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9 Gennaio 2008 Barra (NA). Mario Costabile, dipendente pubblico di 50 anni, ucciso di botte durante un'aggressione a scopo di rapina. PDF Stampa

Foto e articolo del 10 Gennaio 2008 da internapoli.it

UCCISO PER UNA RAPINA, IL DOLORE DELLA FAMIGLIA: MORTE ASSURDA, QUI E' IL BRONX

di Tonia Limatola (Il Mattino)

VILLARICCA. «La giustizia non ci interessa, purtroppo mio padre non c’è più». È un dolore rabbioso che impedisce di guardare fiduciosi al futuro quello di Nunzio, il figlio venticinquenne di Mario Costabile, l’impiegato ucciso l’altra notte a Barra per una rapina. Nunzio, affacciato al cancelletto della villetta del parco Maria di corso Italia, non riesce a trattenere il dolore, mentre un amico di famiglia tenta di rincuorarlo con un abbraccio. «Questa è Napoli, una città balorda», si dispera. «La nostra famiglia è distrutta», dice tra le lacrime la moglie Elvira, sorretta da una coppia di amici nel salotto al pian terreno della villetta. La sera della tragedia la coppia era andata insieme a Napoli: lei a casa di una conoscente che aveva partorito da poco, lui si tratteneva in strada con degli amici. Poi, prima che potessero ritornare a casa insieme, l’episodio di violenza che è costato la vita a Mario. La brutale aggressione, poi l’inutile corsa verso Villa Betania. I coniugi sono nati a distanza di un giorno, lui il primo, lei il 2 febbraio, nel ’58, e volevano organizzare una festa per il mezzo secolo di età di entrambi. Lo ricordano gli amici che tracciano di Mario il ritratto di una brava persona, molto rispettata sul lavoro e attaccata alla famiglia. Era stato da poco assegnato all’ufficio affari legali della Regione, dopo aver prestato servizio per anni alla Asl. Aveva una predilezione per la nipotina di un anno e mezzo, figlia di Manuele, ventotto anni, di cui aveva la foto sul cellulare con la scritta «ammore mio». Increduli i vicini. «L’ho saputo di primo mattino, abitano qui da sette anni – dice la signora Carmela - Tutte persone squisite». La famiglia Costabile ha ricevuto la visita del sindaco, che abita nello stesso condominio. «Era un amico caro, lo conoscevo bene. È proprio una vergogna», dice Raffaele Topo. Inconsolabile anche Chiara, 18 anni. Il pm Antonio Cataldo ha disposto l’autopsia e tra oggi e domani si dovrebbero svolgere i funerali nella vicina chiesa di «San Pasquale Baylon». Intanto stamattina i familiari si recheranno in Procura.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 10 Gennaio 2008

La rabbia del figlio: 'Nessuno è più al sicuro in questa città'

di Cristina Zagaria

«Non si può morire per strada senza un motivo, senza una colpa. La polizia, ora, deve trovare gli assassini di mio padre. Chi ha ammazzato a botte un innocente deve pagare con la prigione a vita. Non dobbiamo abituarci alla violenza. Non dobbiamo rassegnarci». Non c'è rabbia nello sguardo di Emanuele, 28 anni, il figlio più grande di Mario Costabile, ma forza, velata da un' angoscia sottile. «Ho perso mio padre per una rapina folle. è violenza cieca. Ho paura. Tutti dobbiamo avere paura, perché nessuno più è sicuro in questa città...». Emanuele parla senza prendere respiro. Frasi a cui seguono pause altrettanto lunghe, per riordinare i pensieri, per rimanere ancorato a una realtà che ancora non riesce ad accettare. «Ho visto mio padre domenica a pranzo: rideva, scherzava, parlava del suo compleanno. Tra qualche giorno, il 22 gennaio, avrebbe compiuto 50 anni e per questa data voleva fare una grande festa. E invece, ieri sera, mi hanno telefonato dicendomi che era stato aggredito, che stava male. Quando sono arrivato in ospedale mi hanno detto che era morto. è successo tutto troppo in fretta, io vedo ancora mio padre a tavola, che ride...». Emanuele non dorme da 24 ore. è lui ora il capofamiglia. Elvira, sua madre, è sotto choc. I suoi fratelli, Nunzio 25 anni e Chiara 18 sono accanto a lei. Il figlio maggiore di Mario Costabile accoglie i parenti, gli amici, parla con la polizia e cerca di rimanere lucido. Nella villetta a due piani, all' interno di un parco privato alla periferia di Villaricca, Emanuele chiede: «Giustizia». «Trovateli e puniteli» dice, mentre una vicina gli versa un bicchierino di caffè da un enorme thermos di plastica. Il ragazzo butta giù il liquido bollente in un sorso. «Sarà il decimo da stanotte», sospira. E poi riprende. «Mio padre non è il primo a morire in questo modo assurdo. E non sarà l' ultimo. La nostra città non ha più freni. Siamo vittime, tutti. Oggi tocca alla mia famiglia. Presto toccherà a un' altra». Non c' è via di scampo nelle parole di Emanuele, che sembra molto più grande dei suoi 28 anni, in una giacca di pelle che casca su un maglione di lana gialla. «Mio padre ieri sera indossava una maglia simile - sorride - Ci piaceva il giallo, perché è un colore allegro, ma non chiassoso, proprio come noi, gente umile, lavoratori...». Emanuele si accascia con la spalla destra sulla ringhiera del cancello. Gli occhi ogni tanto si chiudono, forse per il sonno o forse per nascondere le lacrime. Lui, però, resiste e abbraccia tutti gli amici che arrivano. Ha una parola per ognuno. Anche per Lucky, il bastardino di casa, che nel cortile senza alberi abbaia al vuoto. «Mio padre non ha mai avuto nemici. Era un dipendente pubblico e lavorava solo per noi figli e per la famiglia - dice Emanuele e agita il pugno destro davanti al petto - Seguiva il Napoli, ma da quando non gioca più Maradona non andava allo stadio. Io vorrei vedere in faccia chi lo ha ucciso. Come si fa ad ammazzare di botte un uomo come mio padre, un uomo che viveva nell' ombra, contento della felicità della sua famiglia? Come si fa?». (cri. z.)

 

 

 

 


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