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15 Novembre 1995 Somma Vesuviana (NA). Resta ucciso il piccolo Gioacchino Costanzo di 2 anni, che era in compagnia dello zio, vero obiettivo dei sicari. PDF Stampa

Foto da corriere.it

Articolo del 16 Novembre 1995 da ricerca.repubblica.it

UCCISO A DUE ANNI DAI KILLER DEI CLAN

Irene De Arcangelis e Giovanni Marino

SOMMA VESUVIANA - Gioacchino Costanzo aveva due anni. Era un bimbo vivace e molto bello. E' morto come un boss. Fulminato da una pallottola che gli ha squarciato la guancia e si è conficcata nel cervello. Uno dei dieci proiettili che un commando camorrista ha scaricato sull' uomo che teneva in braccio Gioacchino, un pluripregiudicato legato alla camorra: Giuseppe Averaimo, finito con due colpi alla nuca. Gioacchino non era l' obiettivo dei quattro sicari, ma si è trovato lì dove non doveva e i colpi dei killer non lo hanno risparmiato. Alle dieci e mezza di mattina i suoi occhi verdi sono rimasti spalancati per sempre, la tutina bianca si è macchiata del suo sangue. Gioacchino e Averaimo si trovavano all' angolo di una trafficata strada di Somma Vesuviana, comune di trentunmila abitanti, soffocato dalla disoccupazione e dalla droga, a venti chilometri da Napoli. Erano in auto. Una station wagon carica di sigarette di contrabbando da vendere ai passanti. Spesso il piccolo e il camorrista stavano assieme. Averaimo era il convivente della nonna del bimbo e gli piaceva portarselo in giro, giocare con lui. O forse, dicono gli investigatori, pensava che con Gioacchino accanto fosse al sicuro dai suoi nemici. La guerra tra bande fa una vittima innocente. Non è la prima volta. "Non sarà l' ultima, temiamo", dicono sfiduciati gli inquirenti. Per le statistiche Gioacchino Costanzo, nato ad Avellino il sedici marzo di due anni fa, lunghi boccoli biondi e un orecchino al lobo sinistro, figlio di un operaio che lavora in Toscana e di una donna minuta, è il morto ammazzato numero 186 in Campania dall' inizio dell' anno. Una guerra. Di cui si parla poco perché le vittime non sono personaggi conosciuti ma pregiudicati e non fanno notizia. Ieri la vita spezzata di un bimbo di due anni ha destato orrore. E si è tornati a discutere sui numeri da record delle esecuzioni camorristiche. Gioacchino è caduto all' angolo tra via San Sossio e via Annunziata, in una mattinata di sole. Sua madre, Maria Prosperi, lo aveva affidato alla nonna, Rosa, perché in casa aveva lavori di ristrutturazione. E il compagno di Rosa, come faceva di tanto in tanto, si era preso il piccolo per dividere con lui la sua solita giornata all' interno della station wagon, a vendere sigarette di contrabbando. Alle dieci e trenta, Averaimo e il bimbo sono seduti all' interno della macchina. Gioacchino gioca con i pacchetti di sigarette, salta sulle ginocchia del pregiudicato. Contento, divertito. In un attimo un' altra auto affianca quella con il bambino a bordo. In quattro sparano all' impazzata. Non c' è scampo per Averaimo e per Gioacchino. I killer non si fermano davanti al piccolo. Averaimo viene trascinato fuori dalla station wagon. I sicari lo prendono per i capelli e lo scaraventano sull' asfalto. Dove gli sparano altri due colpi alla testa. Un' esecuzione. Poi la fuga del commando, sotto gli occhi di molti. Mille testimoni, tutti ciechi e sordi, nessuno ha detto di aver visto o sentito "nulla di insolito". Inutile la corsa al vicino ospedale Apicella per Gioacchino. Il proiettile, entrato dalla guancia, si è fermato nel cervello, uccidendolo all' istante. In ospedale, intorno a mezzogiorno, arrivano due donne disperate. Maria Prosperi canta una funebre ninna nanna davanti al corpicino di suo figlio, coperto da un lenzuolo in obitorio. La ferita che lo ha fatto morire è coperta da un grosso cerotto sulla guancia. Gli occhi sono ancora aperti. Ossessivamente, Maria ripete tra sé e sé, piangendo: "Vigliacchi, che c' entrano i bambini, che colpe hanno, loro?". Poi resta muta, senza forze. Accanto a lei c' è Rosa Esposito, la nonna di Gioacchino, convivente dell' altra vittima. E' furiosa. Sul suo volto solo rabbia e rancore. Urla: "Bastardi, bastardi, non si fermano neppure davanti a un bambino, bastardi". Donna Rosa è considerata dagli inquirenti una femmina d' onore, una dura abituata a convivere con ambienti inquinati dove l' illecito è la costante. Le due donne sono convocate in caserma. Non diranno nulla di utile alle indagini. Maria Prosperi si accascia su una poltrona della caserma. Si copre il volto con un sacco di cellophane nero. Continua a piangere mentre la riportano a casa. Non è in grado di rispondere alle domande degli investigatori. Rosa Esposito, invece, continua a maledire i killer, a lanciare insulti. Il movente, gli inquirenti, devono trovarselo da soli. E lo hanno già ben chiaro: a Somma, come in tutta la provincia, si è scatenata la guerra di successione al padrino Carmine Alfieri, ' deposto' ufficialmente dal giorno del suo pentimento. Pure il luogotenente locale del clan, Fiore D' Avino, è dietro le sbarre da tempo. Averaimo era ritenuto un suo fedelissimo. In tarda mattinata il giudice che coordina l' inchiesta, il pm della procura di Nola, Carmine Esposito, conclude il primo summit con i carabinieri. E' stanco, nervoso. Si sfoga: ""Siamo fuori dal mondo. Hanno ucciso un bimbo di due anni. E poco importa se non era lui l' obiettivo dell' agguato. Di fatto, una pallottola lo ha ammazzato. Siamo fuori dal mondo".

 

 

Articolo di La Repubblica del 18 Novembre 1995

RIAPRONO LA BARA DI GIOACCHINO

NAPOLI - Scende pioggia e cade fango. Mariglianella, paese di poche anime sferzato dal diluvio, trasformato in un cupo pantano, quasi deserto intorno alla chiesa di San Giovanni Evangelista, piange sulla bara del piccolo Gioacchino Costanzo, il bambino di due anni ucciso dai killer della camorra nell' agguato in cui è caduto anche il convivente della nonna. Il paese intero? No, ci sono operai, cassintegrati, contrabbandieri di sigarette. Ma non la società civile, non gli striscioni anticamorra, non i movimenti di opinione. E il primo a allargare le braccia, deluso, è il sindaco, Andrea America, a capo di una giunta di centro-sinistra. Solo dopo, nelle strade che conducono al cimitero si aprono molti usci, escono piccoli e grandi, lanciano confetti bianchi e petali di fiori. Ma sono pochi. "Negozianti, imprenditori, impiegati perché non si sono visti? - si chiede America - Dove sono quelli che hanno un lavoro e una famiglia, quelli che pagano le tangenti?". Ma anche il parroco sceglie la discrezione: solo un accorato appello alla preghiera. "I vescovi si sono già espressi su questi argomenti, noi preti non dobbiamo parlare", spiegherà poi don Umberto Sorrentino. E così alla fine, resta solo la disperazione della madre e della nonna di Gioacchino quando si accorgono che vogliono seppellire la bara senza far loro dare l' ultimo bacio al piccolo: un sotterfugio per evitare loro lo strazio di vedere il volto del bimbo trapassato dal proiettile. Ma le due donne non si arrendono, la sepoltura viene sospesa e la bara riaperta. Le indagini proseguono fra mille difficoltà: è stato arrestato ieri Andrea Viscardi, accusato di tentato omicidio nella stessa faida, un' altra recluta nella "guerra degli straccioni" di camorra. - c s

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 17 Febbraio 1996

Presi gli assassini del bimbo di 18 mesi massacrato in auto con lo " zio "

Il piccolo Gioacchino rimase vittima di una guerra tra bande per il controllo delle attivita' illecite: sette gli arrestati

NAPOLI . Sono passati tre mesi da quel quindici novembre del ' 95, quando l' Italia rabbrividi' di fronte all' omicidio di un bambino di diciotto mesi. Il piccolo Gioacchino Costanzo era fermo nell' auto di un parente a Somma Vesuviana, quando fu investito da una raffica di proiettili mortali. Probabilmente i killer nemmeno si accorsero che lui era li' , ma questo cambia poco. Gioacchino mori' , e mori' pure l' uomo che lo aveva portato con se' , Giuseppe Averaimo. Ora su quella storia i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Napoli hanno fatto luce, dando corpo, con l' arresto di sette persone (tutti pregiudicati della zona), alla pista seguita sin dalle prime indagini: e cioe' che Gioacchino rimase vittima di una guerra tra bande. Una guerra per il controllo delle attivita' illecite nella zona che circonda il Vesuvio, combattuta senza nessuna esclusione di colpi. Gli inquirenti ritengono, infatti, che l' omicidio del piccolo Costanzo e di Giuseppe Averaimo non sia stato il primo da far risalire alla faida di Somma Vesuviana. Gia' nel settembre dello scorso anno gli stessi killer avrebbero firmato l' assassinio di Antonio Calvanese. E un mese piu' tardi si sarebbero rifatti vivi con Alfonso Castaldo, che pero' riusci' a salvarsi. Averaimo, Calvanese e Castaldo vengono oggi indicati come appartenenti alla cosca capeggiata da Antonio Marchesi, un boss che negli ultimi anni sarebbe entrato in conflitto con esponenti di altre famiglie camorristiche che pure operano nel triangolo Somma Vesuviana Santa Anastasia Pomigliano d' Arco. In precedenza da queste parti esisteva una sorta di patto di non belligeranza fra i vari clan, ma sarebbe stato proprio Marchesi a interromperlo, dando il via a una catena di omicidi che hanno scatenato la guerra culminata con l' agguato del quindici novembre scorso. Tutte queste cose, pero' , il piccolo Gioacchino Costanzo, diciotto mesi appena, non poteva nemmeno immaginarle. Quel giorno lui si trovava semplicemente fermo in auto, su un sedile, insieme ad Averaimo (convivente della nonna del bambino) che a Somma Vesuviana aveva un banchetto dove vendeva sigarette di contrabbando. E fu proprio li' che il commando degli spietati killer decise di entrare in azione. Un agguato come se ne contano tanti nelle storie di camorra: pochi secondi, tantissimi colpi esplosi, e poi via a tutta velocita' tra la folla. Soltanto che quella volta lo sdegno fu troppo, di fronte all' omicidio di un bambino, colpevole di nulla. In tre mesi, grazie anche alle indicazioni fornite da un collaboratore e all' azione martellante delle forze dell' ordine e' stato possibile stringere il cerchio intorno ad autori e mandanti di quell' orribile delitto e degli altri agguati compiuti in precedenza. E ieri, a tre mesi dall' ultimo agguato mortale, sono partiti gli ordini di arresto.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 20 Dicembre 2002

Ergastolo per i killer del piccolo Gioacchino

Condannati all' ergastolo i killer che il 15 novembre '95 a Somma Vesuviana uccisero il piccolo Gioacchino Costanzo, di due anni, che morì insieme allo zio, il contrabbandiere Giuseppe Averaimo, il vero obbiettivo dell' agguato. Il massimo della pena è stato inflitto a Vincenzo Esposito, ritenuto l' esecutore materiale, e a Nicola Mocerino, mentre a 22 anni è stato condannato Saverio Castaldo, componente del commando, il quale ha evitato l' ergastolo per aver collaborato con la giustizia. La sentenza è stata emessa ieri sera dopo otto ore di camera di consiglio dalla seconda sezione della Corte di Assise di Napoli (presidente Pietro Roamundo, giudice a latere Teresa Areniello). I giudici hanno accolto le richieste del pm Carmine Esposito, della Dda, che ha coordinato le indagini. Oggetto del processo dieci omicidi avvenuti tra il '94 e il ' 95, la faida tra gli Orefice-Mocerino e i Marchese.

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