con l’editore il giornale cessava le pubblicazioni.

Nel 1982 Giuseppe Fava costituisce, insieme alla parte della redazione del Giornale del Sud che ne aveva condiviso le scelte di fondo, fonda la cooperativa editoriale Radar e registra una nuova testata I Siciliani.
Con quel mensile, dall’elegante veste tipografica, Fava aveva scelto di raccontare la Sicilia come metafora di quei tempi: la devastazione dell’ambiente, la trappola nucleare di Comiso, la sfida della mafia. Temi che aveva già affrontato nella attività letteraria e che trattava ora col rigore del giornalista.
Giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume, arte, che vuole essere appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente, nel bene e nel male, appartiene a tutti gli italiani. Un giornale che ogni mese sarà anche un libro da custodire. Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno.

I temi sviscerati quotidianamente nelle inchieste, strettamente contestualizzati nel decennio italiano che tentava disperatamente di lasciarsi alle spalle gli anni di piombo, maturarono la forte idea teatrale de Ultima Violenza, andata in scena al Teatro Stabile di Catania nel novembre-dicembre 1983. Dramma documento di quello che può succedere quando la società ferita e morente farà l’ultimo tentativo di salvezza; un processo a sette personaggi coinvolti forse in un solo assassinio, politici, finanzieri, terroristi e mafiosi, emblematici di tutta la violenza.
Il palazzo di giustizia stretto in assedio; fuori l’imminenza della tragedia; può essere una terribile rivolta popolare, oppure il trionfo degli assassini. Una tragedia collettiva dalla quale emerge la vicenda di un uomo solo in cui si aggrovigliano tutte le componenti drammatiche, il dolore, la paura, l’ironia, la vendetta, la speranza, il sogno.
Un personaggio che si eleva solitario e misterioso nel cuore della tragedia fino alla rivelazione finale. Arcangelo o diavolo? Domanda giusta, poiché non sappiamo chi sarà presto o tardi il padrone della società italiana e quindi della nostra vita.

Ancora una reazione al pericolo Fava, questa volte ancora più forte, cinque pallottole umide di pioggia la sera del 5 Gennaio del 1984, alle 21,30.

Non fa in tempo a voltarsi né a stupirsi.
Probabilmente non si accorge neppure di morire.
Sarà l’unico effimero conforto per la famiglia.

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Funerali di Stato: Mio padre sorrise

Io non so come mio padre avrebbe descritto il proprio funerale, ma credo che si sarebbe divertito.

C'era il sindaco, fasciato nel tricolore come un pugile, c'era un Presidente, abito blu scuro appena stirato, le mani cristianamente congiunte e appoggiate sul ventre, c'erano tanti occhiali scuri, come da copione, e le cravatte serie, e le scarpe di vernice nera.
C'era un mesto silenzio, in chiesa, ed ognuno inseguiva i propri pensieri tenendo lo sguardo adagiato sulla bara di mogano:

«Chissà perché...»
«Se l'è cercata lui!»
«Scarpe strette, maledizione...»
«E adesso, a chi tocca?»
«Nella misura in cui... nella misura in cui...»

Nella misura in cui, disse più tardi il sindaco, in municipio, accanto alla bara.
Qualcuno cantava il Nabucco, e mia madre piangeva, e c'era chi fischiava piano. Io pensavo a mio padre, dentro quella bara che odorava di resina, con il Cristo di bronzo crocifisso sul coperchio e i sigilli di ceralacca rossa dell'ufficiale sanitario;
l'ultima volta, mio padre, l'avevo visto nella sala grande dell'istituto di medicina legale, su un lettino di ferro: la sua grande testa, la fronte larga, con le rughe dure e profonde, la barba nera e grigia, quella grande bocca, grande e sottile. Ed il corpo minuto, nudo, immobile sotto il lenzuolo bianco.
Ci avevano raccomandato di non baciarlo, e di non toccarlo, e in un angolo c'era un signore che si infilava un camice verde. Due ore prima del funerale lo avevano rivestito.
Il giubbotto di lana, quello bianco elegante, la camicia di seta pure bianca, le scarpe nere. Poi avevano chiuso la bara.

Nella misura in cui, disse il sindaco, ed il Nabucco arrivò all'ultima strofa.

Una volta mio padre aveva scritto un pezzo sui funerali di Stato, questo buffo rito siciliano con i mandanti del delitto spesso confusi, abito blu da cerimonia ed occhiali scuri, nelle prime file della cattedrale. Era un pezzo allegro, nonostante tutto: mio padre aveva sorriso di tanta mestizia, delle omelie traboccanti di superlativi e di ammonimenti minacciosi, della folla che alla fine applaudiva sempre, commossa e composta, e dei bambini levati in alto, dei garofani, dello sguardo compunto e professionale dei becchini.
E avrebbe riso forte, mio padre, se qualcuno avesse predetto per lui la stessa cerimonia, gli stessi personaggi paludati e il coro e la folla plaudente e il discorso delle autorità.
I colleghi mi hanno detto: scrivi un pezzo, ma senza commemorazioni, a tuo padre non sarebbero piaciute. Non gli sarebbero piaciuti neanche i funerali di Stato e una piazza con sopra scritto il suo nome.
Semplicemente non gli sarebbe piaciuto morire: troppo banale, troppo retorico, troppo inutile.
Infinitamente più affascinante vivere. Infinitamente più difficile in questo paese.

Chi ha voluto che mio padre fosse ucciso, non ha avuto bisogno di riunire tribunali mafiosi, di processare fantasmi, di emettere sentenze di morte; sarà stata sufficiente una strizzata d'occhi, un cenno del capo: è un uomo pericoloso, avranno detto, un uomo libero, e le sue parole feriscono.

E non credo - qualcuno lo ha scritto - che quel killer, con le cinque revolverate sparate alla nuca di mio padre, abbia ucciso anche se stesso, la propria speranza di redenzione, la propria ribellione contro l'emarginazione e contro il destino di uomo pagato per uccidere altri uomini. Balle.

Quelle speranze le ha uccise la violenza e la stupidità di centomila voti o di cento miliardi; e le abbiamo uccise anche noi che, dopo i funerali di Stato, torniamo silenziosamente a vivere, mentre qualcuno già raccoglie le corone di fiori per rivenderle al prossimo feretro.

Il fatto è, mi hanno garbatamente spiegato, che la vita continua.
E allora ho ricominciato, abbiamo ricominciato a vivere, per ritrovare il coraggio di lottare fino in fondo quella stupidità e quella violenza. Ma capisco che oggi il mio è un coraggio diverso, perché è fatto anche di amarezza e di solitudine.
Ho un solo rimpianto, essere vissuto accanto a mio padre troppo in fretta. Ma ho molti ricordi, dolcissimi e tristissimi (chiedo scusa, è già commemorazione...): il suo gusto per gli aggettivi, parole affabili, misteriose, provocanti che la sua immaginazione cercava di ricondurre a realtà spesso più grigie, più banali;
e la sua infinita timidezza, il suo esuberante desiderio di esistere e l'angoscia di non riuscirvi sino in fondo.
E poi quella prima semplice verità che m'insegnò su questo mestiere: dietro ogni fatto, mi disse una volta, dietro ogni notizia, banale o terribile, c'e sempre il destino, banale o terribile di un uomo; e dietro ogni nome c'è un volto, c'è una storia: di passione, di tragedia, di quotidiana miseria, di abitudine.
Storie di esseri umani: e non vanno mai derise, mai giudicate. Solo rispettate.

A me sembrò un po' banale, quella prima lezione di mestiere.
Ma il mestiere, quella volta, non c'entrava.

Claudio

 

 

 

">Video Youtube

Giuseppe Fava

L'ultima intervista video, da "Film dossier" 28 dicembre 1983.

 

 

 

RAI - LA STORIA SIAMO NOI

GIUSEPPE FAVA Un uomo

In questa puntata dedicata alla straordinaria figura di Giuseppe Fava, uomo carismatico e illumintao che ha dedicato la sua vita all’affermazione della verità e della giustizia, a raccontare quegli anni non sono solo gli amici e i familiari di Pippo Fava, ma anche la testimonianza, eccezionale e inedita di Angelo Siino, il pentito di Mafia (arrestato nel ’91) che è stato definito il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra e inoltre uomo di riferimento del clan dei Santapaola:

“Fava era un personaggio che guardavo con simpatia. Aveva quel suo foglio dove io attingevo delle notizie che non capivo come potesse avere. Evidentemente era un osservatore attento della situazione mafiosa, e politico-affaristico-mafiosa, della zona. Era molto attento a queste cose e per questo pagò. I politici riuscivano in quel momento a fare il bello e cattivo tempo e a un certo punto ci fu l’entrata in campo della mafia che non si accontentò più di gestire l’appalto per quanto riguardava le forniture o i sub appalti, ma volle essere persona che decideva sulla conduzione del lavoro. Io ero stato incaricato di distribuire i soldi degli appalti e di fare da mediatore. Dovevo ridurre le richieste della mafia e soprattutto contenere quelle dei politici, le quali - può sembrare strano - erano molto più esose di quelle dei mafiosi!”.

La vita e la carriera giornalistica di Fava

Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925 da due maestri di scuola elementare. Nel ‘43 si trasferisce a Catania dove si laurea in giurisprudenza per poi diventare giornalista professionista due anni dopo. Nel 1956 viene assunto dall’Espresso sera e ne diventa il caporedattore fino al 1980 anno in cui gli viene preferito un altro giornalista perché considerato “più governabile” rispetto a lui. In questi anni inizia a occuparsi di teatro, cinema e letteratura e poi a Roma anche di radio. Intanto scrive la sceneggiatura di “Palermo or Wolfsburg” per il film di Werner Schroeter tratto dal suo terzo romanzo “Passione di Michele” che nell’80 vince l’Orso d’Oro di Berlino.

In quella primavera torna in Sicilia per dirigere il “Giornale del Sud” rendendolo un quotidiano spregiudicato grazie anche alla collaborazione di giovani giornalisti che lo seguono nella sua denuncia dei traffici illegali di Cosa Nostra e delle collaborazioni con la politica, soprattutto attraverso il clan dei Santapaola. Tra le inchieste che porta avanti c’è la ferrea battaglia contro l’installazione di una base missilistica a Comiso e la sua presa di posizione a favore dell’arresto del boss Alfio Ferlito. Ma ben presto Fava è costretto a lasciare anche questo giornale dopo l’arrivo di una nuova cordata di imprenditori: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo e Salvatore Costa, apparentemente persone qualunque volte solo al business editoriale ma che ben presto si rivelarono “amici” stretti dei boss di Cosa Nostra catanesi e che avevano il compito di licenziarlo.

I Siciliani

Ma Fava non si dà per vinto: fonda una cooperativa, e con molti sforzi riesce a pubblicare nel novembre del 1982 un nuovo mensile “I siciliani” le cui inchieste diventano subito un caso politico, talvolta nazionale. Quello che in particolare segnerà il futuro di Fava è il suo articolo “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, ovvero un’inchiesta sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi tra cui Michele Sindona che Fava collega con il clan del boss Nitto Santapaola.

Dopo questa sua denuncia infatti Fava inizia a essere sempre più isolato anche dagli stessi intellettuali. È il 1982 e in questo anno muoiono tra gli altri, Pio la Torre prima e il generale Dalla Chiesa poi. Il pentito Angelo Siino ricorda: “In quel periodo non c’era una voce a favore di Fava. Veniva denigrato in tutte le maniere, non solo all’interno del fatto mafioso, ma soprattutto della politica. Lo chiamavano Puppo, modo di dire che era un gay: per loro era la cosa più denigrante. Dissero che andava davanti alle scuole ad adescare ragazzini”.

Intanto però a Catania l’intreccio tra mafia e politica è così palese da diventare, grazie anche alle inchiesta di Fava, un caso nazionale. E Fava continua la sua opera di denuncia: al suo isolamento risponde mediaticamente con un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la trasmissione Filmstory, in onda il 28 dicembre del 1983 una settimana prima del suo assassinio:

Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono al vertice della nazione. Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze, dato questo che spesso viene trascurato. L’uomo politico non cerca attraverso la mafia solo il potere, ma anche la ricchezza personale, perché è dalla ricchezza personale che deriva il potere, che ti permette di avere sempre quei 150mila voti di preferenza. La struttura della nostra politica è questa: chi non ha soldi, 150mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai! I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Ad esempio si dice che i fratelli Greco siano i padroni di Palermo, i governatori. Non è vero, sono solo degli esecutori, stanno al posto loro e fanno quello che devono fare. Io ho visto molti funerali di Stato: dico una cosa che credo io e che quindi può anche non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità…”.

L’omicidio e le indagini

La sera del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava lascia la redazione de I Siciliani con la sua Renault 5 per andare a prendere sua nipote che recitava in “Pensaci, Giacomino!” al Teatro Verga di Catania. Ma non fa in tempo ascendere dalla macchina che viene freddato da cinque proiettili sparati alla nuca.

Le autorità, contro ogni evidenza, preferiscono etichettare l’omicidio come delitto passionale prima e come omicidio legato a un movente economico poi (I siciliani aveva diversi problemi economici). Anche le istituzioni con il sindaco Angelo Munzone in testa, danno peso a questa tesi, tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine. Tra le assurdità c’è anche la richiesta da parte dell’onorevole Nino Drago di chiudere rapidamente le indagini perché “altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord”.

Angelo Siino: “La mafia uccide per due ragioni: prima di tutto quando si tratta di una persona pericolosa per il loro vivere e poi quando qualcuno glielo dice”.

Al funerale tenutosi nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia a partecipare sono soprattutto giovani ed operai. Tra i politici gli unici presenti sono il questore, alcuni membri del PCI e il presidente della regione Santi Nicita.

Per arrivare a considerare l’omicidio di Fava un delitto di mafia sono trascorsi tantissimi - troppi - anni. Fava, infatti, sembra dar fastidio anche da morto: e qualcuno vuole impedire che diventi un simbolo della lotta contro la mafia. Adriana Laudani, legale famiglia Fava racconta: “Finalmente dopo 12 anni da quel 5 gennaio del 1984, il pentito Maurizio Avola parla e si accusa dell’omicidio Fava e questo è il punto di svolta. Solo dopo queste dichiarazioni e la condanna, si riapre il caso Fava e si inizia un’azione da parte della Magistratura catanese che nel frattempo, per fortuna, si era rinnovata”.

Angelo Siino: “Non può essere stato semplicemente un omicidio di mafia, di questo ne sono certo. Perché al di là degli articoli, Fava ai mafiosi faceva danno sì ma non straordinario. Ne faceva molto di più all’imprenditoria coinvolta e ai politici”.

Catania 1988 si conclude il processo denominato “Orsa Maggiore 3”: per l’omicidio Fava vengono condannati Nitto Santapaola come mandante, Aldo Ercolano e Maurizio Avola come esecutori materiali. Santapaola ed Ercolano vengono condannati all’ergastolo mentre Avola ottiene 7 anni per patteggiamento. La procura di Catania ha inoltre avviato un procedimento contro Gaetano Graci che però si è dovuta concludere prematuramente per la sopraggiunta morte dell’imputato. Per quanto riguarda Carmelo Costanzo gli elementi di responsabilità sono emersi in un momento successivo alla sua morte e quindi non è stato possibile procedere contro di lui.

Elena Fava, figlia di Giuseppe oggi dice: “Ci sono due possibilità: una è che ti ammanti di questa cosa e te la metti addosso come un cappotto chiedendo compassione e considerandoti vittima, oppure lasci questa vita alle spalle e inizi una vita nuova dimenticando il male ricevuto. La terza possibilità è quella che nella nostra famiglia ci siamo posti inconsciamente: di non lasciar trasparire il dolore, non considerarci vittime, ma raccontare la nostra rabbia e mantenere viva la memoria perché quando una persona muore in questa maniera non appartiene solo alla famiglia ma appartiene a tutti”.

Dopo Giuseppe Fava

La redazione de I Siciliani il giorno dopo l’omicidio del loro direttore decide di aprire come se nulla fosse successo. Molti sono i giovani giornalisti che colpiti dalla morte di Fava chiedono di poter collaborare con la rivista. E questo permette a I Siciliani di uscire regolarmente per altri tre anni, sempre in prima linea contro la mafia e la corruzione politica.

Inoltre dal 2007 è stato istituito un premio nazionale intitolato proprio a Giuseppe Fava per chi si è distinto nelle inchieste giornalistiche.

“Dovete lottare”: questo è il testamento spirituale di Giuseppe Fava, il testamento di un uomo che ha lottato fino alla morte per la verità e per la libertà.

 

 

 

 

Articolo da La Repubblica del 26 Novembre 2009

Giuseppe Fava ucciso due volte
prima la mafia, poi le calunnie

di ROBERTO SAVIANO

La storia del giornalista torna grazie ad un libro. Dopo l'omicidio anche la delegittimazione
Si disse persino che era corrotto, in modo da nascondere i suoi testi, le sue parole

 

Anticipiamo parte della prefazione di al romanzo di Giuseppe Fava, "Prima che vi uccidano" (Bompiani)

GLI sparano cinque colpi alla testa. Tutti mirati alla nuca. Per ammazzarlo e per sfregiarlo. Chi nasce al Sud sa bene che non tutti i modi di ammazzare sono uguali. Alle mafie non basta eliminare. Nella modalità della morte è siglata una precisa comunicazione. Giuseppe Fava, Pippo per chi lo conosceva, lo sfregiano sparandogli in testa quando si sta muovendo in una situazione che non c'entra nulla col suo lavoro. L'esecuzione di Pippo Fava gli uomini di Cosa Nostra la compiono il 5 gennaio 1984, mentre sta andando al Teatro Verga a prendere sua nipote che aveva appena recitato in Pensaci Giacomino!, l'inno pirandelliano al nostro eterno Stato incapace. Ma la morte di Pippo Fava non termina con quegli spari. Non si esaurisce con quel singolo atto di violenza. La si stava preparando da tempo e sarebbe continuata per molto tempo ancora.

Nei giorni tra Natale e Capodanno, poco prima di essere ucciso, Giuseppe Fava riceve in dono dal cavaliere Gaetano Graci ? uno dei proprietari del "Giornale del Sud", quotidiano che dirigeva prima di fondare "I Siciliani" e da cui era stato licenziato per, diciamo così, divergenze nella linea editoriale ? una quantità smisurata di ricotta e una cassa di bottiglie di champagne. Nella simbologia mafiosa questi due elementi sono molto chiari. Dicono: ti ridurremo in poltiglia e brinderemo sulla tua bara.

Ma fare questo, brindare alla sua eliminazione fisica, non è sufficiente. Pippo Fava sembra dar fastidio anche da morto. Si vuole evitare che diventi un simbolo. Comincia così una vera e propria campagna di delegittimazione in cui si mescolano, con perizia, verità e menzogne.

Non c'è alcuna volontà di indagare sugli assassini e questo lo si capisce subito, il giorno stesso del funerale, quando il sindaco di Catania, in totale spregio di ciò che è accaduto, dichiara che: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo".

L'odio che da allora in poi il territorio di Catania riversa sulla memoria di Giuseppe Fava è paragonabile a un secondo omicidio. Poliziotti e politici, notabili e persone qualsiasi, tutti pronti a ripetere che non era un omicidio di mafia, tutti a insinuare la pista del delitto passionale. Tutti a dire "mannò, ma quale eroe?". Tutti a insultarlo con la più degradante delle balle: misero in giro la voce che fosse un puppo, cioè un omosessuale pronto ad adescare ragazzini fuori dalle scuole. Voci che vogliono creare intorno un'aura di sospetto, allontanare il peso infamante del sangue versato. A difenderlo resta solo quella parte di Catania per cui l'impegno contro la mafia è istinto di pancia più che vanto ideologico.

Negli anni successivi si battono le piste più improbabili per cancellare la realtà dei fatti. Furono indagati tutti i movimenti economici di Fava, i suoi conti correnti ridotti a poche lire dopo che per fondare "I Siciliani" aveva venduto tutti i suoi averi nella convinzione che in Sicilia l'unico modo per fare informazione fosse possedere un proprio giornale. Il conto di Pippo Fava fu sezionato. Fu ordinata una delle prime inchieste favorite dalla legge La Torre, legge creata per indagare sui patrimoni di mafia, e invece, ironia della sorte, a essere inquisiti furono i conti correnti dei giornalisti de "I Siciliani".

Soltanto dieci anni dopo, nel 1994, c'è una svolta nelle indagini. Un pentito, Maurizio Avola, comincia a parlare e si autaccusa dell'omicidio Fava. Racconta di aver fatto parte del gruppo di fuoco permettendo così di riaprire il caso. Da quel momento in poi la magistratura catanese inizia a ricostruire le tracce di ciò che era realmente accaduto. Dieci anni di accuse, di insulti, di sputi, a cui la famiglia e gli amici hanno dovuto resistere senza segnali di solidarietà e di speranza. Dieci anni in cui a infangare la sua memoria non era Cosa Nostra ma un territorio che non voleva saperne di vedere tracce di mafia nella propria imprenditoria. Un territorio dove chi invece a quel mondo dava un nome era come se mettesse le mani addosso alle anime e alle coscienze di ognuno. Meglio continuare a sfregiare la memoria di Pippo Fava con le più banali insinuazioni. Meglio nasconderlo all'opinione pubblica nazionale, nascondere i suoi libri, il suo operato.

Emerge che quando Nitto Santapaola decide che è tempo di uccidere Fava, pronuncerà semplici e inequivocabili parole di condanna: "Questo noi dobbiamo farlo non tanto o non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro perché se questo continua a parlare come parla e a scrivere come scrive, per i cavalieri del lavoro è tutto finito. Per loro e per noi".

Quindi prima minacce - Fava è preoccupato e compra una pistola, dice che potrebbero ucciderlo per cinquecentomila lire -, poi l'omicidio e la diffamazione. E Pippo Fava sa benissimo che entrambe le cose non possono che andare insieme. Una condanna a morte non parte mai senza che si sappia come agire sulla memoria dell'assassinato. Prima della traiettoria delle pallottole, il percorso che dovrà avere la delegittimazione è già tracciato.

Per offuscare il peso politico che la sua morte avrebbe potuto avere, per istillare il dubbio sull'onestà delle sue parole, la strategia delle calunnie era iniziata già da tempo. E quelle voci le diffondevano non solo uomini vicini ai boss, ma, cosa più grave, anche chi non era corrotto dal danaro della mafia: cronisti biliosi, politici ostili, persone rispettabili e rispettate che si sentivano messe sotto accusa da Giuseppe Fava, ancor più dal momento in cui il suo sacrificio urlava al cielo il loro colpevole silenzio.

Roberto Saviano Agenzia Santachiara e Bompiani Editore

 

 

 

Articolo da La Stampa del 6 Gennaio 1984 pag. 1

AGGUATO DELLA MAFIA ASSASSINATO A CATANIA IL GIORNALISTA FAVA CATANIA

Due killer lo attendevano all'uscita dal teatro

CATANIA -  Agguato della mafia a Catania. Il giornalista Giuseppe Fava è stato ucciso in via De Cosmi, nei pressi del Teatro Stabile. Conosciuto con il soprannome di «Pippo», era da poco più d'un anno direttore ed editore del mensile «I siciliani», un periodico che si era occupato, In ogni numero, di Inchieste sui mafiosi. Aveva 59 anni. «Pippo» Fava è stato assassinato con due colpi di pistola all'uscita dal teatro dove è in cartellone una sua opera teatrale: «L'ultima violenza», un'accurata analisi critica del fenomeno mafioso in Sicilia. La settimana scorsa il giornalista era stato ospite di Enzo Blagi in una trasmissione televisiva di «Retequattro»; anche in quella sede aveva parlato dell' «onorata società». Della mafia — aveva detto — fanno parte personaggi importanti, forse anche politici. Aveva scritto anche numerosi saggi e libri sulla Sicilia; da uno di essi, «Gente di rispetto», il produttore Carlo Ponti aveva tratto un film. Si era, inoltre, occupato in numerosi articoli di quella che definiva la «progressiva militarizzazione dell' Isola», esaminando le conseguenze dell'installazione dei missili a Comiso. Il delitto è stato annunciato da una voce maschile che ha telefonato al 113 Intorno alle 22,30. «In via De Cosmi — ha detto l'uomo — c'è un cadavere in una macchina». Purtroppo era vero: Fava giaceva riverso sul sedile. Indossava quella che per lui era ormai una specie di divisa: jeans, maglione a collo alto, giubbotto in pelle, stivaletti sformati. «Adesso non potrai più parlare, ti hanno fatto tacere per sempre», ha detto la figlia Elena davanti al corpo del padre. Proprio nell'ipotesi che una delle inchieste abbia fatto scattare la vendetta mafiosa, gli inquirenti hanno posto sotto sequestro la redazione de «I siciliani» a Sant'Agata Li Battiati, un comune a pochi chilometri da Catania.


Articolo da La Stampa del 6 Gennaio 1984 pag. 7

Catania, giornalista ucciso in un agguato

Pippo Fava sapeva troppo sulla mafia?

CATANIA — Il giornalista, scrittore e commediografo Giuseppe (Pippo) Fava, e stato ucciso in un agguato ieri notte a Catania, nei pressi del teatro Stabile, dove si stava rappresentando un suo lavoro. Il corpo, trapassato da due colpi di pistola, è stato trovato su una Renault. La settimana scorsa «Pippo» Fava era stato ospite di Enzo Biagi in una trasmissione televisiva, ed anche in quella sede aveva parlato di mafia, un argomento che l'aveva sempre appassionato. Aveva accennato alla trasformazione di quella che una volta veniva definita «l'onorata società», precisando che a suo giudizio oggi vi sarebbero profondi cambiamenti. «Della mafia — aveva detto — fanno parte personaggi importanti, e forse anche politici». Giuseppe Fava aveva 59 anni. Professionista dal 1952 ed aveva cominciato a lavorare al giornale «Sport Sud» di Catania. Era poi passato al quotidiano del pomeriggio «Ultimissime» ed era stato capocronista di « Espresso Sera». Sempre nel capoluogo etneo era stato direttore del «Giornale del Sud» ed infine era approdato all'esperienza editoriale, fondando una cooperativa con altri giornalisti e diventando editore de «I Siciliani», una rivista mensile specializzata nello studio del fenomeno mafioso nell'isola. Fava aveva scritto numerosi saggi e libri sulla Sicilia e da uno di essi «Gente di rispetto», il produttore Carlo Ponti aveva tratto un film, interpretato da Franco Nero e Jennifer O'Ncal,. per la regia di Luigi Zampa.
«Pippo» Fava inoltre era stato lo sceneggiatore di « Violenza, quinto potere», un altro film tratto da un suo soggetto. Nella rivista «I siciliani», oltre che del problema della mafia, Fava aveva dedicato un gran numero di articoli su quella che lui definiva la «Progressiva militarizzazione dell'Isola», esaminava le conseguenze dell'installazione dei missili  Cruise a Comiso  e tracciava una dettagliata mappa delle installazioni militari su tutto il territorio siciliano. Era stato il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa a rilevare che i contatti fra mafia palermitana e criminalità catanese si erano fatti molto stretti negli ultimi anni. E, quasi a confermare quanto intuìto da Dalla Chiesa, proprio da un gruppo di catanesi e siracusani, stando alla indagini condotte dal giudice istruttore Giovanni Falcone, era composto il «commando»che assassinò il prefetto di Palermo, la  moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.

 

 

 

 

 

 



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