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10 Dicembre 1969 Palermo Strage di Via Lazio. 4 morti, tra cui, vittime innocenti, Giovanni Domé, custode del cantiere, e Salvatore Bevilacqua, manovale che stava chiedendo un anticipo. PDF Stampa

Nella foto: Giovanni Domè (inviata dal figlio Ferdinando) a sinistra e Salvatore Bevilacqua, a destra, per cui si ringrazia Giovanni Perna (Dedicato alle Vittime delle Mafie)


Nota di Ferdinando Domè, figlio di Giovanni

Io nel 1969 avevo 10 anni, mi ricordo benissimo di Bevilacqua. Era una persona buona, mite, che tutti prendevano un pò in giro per la sua balbuzia. Bevilacqua non era una persona sposata, aveva, ricordo, un fratello più grande di lui che se è ancora in vita avrà circa 90 anni. Anche lui quella sera si recava insieme a mio padre, in quel maledetto ufficio per riscuotere la paga che invece non hanno mai riscosso, se non la morte.

Io e la mia famiglia abbiamo vissuto per quasi 40 anni con questo marchio. Nessuno, né lo Stato né la stampa, che subito dopo quella strage e
negli anni successivi ha scritto e raccontato di tutto e di più, che per far notizia hanno fatto di tutta un'erba un fascio macchiando l'onorabilità, l'onestà di mio padre ed anche di Bevilacqua e rovinando per sempre l'esistenza di mia mamma e di noi figli. Mio padre era una persona come tanti altri, grande lavoratore ed attaccatissimo alla famiglia, una persona umile ma onesta. Forse anche per questo siamo stati lasciati soli dallo Stato. Mio padre non era una persona famosa, non era un magistrato, un giornalista o un politico. La vita di una persona ha valore in base al suo status sociale alla sua professione, al suo potere ed alla sua ricchezza.Tanto è vero che nel primo processo che è stato fatto per questa strage, nel 1972, la figura di mio padre ne era uscita pulita, però mai nessuno ci ha comunicato nulla, nessun giornale ha scritto una sola riga su questo, nessuna scusa. Lo abbiamo saputo ufficialmente, anche se non abbiamo avuto mai nessun dubbio sull'onestà di mio padre, solo qualche anno fa.

Questa è una ferita che non riesce a guarire, neanche se sono passati 40 anni.

 


Articolo del Corriere della Sera del 23 Gennaio 2007

«Strage di viale Lazio, il killer era Provenzano»

di Giovanni Bianconi

Nel racconto ai magistrati del pentito Grado l' imperizia del giovane boss: «Quel cosaccia sporco sparò subito». Fu l' inzio della carriera di «u tratturi»

PALERMO - Il killer venuto da Corleone sparò per primo. Non era ancora il padrino che avrebbe predicato la soluzione nonviolenta dei conflitti interni a Cosa Nostra e la «strategia della sommersione» mafiosa. All' epoca era solo Bernardo Provenzano, «uomo d' onore» all' inizio della carriera, già ufficialmente ricercato anche se nessuno o quasi se ne curava. Sparò e uccise, la sera del 10 dicembre 1969, in quella che passò alla storia come «la strage di viale Lazio». Quattro morti e qualche ferito, tra cui lo stesso Provenzano che mostrò una certa imperizia nell' azione, al punto da provocare la reazione armata delle vittime dell' agguato. Anche loro fecero fuoco, e uccisero uno del commando. Oggi che Provenzano, divenuto il capo assoluto di Cosa Nostra, è un ergastolano rinchiuso nel super-carcere di Terni, la giustizia gli presenta anche quel conto. Un processo per omicidio plurimo e aggravato, l' unico che lo vede nel ruolo di esecutore materiale; le condanne ricevute finora lo indicavano sempre come mandante dei delitti. Ad accusarlo è un mafioso pentito - Gaetano Grado, già uomo di fiducia del boss Stefano Bontate - che partecipò alla strage ideata per togliere di mezzo Michele Cavataio detto il cobra, un mafioso «tragediatore» che aveva scatenato e alimentato la prima guerra tra cosche che insanguinò gli anni ' 60 in Sicilia e non solo. Il suo verbale è agli atti dell' inchiesta condotta dal pubblico ministero Michele Prestipino (riaperta nel 2001, dopo le assoluzioni per insufficienza di prove degli anni precedenti), giunta all' avviso di chiusa indagine che prelude la richiesta di rinvio a giudizio per Provenzano, lo stesso Grado e Totò Riina. L' agguato avvenne mentre Cavataio si trovava negli uffici dell' impresa edile dei fratelli Moncada, assieme all' altro mafioso Michele Tuminello. Per non destare sospetti, i killer s' erano mascherati da uomini delle forze dell' ordine. «Partiamo con una macchina, un' Alfa blu, vestiti da poliziotti - racconta Grado -. Solo io non lo ero... Era un fatto che si poteva andare anche a morire, per come è successo che qualcuno ci ha lasciato la pelle... Ho detto "se devo morire non voglio morire con la divisa"». L' unico killer senza divisa prosegue descrivendo l' azione: «Appena arriviamo lì con la macchina abbiamo fatto rumore tipo polizia, sbattendo gli sportelli... Vedo uno che affaccia la testa, io avevo una pistola e un fucile da caccia, tiro con la mano sinistra la pistola, gliela punto e gli dico "Sali su che siamo poliziotti". Questo era Domè (Giovanni Domè, impiegato dell' impresa di Tuminello, una delle vittime, ndr)... Quando è salito l' abbiamo messo davanti a noi per entrare dentro l' ufficio. Quel cosaccia sporco di Bino Provenzano, prima ancora che noi entrassimo dentro l' ufficio gli spara a Domè». Furono questi spari a provocare la reazione di Cavataio, che Grado ricorda così: «Appena lui gli spara (Provenzano a Domè, ndr) noi ci buttiamo dentro l' ufficio, io col fucile riesco a tirargli le prime due fucilate a Michele Cavataio, era dietro la vetrata, riesco a pigliarlo in una spalla, però lui spara a me e io vengo ferito, che praticamente ancora c' ho del vetro nel nervo ottico dell' occhio destro... Io riesco a uscire fuori e gli grido a Damiano Caruso e a Calogero Bagarella (altri due del commando, ndr): "entrate che io non ci vedo più". Questi entrano e cominciano a sparare, al Bino Provenzano Michele Cavataio gli spara... è stato ferito. Il Cavataio spara pure a Bagarella e l' ha ammazzato... Caruso viene ferito». Anche Cavataio fu colpito a morte, e nessuno sa dire se Provenzano abbia recuperato dal suo cadavere il documento che cercava, l' organigramma mafioso disegnato dalla vittima; un pezzo di carta strappato con qualche nome di «uomini d' onore» fu trovato nel cestino dell' ufficio. Dal racconto del pentito e di altri collaboratori - oltre a Grado hanno parlato Buscetta, Calderone, Marino Mannoia, Brusca e Di Carlo - emerge invece la «tragedia» montata dallo stesso Provenzano dopo l' agguato; e cioè l' attribuzione dell' errore di aver sparato subito, scatenando il fuoco avversario, non a se stesso ma a Damiano Caruso, che di lì a poco sarà eliminato a Milano. Ne venne fuori la «vulgata» mafiosa di Provenzano che riparò all' errore altrui, riferita pure dal catanese Calderone che attribuisce a quell' episodio il soprannome ' u tratturi per il boss, il trattore che «traturau tutta a terra», ha fatto tutto. Poi ' u tratturi divenne ' u ragioniere, e infine il padrino pacificatore. Che ora dovrà difendersi da questa nuova e meno lusinghiera versione della strage consumata 37 anni fa.

 

 

 

Fonte cittanuovecorleone1.blogspot.it
da La Sicilia, 29/11/2007


Rivelazione di un pentito al processo per la strage di viale Lazio: "Volevo uccidere Riina"

FIRENZE - E' iniziata, nell'aula bunker di Santa Verdiana a Firenze, l'udienza a carico di Totò Riina e Bernardo Provenzano accusati di essere rispettivamente il mandante e uno degli esecutori materiali della strage di via Lazio, avvenuta a Palermo il 10 dicembre 1969. Quella strage è considerata uno degli episodi più cruenti della prima guerra di mafia che si scatenò negli anni 60 e che - a causa della morte del boss Michele Cavataio - portò a una ridefinizione delle sfere di competenza della varie famiglie mafiose.All'udienza, che si tiene davanti alla Corte d'assise di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino (a latere Angelo Pellino), e il pm è Michele Prestipino, sono presenti in videoconferenza gli unici due imputati: dal carcere di Novara Bernardo Provenzano e dal carcere di Milano Totò Riina. L'udienza è incentrata sull'audizione di Gaetano Grado, il collaboratore di giustizia (e cugino di Salvatore Contorno) che indicò in Bernardo Provenzano il killer di Michele Cavataio, trucidato brutalmente da 'Binnu 'u tratturi'."Dissi a Stefano Bontade: cerchiamo di ammazzare Totò Riina, che fa troppa strategia, ma Bontade mi disse di lasciarlo fare, 'sto viddanu". Lo ha detto il collaboratore di giustizia Gaetano Grado, cugino di Salvatore Contorno e 'custode' negli anni '60 di Totò Riina, nella sua deposizione davanti alla corte d' assise di Palermo per il processo sulla strage di viale Lazio, a Palermo. "Riina faceva troppa strategia - ha detto Grado - perchè dovunque andasse cercava di ingraziarsi i piu furbi e questo non mi piaceva. Per questo lo raccontai a Stefano Bontade", boss di Santa Maria di Gesù. "Un giorno in macchina gli dissi, dammi retta cerchiamo di ammazzarlo a questo, ma Bontade disse di no: 'è viddanu', mi disse, 'lascialo correre a questo cavallo, che tanto deve passare sempre da qui". Grado, coimputato nel processo per la strage di Viale Lazio, era stato combinato giovanissimo nella famiglia di Villagrazia che poi venne assorbita dalla famiglia di Santa Maria del Gesù."Io non volevo morire vestito da poliziotto. Per questo la divisa della polizia usata per la strage di viale Lazio la indossarono soltanto Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Damiano Caruso e Manuele D' Agostino", ha detto Grado alla Corte d'assise di Palermo durante la ricostruzione dell'organizzazione della strage di viale Lazio. "Cavataio - ha detto Grado - doveva morire perchè non rispettava le regole di Cosa nostra, perché uccideva innocenti e non aveva onore".Dopo la strage di viale Lazio, negli uffici dei fratelli Moncada, "portammo via il corpo di Calogero Bagarella" rimasto ucciso nella strage "e dovevamo decidere di seppellirlo perchè era morto con onore. Ma Totò Riina disse che il corpo di suo cognato doveva essere bruciato. Comunque se ne occupò lui", ha raccontato Grado. "Mettemmo il corpo di Bagarella in un sacco - ha detto Grado - e io dissi che doveva essere sepolto vicino alla sua famiglia. Ma Riina mi disse che ero pazzo, che avremmo attirato i carabinieri e che quindi il corpo andava bruciato. Ci avrebbe pensato lui. Non so come andò a finire perchè io me ne andai".

 

 

Articolo del 28 Aprile 2009 da  livesicilia.it

La strage di viale Lazio spiegata dal pentito chiave

Un gruppo di fuoco deciso dai membri della cupola pose fine alla vita di Michele Cavataio, detto ‘il cobra', boss dall'Acquasanta. Era il 10 dicembre del 1969 e fu una strage: la ‘strage di viale Lazio'. Al processo per la strage sono imputati anche Totò Riina, come mandante, e Bernardo Provenzano come esecutore.

La vicenda rappresenta il più alto punto raggiunto dalla prima guerra di mafia e che sancì l'ascesa dei corleonesi dentro Cosa nostra. Michele Cavataio era considerato reo del tentativo di ‘allargarsi' e di non rispettare le regole non scritte della vecchia mafia. "Michele Cavataio - ha detto Gaetano Grado, ex boss di Santa Maria di Gesù oggi pentito, uno dei partecipanti al commando - era un pericolo pubblico ed era nella nostra lista dei morti non solo perché voleva esercitare l'egemonia su Palermo centro ma perché uccideva gente tanto per fare: carabinieri e poliziotti, per esempio. Cosa nostra - ha aggiunto - non ammetteva che si uccidessero carabinieri e poliziotti: c'erano altri modi che adesso non posso dirvi a rendere inoffensive le istituzioni".

Secondo Grado, a decidere la morte di Cavataio fu la cupola al gran completo: Totò Riina, Tano Badalamenti, Michele Greco, Stefano Bontade. "Il gruppo di fuoco venne deciso così: io parlai per me e portai D'Agostino, Riina propose Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, Giuseppe Di Cristina decise per Caruso". Grado ha ricordato come fu lui ad avere l'idea di indossare divise della polizia, "ma io non la volli indossare - ha tenuto a sottolineare - perché quella era un'azione pericolosa e potevamo morire e io non volevo morire vestito da poliziotto". Perché è "una grande offesa e onta perché in siciliano 'carabiniere' vuol dire infame".

Con una Giulietta blu con la sirena, il commando giunse all'impresa della ditta Moncada e, 'accidentalmente', si cominciò a sparare. Cavataio "ricevette in corpo almeno 200 colpi ma si muoveva ancora, così Provenzano gli scaricò in testa la sua P38". La pistola di Binnu, infatti, s'inceppò, dice Grado, e allora infierì sulla testa di Cavataio con il calcio dell'arma. Ma nell'operazione ci fu un caduto: Calogero Bagarella, fratello di Luchino e cognato di Riina. "Recuperammo il corpo - racconta Grado - e lo nascondemmo nel baule della macchina. Dissi che siccome era caduto con onore doveva essere seppellito con la sua famiglia. Ma Riina disse che era meglio bruciarlo. Ci pensò lui". E ancora oggi non si sa che fine fece il corpo di Calogero Bagarella.

E pensare che Grado voleva uccidere Riina. "Dissi a Stefano Bontade - ha detto in una deposizione al processo - cerchiamo di ammazzare Totò, fa troppa strategia, ma Bontade mi disse di lasciarlo fare: ‘lascialo correre sto viddanu tanto da qui deve passare'". Così Grado finì pure per coprire la latitanza di Totò u' curtu: "L'ho portato dal parrucchiere, in boutique, ho speso milioni".

Grado, nella sua testimonianza, è tornato anche sulle ragioni del suo pentimento. "Questi qua, i corleonesi, hanno distrutto la cosa più bella del mondo, e questa non è più Cosa nostra ma cosa loro", ha detto in aula, mentre la memoria ripercorreva tutta la sua carriera criminale. Ha parlato di Luciano Liggio, di Di Cristina, di Vito Ciancimino, di La Barbera e Torretta, della sua latitanza a New York, dei vecchi Gambino. Ricorda con orgoglio i suoi tempi, quando era "il killer più in vista della Sicilia, capace col fucile di non lasciare mai viva una persona". Quando "Cosa nostra era una cosa bella, una cosa che hanno distrutto". Ora Gaetano Grado, però, è in carcere, come tutti i suoi ‘amici', almeno quelli che non sono morti a causa di quella ‘cosa bella'.

 

 

Articolo del 28 Aprile 2009 da  julienews.it

Strage di via Lazio, ergastolo per Riina e Provenzano

di Nico Falco

E’ arrivata la sentenza della Corte d’Assise di Palermo per la strage di via Lazio, compiuta il dieci dicembre 1969. Si tratta di una condanna. Bernardo Provenzano e Totò Riina, dopo quasi sei ore di camera di consiglio, nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, sono stati condannati all’ergastolo dal collegio presieduto da Giancarlo Trizzino, a latere Angelo Pellino. L’eccidio costò la vita a cinque persone ed avvenne negli uffici del costruttore Moncada, in viale Lazio: vennero ammazzati il boss dell’Acquasanta Michele Cavataio, Francesco Tumminiello, Salvatore Bevilacqua e il custode Giovanni Dome’, che aveva l’unica colpa di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.

Ucciso anche Calogero Bagarella, che faceva parte del commando omicida e fu colpito da Cavataio. Il suo cadavere non venne mai ritrovato.

L’accusa era rappresentata dal pm Michele Prestipino, oggi procuratore aggiunto di Calabria. I legali di Riina e Provenzano, gli avvocati Riccardo Donezelli, Franco Marasa’ e Rosalba Di Gregorio, hanno già annunciato che dopo questa decisione sono intenzionati a ricorrere in appello.

La famiglia di Dome’, il custode ucciso da incolpevole, era costituita parte civile, con l’assistenza dell’avvocato Francesco Crescimanno, ed ha ottenuto una provvisionale immediatamente esecutiva, così come la Provincia, parte civile con l’avvocato Cetty Pillitteri. Secondo i giudici Provenzano è stato l’esecutore materiale della strage, mentre Riina è stato condannato come mandante.

 

 

 

Articolo del 15 Marzo 2011 da  gds.it

Palermo, strage di viale Lazio: confermati ergastoli per Riina e Provenzano

La condanna per i due storici boss mafiosi dalla prima sezione della corte d'Assise d'appello per uno dei capitoli più sanguinosi della prima guerra di Cosa nostra degli anni sessanta a Palermo

PALERMO. La prima sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo ha confermato gli ergastoli per i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano per la strage di viale Lazio, uno tra i più sanguinosi capitoli della prima guerra di mafia "combattuta" dai clan negli anni '60 a Palermo. Lo scopo era eliminare il capomafia Michele Cavataio.     Le indagini sull'eccidio, più volte chiuse per mancanza di indizi, furono riaperte dopo il pentimento di Gaetano Grado che, confermando il racconto di un altro collaboratore di giustizia, Antonino Calderone, fece i nomi dei sicari.

La sera del 10 dicembre 1969 i killer, travestiti da poliziotti, fecero irruzione negli uffici dell'impresa edile Moncada, uccidendo Cavataio, Francesco Tumminello, Salvatore Bevilacqua e Giovanni Domé, custode degli uffici. Nella sparatoria perse la vita anche uno dei killer del commando, Calogero Bagarella, fratello del capomafia di Corleone Leoluca e cognato di Totò Riina.    Nel processo si sono costituiti parte civile la Provincia di Palermo, con l'avvocato Concetta Pillitteri, i familiari di Giovanni Domé, custode degli uffici  del costruttore Moncada in viale Lazio dove avvenne la strage con l'avvocato Francesco Crescimanno.

 

 

 

Articolo del 12 Maggio 2011 da  blitzquotidiano.it

Giovanni Domé vittima della mafia: morì nella strage di Viale Lazio a Palermo

PALERMO – Per anni ha vissuto con il marchio che il padre ucciso nella strage di viale Lazio a Palermo avvenuta il 10 dicembre 1969, per la quale sono stati condannati all'ergastolo i boss Toto' Riina e Bernardo Provenzano fosse coinvolto in traffici illegali. Dopo 42 anni, nel marzo scorso, invece Giovanni Dome', custode degli uffici del costruttore Moncada dove avvenne l'eccidio e' stato riconosciuto vittima della mafia. E per i suoi familiari costituitisi parte civile e' stato disposto, a marzo scorso, un risarcimento danni. ''In questi anni abbiamo dovuto nasconderci perche ci reputavano figli di un mafioso – racconta Ferdinando Dome', 52 anni, operaio a Torino, ai microfoni del Tgr Sicilia della Rai – Ho avuto anche difficolta' a farmi accettare dalla famiglia di mia moglie. E ai miei figli a lungo ho detto che il loro nonno era morto per infarto''. Lui insieme ad un altro fratello dopo la strage fu messo in collegio ''dove abbiamo patito – dice – tante sofferenze''. In viale Lazio si consumo', uno tra i piu' sanguinosi capitoli della prima guerra di mafia ''combattuta'' dai clan negli anni '60 a Palermo. I padrini corleonesi, in quell'occasione, si allearono con i boss palermitani. I killer, travestiti da poliziotti, fecero irruzione negli uffici dell'impresa edile Moncada, uccidendo Cavataio, Francesco Tumminello, Salvatore Bevilacqua e Dome', custode degli uffici. Nella sparatoria perse la vita anche uno dei killer del commando, Calogero Bagarella, fratello del mafioso di Corleone Leoluca e cognato di Toto' Riina.

 

 

 

Video Youtube

Ruoppolo Teleacras - La strage di viale Lazio

 

 

 

 


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