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7 Ottobre 1976 Grotteria (RC). Rapito Vincenzo Macrì, famacista di 76 anni. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. PDF Stampa

Fonte:  stopndrangheta.it

Vincenzo Macrì, rapito e mai più tornato

Chiedono un riscatto di un miliardo, ma della vittima non se ne sa più nulla. Il farmacista scompare inghiottito dall'Aspromonte, dopo il ritrovamento della sua prima cella. A parlare del sequestro è Pino Scriva, un caso che rientrerà nel maxiprocesso alla Mafia delle tre province.

Il farmacista Vincenzo Macrì (76 anni) viene rapito a Grotteria il 7 ottobre del 1976. Viaggiava a bordo della sua Alfa Romeo Giulietta, insieme alla moglie Iolanda Marvasi e alla figlia Maria Carmela. Lungo la statale 281 i affianca un'auto, a bordo quattro banditi armati di pistola e mitra, c'è l'ordine di fermarsi. I sequestratori prelevano Macrì e poi abbandonano i due mezzi a qualche chilometro di distanza. Arriva la richiesta di riscatto: un miliardo. Dopo poco più di un mese viene individuata la prigione, ma il professionista non c'è. Non sarà più ritrovato.

 

 

 

Articolo da L'Unità dell'8 Ottobre 1976

Anziano professionista sequestrato in Calabria

REGGIO CALABRIA, 7. Un anziano farmacista, Vincenzo Macrì, di 76 anni, è stato sequestrato nella tarda mattinata sulla statale
281 in prossimità di Grotteria, nelle zone di Gioiosa Jonica.
Il dott. Macrì era alla guida di una « Giulietta » di vecchio tipo, a bordo della quale viaggiavano sua moglie Iolanda Marvasi, di 73 anni, e la figlia Maria Carmela, di 37. La Giulietta è stata affiancata da un'automobile di colore azzurrino. A bordo della vettura erano quattro banditi, i quali hanno intimato all'anziano professionista di fermarsi.



Articolo da L'Unità del 21 Novembre 1976

Allarme nelle famiglie dei quattro sequestrati
Le «rivelazioni»  restano nel vago mentre la malaria mafiosa dilaga

di Franco Martelli

Allarme nelle famiglie dei quattro sequestrati calabresi in mano ai rapitori da oltre un mese. Venerdì i congiunti del farmacista di 86 anni di Mammola, Vincenzo Macrì, rapito il 7 ottobre scorso, hanno lanciato un appello: «Fatevi vivi, siamo disposti a trattare, vogliamo sapere come sta». Analogo, peraltro inconsueto appello, ha lanciato il capitano dei carabinieri Angelo Niglio, che dirige la tenenza di Roccella Jonica, cui è affidata per competenza territoriale la responsabilitbilità della ricerca del rapito e dei rapitori. «Vogliamo sapere come sta, scrivetelo sui giornali che anche noi siamo preoccupati», ha detto più o meno l'ufficiale ai cronisti locali. Ma fino al momento in cui scriviamo non ci sono «risposte » dei rapitori.
Oltre al Macrì, nelle mani dei rapitori sono lo studente Di Prisco, napoletano, ma rapito a Saline Jonichie (all'inizio di ottobre), un altro studente di Taurianova, Zerbi, e un possidente di Sinopoli, Luppino.
« Non a mai accaduto in passato che venissero operati sequestri di persona d'invernoo — dicono polizia e carabinieri — così come non era mai accaduto che nelle mani dei rapitori si trovasse più di una persona contemporaneamente». Che cosa vuol dire questo? «Vuol dire che, ad operare è più di una banda, mentre è probabile che almeno una parte della prigionia non avvenga in montagna, ma in qualche appartamento dei Comuni montani, e persino, delle città».
Non si può parlare più dunque di «anonima sequestri» ma di più «anonime sequestri?». Può darsi che sia cosi, come può anche darsi che il «cervello» in un certo senso sia sempre uno e che ad operare siano più gruppi.
Certo è che l'attività dei sequestri è più che mai florida in Calabria. I prezzi del riscatto scendono, ma aumenta il volume dell'attività. Finora nella regione si sono registrati quasi 50 rapimenti, con una entrata nelle tasche dell'«anonima», o delle «anonime», di decine di miliardi, cui si devono senza dubbio sommare molti altri miliardi procurati con altri rapimenti effettuati fuori dalla regione.
Dove sono andati a finire tutti questi soldi? Si è detto che i proventi di alcuni rapimenti siano serviti per finanziare l'acquisto di automezzi da utilizzare nei subappalti e che altri siano serviti a loro volta pe finanziare il contrabbando della droga . Ma la grande massa del denaro «sporco» ha preso altre vie di cui non si trova traccia. Ad esempio del miliardo e 200 milioni pagato per la povera Cristina Mazzotti, sono stati trovati solo gli spiccioli, così pure per tre miliardi e più pagato per il costruttore D'Amico.
Come vengono riciclati questi soldi. In quante tasche vanno, come tornano, quelli che tornano, in Calabria?
Su questo nodo le indagini non hanno mai compiuto passi avanti. Eppure non c'è dubbio che individuando questa via, vi sia la possibilità di giungere veramente al cuore dell'organizzazione mafiosa calabrese che è oggi un punto dal quale, come si è detto più volte, si dipartono fili robusti e lunghi per !a criminalità, forse non soltanto mafiosa, ma anche politica, italiana e internazionale. Quale magistriato, quale poliziotto, quale finanziere ha imboccato con decisione questa strada per percorrerla fino in fondo? Prima di chiedere l'invio dell'esercito in Calabria l'ex procuratore generale Bartolomei avrebbe dovuto spiegare i motivi per i quali questo lavoro non è stato fatto. Eppure, non si dimentichi che l'avvocato generale dello Stato Ferlaimo, praticamente il secondo magistrato della Calabria, è stato ucciso perché aveva messo le mani sul vespaio dei sequestri e aveva fatto sapere che «cose grosse stavano per venir fuori». Ma le indagini sull'uccisione del magistrato vanno avanti a di poco a rilento a un anno e mezzo dalla sua eliminazione.
Intanto quelle «cose grosse» di cui il magistrato parlava che fine hanno fatto, che strada hanno preso, che trasformazioni hanno subito?
Per condurre realmente la lotta alla mafia ci vuole anche, in sostanza, volontà di arrivare fino in fondo.

 

 

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