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14 Ottobre 1974 Buguggiate (VA) Rapito Emanuele Riboli, 17 anni. Mai più ritrovato. PDF Stampa

Foto da La Stampa del 16 Ottobre 1974

Tratto dal libro Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro

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Emanuele lo prendono quando ha appena diciassette anni, scelto perché figlio di un industriale del Varesotto. Lo prelevano mentre torna a casa in bicicletta e lo portano in un box auto in provincia di Bergamo, per poi trasferirlo, forse in Toscana. I contatti tra la famiglia, tramite lo zio Pierino, e i sequestratori portano al pagamento di un riscatto di 200 milioni. Ma la banda avanza una seconda richiesta di un miliardo. Il maldestro tentativo di liberare il ragazzo da parte dei carabinieri - un emissario avrebbe dovuto consegnare una valigia con una ricetrasmittente, ma il movimento di un militare ha fatto saltare il piano - spinge i rapitori ad avvelenare il giovane Emanuele e a disfarsi del cadavere. Forse lo studente lombardo è stato dato in pasto ai maiali, come è accaduto ad altre vittime in alcuni sequestri operati dalle bande sarde nell'isola e in Toscana.

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Articolo di La Stampa del 16 Ottobre 1974

Industriale e ragazzo rapiti per un ricatto in Lombardia


Due gravi episodi nel giro di ventiquattro ore Industriale e ragazzo rapiti per un ricatto in Lombardia

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Scomparso un ragazzo mentre tornava a casa

Varese, 15 Ottonre. Uno studente di 17 anni, Emanuele Riboli, che frequentava i corsi serali dell'Itis di Varese, è scomparso, ieri notte, mentre faceva ritorno a casa. Forse è stato rapito. Il ragazzo abita in una villa a pochi chilometri da Varese, a Buguggiate, con i genitori ed altri quattro fratelli (è il secondogenito di cinque figli). Di giorni il Riboli aiuta il padre, Luigi, 43 anni, proprietario con il fratello Pierino di una carrozzeria ben avviata che costruisce cabine per autocarri; nell'azienda lavorano trenta persone. Lo stabilimento è alla periferia del paese in Via Rossini; accanto ci sono le abitazioni dei due titolari.

Emanuele Riboli è un ragazzo molto robusto appassionato di motocross. Ieri sera è andato regolarmente a scuola, a Varese, è uscito verso le 22 con l'amico Giulio Martignoni: entrambi sono saliti sulla corriera e mezz'ora dopo smontavano a Buguggiate, in via XXV Aprile. Il Riboli ha accompagnato a casa il compagno di banco, ha ritirato la sua bicicletta che aveva lasciato in custodia ai familiari del Martignoni e si è diretto verso casa. Da quel momento più nessuno l'ha visto.

Il percorso è di poco più di un chilometro e la strada è buia e deserta. Poco dopo le 23, i genitori del giovane, allarmati, hanno iniziato le ricerche e informato i carabinieri e la polizia.

Stamane verso mezzogiorno in un cespuglio vicino alla villa è stata trovata la bicicletta del ragazzo e la borsa con i libri di scuola. "Quasi certamente Emanuele Riboli è stato rapito" hanno detto gli inquirenti. I genitori escludono che loro figlio sia fuggito di casa: "E' molto attaccato a noi - hanno detto - sarebbe incapace di un gesto simile".

I fratelli Riboli lavoravano tempo fa come operai alla Macchi di Varese; poi si sono messi in proprio. Una o due volte al mese vanno a Pescara dove hanno un'altra piccola azienda dello stesso genere.

Le ipotesi sono che i rapitori abbiano sopravvalutato la consistenza del patrimonio della famiglia Riboli, che potrebbe anche pagare un riscatto, ma molto esiguo v.m.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 14 Marzo 1975

La lunga straziante attesa che dura da ben cinque mesi

di Francesco Fornari

Il ragazzo rapito dai banditi in un paese del Varesotto Emanuele Riboli, 17 anni, è stato sequestrato il 14 ottobre scorso - I rapitori hanno chiesto un miliardo - La famiglia non ha tanto denaro - Dal 13 dicembre i malviventi tacciono - Il padre, per consegnare una parte del riscatto, ha già percorso 5 mila km

Varese, 13 marzo. L'incubo dura da quasi 150 giorni: ore d'ansia vissute accanto al telefono, notti insonni trascorse a pensare e sperare, mentre inutili boccettini colmi di sedativi, calmanti, cardiotonici si ammucchiano sui comodini ed i medici, impotenti, si stringono rassegnati nelle spalle, in attesa anche loro che accada qualcosa, che la situazione si sblocchi, che torni la serenità, la voglia di vivere in quelle persone. E' il dramma della famiglia Riboli; il padre Luigi (44 anni, piccolo imprenditore, contitolare col fratello di una carrozzeria), la madre Bianca Natta, cinque figli: Cristina, la più piccola, ha cinque anni. Il maggiore, Emanuele, ne ha i compiuti 17 il 3 novembre scorso. Non c'è stata festa quel giorno: dal 14 ottobre il ragazzo è prigioniero dei banditi che l'hanno sequestrato. Per il suo riscatto hanno preteso una cifra pazzesca: un miliardo. Una somma che Luigi Riboli non sarà mai in grado di procurarsi. Allora i banditi hanno ridotto la loro richiesta ad 800 milioni. Spietati hanno fatto sapere che libereranno Emanuele soltanto quando avranno ricevuto l'ultimo centesimo. Ipotecando proprietà, ricorrendo a prestiti (a tassi di interesse così alti che le somme ottenute rischiano di raddoppiarsi nel giro di un anno), i genitori del rapito hanno raccolto sinora meno di un terzo di quanto preteso dai banditi: 200, forse 250 milioni che sono già stati versati (ma una parte è finita nella mani di uno sciacallo che era riuscito ad inserirsi nelle trattative) ai rapitori. In cambio di che cosa? Della garanzia che Emanuele è vivo e che verrà liberato soltanto quando tutto il riscatto sarà stato pagato. Ed una minaccia: «Fate in fretta: ogni giorno che passa sono cinquanta milioni in più». L'ultimatum è del 13 dicembre: è stato l'ultimo contatto che il padre ha avuto con i banditi. Da quel momento il silenzio, l'angoscia più nera. I genitori si logorano nell'attesa: «Perché non si fanno vivi, perché non riprendono le trattative?», supplica la madre. Qualunque cosa sarebbe meglio di questo lungo, ostinato silenzio che alimenta paure terribili, timori inconfessabili. Che cosa sarà di Emanuele? Questo angoscioso interrogativo che si protrae ormai da quasi cinque mesi, in questi ultimi giorni si è fatto pressante. Per la prima volta dal giorno del rapimento i genitori hanno preso contatto con i giornalisti, hanno volontariamente rotto il silenzio stampa, una delle prime garanzie richieste dai banditi. Perché? «Per far sapere ai banditi che siamo pronti a seguire le loro istruzioni, che siamo disposti a tutto, per supplicarli di farsi vivi, di darci notizie», dice Luigi Riboli. Le mani percorse da un tremito nervoso, gli occhi arrossati, il viso segnato dalla stanchezza di notti e notti insonni, è l'immagine di un uomo distrutto ma non vinto. «Sono disposto a pagare fino all'ultima goccia del mio sangue per riavere mio figlio»: scandisce le parole con insospettata energia ma poi l'angoscia della propria impotenza riprende il sopravvento. «Che si facciano vivi però'). sussurra quasi a sé stesso. Per consegnare la prima parte del riscatto, il padre ha percorso quasi cinquemila chilometri su percorsi segnati dai banditi: quattro appuntamenti, due in una località al confine fra il Lazio e la Toscana, un terzo in Lombardia, il quarto (l'ultimo, del 7 dicembre) in un posto che non viene rivelato. In tre occasioni il padre ha «visto» due dei banditi che tengono prigioniero il suo ragazzo. Che cosa ricorda di loro? Due figure nella notte, mascherati con passamontagna neri, armati di mitra. Spietati: «Pagate o vi rimandiamo a casa il Lele pezzo per pezzo». Da 150 giorni la madre non ha più sentito la voce di suo figlio. I rapitori non gli hanno mai permesso di parlare al telefono, nonostante le suppliche dei genitori. Soltanto tre lettere, scritte sotto dettatura, che hanno fatto aumentare l'angoscia di chi è costretto ad aspettare, impotente. Luigi Riboli continua a chiedere alla polizia di restare fuori dalla vicenda per non compromettere la salvezza di Emanuele. Si arrabatta per trovare il denaro per la liberazione del ragazzo: la somma è enorme, ma non si dà per vinto. «Devo salvare mio figlio», dice. La madre soffoca i singhiozzi nel fazzoletto, si allontana a testa bassa, mentre gli altri bimbi guardano smarriti. Cristina, la più piccola, l'altro giorno ha chiesto al padre: «Papà, hai trovato il Lele?».

 

 

Articolo di La Stampa del 16 Ottobre 1975

Un anno, giorno dopo giorno, attendono che il loro figlio rapito ritorni a casa

di Gino Mazzoldi

I genitori di Emanuele Riboli sperano per non impazzire. II ragazzo, 17 anni, fu sequestrato a Buguggiate (Varese) il 15 ottobre mentre di sera tornava da scuola in bicicletta - I banditi avevano chiesto un miliardo di riscatto - La famiglia ha pagato 500 milioni, ha raccolto altri soldi, ma i rapitori non si sono più fatti vivi

Varese, 15 ottobre. Emanuele Riboli, 17 anni, studente, figlio di un industriale meccanico di Buguggiate, manca da casa esattamente da un anno: è stato rapito la notte tra il 14 e il 15 ottobre del 1974, e per il suo rilascio i genitori hanno già pagato 500 milioni. Di Emanuele però non si sa più nulla ed ormai gli inquirenti sono propensi a credere che anche questo rapimento abbia avuto una tragica conclusione. Un anno di prigionia difficilmente può essere sopportato da un ragazzo, né i banditi possono aver custodito l'ostaggio per tanto tempo senza cedere alla tentazione di liberarsene. Soltanto l'incrollabile fede dei genitori può allontanare le ipotesi più agghiaccianti, ma è innegabile che, considerati i precedenti, le probabilità che Emanuele Riboli torni a casa vivo sono tenui. A un anno dal rapimento Luigi e Bianca Riboli, i genitori del giovane, hanno lanciato un nuovo appello ai banditi: «Fatevi sentire — implorano —, vi offriamo altri soldi, tutto ciò che in questi terribili dodici mesi siamo riusciti a raccogliere con grandi sacrifici. Vogliamo Emanuele, restituitecelo e ci impegneremo a pagare ancora. Non lasciateci in questa pena, per carità». Ora Luigi e Bianca Riboli aspettano fiduciosi la risposta. E' questa la seconda volta che i genitori del ragazzo rapito si dichiarano disposti a versare altri soldi dopo aver consegnato, il 5 dicembre dello scorso anno, nelle mani dei banditi, mezzo miliardo, ossia la metà del riscatto preteso. I rapitori fecero però sapere che la cifra non era sufficiente e così a gennaio, dopo aver dato fondo a tutte le sostanze, privando addirittura gli altri figli (Lucia, 19 anni, Paolo di 16, Loredana di 13 e Cristina di 6) dei loro risparmi, i genitori di Emanuele lanciarono il loro primo angoscioso appello: «Abbiamo fatto come volevate, siamo riusciti a mettere insieme altri milioni. Sono a vostra disposizione. Fateci sapere come e quando possiamo consegnarveli». Ma i rapitori non si sono fatti vivi.

Il rapimento. L'allarme nella villa dei Riboli, in via Rossini, è scattato alle 23 del 14 ottobre dello scorso anno. Il ragazzo non era più tornato a casa da quando era uscito dall'istituto tecnico industriale di Novara dove frequentava il primo corso serale. Un fatto strano. Emanuele era stato sempre puntuale: arrivava da Varese a Buguggiate con l'autobus alle 22,30, saliva sulla bicicletta che lasciava posteggiata nel cortile del ristorante «Saulo» e in pochi minuti percorreva la discesa di due chilometri che dividono la piazza del paese alla sua abitazione. Il padre di Emanuele dopo aver seguito il programma alla televisione, ha cominciato a preoccuparsi per il ritorno del figlio: è uscito sulla strada, ha dato un'occhiata, poi s'è deciso a telefonare a casa di Giuliano Martignoni, l'amico di Emanuele. Da lui ha saputo che suo figlio era sceso dal pullman a Buguggiate e si era avviato a casa, come al solito. La sua bicicletta è stata trovata il giorno dopo a un chilometro dalla villa: era nascosta in un cespuglio, agganciata al manubrio c'era la borsa sportiva di tela con i libri. Qualche giorno dopo i rapitori si sono fatti vivi e hanno chiesto un miliardo di riscatto. «E' una cifra iperbolica per noi — hanno subito fatto sapere i genitori —, ma raccoglieremo tutto quanto sarà possibile ». Mezzo miliardo, come s'è detto, venne consegnato il 5 dicembre scorso, ma i rapitori non si sono dichiarati soddisfatti: «O ci date l'altro mezzo miliardo oppure vostro figlio non lo rivedrete più». «E' tutto ciò che abbiamo — hanno ribattuto i genitori del ragazzo —, ci siamo venduti la casa, il terreno e addirittura il capannone della fabbrica. Non siamo grandi industriali: abbiamo pochi operai e viviamo del nostro lavoro». Niente da fare: il portavoce dei malviventi si è sempre dimostrato inflessibile. I Riboli hanno raccolto altro denaro. «Ho girato cambiali su cambiali — ha detto l'industriale — e ora i soldi ci sono. Qualcuno si faccia avanti. Certo la telefonata non ci basterà. Vogliamo la prova che Emanuele è vivo: un segno qualsiasi, ad esempio due righe scritte di suo pugno». E' l'ultima tenue speranza  che anima ancora Luigi e  Bianca Riboli, ma col passar  del tempo le ipotesi più pessi mistiche prendono sempre  più consistenza: gli inquirenti  affermano di non aver mai  sospeso le ricerche, ma ammettono che i casi di Cristina  Mazzotti e dell'industriale Giovanni Stucchi gettano una luce sinistra sulla soluzione del sequestro di Emanuele Riboli.

 

 

Articolo di La Stampa del 14 Ottobre 1978

Offre 50 milioni per avere la salma del figlio rapito

VARESE — n 14 ottobre, 4 anni fa, veniva rapito a Buguggiate, provincia di Varese, Emanuele Riboli, di 17 anni, secondogenito di Luigi Riboli, titolare con i fratelli di un'avviata carrozzeria. Da allora Emanuele non è stato più ritrovato. I contatti con i rapitori, che avevano percepito un acconto di duecentodieci milioni, si è interrotto nel dicembre del 1974. Oggi i genitori non si illudono più di rivedere vivo il loro figlio, ma hanno lanciato un ennesimo messaggio. Luigi Riboli ha implorato: «Sono trascorsi quattro anni dal rapimento di Emanuele e a dicembre saranno altrettanti dall'ultimo contatto telefonico con i rapitori. Lascio immaginare quali anni siano stati per noi. Metto a disposizione cinquanta milioni per colui o coloro che mi forniranno notizie atte all'individuazione dei responsabili del rapimento o al ritrovamento del corpo di mio figlio. Più che un sentimento di vendetta mi spinge il comprensibile desiderio di poter almeno piangere su una tomba».

Emanuele di giorno lavorava presso la carrozzeria come un operaio qualsiasi e alla sera frequentava i corsi presso l'istituto professionale di Stato. Da Varese, il 14 ottobre 1974, era rientrato in pullman a Buguggiate e di qui aveva inforcato la sua bicicletta posteggiata in piazza 25 Aprile per tornare a casa. Ma a casa non è mai arrivato. Scattato l'allarme, trai cespugli di una strada in discesa che si apre fra una fitta vegetazione, erano stati rinvenuti la bicicletta e i libri di scuola. La prima richiesta di riscatto dei rapitori fu astronomica, poi si scese ad un accordo. La notte del 1' novembre venne versato un acconto di duecento milioni in una zona del Lazio. L'11 dicembre un secondo di dieci milioni. Da allora il silenzio.

 

 

 

 

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