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5 Ottobre 2008 Casal Di Principe (CE). Ucciso Stanislao Cantelli. Ucciso perché era lo zio di un pentito di camorra. PDF Stampa

Articolo da  oltregomorra.it

L’omicidio di Stanislao Cantelli e le dichiarazioni del pentito Luigi Diana ‘o Manovale

di Iolanda Fevola

E’ la mattina del 5 ottobre 2008.

Il circolo ricreativo dove Stanislao Cantelli è solito fermarsi a giocare a carte è in Corso Umberto 232, nella strada principale di Casal di Principe.

In quella Casal di Principe dove sono diluiti parte dei 400 uomini inviati dallo Stato a presidiare la Campania, a combattere la guerra alla camorra.

Dopo la strage di Castelvolturno, dopo l’omicidio di Lorenzo Riccio e dopo la cattura di esponenti di spicco del gruppo di fuoco dell’ancora latitante Giuseppe Setola, a Casale i militari e la polizia effettuano posti di blocco nei punti di accesso alla città.

Ma questo non ferma i killer, che arrivano su di una moto, entrano nel circolo, e dopo aver scaricato su di un uomo di sessanta anni all’incirca 18 colpi di pistola calibro nove, rimontano in sella e scappano via.

Sui giornali si legge che la scia di sangue ha attraversato il locale fino a finire sul marciapiede di fronte al circolo.

Nessuno ha visto chi ha sparato, cioè per ora nessuno vuole parlare.

L’uomo ucciso, Stanislao Cantelli, lavorava in un caseificio: tagliava la mozzarella. Da poco era andato in pensione per problemi di salute, dopo aver cominciato ben presto a lavorare, essendo rimasto orfano di padre a otto anni, con una famiglia numerosa alle spalle.

Era incensurato.

Suo cognato aveva sposato la sorella del boss Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto ‘e mezzanotte”.

Ma non è stata questa parentela a procurargli la morte. Bensì il fatto di essere lo zio dei pentiti Alfonzo e Luigi Diana.

Tre anni fa l’uomo aveva rinunciato alla protezione.

A dare l’ultima benedizione al corpo del Cantelli è il parroco della chiesa del Santissimo Salvatore, don Carlo Aversano. Don Carlo fu tra i firmatari della lettera-documento di don Peppino Diana “Per amore del mio popolo”.

Dice che i cittadini hanno paura, che vanno a prendere i figli anche all’uscita dalla parrocchia.

Racconta Raffaele Sardo de La Repubblica, che durante la messa celebrata poco dopo quest’ultimo omicidio, don Carlo ha raccontato la parabola “di un padrone che piantò una vigna per affidarla a dei vignaioli perché la curassero, per fare un’ analogia con la situazione che vive in questo momento Casal di Principe. I parrocchiani hanno ascoltato in silenzio e, alla fine, gli hanno tributato un lungo e insolito applauso per le sue parole”, (Raffaele Sardo nell’articolo Nel paese tra paura e sfiducia.
“Così i soldati non servono”, su La Repubblica del 6 ottobre 2008).

Nell’aprile 2005, pochi giorni dopo che Luigi Diana aveva dichiarato alla DDA di voler collaborare, era stato ucciso un altro zio dei pentiti: Cesare Di Dona, 74 anni, commerciante di ceramica e arredi da bagno. Era il giorno del suo compleanno quando l’hanno ammazzato. Anche lui era incensurato ed è stato ucciso per ritorsione.

Luigi Diana

«Sulla base della mia esperienza posso dire che nel carcere gli affiliati non si fermano, continuano ad occuparsi dei loro interessi criminali»: affermazione di Luigi Diana contenuta in un verbale del maggio 2007.

Luigi Diana, alias ‘o Manovale, 40 anni, è stato il braccio destro prima del boss Francesco Bidognetti, e poi di Francesco Schiavone “Sandokan”.

Si capisce dunque quanto il suo pentimento e la sua collaborazione con la giustizia abbiano inferto un durissimo colpo al clan dei Casalesi, in quanto le sue dichiarazioni hanno fatto luce su questioni estremamente delicate e vicinissime ai vertici dell’organizzazione.

Nel 1987, quando Francesco Bidognetti uscì di carcere e andò agli arresti domiciliari, diede l’incarico ai fratelli Diana di fargli da “guardiaspalle”: così si formò il gruppo comprendente, tra gli altri, i fratelli Diana, appunto, e poi Salvatore e Vincenzo Cantiello, Pasquale Vargas, Pasquale Apicella. Diana era stato fermato nel 2002 in seguito alle indagini per gli omicidi di appartenenti alla famiglia Scamperti, consumatisi tra l’85 ed il ‘95 in seguito alla faida tra i Casalesi e i Nuvoletta.

Nel 2005 aveva cominciato a collaborare con la giustizia, svelando per esempio la questione dell’alfabeto segreto tra Bidognetti e la compagna Anna Carrino, oggi anche lei pentita. Seppure in carcere, dunque, il superboss riusciva comunque a gestire i suoi affiliati grazie ai colloqui con la sua compagna, con la quale aveva stabilito un linguaggio del corpo assolutamente efficace e incomprensibile agli inquirenti. Anche nelle conversazioni verbali, racconta oggi la Carrino, i due erano in grado di sviare chi li ascoltava introducendo nel discorso argomenti fittizi che servivano appunto a fuorviare gli investigatori.

Le rivelazioni di Diana riguardano inoltre il racket imposto alle case di riposo per anziani sul litorale domizio, ma anche il controllo addirittura dei venditori di fuochi d’artificio durante le feste di Natale: nella zona tra l’agro aversano, il litorale domizio e Capua solo alcune bancarelle avevano l’autorizzazione a vendere, previo pagamento di una tangente al clan, che si faceva pagare anche dai grossisti. Questo giro di tangenti portava un guadagno di circa 300 milioni di vecchie lire l’ anno.

Altre importanti affermazioni quelle inerenti la maxitangente sulla ferrovia Alifana: altro grande affare del clan, che tra il 1989 e il 2004 fruttò più di 10 miliardi delle vecchie lire.

Le tangenti venivano utilizzate molto probabilmente per pagare, in prossimità delle ferie estive, una somma di denaro extra (circa 50mila euro) alle famiglie degli affiliati sottoposti al 41 bis, il regime di carcere duro.

Tra il 1989 e il 2001 il clan dei Casalesi insieme con il clan Mallardo di Giugliano, ha incassato tangenti pari al 5 per cento del valore dell’ opera. Fino al 2004 poi, i clan hanno percepito sulle tratte successive dell’ opera un guadagno di almeno 4-500mila euro.

Diana parla poi delle infiltrazioni camorristiche nella politica, nell’imprenditoria, negli appalti pubblici.

Racconta del business legato alla raccolta dei rifiuti solidi urbani, con la creazione di società miste, a carattere pubblico-privato, con cui è più facile ottenere il certificato antimafia. Il giro di affari è enorme, si possono distribuire posti di lavoro e questo permette di chiedere in cambio voti, con cui ricevere favori dai politici…

Inoltre il pentito rivela le riunioni in cui si parlava di chi fare fuori, dei personaggi scomodi che davano fastidio. Come Lorenzo Diana.

Di lui si parlò alla fine degli anni ’90, durante il periodo della gestione di Bardellino, quando ancora “Sandokan” era in fuga. Pare però che per organizzare l’attentato all’allora consigliere comunale di San Cipriano, Francesco Schiavone riuscì ad incontrarsi pure con Antonio Iovine e Michele Zagaria.

Lorenzo Diana, più volte eletto parlamentare tra i Ds, doveva morire perché ritenuto colpevole di blitz e sequestri operati ai danni del clan.

Secondo il pentito, Zagaria e Iovine, dopo aver preso in esame l’ipotesi di ucciderlo mentre si recava al Comune, decisero poi di farlo saltare in aria con un’ autobomba quando Diana andava a casa del padre. E proprio a Luigi Diana affidarono l’esecuzione materiale della cosa. Quest’ultimo si dichiarò disponibile e in attesa di ordini.

Altri “disturbatori” da togliere di mezzo erano i magistrati che conducevano il processo Spartacus: Catello Marano, presidente della Corte d’ Assise, Raffaele Magi, giudice a latere, e il pm Federico de Raho. Dell’eventualità di ucciderli Diana parla in un verbale del maggio 2007, in cui afferma di aver discusso la cosa con un esponente di primissimo piano del clan, Sebastiano Panaro.

Il ruolo del pentito Diana è stato rilevante anche negli ultimissimi giorni, per quanto riguarda le indagini che hanno portato all’esecuzione delle 107 ordinanze di custodia cautelare nei confronti del clan Schiavone, l’arresto di Giuseppina Nappa e la decifrazione del materiale informatico e cartaceo sequestrato al contabile del clan, Vincenzo Schiavone detto “Copertone”.

 

 

Articolo del 6 Ottobre 2008 da espresso.repubblica.it

Nel paese tra paura e sfiducia
"Così i soldati non servono"

di Raffaele Sardo

"Ci vuole più intelligence, le auto civetta dei camorristi si accorgono subito dei posti di blocco"
Lo sfogo di un imprenditore "Basta, domani prendo la famiglia e scappo da qui"

CASAL DI PRINCIPE - Sfiducia, paura e rassegnazione. E´ questo il clima che si respira a Casal di Principe dopo l´ultimo omicidio di camorra, dove ha perso la vita Stanislao Cantelli, 60 anni, zio del collaboratore di giustizia Luigi Diana. E´ stato trucidato in un circolo ricreativo al Corso Umberto 232, nella strada principale del paese, mentre i militari della Folgore e le altre forze di polizia effettuavano posti di blocco nei punti di accesso alla città. Un raid che ha il sapore di una sfida, l´ennesima e forse la più sfacciata, allo Stato e alla legalità.
«Ma come è possibile ammazzare una persona con un territorio militarizzato? Questi si fanno beffe dello Stato. Escono, sparano e spariscono nel nulla, come se fosse casa loro».A parlare, poco lontano dal luogo dell´agguato, è un signore sulla cinquantina che conosceva la vittima. Come gli altri - pochi in verità quelli che accettano di dire qualcosa - parla a condizione di non rivelare le proprie generalità, nel totale anonimato, insomma.
«I posti di blocco? Così non servono a niente. Almeno non servono a prendere i latitanti, perché quelli si spostano facendosi precedere da auto civetta che segnalano la presenza dei militari. Le divise sono troppo visibili per criminali incalliti come questi. Per prendere i camorristi serve meno clamore e più poliziotti specializzati, come si dice? Più intelligence».
Lungo Corso Umberto vi sono capannelli di curiosi che vengono tenuti lontani dal luogo dell´agguato dai militari della Folgore. C´è un bel po´ di gente, ma in un silenzio surreale. In un bar pochi avventori. Nessuno ha voglia di dire niente. «Non siamo omertosi - dice un uomo anziano - Siamo solo consapevoli che lo Stato non è in grado di proteggerci se parliamo. E allora la nostra scelta è di stare zitti». Poi si avvicina un imprenditore che da vent´anni lavora in provincia di Perugia e torna a Casale dalla sua famiglia per il fine settimana. «Vado a fare i bagagli. Domani scappo con i miei figli da questo inferno - dice tutto d´un fiato - E´ impossibile viverci in questo paese. E´ finita. Non vedo più speranze per il futuro. Mi dispiace per quelli che restano ancora qui. Anche se non è facile nemmeno per noi che andiamo al nord. Quando sentono che sei di Casal di Principe è come se fossi un appestato».
«Molti miei coetanei - dice un giovane laureato in Scienze politiche - sono andati già via in questi mesi. Il numero di quelli che abbandonano il paese, cresce di giorno in giorno. Non so dargli torto. E io non so cosa ci sto ancora a fare Casal di Principe». «Certo che lo conoscevo l´uomo ucciso - interviene un altro signore - E, almeno per me, era una brava persona. La sua vita l´ha trascorsa a lavorare. E d´altronde non puoi fare altro quando a otto anni resti senza il padre e una famiglia numerosa alle spalle. Tagliava la mozzarella nel caseificio. Usciva la mattina presto e rincasava quando aveva finito di lavorare. Conosceva solo il lavoro. Non ha niente a che vedere col pentito. Ammazzare una persona così, significa che ci troviamo di fronte a delle belve».
Lungo la strada che porta al luogo dell´agguato, don Carlo Aversano, il parroco della chiesa del Santissimo Salvatore, uno di quelli che firmò con don Giuseppe Diana il documento "Per amore del mio popolo", si avvia a dare l´ultima benedizione al corpo di Stanislao Cantelli, prima che venga portato all´Istituto di Medicina legale di Caserta per l´autopsia.
«I cittadini sono preoccupati - dice il sacerdote - Vengono a prendere i figli anche quando sono in parrocchia. Non li fanno uscire più. C´è un clima di terrore». E ieri mattina don Carlo, durante la messa, appena dopo l´omicidio, ha approfittato del vangelo di Matteo che raccontava della parabola di un padrone che piantò una vigna per affidarla a dei vignaioli perché la curassero, per fare un´analogia con la situazione che vive in questo momento Casal di Principe. I parrocchiani hanno ascoltato in silenzio e, alla fine, gli hanno tributato un lungo e insolito applauso per le sue parole.
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Articolo da L'Unità del 6 Ottobre 2008

Ucciso lo zio di un pentito I casalesi sfidano i parà

di Enrico Fierro

Un avvertimento a quelli che sono finiti in carcere e che potrebbero «cantarsela». Forse. Ogni ipotesi è buona. Anche quella di una sfida allo Stato: tu mandi i militari, io uccido perché sono più forte di te. Tu «invadi» la mia terra, io sparo perché questi paesi, le loro campagne invase di monnezza e veleni, i centri commerciali e le boutique volgari, le puttane che occupano ogni metro della Domiziana: ecco, è tutta roba mia. Di un altro Stato. Ipotesi. L'unico dato drammaticamente certo è che Stanislao Cantelli, 60 anni, un passato da operaio, è stato massacrato alle 10 del mattino mentre giocava a carte. «Circolo ricreativo» si chiama quel basso dove il vecchio «Siddano» aveva deciso di passare qualche ora di svago. Dentro, il suo tavolino apparecchiato per due, attorno altri tavoli con giocatori di briscola. I killer, almeno due, sono entrati, si sono avvicinati e hanno sparato. Diciotto volte. Continuando a mirare e far fuoco con le loro calibro 9, le stesse usate in altri omicidi. Con calma. Il sangue del vecchio Siddano è schizzato dovunque fino a coprire di rosso il marmo d'ingresso del circolo e parte del marciapiede. È morto così il vecchio «curativo», in pratica l'esperto casaro per la lavorazione delle mozzarelle di bufala, come si muore a Casal Di Principe. Per una parentela acquisita, quella con Francesco Bidognetti (Cicciotto 'e mezzanotte), boss dei casalesi in carcere. O per quella più importante con Luigi Diana, ex picciotto di Bidognetti che da mesi è «un pentito». Quanta gente ha mandato in galera «Giggino». Il rischio è che altri possano seguire il suo esempio. E allora si fa piazza pulita degli «infami» e dei familiari. Ora che il vecchio è morto, qualcuno ricorda una sibillina frase di Sandokan, Francesco Schiavone, il capo dei capi. La pronunciò nell'inverno scorso durante una delle udienze del processo d'appello «Spartakus» per ribattere alle accuse del pentito Giggino Diana. «Ma perché ce l'hai con me? Io ti ho sempre voluto bene ed ho voluto bene alla tua famiglia, soprattutto a tuo zio Stanislao». Così parla un capo di camorra, che non minaccia mai, «vuole bene». Forse è morto per tutto questo il vecchio casaro, un incensurato (anche a Casal di Principe ne esistono e sono la maggioranza della popolazione) che aveva assaggiato le durezze del lavoro fin da bambino. Ma Siddano è morto anche perché lo Stato ha mandato 500 parà della Folgore, centinaia di poliziotti e carabinieri. Un esercito che ieri ha perso la sua prima battaglia. Il circolo dove hanno ucciso Stanislao Cantelli dista poche decine di metri da via Benedetto Croce. a quell'ora c'era un posto di blocco. Nella piazza che chiamano del Mercato, invece, c'erano i parà, fermi nei loro gipponi. Tutto inutile: i killer hanno sparato e sono andati via. Nessuno ha visto, nessuno offre un minimo di aiuto agli investigatori. Qualcuno ha visto una moto fuggire dopo gli spari. Nessuno, almeno fino a ieri notte, è riuscita a trovarla. Ed è proprio un senso di inutilità, di sconfitta e di paura che ti avvolge arrivando nel pomeriggio nel regno dei Casalesi. Attraversiamo il raccordo che dall'autostrada porta in questa parte del casertano: non c'è un solo posto di blocco. Entriamo a bordo di una macchina sconosciuta dentro Casal Di Principe e non ci ferma nessuno. Possiamo girare indisturbati. Killer o cronisti con la stessa libertà. «Quando sono arrivati i parà c'era una selva di telecamere. I militari avevano le facce dure buone per i tg. E poi? È successo quello che avete visto. Una bella parata, non c'è che dire». Il giovane che accetta di parlarci si è laureato da poco in architettura. Passeggiamo a pochi metri dal circolo della morte, stando attenti a non calpestare il sangue del povero Siddano. «Qui non c'è futuro. Vado via, su al Nord, anche a fare lo sguattero. Questa è una terra di morte». «Fuitevenne a Napoli», disse il grande Edoardo trent'anni fa, stanco di vedere la sua terra martoriata da camorre e politica corrotta. «Via, andiamo via, la speranza è morta», ha detto ieri con un groppo alla gola don Carlo Aversano alla messa di mezzogiorno. Il resto è l'indifferenza degli uomini seduti davanti ai circoli. Ce ne sono tanti a Casale. «Ma che volete da noi? Qua ci trattano come se fossimo in guerra. Mo ci mandano pure i carrarmati. Iatevenne». Il morto? «Era una brava persona. Forse lo hanno inguaiato le parentele». «Dottò, qua ci vuole il lavoro. Ma quale camorra! Lo Stato porti il lavoro». Parole vuote, frasi inutili nella terra dove la vita vale meno di un euro, dove una potente camorra se ne fotte dei parà e delle dispute tra ministri (Èè guerra civile? Chi coordina i militari, Maroni o La Russa?). Il chi se ne frega risuona potente come uno sbuffo del Vesuvio.

Articolo del 9 Luglio 2013 da qn.quotidiano.net

Camorra, ergastolo al boss Setola e ad altri 3 esponenti del clan dei Casalesi

Con il processo conclusosi è stata riconosciuta la responsabilità dell'ala stragista dei Casalesi guidata da Setola

Napoli, 9 luglio 2013 - Quattro esponenti dell'ala stragisa del clan dei Casalesi sono stati condannati all'ergastolo dai giudici della corte  di Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Sono accusati di aver ucciso 6 persone nei 9 mesi in cui il capo stragista, Giuseppe Setola, detto O'Cecato, era latitante. Setola era evaso dalla clinica di Pavia nell'aprile 2008 ed è stato arrestato nel gennaio del 2009 a Trentola Ducenta.

I magistrati della corte di Assise, nel pomeriggio di oggi, accogliendo in pieno le richieste di pena avanzate nella requisitoria finale dai pm della Dda di Napoli Cesare Sirignano e Alessandro Milita, hanno condannato al carcere a vita con isolamento diurno per tre anni il killer Setola, e i suoi fedelissimi: Alessandro Cirillo detto O'Sergente e Giovanni Letizia detto O'Zuoppo.

Ergastolo anche per Davide Granato, colui che avrebbe svolto il ruolo di informatore dei killer del clan Bidognetti. Gli omicidi contestati ai quattro sono quelli di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico e zio del boss Francesco Bidognetti detto Cicciotto e'mezzanotte, Doda Ramis (omicidio commesso a San Marcellino), Kazaki Daniel, del gestore della sala giochi di Baia Verde, Antonio Celiento, del ragioniere Lorenzo Riccio di Giugliano e di Stanislao Cantelli, l'anziano ucciso nel settembre del 2008 mentre giocava a carte in un circolo di Casal di Principe solo perche' era uno zio di un collaboratore di giustizia.




Articolo del 9 Luglio 2013 da  napoli.repubblica.it

Casalesi, ergastolo per Setola e i suoi killer

Condannati per sette omicidi commessi nel 2008, quando seminavano il terrore nel Casertano

Il boss della cosiddetta "fazione stragista" del clan dei Casalesi, Giuseppe Setola, e i suoi complici Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Davide Granato sono stati condannati all'ergastolo per sette omicidi commessi nel 2008, nel periodo in cui il gruppo di fuoco seminava il terrore in provincia di Caserta. La sentenza è stata emessa in serata dalla seconda corte d'assise di Santa Maria Capua Vetere.

I giudici hanno accolto le richieste del pm Cesare Sirignano disponendo per Setola, Letizia e Cirillo anche tre anni di isolamento diurno.

Gli omicidi dei quali i quattro erano imputati sono quelli di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico, Arthur Kazani, Zyber Dani, Ramis Doda, Antonio Celiento, Lorenzo Riccio e Stanislao Cantelli.

Giuseppe Setola è accusato di avere commesso almeno 20 omicidi nell'arco di un paio d'anni: tra questi la spaventosa strage di Castelvolturno dove, all'esterno e all'interno di una sartoria, furono uccisi sei extracomunitari. Un'ora prima il gruppo di fuoco aveva ucciso anche un italiano. Era la sera del 18 settembre del 2008.

 

 

 

 

 

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