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8 Maggio 1998 Oppido Mamertina (RC) restano uccisi Mariangela Anzalone 9 anni e il nonno Giuseppe Bicchieri, 50 anni. Una famiglia distrutta perché si trovava a passare per caso dal luogo di un agguato. PDF Stampa

Foto e Articolo da L'Unità del 10 Maggio 1998

Nella scuola di Mariangela «La chiamavamo piccola infermiera»

Aldo Varano

OPPIDO MAMERTINA (R.C.). Lezione sulla morte tra i bambini della terza C. L’ha imposta la 'ndrangheta. Francesca, Gisella, Tina, Sonia e Lara stanno in cerchio, coi gomiti appoggiati sui banchi e le teste che si toccano, strette nei loro grembiulini azzurri.
Piangono sommessamente. Forse si raccontano storie e ricordi di Mariangela abbracciandosi alle spalle. Hanno gli occhi rossi e i volti umidi di pianto,come gli altri loro compagni sparsi per l’aula insolitamente calma e silenziosa. Al secondo piano della scuola elementare di Oppido, meno di cento metri dal punto in cui è stata stroncata la vita di Mariangela, nessuno ha il coraggio di alzare la voce. La «piccola infermiera» - era questo il soprannome della bambina - è stata uccisa da un commando mafioso a raffiche di mitragliatrice. I bambini lo sapevano da venerdì sera e ieri mattina a scuola hanno voluto esserci tutti come per farsi coraggio.
Sul suo banco accanto alla finestra ci sono i fiori bianchi. Tonino, che le maestre sostengono sia il bambino più irrequieto della classe,ha sistemato la sedia di Mariangela rovesciandola sul banco, in segno d’attesa della sua amichetta.Tocca infatti a ogni bambino rimettere la sedia a posto quando entra in aula. Tonino ha messo accanto alla sedia, dopo averlo staccato dal muro, il crocefisso dell’aula. Quando i giornalisti chiedono a Rosa Zerbi, Francesca Barbaro e Rosa Muzzupapa - le tre maestre - come hanno spiegato quella morte assurda e devastante, loro scoppiano a
piangere. «È così da ieri sera-dice Rosa Zerbi-per noi e  i bambini è un tormento. Siamo mamme anche noi. Come si fa a spiegare  che una bimba di nove anni è stata ammazzata come fosse un boss pericoloso?». Dice la Barbaro: «Ci sentiamo impotenti. Come se il nostro lavoro fosse inutile, sprecato. Tanti sforzi e tanta fatica per trasmettere valori di vita e di speranza e poi una mazzata così che ci mette in ginocchio».
Mariangela era brava a scuola. Si preoccupava di tutti i bambini. Appena qualcuno stava male andava a trovarlo e poi riferiva alla maestra il decorso della malattia. Aveva passato il pomeriggio del venerdì della strage a scuola per l’incontro con le famiglie.
Mamma Franca aveva avuto soddisfazioni e Mariangela s’era fatta rossa per il piacere quando le sue maestre l’avevano lodata. «Mica lo diciamo perché è morta - piange la Muzzupapa - è veramente così». I ricordi, in un clima di grande emozione, si accavallano.
Nei giorni scorsi aveva preparato la lettera per la festa della mamma. L’ultima interrogazione alla lavagna. Le maestre parlano della sua riservatezza e della sua disponibilità.
Dice Rosa Zerbi: «Dev’essere stato verso le otto. Io ero dietro la piazza ed ho sentito un rumore di tavole che precipitavano.Poi il silenzio. E poi ancora i colpi. Devono essere stati quelli contro Mariangela e i suoi familiari. In paese c’è stato l’inferno. Dov’è mio marito? Dov’è mio figlio? La gente fin quando non ha saputo
esattamente le cose non s’è data pace. Vede, abbiamo perso una parte della nostra vita.Non credevo che sarei riuscita a venire a scuola e a entrare in aula. Mio marito mi ha detto: o ci vai subito o non riuscirai a fare più la maestra.
E sono qui . Ma come si fa a spiegare la morte di una bambina ai loro compagnetti? È impossibile», dice asciungandosi le lacrime.

 

 

La notte della strage porte chiuse ai carabinieri
Una sola sala operatoria nell’ospedale, il medico costretto a scegliere tra il bimbo e la madre

di Aldo Varano

OPPIDO MAMERTINA (RC). La violenza e il buio durano da quindici anni a Oppido Mamertina dove si muore non si sa perché, né per mano di chi. Dal 1984 a oggi sono morti di lupara, pistola, fucile e mitragliatrice, 58 persone.
E in quindici anni i cittadini di questo paesino, che dall’orlo della Piana del Tauro comincia ad arrampicarsi verso l’Aspromonte, non hanno mai visto in faccia un assassino, né hanno mai conosciuto almeno il nome di una delle belve che si fronteggiano a colpi di morto ammazzato in questa faida di sangue. Su 58 omicidi, Oppido fa 4mila anime, mai scoperto un colpevole; per quei poveri morti non è mai stato fatto un processo, non c’è mai stata - ricorda il sindaco - la richiesta di un solo rinvio a giudizio.
A Oppido si spara e si muore senza il fastidio di dover dar conto a qualcuno. Difficile capire a Oppido chi è lo Stato e a cosa serve.
Nella piazza assolata ci sono i capannelli di gente che discute. I tre bar sono aperti. Di certo si parla della strage consumata lì, in alto a destra della piazza, accanto alla giocattoleria, dove c’è la macelleria dei Polimeni.
Di quella manciata di secondi si sa tutto. È l’imbrunire di venerdì quando arrivano due o tre uomini per un attacco ai Polimeni.
A pochi metri ci sono centinaia di persone perché la piazza qui è ancora il centro del mondo.
C’è un fuggi fuggi di terrore. Dentro la macelleria sono stati fulminati Giovanni Polimeni e Vittorio Rustico. Il commando non vede un fratello di Polimeni che si nasconde e resta illeso. Giura di non aver visto nulla. I «soldati» delle cosche escono con le armi ancora fumanti nel minuto in cui, in un silenzio spettrale, sale lentamente verso
la macelleria, costeggiando la piazza, la Croma di Giuseppe Bicchieri, 54 anni. È una coincidenza crudele e maledetta: la vecchia Croma metallizzata è come quella del padre dei Polimeni, macellaio in odor di ‘ndrangheta.
I Bicchieri sono gente onesta, nessun rapporto con le cosche. Lui è un cassintegrato, la moglie Annunziata è cuoca. La figlia Franca e i nipotini sono con lui perché il marito di Franca, Basilio Ansalone, è in giro col camion per la consegna dei giornali. Nonno Bicchieri sta riportando tutti a casa. La figlia Franca ha passato il pomeriggio a
scuola dove i maestri di Mariangela hanno riempito la bambina di complimenti per quant’è brava. Poi l’uomo è passato a prendere la moglie Annunziata che è stata in chiesa per le preghiere del mese di maggio. I fucilieri temono il contrattacco, scambiano l’auto di Bicchieri con quella di Polimeni, alzano le armi e sparano furiosamente, contro il carico innocente. Il raid si trasforma in una carneficina. Nonno Bicchieri e Maria Angela vengono fulminati, gli altri ridotti in fin di vita. All’improvviso la piazza si rianima, qualche metro più in là da dove si sono mescolati destini e sangue diversi. Si cercano i parenti perduti di vista nel trambusto. Si controlla, si verifica, si cerca
di capire di chi è stata la volta, si accerta di non avere familiari, parenti o amici tra i morti. Un ragazzo di una ventina d’anni si carica Mariangela tra le braccia e corre verso l’ospedale. «Me lo son visto davanti col corpicino
coi vestiti imbrattati di sangue tra le braccia. Sembrava una scena della peste del Manzoni. Gli ho dovuto dire che non c’era nulla da fare e ho fatto poggiare la bimba in una stanza», dice il dottor Caruso.
Quando arrivano carabinieri e polizia la piazza s’è nuovamente svuotata, neanche un’anima viva. Sul grande quadrato si affacciano decine e decine di abitazioni. Tutte chiuse. Dalle finestre, neanche un filo di luce. Un ufficiale dei carabinieri - «per carità: niente nomi» - ha suonato a tutte le porte e tutti i portoni che hanno l’affaccio in piazza. Nessuno ha aperto. I campanelli hanno trillato a lungo, ma inutilmente. Un paese di fantasmi.
A Reggio, dov’è stato trasportato, Giuseppe lotta contro la morte. È quel fagottino laggiù, un mucchietto di fasce e bende trapuntato da tubi e tubicini che lo legano alle macchine che lo trattengono in vita. I medici non lo mollano un attimo. La dottoressa Italia Albanese confida: «È in costante pericolo di vita. La prognosi nel suo caso è estremamente riservata».
Ieri Giuseppe ha compiuto otto anni e se fosse andato a scuola, ha spiegato il maestro della seconda C, Giuseppe Lentini, sarebbe stato interrogato in storia. In geografia, ieri l’altro, aveva strappato l’applauso dei suoi
compagni di classe che avevano chiesto in coro al maestro di mettergli una bella A, il voto più alto. Qualche metro più in là di Giuseppe c’è nonna Annunziata, anche lei gravissima. Giuseppe, quando è arrivato in ospedale a Reggio, aveva già subito una prima operazione al suo paese. I medici erano intervenuti perché stava per essere ucciso da una
violenta emorragia. Le emorragie si susseguono ancora. Sono state necessarie parecchie trasfusioni.
I killer hanno scaraventato contro la Croma decine e decine di pallottole. A Giuseppe hanno sbucato pancia e polmone
e gli hanno spezzato le ossa. Anche il fegato, spiega il medico, aveva «lesioni da scoppio», cioè piccole lacerazioni provocate dal passaggio violento dei colpi di mitragliatrice. Venerdì un po‘ dopo le otto di sera, quando Giuseppe è arrivato in ospedale a Oppido, un centinaio di metri dalla piazza, ci sono stati momenti
terribili. Sull’unico letto operatorio era già stata stesa mamma Franca. In attesa, la signora Annunziata. Il dottor
Di Certo ha capito che il piccolo era più grave di madre e nonna e ha chiesto a mamma Franca - «ma l’ho fatto solo per scrupolo, avrei comunque scelto di operare il bambino», dice ora - chi doveva operare per primo. «Lui, lui.
Salvi mio figlio, per carità», ha urlato senza esitare la donna prima di perdere conoscenza. Franca Bicchieri è stata quindi trasportata a Polistena. Anche lei è grave. Ancora ieri sera non conosceva i particolari della tragedia
che ha cancellato le sue famiglie. Chi c’è dietro la strage? In prefettura se lo sono chiesto in un vertice. A Oppido il problema è trovare il bandolo di un massacro antico e perenne. La mappa delle «famiglie» la conoscono tutti. Ferraro, Mazzagati, Polimeni,  Zumbo, Gugliotta, Mammoliti, Bonamico, Tallarita; ma si tratta soprattutto dei nomi che ricorrono nel mucchio dei morti di faida. Preoccupato e teso, spiega un professionista: «Ormai è coinvolto tutto il paese. Le parentele qui sono lunghe e tutti hanno avuto un parente vicino o lontano ammazzato. E questo vuol dire che chiunque è un potenziale obiettivo delle cosche che si combattono nella faida.
Neanche i fronti contrapposti sono certi e sicuri. C’è un continuo sbriciolarsi e ricomporsi delle alleanze».
Don Pietro Gallo, rettore del seminario di Oppido, barba lunga e volto buio sbotta: «La gente ci chiede: dobbiamo andarcene? Che succede ai nostri figli che escono la sera? Possiamo vivere con l’incubo che forse ce li restituiranno morti ammazzati?».
In comune ieri c’è stata una solenne riunione del consiglio comunale e s’è decisa la costituzione di parte civile contro chi ha consumato la strage. Era presente anche il vescovo.
I ragazzi del comitato antimafia hanno distribuito l’appello già scritto lo scorso novembre: «Omicidi, sequestri di persona, estorsioni, intimidazioni, intralcio all’attività amministrativa, danneggiamenti a proprietà pubblica e privata, reati per i quali nessun responsabile è stato mai individuato, dimostrano come lo Stato sia assente in ogni forma e con ogni istituzione». E intanto in piazza si coglie la paura. Sangue chiama sangue ed è forse già cominciato il conto alla rovescia per i prossimi morti. C’è l’incubo di non sapere quali saranno le prossime vittime. Potrebbe capitare a chiunque.

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