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15 Ottobre 1976 Torino. Adriano Ruscalla, Imprenditore 51enne, rapito non se ne è saputo più nulla. PDF Stampa

Foto e Articolo di La Stampa del 16 Ottobre 1976

Impresario sequestrato da quattro armati

Alle 18,15, all'interno dell'ufficio vendite di un cantiere in corso Telesio Impresario sequestrato da quattro armati E' Adriano Ruscalla, 51 anni, appartiene a una famiglia di noti costruttori - I banditi hanno fatto irruzione, pistole in pugno, hanno afferrato la vittima e l'hanno trascinata fuori caricandola su un'Alfetta - Testimoni del rapimento (il quindicesimo in Piemonte) una donna e il titolare di un'officina: hanno visto l'impresario dibattersi e lo hanno sentito urlare - L'uomo ha 3 figli, abita in un'elegante villa di corso Giovanni Lanza - Fino a tarda notte nessun contatto con i rapitori.

Ancora un rapimento a Torino. Ieri alle 18,15, quattro banditi armati hanno sequestrato un costruttore edile di 51 anni, Adriano Ruscalla, titolare con un fratello di una nota società con parecchi cantieri e trenta dipendenti. Lo hanno prelevato all'interno dell'ufficlo-vendite di un nuovo complesso residenziale in corso Bernardino Telesio 8. Due giovani hanno fatto irruzione nei locali al pianterreno. L'hanno agguantato trascinandolo nella strada. Poi l'hanno spinto a forza dentro un'Alfetta bianca dove li attendevano altri due complici. L'uomo è stato subito immobilizzato sui sedili, la vettura è partita a tutta velocità. Le uria della vittima che si dibatteva tentando di resistere, si sono mescolate al rumore del motore imballato. L'episodio si svolge fulmineamente.Il corso è semideserto. Pochi i passanti. Adriano Ruscalla a quest'ora si trova eccezionalmente in ufficio. E' solito « staccare » alle 18. Ai dipendenti ogni sera dice: « Abbiamo fatto l'orario, andiamo vìa ». E' un uomo abitudinario. Inizia sempre alle 14, e così anche ieri. Ha tardato perché doveva ricevere un cliente per uno degli ultimi dieci alloggi ancora invenduti sui 250 costruiti dalla sua impresa nel palazzo. Ma il possibile acquirente non si fa vivo. Decide di attendere ancora qualche minuto. Un istante dopo arrivano i banditi. La scena viene osservata dalla strada da una testimone.

E' una giovane donna ferma in auto, una 850, in attesa del marito che è andato in un negozio. Vede prima ì banditi a volto scoperto che scendono dall'Alfetta, e si dirigono verso l'ufficio-vendite. L'istinto le fa capire che c'è qualcosa che non va. Capirà tutto un minuto dopo, di fronte alla scena del Ruscalla che si dibatte fra i suoi rapitori. La testimonianza è precisa: « Impaurita, mi sono chinata, temevo che sparassero. Quell'uomo gridava in modo straziante, come una bestia ferita. Mi sono voltata ed ho fatto appena in tempo a scorgere l'Alletta che si allontanava. Ho potuto però leggere i numeri della targa ». Subito dopo la donna, che è incinta al sesto mese, ha una crisi isterica, scoppia in un pianto irrefrenabile. Così, in lacrime e scossa dai singhiozzi, la trova pochi secondi dopo Claudio Micai, titolare d'una officina al numero 6 di corso Telesio: « Ero accorso sull'uscio dopo aver sentito una voce d'uomo che gridava ed il rombo di una macchina. Ho visto solo il cofano posteriore di un'Alfetta che fuggiva in lontananza e quella donna sconvolta ». D'improvviso il marciapiede di fronte ali'ufficio-vendite del rag. Ruscalla si anima. Esce anche il portinaio del nuovo stabile, Gaetano De Gregorio la cui guardiola è adiacente all'ufficio stesso: « Pochi minuti prima delle 18 avevo visto la luce accesa dal ragioniere, sono entrato per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa. Lui mi ha risposto: " No grazie, attendo un cliente e me ne vado ". Io, subito dopo, sono sceso in cantina a controllare la caldaia ». Arriva la polizia con il capo della Criminalpol Montesano e quello della Mobile, Fersini, 1 carabinieri del nucleo Investigativo, con il colonnello Calabrese e il capitano Lotti. Si iniziano le prime indagini quando la famiglia del rapito è ancora all'oscuro di tutto: non sa nulla il figlio maggiore, Gianni, di 24 anni, che abita con la moglie Rosalba Borello, a poche centinaia di metri dal cantiere del padre, in corso Telesio 14; non sanno nulla la moglie del rapito, Carla Cena, 48 anni ed i due figli minori. Paolo, 19 anni e Andrea di 15. Sono i giornalisti a comunicare il sequestro a Gianni Ruscalla. Il giovane impallidisce, poi chiede con un filo di voce: « Ma hanno sequestrato mio padre o mio zio? Lavorano insieme da trenVanni, potevano essere tutti e due in quell'ufficio ». Corre alla finestra, si affaccia e guarda in strada. Vede, posteggiata davanti al numero 8, la « Beta » blu del padre, grida: « E' lui, hanno preso lui ». Poi aggiunge: « Da parecchi mesi temeva d'essere rapito, ogni volta che leggeva di un sequestro diceva: "Speriamo che non tocchi a me". Ma era un uomo preciso: sempre gli stessi orari, sempre gli stessi percorsi. Speriamo che non gli facciano del male ». Angoscia anche nella villa di corso Lanza 101 dove Carla Ruscalla ed i due figli si straziano in ipotesi drammatiche: « E' malato di reni, ha bisogno di attenzioni continue ». Intanto è arrivato anche il legale di famiglia, aw. Simonetti. Nella casa, fra mobili di sogno, quadri e tappeti antichi ci si osserva sgomenti, quasi increduli. Ma gli occhi di tutti già corrono al telefono: si aspetta uno squillo, una voce che proponga l'ignobile baratto d'ogni sequestro di persona: un pugno di milioni contro la vita d'un uomo.

 

★ * Il rapimento di Adriano Ruscalla è il quindicesimo sequestro di persona compiuto in Piemonte. Il primo avvenne a Torino il 3 gennaio '73, vittima Tony Carello. Dopo il giovane industriale sono stati rapiti Bruno Labate, sindacalista; il manager Luigi Rossi di Montelera; Ettore Amerio, capo del personale Fiat; Fabio Broglia, 18 anni, figlio del primario neurologo di Casale; Pietro Garis, 6 anni, il primo bambino sequestrato; Renato Lavagna, impresario edile; Emilia Blangino Bosco, imprenditore; Antonio Cagna Vallino, studente, figlio di un imprenditore edile; Mario Ceretto, industriale, ucciso dagli aggressori; Marco Cava, figlio di un industriale di Orbassano; Vittorio Vallerino Gancia, industriale; Carla Ovazza, suocera di Margherita Agnelli; infine, Enrico Campidonico, figlio del maggiore commerciante di combustibili della città. E'stato rapito il 3 di settembre. Con il sequestro di Adriano Ruscalla, i banditi colpiscono per la terza volta una famiglia che svolge attività nel settore dell'edilizia.

Servizio di: Massimo Boccaletti, Claudio Giacchino, Ezio Mascarino, Renato Rizzo e Renato Romanelli.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 18 Ottobre 1976

Ai Ruscalla telefonano gli sciacalli i veri rapitori continuano a tacere

Cresce l'angoscia per il sequestro dell'impresario edile. Ricostruiti col "fotofit" i volti di due banditi - Secondo gli inquirenti, è possibile identificarne uno.

Nel sequestro di Adriano Ruscalla forse i banditi sperimentano una nuova tecnica. Per aggirare l'ostacolo di un eventuale blocco della somma destinata al riscatto da parte della magistratura, non si servono dei telefoni che. sanno come sempre controllati. Probabilmente hanno escogitato qualche altro mezzo per comunicare con la famiglia. Non si esclude neppure la possibilità che il contatto avvenga in un'altra città, Milano per esempio, dove i Ruscalla hanno rapporti d'affari con parenti che lavorano nel settore edilizio. Intanto però le ore passano e l'angoscia cresce. La moglie e stata colta da un collasso. I familiari passano le ore accanto al telefono della villa di corso Giovanni Lanza e nell'ufficio di via Cesare Lombroso 25. Anche l'avvocato Angelo Simonetti è rimasto in casa nell'eventualità che i banditi si rivolgano a lui. Sono arrivate soltanto cinque telefonate di sciacalli. La prima, la notte stessa del sequestro. Lo sconosciuto chiedeva 50 milioni. C'è stato qualche attimo di agitazione, ma è stato subito chiaro che si trattava di qualcuno che cercava di speculare ignobilmente sul dramma che sconvolge la famiglia Ruscalla. La tecnica di prolungare il silenzio è stata usata altre volte: spacca i nervi e rende più docili le vittime. Inoltre popola la fantasia di timori tremendi: insinua il dubbio che possa trattarsi di un sequestro atipico, per una assurda vendetta, o per qualunque altro motivo, e la richiesta del riscatto diventa, allora, addirittura una « liberazione ». Le indagini intanto proseguono senza sosta. Ogni minimo indizio è seguito. Gli stessi investigatori, tuttavia non si nascondono le immense difficoltà che si accumulano. Sanno di avere a che fare con una organizzazione agguerrita, perfettamente collaudata. Ci sono precisi elementi che dimostrano che non ci si trova di fronte a dilettanti. In primo luogo il fatto che il « commando » dei rapitori abbia agito a viso scoperto (due hanno atteso per quasi un'ora, appoggiati ad un'auto davanti al cantiere, l'uscita di Adriano Ruscalla) fa ritenere che gli autori del sequestro siano giunti da un'altra città, attinti chissà dove dall'organizzazione. Poi c'è l'«Alfetta» rubata il 16 settembre scorso, e tenuta per lungo tempo nascosta: un altro indizio di preparazione accurata. Le descrizioni che i testimoni (e sono numerosi) hanno fatto dei banditi, hanno portato alla costruzione di due « fotofit », definiti molto somiglianti. Per uno di essi, scuro di capelli, ricciuto, con il naso schiacciato e le labbra « grosse e carnose », si parla addirittura di possibile identificazione. Sopralluoghi e perquisizioni sono stati compiuti nella « cintura » dove si sospetta possa essere situata la « prigione » dell'impresario. E' stato anche ricostruito un tratto del percorso compiuto dall'« Alfetta » dei banditi mentre si allontanavano dal luogo del sequestro: da corso Bernardino Telesio la macchina si sarebbe immessa in corso Appio Claudio, un'arteria ampia e percorsa da scarso traffico, e di qui si sarebbe diretta al Parco della Pellerina, dove probabilmente sarebbe avvenuto il cambio di auto.

 

 

Articolo di La Stampa del 29 Novembre 1976

"Sto accanto al telefono, è un'attesa terribile sono 15 giorni che i banditi non si fanno vivi"

di Nevio Boni

Intervista con la moglie di Adriano Ruscalla, rapito 44 giorni fa "Sto accanto al telefono, è un'attesa terribile sono 15 giorni che i banditi non si fanno vivi"

Sono ormai trascorsi 44 giorni dal rapimento dell'imprenditore edile Adriano Ruscalla, sequestrato sotto il suo cantiere di via Bernardino Telesio da quattro banditi a viso scoperto. «Una operazione condotta senza alcuna paura — hanno detto gli inquirenti —. Il commando dei sequestratori, è evidente che fa parte di una agguerrita organizzazione». «E' probabile che l'Anonima Sequestri abbia usato per questo rapimento gente che non ha alcun timore di venire riconosciuta. Arrivano dalla Calabria, compiono il sequestro senza mascherarsi e poi tornano tranquillamente sull'Aspromonte. Il rapito ciene "rilevato" da un secondo gruppo che lo accompagna alla prigione dove subentrano i "carcerieri"». Cosi spiegano gli investigatori l'organizzazione dell'Anonima Sequestri. Le indagini basate sulle testimonianze abbastabza precise di persone che avevano visto in volto i rapitori di Adriano Ruscalla non sono approdate a nulla. Intanto la famiglia Ruscalla vive nell'angoscia. Ci ha detto la moglie dell'imprenditore: «Vivo accanto al telefono. Aspetto sempre che da un mumento all'altro qualcuno si faccia vivo e invece nulla. Sono passati 15 giorni dall'ultima comunicazione. Questo silenzio ci logora i nervi e ci terrorizza. E' stato rotto il silenzio stampa con affermazioni inesatte — ha continuato la donna —. Si è detto che i banditi hanno chiesto 6 miliardi. Non è vero.non è vero nulla. Noi aspettiamo ancora che i rapitori facciano delle richieste precìse». Come ha saputo che la telefonata era quella giusta? «E' stato durante i primi giorni dopo il sequestro. La voce al telefono ha descritto perfettamente l'orologio al polso di mio marito: il cinturino, la cassa, la marca. E' stata la prova. Nei giorni successivi sono arrivate altre telefonate, ma brevissime che non hanno praticamente detto nulla. L'ultima è di quindici giorni fa. Terribile». Sembra però che in una delle ultime comunicazioni i banditi abbiano chiesto seicento milioni. La famiglia Ruscalla sarebbe in grande difficoltà e trovare una cifra del genere «Dobbiamo svendere ma anche così facendo saremo lontani da una tale somma». Pare che i milioni disponibili ammontino a un centinaio e sarebbero stati raccolti con l'aiuto di amici e conoscenti. Si attende in queste ore dunque la telefonate decisiva. La battuta della polizia e dei carabinieri di due giorni fa, nella campagna fra Volvera e Orbassano aveva gettato una luce di speranza. «L'informazione è giusta — avevano spiegato — Chi ci ha detto che era in una certa caseina la prigione di Adriano Ruscalla, è persona attendibilissima». Invece la vasta operazione non aveva dato alcun risultato. Chi aveva colto una «strana» conversazione in un bar che parlava di «imprenditore rapito in un vecchio cascinale a Orbassano», si era sbagliato. La psicosi dei sequestri fa fare numerose telefonate e tutte devono essere prese in considerazione. I carabinieri si dibattono così in un dedalo di informazioni confuse che non fanno altro che aumentare la tensione e costringono i militi a un grande dispendio di energie. «Per un momento avevamo sperato — ha detto la signora Ruscalla — e invece Adriano è ancora prigioniero di quella gente che, chissà perché, non si fa più viva».

 

 

 

Articolo di La Stampa del 31 Dicembre 1976

Capodanno da incubo

Ruscalla e Rosso ancora sequestrati Capodanno da incubo L'impresario edile è prigioniero dal 15 ottobre, il titolare della Usa Express dal 30 novembre - Indagini sulla mafia calabrese

Ancora una volta in Piemonte le vittime di un sequestro si preparano a trascorrere un Capodanno da incubo, ostaggi Inermi In mano ai rapitori, mentre s'accresce durante i giorni di festa l'angoscia delle loro famiglie. Era toccato in precedenza a Luigi Rossi di Montelera, nel 1973, ed alla consuocera di Agnelli, Carla Ovazza, liberata proprio all'alba del 1976, l'anno nero che in un crescendo di paura vide nove persone imprigionate a scopo d'estorsione. Oggi sono nelle mani dei banditi il costruttore edile Adriano Ruscalla, di 51 anni, sequestrato 11 15 ottobre, e l'industriale Romano Rosso, di 46 anni, rapito nel tardo pomeriggio del 30 novembre. Le vittime. Adriano Ruscalla appartiene a una nota famiglia di costruttori ed è titolare, col fratello, di una società con parecchi cantieri e trenta dipendenti; sposato e padre di tre figli abita in una villa di corso Giovanni Lanza 101, poco distante dalla palazzina della famiglia di Pietro Garis, il bimbo rapito nella primavera del '75. Nella stessa zona esclusiva della collina, in corso Alberto Picco 35, abita l'Industriale Romano Rosso: anch'egli sposato, con tre figli (1 maschio e 2 gemelle), è proprietario della lisa Express (industria laminazione stampaggio alluminio) di corso Pastrengo 46 a Collegno. / sequestri. Per molti versi simile appare l'azione del banditi che hanno preso in ostaggio i due uomini, strappandoli alla loro vita quotidiana quasi alla stessa ora, al termine di una giornata lavorativa. Adriano Ruscalla viene prelevato verso le 18,15 nell'ufficio vendite di un nuovo complesso residenziale in corso Teleslo 8 da un commando di rapitori che lo trascina di forza su una «Alfetta»: unica testimone, una passante ferma in attesa del marito su una «850», che vede la vittima dibattersi e gridare disperatamente. Nessuno Invece assiste al sequestro di Romano Rosso, bloccato dai banditi sulla propria auto mentre rincasa dall'ufficio, poco dopo le 18: solo mezz'ora dopo (alle 18,45) un dipendente della lisa Express trova la «Renault» dell'industriale vuota e bloccata col fari accesi In via del Brucco, a Collegno. Una lieve strisciata sul fianco sinistro della vettura e tracce di frenata sull'asfalto non lasciano dubbi, è il sedicesimo rapimento in Piemonte. Le trattative. Con il « silenzio stampa» richiesto dalle famiglie, giornali e televisione hanno tentato di contribuire ad una rapida liberazione degli ostaggi. Polizia e carabinieri non si sono mossi avventatamente per non costringere i rapitori a reazioni inconsulte, lo stesso atteggiamento ha tenuto per ora la magistratura. Ma, alla vigilia di Capodanno, Adriano Ruscalla e Romano Rosso sono ancora tenuti prigionieri. Da chi, in quale cella o cascinale, quanto pretendono i banditi? Domande senza risposta, come rimangono insoluti gli Interrogativi che riguardano la matrice del sequestri, 1 manovali reclutati per l'azione ed i loro mandanti. Si parla ancora di mafia calabrese, di indagini condotte fino nei contrafforti dell'Aspromonte: dopo l'esempio di un milanese rapito e trasferito verso la Calabria in una betoniera — commentano gli inquirenti — nessuna ipotesi può essere esclusa. Poco o nulla, comunque, trapela dal riserbo che 1 familiari mantengono sulle trattative. Più avanzate sembrano quelle per la liberazione del Ruscalla, in cui sarebbe stato raggiunto l'accordo per un acconto di 600 milioni: ma il silenzio seguito al primi approcci telefonici ha fatto temere il peggio, mettendo persino in dubbio 11 vero movente del sequestro (vendetta invece che estorsione?). Ancora più misteriosa la sorte di Romano Rosso che non potrebbe, secondo affermazioni dei congiunti, versare cifre esorbitanti per il riscatto: dopo un'unica telefonata anche su questa trattativa è scesa una cortina di atroce silenzio. ro. re.

 

 

 

Articolo del 26 Luglio 1989 da La Repubblica

CUNEO, EVADE UN CAPO DELL' ANONIMA

CUNEO E' evaso dal carcere di Fossano (Cuneo) Lorenzo Racca, 55 anni, condannato a 30 anni di carcere come capo di una banda di sequestratori che rapì tre torinesi: Carla Ovazza, consuocera di Giovanni Agnelli, e gli imprenditori Emilia Blangino Bosco e Adriano Ruscalla. Ruscalla morì durante la prigionia e il suo corpo non fu mai ritrovato. Racca, che è originario di Sommariva bosco (Cuneo), non è rientrato da un permesso di cinque giorni, che scadeva il sette luglio scorso. Prima di scomparire ha lasciato, nella casa della moglie, a Baldissero d' Alba (Cuneo), due lettere. In esse minaccia la donna per essersi separata e chiede scusa ai parenti per la sua vita. I tre sequestri per i quali è stato condannato avvennero tra il ' 75 e il ' 76. Lorenzo Racca e il fratello Giovanni,anch' egli arrestato e condannato a 30 anni di prigione, erano a capo di una organizzazione calabro-piemontese. Polizia e carabinieri sospettano che Racca abbia mantenuto contatti con elementi mai identificati della banda e che possa essersi rifugiato in Calabria. Nella regione infatti gli investigatori ritengono possano trovarsi alcuni degli uomini che presero parte ai rapimenti.


 

Fonte: adnkronos.com

Nizza. Arrestato il latitante Lorenzo Racca, ricercato per il sequestro dell'imprenditore Adriano Ruscalla, rapito a Torino nel 1976 e mai piu' tornato a casa, nonostante i parenti avessero pagato un riscatto di mezzo miliardo di lire. Racca, condannato a 28 anni di reclusione, era fuggito dal carcere in cui era detenuto al termine di una licenza premio.

 

 

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