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12 Ottobre 1983 Lamezia Terme. Rapito Giuseppe Bertolami, florovivaista di 58 anni. PDF Stampa

Articolo del 23 Dicembre 1984 da L'Unità

Da 15 mesi e nelle mani della mafia. Disperato appello di suo fratello

di  Filippo Veltri

Giuseppe Bertolami fu rapitoo alla periferia di Lamezia Terme - Un anno e mezzo d'angoscia  - La vicenda di Enza Rita Stramandinoli

Lamezia Terme - Mentre parla, nel grande hangar-capannone della sua azienda dove si stanno ultimando le spedizioni di agrumi per le feste di Natale, Antonino Bertolami piange. Non fa niente per nasconderlo. Nel dialetto ancora così marcatamente siciliano — nonostante i trenta e passa anni che ormai vive in Calabria — lancia l'ultimo appello ai rapitori del fratello Giuseppe, 59 anni, in mano all'anonima sequestri ormai da oltre quindici mesi. Un record, un triste primato. «Fateci sapere cosa gli è successo, se è vivo o è morto, ma fateci sapere qualcosa», dice fra le lacrime.
È una storia amara nella Calabria tormentata dai sequestri di persona, quella di Giuseppe Bertolami e della sua famiglia, di questo incredibile anno e mezzo passato nell'angoscia di sapere qualcosa, di un segnale, di un passo che possa riaprire — se non altro — la speranza. Una storia emblematica di un dramma purtroppo non isolato ma assai vasto che in queste stesse ore altre tre famiglie calabresi vivono con eguale intensità. a madre di Enza a Stramandinoli,la ragazza di sedici anni di Dasà (CZ) rapita una settimana fa ha rivolto, ad esempio, un altro appello ai rapitori della figlia dichiarandosi disposta a sacrificare anni e anni di duro lavoro «pur di riavere al più presto la sua bambina». Parole toccanti lanciate nell'immediatezza delle feste natalizie nella convinzione, forse ingenua, che ci si lasci commuovere dal clima o da altro. Ma le «regole» della mafia sono improntate a ben altri sentimenti e proprio , del resto, se ne è avuta conferma con l'ennesimo tentato sequestro a Dinami, a soli quattro chilometri da Dasà, dello studente Raffaele Cartiere, sedici anni, fallito solo per la presenza di spirito del giovane che si è buttato in una scarpata mentre tre persone cercavano di caricarlo su una Mercedes.

Giuseppe Bertolami fu rapito alla periferia di Lamezia la sera dei 12 ottobre del 1983 mentre, lasciata l'azienda che gestiva assieme ai fratelli proprio vicino agli stabilimenti della ex Sir, rientrava a casa.Azienda assai florida quella dei quattro fratelli Bertolami, originari di Mazzarà Sant'Andrea, un piccolo paese della provincia di Messina, braccianti all'origine, poi moderni imprenditori dell'agricoltura nella Piana di Lamezia. la loro azienda è oggi indicata a modello. Nel grande capannone dove Antonino Bertolami riceve i giornalisti tutto è al posto giusto. Sul lato finanche un laboratorio di analisi e di ricerca sugli innesti di nuovi agrumi, un capolavoro nel suo genere che però è rimasto a metà. «Cosa vuole! Dopo il rapimento di mio fratello tutto si è rallentato, investimenti, ricerche, nuove produzioni», dice il cavaliere del lavoro Antonino. Subito dopo il rapimento tutto è pesato sulle spalle di quest'uomo, dal volto profondamente scavato dalla fatica e dalla sofferenza. Le prime richieste di pagamento gli arrivano verso la fine di ottobre. Sono cifre da capogiro, ma lui non si tira indietro. Allaccia i contatti, tiene legati i rapitori, cerca di trattare. Spera che la faccenda si possa risolvere subito, nel giro di qualche mese, che per Natale si possa tutti quanti festeggiare il rilascio di Giuseppe. Ma passa Natale, Capodanno e l'anno nuovo comincia sotto il segno del precedente.
Telefonate, richieste, minacce: tutto il tradizionale cinico copione, insomma, che sì segue in tutti i  equestri di persona. Ad aprile finalmente il fatto nuovo. Fra Antonino Bertolami e i rapitori del fratello si concordano cifra e luogo per il pagamento del riscatto. Anche qui copione rispettato per l'incredibile «via crucis» che familiari del rapito sono costretti a rispettare. Al posto stabilito si recano infatti per più sere consecutive, con in macchina il denaro, senza che nessuno si faccia vedere. Si temono imboscate della polizia, pedinamenti e quindi per più giorni — alcuni per settimane intere — nel cuore della notte si cammina su e giù in attesa dell'intercettamento, dello scambio. Per Antonino Bertolami questo momento non giunge mai. Anzi il 17 aprile gli arriva in azienda una telefonata che lo avverte di bloccare tutto. Per momento non se ne fa niente, tutto è rimandato a tempi migliori. Bertolami pensa a un momentaneo contrattempo, aspetta di riprendere i contatti, ma quella sera del 17 aprile 1984 resta l'ultima telefonata che gli è arrivata dal rapitori del fratello. Da allora più niente, silenzio assoluto. Cosa sia successo non si sa. I pensieri e l timori sono tanti, anche quelli di un incidente. Antonino Bertolami non sa oggi cosa dire, ma non sanno che pesci prendere neanche gli inquirenti di Lamezia. Un sequestro strano, senza dubbio. Problemi all'interno della banda dei rapitori? Può essere e molti mettono in relazione al sequestro Bertolami un sanguinoso regolamento di conti avvenuto dentro la mafia lamentina. Ma di queste cose, ovviamente, ad Antonino Bertolami non interessa granché. Lui pensa al fratello, a cosa gli può essere successo a questi allucinanti quindici mesi.

 

 

 

Articolo del 13 Ottobre 1985 da L'Unità

«Solo qui sequestri impuniti »
Lamezia Terme — «Non posso riferire fatti specifici perché non ne sono a conoscenza. Posso però dire che le indagini sul sequestro di mio fratello hanno fatto emergere le lacune dello Stato nell'opera di prevenzione in Calabria dei fenomeni di criminalità organizzata. Per battere la mafia ci vuole più impegno. Altrimenti il Sud rischia di sprofondare sempre di più». E quanto ha detto ieri nel corso di un incontro con i giornalisti Antonino Bertolami, titolare di un'azienda florovivaistica di Lamezia Terme, fratello di Giuseppe Bertolami, di 60 anni, rapito il 12 ottobre del 1983 e del quale non si hanno più notizie. «Ciò che non riesco a spiegarmi — ha aggiunto Antonino Bertolami — è perché i sequestri che avvengono al Nord, nella gran parte dei casi, si risolvono con la liberazione dei rapiti da parte delle forze dell'ordine mentre qui in Calabria questo avviene molto raramente».

 

 

 

Articolo del 17 Aprile 1992 da L'Unità

Platì, scoperto un «cimitero dell'Anonima»
Sepolti alcuni ostaggi mai liberati?

 

Tre magistrati sovegliano gli scavi. L'informazione verrebbe da un "pentito"

Platì (Reggio Calabria) Un pool di magistrati da alcuni giorni sta direttamente seguendo a Platì - il paesino dell'Aspromonte jonico considerato una delle grandi capitali dei sequestri - i lavori di scavo su un terreno dove sarebbe stato individuato un vero e proprio cimitero dell'Anonimma squestri.

Il "camposanto dell'anonima", come lo ha già sorpannominato la gente, è qualche centinaio di metri più in su delle ultime case del paese. Un fazzoletto di terra accanto al cimitero vero, quello con il grande cancello in ferro battuto e la scalinata piana che si apre a destra della strada che s'inerpica come un serpente nervoso verso i misteri dell' Aspromonte. Forse qualcuna delle vittime mai tornate è stata stretta in qualche nicchia lì dentro, tra le tombe, una accanto all'altra, i cui nomi ricordano agguati fatti scattare o subiti, storie di killer e di morti ammazzati.

Le forze dell'ordine presidiano tutta la zona con le armi in pugno. Impossibile avvicinarsi. Niente da fare, neanche per i giornalisti. Laggiù, nella piazzetta sbilenca di Platì, s'è intanto sparsa la voce che tutto quello spiegamento c'è non soltanto per scavare in pace, ma anche perché, da qualche ora, sarebbe stato portato fin lassù, a guidare picconi, pale e ruspe, il pentito che sta vuoando il sacco sui segreti della 'ndrangheta. Sarebbe informatìssima questa nuova ed insospettabile "gola profonda", depositaria dell'inventario di organigrammi delle cosche e protettori politici, di delibere illecite e miliardarie e degli uomini che le hanno spinte avanti, dei grandi traffici della droga, gli appalti, i rapimenti dell'Anonima. I magistrati smentiscono con nettessa. Non ci sarebbe nessun pentito. Anzi, aggiungono, ogni voce di questo tipo potrebbe essere pericolosa e spingere a vendette dirette o trasversali. Ma la voce, nonostante le smentite, continua a correre.

Alla scoperta del "camposanto dell'Anonima" stanno lavorando tre diverse procure. Ieri, nella zona, c'erano Agostino Gordova, procuratore di Palmi; il sostituto di Locri, Nicola Gratteri; quello di Lamezi Terme, Luciano D'Agostino. E proprio la presenza di quest'ultimo ha bruciato gli ultimi dubbi: dal "camposanto dell'Anonima" dovrebbe riemergere il povero corpo di Giuseppe Bertolami, uno dei tre fratelli  titolari della più grande azienda florovivaista della Calabria. Bertolami, 58 anni, fu inghiottito la sera del 12 Ottobre del 1983 mentre con la sua Fiat 132 tornava a Lamezia. Solo l'ipotesi che si stia cercando lui può spiegare la presenza tanto lontano dalla propria giurisdizione del magistrato lametino.
La stessa presenza del dottor Cordova, se si tiene conto che nessuno dei sequestrati che non hanno fatto ritorno negli ultimi 15 anni era originario di Palmi, può spiegarsi solo ipotizzando che gli investigatori siano arrivati fin lì partendo da un'indagine connessa alle vicende di questo paese. I collegamenti di mafia tra la zona di Palmi, che coincide con la zona di Gioia Tauro, e la Locride, del resto non sono cosa nuova. Lo slesso blitz contro i bossprocacciatori di voti alle ultime elezioni politiche, scattato pochi giorni prima delle elezioni del cinque e sei aprile, era stato firmato in modo congiunto da Cordova e Gratteri. E nella maxi-inchiesta su droga, armi  e traffico di voti scattata lo scorso 3 dicembre erano rimasti impigliati, assieme ai boss di Rosarno, i clan della 'ndrangheta che controlla la locride.

 

 

Articolo del 2007 da win.lameziaweb.biz

Lettera-denuncia di Aurelia Bertolami

Lamezia Terme - «Non m'è rimasta alcuna speranza, ma solamente debiti e disperazione». Aurelia Bertolami scarica 24 anni di incubo su tre pagine inviate alla Gazzetta del Sud: prima il rapimento del padre Giuseppe Bertolami, titolare di una delle più grandi e floride aziende agricole della Piana, poi il lungo elenco di danneggiamenti, furti, incendi, chiare intimidazioni mafiose sulla terra di famiglia.
«Nessun aiuto è stato dato per il sequestro di mio padre», scrive la figlia di Giuseppe Bertolami, «e non ho mai avuto la possibilità di assicurare i beni, per cui nessun risarcimento ho mai avuto. D'altra parte i fatti, la continuazione, l'accanimento continuo ed insistente dimostrano inequivocabilmente la natura estorsiva».
Quello di Aurelia Bertolami più che un appello disperato di una vittima della 'ndrangheta, è un atto d'accusa contro lo Stato. E la signora rimane colpita dal fatto che la Direzione investigativa antimafia catanzarese abbia aperto un'indagine sugli affari sospetti delle più forti cosche della 'ndrangheta calabrese sui preziosi terreni del Lametino. «Ho appreso dalla Gazzetta del Sud del 23 gennaio scorso che la criminalità organizzata allunga le mani sulla Piana acquistando terreno a prezzi esorbitanti. C'è da rimanere perplessi. Allo stato in cui è ridotta non ho ricavato niente dalla mia azienda, nè ricaverò qualcosa in futuro, perciò avrei venduto a qualsiasi prezzo per l'esasperazione. Ma il fatto vero», è l'amara constatazione dell'imprenditrice, «è che la 'ndrangheta non compra ma vuole e impone».
Tutta la vita di Aurelia Bertolami è segnata dalla violenza dei clan. Da quand'era giovane e rapirono suo padre nell'azienda di località Pagliarone, a Sant'Eufemia, lungo la vecchia Statale 18 che porta all'area industriale. Era l'ottobre 1983 quando Giuseppe Bertolami sparì. Scrive oggi la figlia ricordando con dolore quel tragico episodio: «Per circa due mesi ci furono telefonate da parte dei sequestratori che chiedevano il pagamento di cifre esorbitanti che la mia famiglia assolutamente non poteva avere, e avvertimmo di tutto la polizia. Dopo tante telefonate i sequestratori imposero l'ultimatum e ridussero il riscatto. Si arrivò alla conclusione di pagare facendo grossissimi sacrifici, impegnando tutto quanto avevamo per raccogliere la somma richiesta. Sono passati 24 anni, e non so ancora dov'è stato seppellito. Purtroppo le cose non sono andate per come si sperava».
Molti anni dopo la figlia Aurelia nonostante tutto s'era rialzata, tentando di riprendere in mano l'azienda paterna. Nel '97 aveva messo su un agrumeto pregiato a coltivazione biologica con 60 mila piantine in 21 ettari. «Ma è partita l'opera di annientamento da parte di ignoti delinquenti», racconta adesso. E fa un lungo elenco di intimidazioni che parte dal primo agosto 2002 e arriva al 24 luglio scorso. Con due episodi agghiaccianti: nel febbraio 2004 vengono incendiati 15 ettari con 40 mila alberi di agrumi, e nell'agosto dello stesso anno altri sei ettari con 20 mila piantine. Quell'anno sono andati in fumo 550 mila euro. «Tutti danni sempre denunciati alla caserma dei carabinieri di Lamezia Terme Scalo competente per territorio», spiega, «e tutti episodi che si sono verificati in località Pagliarone».
Con quali risultati? A rispondere con una sola parola è l'avvocato Achille Esposito, il legale della famiglia Bertolami che ha consegnatoa mano la lettera alla Gazzetta: «Nessuno».
Giuseppe Bertolami fu sequestrato il 12 ottobre 1983. Di lui e dei suoi rapitori non si trovò mai traccia

 

 

Articolo del 17 Settembre 2014 da lameziainstrada.com

I terreni di bertolami ancora nel mirino: incendiato un capannone in pieno giorno in contrada Pagliarone. In passato coltivazioni devastate, mezzi agricoli bruciati e altre intimidazioni

Il capannone dove è stato appiccato il fuoco risulta ancora di proprietà di Giuseppe Bertolami. Dell’imprenditore dopo il sequestro non s’è saputo più nulla. L’immobile di circa 300 mq era adibito a deposito. Dentro tante cassette e attrezzature per la coltivazione delle fragole. A gestire la proprietà che ieri è stata interessata dall’incendio è aurelia, figlia del rapito.
Immediatamente sono interventui i vigili del fuoco con diversi mezzi per spegnere le fiamme e limitare i danni. Sul posto anche un trattore con cui sono state rimosse delle balle di fieno accanto alla struttura, che sono state avvolte dalle fiamme. L’intervento di spegnimento è durato delle ore.
Gli interessati hanno denunciato l’episodio ai carabinieri. Al capannone che era ancora avvolto dal fuoco è arrivato anche il comandante della compagnia di Lamezia Terme Fabio Vincelli per rendersi conto di persona di quanto stava accadendo. Il capannone non èera di grande valore, nè dentro c’era del materiale costoso. Si pensa si sia trattato di un messaggio intimidatorio contro la fmaigli aBertolami, anche se dopo il rapimento tra i fratelli ci sono stati non pochi problemi.
La guerra ai Bertolami continua, seppure con copi assestati a distanza di diverso tempo. Le aziende agricole e quei tereni fanno gola a tanti. E da un decennio sono approdati nella Piana anche investimenti consistenti dalla più vicina area reggina su cui indaga la Direzione Investigativa antimafia. senza però trovare ancora risposte. (Gazzetta del Sud – G.na.)

LA STORIA

Di Giuseppe Bertolami si è persa ogni traccia nonostante gli appelli dei familiari

Sono trascorsi 31 anni da quando fu rapito l’industriale florovivaista Giuseppe Bertolami. Di lui non si hanno più notizie. Fu rapito la sera del 12 ottobre del 1983, intorno alle 18, quando uscì dalla sua azienda a bordo della sua Fiat 132 imboccando la Statale 18, per tornare a casa in città. La sua auto fu ritrovata in Contrada Palazzo. Il sequestro non ebbe testimoni.
Fu avviata una trattativa con i rapitori, ma dopo circa un mese emezzo caò il silenzio, ed il fratello Antonio il 4 marzo del 1684 lanciò un appello ai rapitori ai quali “negli sporadici (e per lo più indiretti) contatti avuti, ho detto di essere disposto a trattare, anche se su una base che non è certamente quella della loro richiesta iniziale“. Un appello che non ebbe delle  risposte e che fu rilanciato il 22 settembre successivo in un’intervista rilasciata al Tg3.
Antonio Bertolami rivelò che i rapitori avevano chiesto 3 miliardi di lire. Quando però tutto sembrava definito, i contatti coni sequestratori si interruppero. Disse il fratello: “A questo punto dobbiamo sapere se andare in chiesa e pregare per Giuseppe morto. Non si può essere crudeli fino a questo punto“.
La famiglia negli anni scorsi, certi della morte del congiunto, avevano sollecitato che almeno si comunicasse loro il luogo dove l’imprenditore era stato sepolto.


 

 

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