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Foto ed articolo da: vallejato.it

fonte: Giornale di Sicilia del 2 settembre 2010

"Da tempo volevamo dedicargli una strada, ma bisognava completare l'iter burocratico", racconta il sindaco Tonino Giammalva. Un tratto di via Pietro Nenni sarà intitolata alla memoria del ragazzo ucciso 16 anni fa. A spiegare la scelta è il presidente del consiglio Vincenzo Geluso: "Abbiamo il dovere - si legge in una nota - di mantenere nelle coscienze di ogni cittadino la profonda avversione per qualsiasi forma criminale". Il documento lunedì sera è stato firmato dai consiglieri comunali.. "Su quell'omicidio finalmente si è fatta chiarezza", ha detto il consigliere Gaspare Scannaliato, che di Mazzola oltre che amico era anche cugino

Nel 1994 Fabio Mazzola aveva 27 anni e venne barbaramente ucciso per una banale questione di «gelosia». Fu Giuseppe Monticciolo, prima mafioso e ora collaboratore di giustizia, a chiedere ai Brusca il permesso di eliminare l'ex rivale in amore per difendere l'«onorabilità della moglie». Mazzola era l'ex fidanzato di Laura Agrigento, figlia del boss, andata poi in sposa a Monticciolo. Fabio e Laura erano stati costretti a interrompere la loro relazione per volontà del boss Giuseppe Agrigento. Mazzola non faceva parte degli ambienti di mafia, comprende il rischio e si fa da parte. Una decisione sofferta anche per Laura che, nonostante il fidanzamento con Monticciolo, per un po' manifesta simpatie e rimpianti per il suo ex ragazzo. I carnefici, invece, sosterranno in tribunale un'altra tesi: "Mazzola telefonava alla donna di Monticciolo", per questo venne eliminato. Fabio aveva invece intrapreso una nuova relazione con un'altra ragazza.

"Non era lui a chiamare - ricorderanno più volte i familiari del giovane - era Laura a cercarlo". Poteva essere una normale "storia d'amore tra ragazzi". Una come tante. Ed invece si è trasformata in una delle pagine di morte più tragiche della storia di San Cipirello. Monticciolo è una testa calda. Aspira a diventare un uomo d'onore. Punto nell'orgoglio dalle voci di alcuni amici si rivolge ai Brusca e chiede il permesso di dare una "lezione" all'ex rivale. Ottiene così un'assurda sentenza di morte: la sera del 5 aprile un commando guidato da Enzo Brusca uccide Mazzola mentre rincasa in via Pietro Nenni a bordo della sua Fiat Tipo rossa. Dopo 16 anni un tratto di quella via porterà il suo nome. "Era un ragazzo innocente - commenta il sindaco - e fatti come questi non vanno dimenticati. (*LEAS*)
LEANDRO SALVIA

 

 

Articolo del 28 Febbraio 2003 da ricerca.repubblica.it

Morì per una telefonata alla donna del boss

Una telefonata di pochi minuti alla fidanzata di un boss mafioso è costata la vita ad un giovane di San Giuseppe Jato; la decisione di assassinare un pregiudicato a pochi giorni dal suo matrimonio, è stata invece presa dai capimafia per evitare che la futura sposa diventasse subito vedova. Sono i retroscena di due delitti compiuti fra il '93 e il '94, raccontati dal pentito Enzo Brusca. Il collaboratore è stato interrogato nell' aula bunker di Rebibbia, a Roma. Rispondendo alle domande del pm Francesco Del Bene, Enzo Brusca ha detto di aver ucciso personalmente Cosimo Fabio Mazzola il 5 aprile 1994, perchè aveva telefonato alla fidanzata di Giuseppe Monticciolo. Mazzola, secondo il pentito, voleva riallacciare la relazione con la donna. La decisione di anticipare l' uccisione di Antonino Vassallo, morto il 22 settembre 1993, accusato dai capimafia di avere commesso furti senza l' autorizzazione dei boss, sarebbe stata presa invece da Giovanni Brusca perchè «non voleva fare una vedova».

 

 

 

Articolo del  17 novembre 2000 da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/11/17/ucciso-prima-delle-nozze.html

Ucciso prima delle nozze

di Francesco Viviano

Anche Cosa nostra dice di «avere un cuore». Ha anticipato una sentenza di morte per un giovane di Altofonte alla vigilia della nozze per evitare «di lasciare una vedova». Il buon cuore è quello di Giovanni Brusca, l'ex boss di San Giuseppe Jato, da anni pentito, che ordinò ai suoi sicari di uccidere Giuseppe Vassallo («responsabile» di avere compiuto alcuni furti senza autorizzazione) prima che si sposasse con la sua fidanzata per evitare che la ragazza diventasse vedova. Sembra incredibile ma a raccontarlo è stato uno degli assassini di Giuseppe Vassallo (ucciso il 24 settembre del 1993): Giuseppe Monticciolo, anche lui pentito. Brusca e Monticciolo, com'è noto, sono i responsabili del sequestro e della brutale uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santo, assassinato per costringere il padre a ritrattare L'omicidio di Vassallo e di altre sette persone, tutte ammazzate nel periodo in cui Balduccio Di Maggio, da pentito, era ritornato a San Giuseppe Jato, continuando la sua guerra personale con Giovanni Brusca, sono raccontati tragicamente nell'ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di 20 tra boss e picciotti della cosca mafiosa di San Giuseppe Jato in una operazione antimafia della Dia scattata ieri mattina e che ha fatto luce sui moventi di quei morti ammazzati per ordine di Giovanni Brusca.

E tra i moventi ce ne sono alcuni che fanno rabbrividire, come quello che provocò la morte di Cosimo Fabio Mazzola, assassinato a San Cipirello il 5 aprile del 1994. L'uomo fu ucciso per «gelosia» perché era stato fidanzato con la moglie di Giuseppe Monticciolo che chiese ed ottenne dai sui capi, i fratelli Enzo e Giovanni Brusca, di eliminare l'ex rivale in amore. A raccontarlo è stato Enzo Brusca che con Monticciolo partecipò all'agguato contro Cosimo Fabio Mazzola. «Lo uccidemmo perché il Monticciolo - racconta Enzo Brusca - diceva che mentre era fidanzato con Laura Agrigento, riceveva delle telefonate da parte di Mazzola, che aveva continuato a importunare la ragazza anche dopo che si era sposata con Monticciolo».

E per la stessa ragione un altro giovane di San Giuseppe Jato, Salvatore Ales, rischiò di essere ammazzato. Il pentito Vincenzo Chiodo, anche lui della cosca mafiosa di Giovanni Brusca, ha rivelato che si era progettato di uccidere Ales perché «aveva disturbato» l'allora convivente di Enzo Brusca. Ales è un miracolato perché, racconta sempre Chiodo, «l'omicidio non si fece più per altri motivi». Ma gli orrori compiuti dalla cosca di San Giuseppe Jato, non finiscono qui. L'eliminazione di Francesco Reda, assassinato perché «vicino» al pentito Balduccio Di Maggio, è da brivido. L'uomo dopo essere stato sequestrato nella sua abitazione dagli uomini di Brusca travestiti da poliziotti, fu portato in un casolare di Borgetto. Reda venne «interrogato» da Giovanni Brusca che voleva conoscere a tutti i costi il luogo dove si nascondeva Balduccio Di Maggio. Reda promise che se fosse stato lasciato libero li avrebbe condotti dal pentito. «Nonostante le suppliche di Reda - racconta Giovanni Brusca - io gli sparai ma la mia pistola s'inceppò, allora intervenne Leonardo Vitale che aveva partecipato al sequestro e lo colpì con la sua pistola sparandogli alla nuca». Ma non è finita. Il cadavere di Reda fu poi buttato in fondo ad un pozzo e dopo alcuni giorni Giovanni Brusca, per evitare che il cadavere potesse essere scoperto «per la puzza della putrefazione», ordinò ai suoi uomini di distruggere quel corpo con una bomba «cosa - dice - che i miei uomini fecero». L'inchiesta della Dia, coordinata dai sostituti procuratori Imbergamo, De Luca e Del Bene, ha fatto luce tra l'altro anche sull'uccisione dell'imprenditore di Monreale, Vincenzo Miceli, assassinato nel '90 perché si era rifiutato di pagare il pizzo.

 

 

 

 

 

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