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11 Luglio 2002 Curinga (CZ). Scompare Santo Panzanella, 29 anni. Forse era l’amante della moglie di un boss. Vittima di lupara bianca. PDF Stampa

Foto dal Video Youtube sottolinkato

Articolo del 29 Ottobre 2006 da ilgiornale.it

Massacrato perché va con la moglie del boss

di Antonello Lupis
Era l’amante della moglie di un boss. Per questo è stato assassinato e il suo cadavere, fatto a pezzi, è stato fatto scomparire. Questa la ragione alla base di un caso di lupara bianca, avvenuto nel 2002, le cui indagini hanno portato all’arresto di tre persone - Tommaso Anello, 42 anni, di Filadelfia (VV), ed i fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci, rispettivamente di 30 e 37 anni- con le accuse di omicidio e distruzione di cadavere, aggravate dal 416 bis. A pagare con la vita la violazione del codice della ’ndrangheta è stato il giovane Santo Panzanella, 29 anni, di Curinga, piccolo centro del Catanzarese, scomparso all’improvviso il 10 luglio del 2002. A distanza di quattro anni, a ricostruire la terribile e agghiacciante vicenda sono stati gli agenti della squadra mobile di Catanzaro: Panzarella, secondo la polizia, aveva una relazione con la moglie di Rocco Anello, parente di Tommaso, uno degli arrestati. Quest’ultimo, insieme a fratelli Fruci, avrebbe deciso autonomamente, senza che il capo ne fosse informato, di eliminarlo. A denunciare la scomparsa del giovane era stata, l’11 luglio 2002, la madre. Nel corso degli anni successivi, la donna aveva chiesto più volte, pubblicamente, agli assassini del figlio di rivelare il luogo di occultamento del cadavere per dargli degna sepoltura, dando per scontato già allora che il figlio fosse rimasto vittima della «lupara bianca».
Le prime indagini, comunque, avevano imboccato la pista di un tradimento del giovane, ritenuto affiliato alla cosca Anello di Filadelfia e al cui vertice, secondo gli investigatori, si trovano i fratelli Rocco e Tommaso Anello. Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali, però, è emersa una verità diversa: il giovane sarebbe stato attirato con una scusa in un’area nella zona industriale ex Sir di Lamezia e qui gli sarebbe stato sparato un colpo di pistola in pieno viso. Panzarella non sarebbe morto sul colpo e, ancora vivo, sarebbe stato caricato nel bagagliaio di un’auto. Dopo qualche chilometro i sicari, accortisi che era ancora cosciente, si sarebbero fermati per dargli il colpo di grazia. Poi, il cadavere sarebbe stato scaricato in una zona montagnosa tra Curinga (Catanzaro) e Filadelfia. Secondo gli investigatori, è probabile che il corpo sia stato fatto a pezzi perché una clavicola di Panzarella è stata ritrovata in un torrente che confluisce nel lago dell’Angitola. Le indagini si sono avvalse della collaborazione di un pentito della cosca Anello, il quale non partecipò materialmente all’omicidio, ma vi ha assistito.
E ora si teme che possa essere in pericolo la anche vita della moglie del presunto boss adito». La donna, proprio ieri, è stata convocata dagli agenti della squadra mobile di Catanzaro, i quali le hanno prospettato le possibili conseguenze degli arresti effettuati infatti, Rocco Anello non era al corrente del tradimento. Le è stata offerta protezione, ma lei ha rifiutato..
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Articolo del 15 Dicembre 2010 da lameziaclick.com
Giovane vittima della lupara bianca, assolto l'assassino

(CALABRIANEWS24)

Giuseppe Fruci, di 39 anni, imputato per l'omicidio pluriaggravato di Santo Panzanella, 29enne lametino scomparso per lupara bianca l'11 luglio del 2002 a Curinga (Catanzaro), è stato assolto.

La sentenza è arrivata oggi dalla Corte d'assise di Catanzaro (presidente Giuseppe Neri), dopo circa cinque ore di camera di consiglio. Dopo questa pronuncia, dunque, non c'e' alcun colpevole riconosciuto per il delitto Panzanella, dal momento che anche i coimputati di Giuseppe Fruci, e cioè Tommaso Anello e Vincenzino Fruci, sono giè stati assolti "per non aver commesso il fatto", al termine dei giudizi abbreviati, il 3 luglio del 2009. Diverso il dispositivo di sentenza per l'odierno imputato, che i giudici hanno scagionato con formula dubitativa, e cioe' per contraddittorieta' della prova. In tal senso e' stata determinante la linea tenuta dal difensore di Fruci, l'avvocato Francesco Gambardella, che ha puntato a dimostrare l'assoluta mancanza di riscontri che comprovassero il coinvolgimento del suo cliente nella sparizione di Panzanella. Nel corso del lungo dibattimento il penalista e' anzitutto riuscito ad insinuare il dubbio che i resti ossei rinvenuti nell'Angitola non appartengano a Santino, come invece affermato dal consulente della Procura. Lo ha sostenuto piu' volte fino a che, lo scorso febbraio, ha ottenuto che la Corte disponesse nuovi accertamenti sui frammenti di clavicola ritrovati dopo tanti anni dalla scomparsa del giovane lametino. Il 6 luglio scorso i periti, in aula, hanno spiegato che la clavicola e' sicuramente di un essere umano, non hanno escluso che l'osso sia di Santo Panzanella, ma si sono detti impossibilitati ad affermare che lo sia certamente visto il troppo tempo trascorso. Allo stesso modo Gambardella ha puntato a dimostrare la mancanza di riscontri delle altre dichiarazioni accusatorie di Francesco Michienzi, il giovane pentito che, crollato sotto il peso insopportabile di aver assistito al massacro dell'amico fraterno, indicò agli investigatori il luogo dove avrebbero potuto ritrovarne i resti, in un affluente dell'Angitola dove il cadavere del giovane sarebbe stato abbandonato dopo l'omicidio (il collaboratore e' stato poi imputato per favoreggiamento aggravato e condannato a 10 mesi di reclusione il 3 luglio 2009). Michienzi indico' pure i tre presunti responsabili del delitto, nelle persone di Giuseppe e Vincenzino Fruci e Tommaso Anello, spiegando che la condanna a morte di Santino fu decisa per via della relazione del giovane con la moglie di Rocco Anello, ritenuto il capo dell'omonima cosca di Filadelfia (Vibo Valentia). Fu proprio Michienzi a consentire agli uomini della Squadra mobile, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, di trovare la pista anni dopo la sparizione di Santino portando a conclusione il caso, cosi' come chiesto disperatamente da Angela Donato, la "madre coraggio" che per anni si e' battuta in ogni sede - compresa la trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?" - perche' fossero riprese e portate avanti le indagini sulla scomparsa del figlio, che lei stessa aveva tentato di svolgere personalmente. La Donato (costituita parte civile con gli avvocati Vincenzo e Antonio Battaglia) era presente oggi in aula, dove ha dovuto amaramente prendere atto dell'ultima sentenza - dopo quella del luglio 2009 - che lascia ufficialmente senza colpevoli la sparizione di suo figlio. Aveva invece chiesto una sentenza di colpevolezza per Fruci il pubblico ministero, Gerardo Dominijanni, che aveva proposto per lui l'ergastolo con le pene accessorie del caso e l'isolamento diurno.
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Articolo del 17 Febbraio 2011 da calabrianotizie.it

«Ho ripreso a scavare a mani nude alla ricerca dei resti di mio figlio Santo» – La mamma coraggio Angela Donato non si rassegna – Questo caso di lupara bianca tiene in ansiada nove lunghi anni la famiglia Panzanella

di Antonio Sisca (Gazzetta del Sud.it)

FILADELFIA (VV) – «Ho ripreso da giorni e senza l’aiuto di nessuno, come ho fatto per sette anni e continuerò a farlo finchè avrò vita, le ricerche dei resti di mio figlio Santo, visto che i giudici hanno assolto i presunti colpevoli del suo omicidio, non ritenendo valide le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi. Se è necessario ripercorrerò metro per metro tutto il tratto del fiume dove Santo sarebbe stato sepolto, dopo essere stato barbaramente assassinato scavando se necessario anche con le mani».

A parlare così è Angela Donato, madre di Santo Panzanella, il giovane scomparso in una calda giornata di luglio del 2002 dopo essere uscito da casa per alcune commissioni.

La signora Angela, da tutti conosciuta come una madre coraggio per avere apertamente puntato l’indice nei confronti di persone di Filadelfia e Acconia che apparterrebbero secondo gli inquirenti alla malavita organizzata accusandole di essere gli autori dell’omicidio del figlio, non intende incrociare le braccia neanche dopo la sentenza di non colpevolezza emanata qualche tempo dai giudici della Corte di Assise nei confronti dei fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci e si è messa di nuovo sulle tracce dei resti del figlio, ripartendo dai luoghi dove era stata ritrovata nel mese di giugno del 2006 una clavicola che in origine si era detto appartenesse a Santo, ipotesi che i giudici hanno però ritenuto insufficiente mandando assolti gli imputati anche perché gli esami del Dna non avevano dato risposte certe.

«Io non credo più nella giustizia terrena. Di certo, però, chi ha ucciso mio figlio, non potrà sfuggire a quella divina. Santino aveva commesso uno sgarro nei confronti di un pericoloso boss, per questo motivo è stato eliminato. Più volte lo avevo supplicato a tirarsi fuori da una storia pericolosa ma non mia voluto ascoltare; oggi, a distanza di nove anni dalla sua morte per la legge non ci sono colpevoli».

Santo Panzanella aveva 29 anni quando il 10 luglio 2002 scomparve nel nulla; l’ultima volta che lo videro stava andando con la sua Alfa Romeo 164 trovata poi incendiata nei pressi del fiume Angitola al Sert, il centro per la cura dei tossicodipendenti.

La signora Angela da allora ha cercato con ogni mezzo di scoprire la verità che però non è mai arrivata. Anche lei come Anna Fruci, madre di Valentino Galati, nei giorni scorsi ha chiesto di sapere a chi appartengono le ossa umane ritrovate 16 mesi fa a Castellano, in territorio di Francavilla, in una zona non molto distante da dove nel 2006 è stata ritrovata la clavicola che in un primo momento si era detto appartenesse al figlio.

Del ritrovamento di questi resti si è dibattuto anche in aula, durante il processo sull’omicidio di Santino. Secondo il consulente della Procura, quella clavicola potrebbe essere proprio quella di Santino. Questa ipotesi, però, è stata confutata dall’avvocato Francesco Gambardella, tanto da indurre la Corte a disporre nuovi accertamenti sui frammenti ritrovati dopo tanti anni.

Il 6 luglio scorso i periti, in aula, hanno però spiegato che la clavicola è sicuramente di un essere umano, e non hanno escluso che l’osso sia proprio di Santo Panzanella, ma si sono detti impossibilitati ad affermare che lo sia certamente visto il troppo tempo trascorso. E così a quei frammenti si aggrappa la speranza dei familiari delle tante vittime della lupara bianca della zona.

 

 

 

">Video Youtube

La Santa - Viaggio Nella Ndrangheta Sconosciuta

Ruben H Oliva | Enrico Fierro (parte 6)

 

 

 

Articolo del 20 Aprile 2009 da  differenza.org

Il triangolo delle Bermude

Mafia – sostantivo femminile #1: «Scandalo a Filadelfia» di Alberto Nerazzini racconta di come si possa sparire tra Lamezia e Vibo

("Il corpo e il sangue d’Italia" a cura di Christian Raimo - Editore Minimum Fax)

di Gian Maria Tosatti

Recensire un solo racconto all’interno di un’antologia potrebbe sembrare una operazione politicamente scorretta e potrebbe far desumere che il resto non valga neppure una riga di analisi. E invece è tutto l’opposto. Almeno in questo caso, perché il testo in questione è un racconto contenuto in una delle raccolte di Minimum Fax, ossia di quella casa editrice che ha letteralmente resuscitato il concetto di antologia per farne uno strumento letterario d’indagine sul presente. Così che questa, come le altre raccolte dell’editore romano finiscono per essere abissi tascabili entro cui infilare di tanto in tanto il naso, un po’ a caso, senza la necessità di una lettura progressiva. E il libro in questione, ossia Il corpo e il sangue d’Italia, uscito alla fine del 2007, ne è evidentemente un esempio. A comporlo, sotto la cura di Christian Raimo, cui si deve gran parte del merito di questo restyling editoriale, sono un gruppo di giornalisti che hanno cercato di trovare una forma letteraria per raccontare storie reali che potessero fungere da osservatorio privilegiato su un paese che quotidianamente sfugge a se stesso pur non facendo altro che parlarsi addosso.

E dell’unico racconto di cui si parlerà in questa recensione, la cosa che forse colpisce di più è l’accenno rapidissimo che l’autore fa ad una videocassetta vista a casa della famiglia di Valentino Galati, un ragazzo scomparso (letteralmente) nel quadro della particolare storia di mafia (‘ndrangheta per la precisione) che è oggetto della storia. Quando il televisore viene acceso Alberto Nerazzini ha appena condotto una crudissima intervista alla madre del ragazzo. Per tutto il tempo, domanda dopo domanda, una donna in nero, con le sue mezze risposte ha dato uno dei più lancinanti ritratti di cosa sia la mafia. Nelle sue esitazioni di fronte alle domande del giornalista che le chiedeva conto dell’omicidio del figlio da parte dei suoi vicini di casa, la famiglia del boss, c’era la rabbia e l’impotenza, il disorientamento e la consapevolezza. Nerazzini per circa dieci pagine insiste, provoca la donna, in modo quasi insopportabile per chi non abbia l’ostinazione del reporter a far uscire la verità e tutti i suoi risvolti, per chi non abbia lo stomaco del chirurgo che per fare l’autopsia deve aprire in due il corpo di un uomo e frugarci dentro. Alla fine, la tensione si allenta. Nel videoregistratore una delle figlie della donna mette la videocassetta su cui si susseguono i diversi interventi televisivi fatti dalla madre a seguito della scomparsa del fratello. E’ sempre la stessa intervista. Il tema non può cambiare, eppure nel pomeriggio di Rai Uno, per un quarto d’ora, il conduttore della trasmissione, anch’egli un giornalista, uno con lo stesso tesserino di Nerazzini, riesce a condurre un dialogo senza mai far emergere l’ombra della mafia. Neppure un accenno, neppure un’allusione.
Dopo pochi capoversi il racconto si chiude. Questo piccolo dettaglio, queste cinque righe tra sessanta pagine mettono il sigillo sull’intera vicenda e spiegano da una parte il perché l’autore fa il mestiere che fa e dall’altra definiscono il valore di questa piccola inchiesta trattata come un racconto letterario. Eccola lì a confronto la stessa storia vista da due angolazioni diverse. In una non c’è niente se non appunto una scomparsa, nell’altra c’è appunto un racconto di «corpo e sangue».
Per conoscerlo bisogna andare un po’ indietro, bisogna raccontare la storia di un altro ragazzo scomparso, uno la cui madre non ha avuto esitazione a rompere il silenzio a fare nomi e cognomi a sfidare l’omertà di tutti. Santo Panzarella come Valentino Galati scompare nel nulla un pomeriggio di primavera. Che fine ha fatto lo racconterà tempo dopo un testimone dell’esecuzione senza però raccontarne i motivi. Alla base di tutto c’è una donna, Angela Bartucca, moglie del capoclan di Filadelfia (che non si trova negli Stati Uniti, ma incastrata tra le province di Lamezia Terme e Vibo Valentia), donna bellissima, capelli neri e occhi dello stesso colore, figura umana, quasi animale, in cerca di un amore che non riesce a provare per un marito che passa lunghissimi soggiorni in carcere. E’ lei la misteriosa fidanzata di cui alcuni picciotti parlano senza farsi capire pochi giorni prima di sparire nel nulla. E’ così che va. Così raccontano quelle due madri così diverse, chiuse dal destino in un tagliente triangolo femminile che getta una luce bruciante su un mondo fatto di ombre, di lati oscuri. Attorno una massa indistinta di personaggi che regolano conti, che «fanno pulizia» dell’onore del boss la cui donna «non può» tradire e se lo fa allora la controparte deve sparire, diventare nessuno appunto. Ed ecco la semplice trama di questa storia di corpi mai trovati, dove tutto sembra chiaro solo a chi legge il racconto a centinaia di chilometri da quella terra in cui anche una madre con un figlio ucciso può dire solo mezze verità.

Nerazzini, con una puntualità che gli è consueta quando fa il giornalista (ricordiamo il documentario La mafia bianca di cui ci occupammo nell’anno 1 numero 6) mette in fila tutti gli indizi, tutti i dettagli di un racconto che riesce a tenere il ritmo avvincente di una prosa letteraria rubando il respiro al lettore dall’inizio alla fine. Ci sono i fatti, sì, ma anche tutte quelle sfumature di cui talvolta le storie di cronaca hanno bisogno per poter essere comprese sul serio, per poter mostrare i moventi di una macchina omicida come la mafia, che, per quanto sia difficile crederlo è composta da esseri umani, uomini e donne di «corpo e sangue».

 

 

 

 

 

 

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