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8 Settembre 1959 Ciminna (PA). Ucciso in un agguato Clemente Bovi, Carabiniere scelto. PDF Stampa

Fonte e foto da  assarca.com

Articolo del 1 Settembre 2011

SICILIA: CIMINNA (PA) - Commemorazione 52° Anniversario omicidio del carabiniere scelto Clemente Bovi (M.O.V.M.)

 

Autorità militari ed esponenti delle istituzioni prenderanno parte alla cerimonia commemorativa del 52° anniversario della scomparsa del Carabiniere “Scelto” Clemente BOVI, insignito della Medaglia d`Oro al Valor Militare.

BOVI era stato assassinato l’8 settembre del 1959, nel tentativo di arrestare le scorribande delinquenziali di un gruppo di banditi in un conflitto a fuoco da nella zona di Corleone.

Alle ore 18:00 di domani 02 settembre 2011, a Ciminna in Piazza Umberto I, il Sindaco Giuseppe LEONE, alla presenza di una rappresentanza dell’Arma e di familiari del graduato, deporrà una corona d’alloro in memoria del caduto. A seguire ci sarà la presentazione del libro “UN EROE SEMPLICE” scritto da Alfonso LO CASCIO, Giuseppe CUSIMANO e Vito Andrea BOVI (figlio del decorato).

Il Carabiniere scelto Clemente BOVI apparteneva ad una numerosa famiglia di laboriosi operai ed ebbe due fratelli caduti nella seconda guerra mondiale.

Appena ventenne, si arruolò nella Legione Allievi Carabinieri e, nominato Carabiniere nel dicembre 1946, fu assegnato alla Legione di Milano.

Nel marzo 1949 venne trasferito alla Legione di Messina e due anni dopo a quella di Palermo, che lo destinò alla Stazione di Caltabellotta.

“La sera dell`8 settembre 1959, lasciata la moglie ed un figlioletto di pochi mesi, presso i propri parenti a Ciminna, mentre rientrava in caserma a bordo di un`autovettura condotta da un amico, attaccato da banditi nei pressi di "Case Moscato" sulla statale n. 118, a circa sei chilometri da Corleone, cadde vittima, in impari lotta, del suo senso del dovere.

Si riporta di seguito la motivazione della concessione della M.O.V.M. alla Memoria concessa dal Presidente della Repubblica – Ministero della Difesa – al Car. “S” a piedi Clemente Bovi in data 14.03.1961:

“Di ritorno in automezzo privato ed in abito civile, da un permesso fruito presso la propria famiglia, veniva fermato - a notte alta ed in aperta campagna – da sei malfattori i quali, come avevano già fatto con altre dieci persone da essi rapinate e trattenute, gli imponevano di scendere e di sdraiarsi bocconi. Pur sotto la minaccia delle armi spianate, si portava d’un balzo al si là della scarpata fiancheggiante la strada e con singolare ardimento, insigne coraggio e sprezzo del pericolo, estraeva la pistola d’ordinanza ed ingaggiava, da solo ed allo scoperto, violento conflitto a fuoco, nel corso del quale uccideva uno dei banditi e ne feriva probabilmente un altro, finchè colpito al petto da una fucilata, si abbatteva esanime al suolo dopo aver volto in fuga i malviventi. Il suo eroico comportamento, luminoso esempio di elette virtù militari e di alto senso del dovere spinto al consapevole olocausto della vita in difesa delle leggi, suscitava l’incondizionata ammirazione di autorità e popolazioni. Corleone (PA), 8 settembre 1959”.

Giova ricordare inoltre che nel successivo procedimento penale la Corte d’Assise di Palermo – Sezione 2^ - in data 01.12.1962, dichiarava gli imputati GUARISCO Francesco, nato a Gibellina il 21.07.1924 e PIRRELLO Giuseppe, nato a Gibellina il 04.01.1925, colpevoli di omicidio aggravato ai danni del Car. “S” BOVI Clemente, condannandoli alla pena dell’ergastolo.

Il Carabiniere Scelto Clemente BOVI venne insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare con D.P.R. del 25 settembre 1960.

 


Comunicato stampa C.C. PALERMO

 

 

 

Articolo da LA STAMPA del 9 Settembre 1959

Tragica, imboscata in una strada in provincia di Palermo

Un carabiniere spara contro sette banditi ne uccide uno ed è freddato a colpi di lupara

I rapinatori avevano già fermato e depredato undici persone in auto • Sopraggiunge una 1100 con a bordo il milite in borghese - Egli spalanca la portiera, si getta nella scarpata e scarica la pistola sul gruppo - Trapassato da una decina di pallottole - Un altro bandito ferito - Vasta battuta con cani poliziotti ed elicotteri

Palermo, 8 settembre. Un nuovo gravissimo episodio di banditismo è avvenuto nelle prime ore del mattino a qualche chilometro da Corleone in provincia di Palermo: un gruppo di banditi, dopo avere rapinato undici automobilisti, ha fermato una macchina, sulla quale si trovava anche un carabiniere; questi, con coraggio incredibile, si è gettato fuori dall'auto, ha scaricato la pistola contro i delinquenti, uccidendone uno e ferendone un altro, ed è quindi caduto morto, trapassato da una decina di pallottole.
La sanguinosa aggressione è avvenuta poco dopo le 2 del mattino. Numerosi individui armati, sembra non meno di sette, avevano bloccato la strada con grosse pietre, in un punto in curva e in ripida salita. Quattro automobili, provenienti da Palermo e dirette ad Agrigento, venivano fermate a breve distanza l'una dall'altra dai banditi, che, il viso coperto da fazzoletti scuri, sotto la minaccia di fucili e pistole, costringevano i passeggeri a consegnare loro tutto quanto possedevano. Undici persone erano così depredate di orologi, denaro e oggetti preziosi, per un valore complessivo di mezzo milione di lire.
Quando già pareva che i malviventi stessero per dare la via libera alle quattro macchine, sopraggiungeva un'altra automobile. I banditi si disponevano ai lati della strada, in modo da avere la macchina sotto il fuoco dei fucili caricati a lupara, e intimavano l'alt. Dalla vettura discendevano alcune persone, fra le quali un carabiniere in borghese, Clemente Bovi, di 32 anni, il quale stava tornando a Caltabellotta per riprendere servizio.
Il milite era in permesso e tornava dal suo paese Ciminna, dove aveva trascorso la giornata con la moglie e la sua bimba di un anno, in occasione della festa patronale. All'intimazione di gettarsi a terra e consegnare tutto quanto possedeva, il carabiniere non seguiva l'esempio dei suoi amici e agiva di sorpresa, con sprezzo assoluto del pericolo. Egli usciva dall'auto estraeva la pistola d'ordinanza e, gettatosi nella breve scarpata sul lato destro della strada, apriva il fuoco contro i banditi, scaricando tutto il caricatore.
Due banditi, raggiunti dalle pallottole, si accasciavano. Ma nel frattempo anche il coraggioso carabiniere, sul quale si era diretto il fuoco incrociato degli assassini, era stato colpito. Prima che rotolasse al suolo uno dei malviventi gli puntava ancora il fucile a un fianco e lasciava partire una scarica.
Poi i banditi arretrarono continuando a sparare in direzione dell'auto dalla quale era disceso il carabiniere. Due  o tre si diressero verso la contrada Drago, mentre altri prendevano la direzione opposta. Entrambi i gruppetti trascinavano con sé un ferito.
sul posto giungevano poco dopo i carabinieri della stazione più vicina e alle prime luci dell'alba da Palermo il comandante della Legione e il questore assumevano la direzione delle indagini. Veniva subito effettuato un vasto rastrellamento nel corso del quale, molte ore dopo, verso le 14,30, alcuni carabinieri, seguendo tracce di sangue per circa due chilometri fra i campi di stoppia, rinvenivano il cadavere di un giovane sui 24 anni, privo di documenti. Prima di abbandonarlo, gli altri banditi gli avevano sottratto il portafoglio e ogni cosa.
Il corpo giaceva in un terreno arato di fresco, accanto al torrente Belice; un centinaio di metri prima i carabinieri avevano notato una larga macchia di sangue. E' presumibile che il ferito sia stato trascinato dai compagni, i quali però, accortisi che le sue condizioni erano gravissime, abbiano giudicato pericoloso proseguire la fuga con lui. Lo lasciarono così morire in quel luogo. Il giovane, pure stanco e stremato, aveva probabilmente tentato di continuare la marcia, ma era perito per dissanguamento.
Un'altra pattuglia di carabinieri notava sulla parte sinistra della strada una lunga striscia di sangue che ad un certo punto finiva; si trattava del sangue lasciato dall'altro malvivente ferito. Non è escluso che anch'egli sia stato abbandonato morente dai complici.
Le ricerche continuano con l'impiego di cani poliziotti e di alcuni elicotteri. Tutta la zona, campagne, casolari, villaggi, paesi, è stata battuta a palmo a palmo dalle forze di polizia.
La saima del giovane carabiniere è stata oomposta nella stazione di Corleone. I funerali si svolgeranno domani mattina. f.d.

 

 

 

Articolo da L'Unità del 9 Settembre 1959

Un carabiniere assassinato in un conflitto a fuoco ingaggiato con 4 banditi nei pressi di Corleone

di Federico Farkas

Anche uno degli aggressori ucciso - I malviventi avevano già rapinato altri automobilisti in
transito - Il milite non ha esitato ad affrontare i briganti - Una vasta battuta in corso


PALERMO, 8. Un carabiniere è stato assassinato da una banda di rapinatori contro i quali egli aveva reagito, nel corso di un drammatico agguato, estraendo la propria pistola di ordinanza e sparando tutti i proiettili del caricatore.
Prima di essere fulminato da una scarica «a lupara» sparatagli da distanza ravvicinata, l'eroico militare è riuscito a ferite mortalmente uno dei banditi, il cui cadavere è stato rinvenuto nella mattinata di oggi durante un rastrellamento nelle campagne.
Il gravissimo episodio di delinquenza, che testimonia del persistente stato di insicurezza che regna in vasta parte dell'isola, è avvenuto verso le una del mattino a circa 6 km. dall'abitato di Corleone, sulla strada statale 118, per Agrigento, in località «Case Moscato».
I banditi si erano appostati ai bordi della strada che avevano preventivamente ostruito con grossi massi e con un paracarro. Verso le 0,30 una prima macchina, una «1100», a bordo della quale transitava un possidente di Lucca Sicula (Agrigento), il cav. Vito Cascio, era costretta ad arrestarsi davanti all'improvvisato posto di blocco.
Il possidente e il suo autista, sotto la minaccia delle armi spianate, venivano costretti da due individui a scendere a terra e a consegnare denaro e orologi. Il cav. Cascio deponeva nelle mani dei banditi anche la pistola di cui era munito.
Ai primi aggressori se ne aggiungevano altri due sbucati dall'oscurità e i quattro, dopo un breve conciliabolo, decidevano di far attendere le loro vittime all'interno della vettura. I banditi, tenendo di mira i rapinati, tornavano ad appostarsi ai bordi dello stradale. La loro attesa non doveva essere lunga: dopo circa sette minuti nello stesso blocco incappava un camion. I rapinatori lo circondavano e facevano discendere le quattro persone che vi si trovavano a bordo e, dopo averle depredate, intimavano loro di restare in attesa senza fare il minimo movimento. Analoga sorte toccava, di li a poco, a tre passeggeri di un'autovettura, costretti ad arrestarsi bruscamente davanti alla fila di massi che ostruivano la strada. Anzi l'autista di questa vettura, il ventenne Giovanni Caviglia da Corleone, dopo essere stato costretto a stendersi bocconi sull'asfalto e a sottoporsi ad una accurata perquisizione, veniva colpito con calci e pugni dai malfattori, resi furenti dal fatto che il ragazzo non aveva in tasca neppure uno spicciolo.
Inutili risultavano le suppliche dei rapinati affinché fosse loto consentito di proseguire dopo essere stati depredati di ogni avere: i banditi facevano chiaramente intendere di essere pronti ad aprire il fuoco su chiunque avesse fatto un qualsiasi movimento.
Frattanto sopraggiungeva un quarto automezzo: una «1100» grigia pilotata dal sarto Pellegrino Raia, di 26 anni, il quale, comprendendo subito la situazione, dopo aver bloccato la macchina, ne discendeva tempestivamente e si gettava al suolo. Sulla «1100» si trovava però anche un amico del Raia, il carabiniere Clemente Bovi di 32 anni il quale, fruendo di un breve permesso, aveva trascorso una giornata di festa a Ciminna, insieme con i parenti, con la moglie Concetta Peri e con la figlioletta di un anno.
Il militare, che pur essendo in abiti borghesi teneva con sé la pistola di ordinanza, aveva approfittato di un passaggio in macchina offertogli dall'amico Raia per riprendere il proprio servizio presso la stazione dei carabinieri di Caltabellotta in provincia di Agrigento.
Con sprezzo assoluto del pericolo il carabiniere, anziché sottostare alle intimazioni dei banditi, impugnata la pistola, balzava giù dall'automobile, si gettava per la bassa scarpata che costeggia lo stradale e cominciava a sparare contro le sagome dei rapinatori tutti ì proiettili contenuti ne caricatore dell'arma. Solo
due colpi, probabilmente, andavano a segno, ferendo altrettanti banditi. Costoro reagivano immediatamente, incrociando il fuoco delle loro armi sul valoroso carabiniere il quale, raggiunto al torace, restava fulminato.
I banditi dopo aver sparato  ancora alcuni colpi di fucile e di pistola verso le macchine parcheggiate, ripiegavano rapidamente perdendosi nell'oscurità della notte. Sembra che essi si siano diretti verso zone diverse, due o tre verso la contrada Drago, sulla destra dello stradale, e altri verso «Case Moscato» trascinandosi i feriti.
Disfatti per la paurosa esperienza vissuta, i rapinati, dopo avere tentato di prestare soccorso al carabiniere ormai privo di vita, raggiungevano rapidamente la caserma dei carabinieri di Corleone dando l'allarme e denunciando la rapina patita.
Mentre venivano disposte immediate battute in tutto il territorio, per via radio si provvedeva ad avvertire i comandi superiori di Palermo.
In nottata si rtecavano quindi sul posto il questore di Palermo, dottor Iacovacci, il colonnello Iavarone, comandante la legione dei Carabinieri, numerosi alti ufficiali, il capo della mobile palermitana dottor Gambino, e duecento carabinieri del 12° battaglione mobile.
Quando già cominciava ad albeggiare era quindi in corso un nuovo ampio rastrellamento al quale partecipava anche un elicottero.
Le battute si spingevano fino ai comuni di S. Giuseppe Jato e a Roccamena e portavano al fermo di una cinquantina di persone la maggior parte delle quali venivano rilasciate in serata.
Verso mezzogiorno, a 5 km. dal luogo del sanguinoso conflitto, in una macchianei pressi del torrente Belice, una pattuglia di carabinieri veniva guidata da alcuni cani poliziotti fino al cadavere di un giovane della apparente età di 25 anni ancora non identificato in quanto privo di qualsiasi documento di riconoscimento.
Si tratta con tutta probabilità di uno dei rapinatori raggiunto dal piombo del carabiniere Bovi.
Il gravissimo episodio di questa notte ha suscitato nella opinione pubblica una enorme ondata di commozione alimentando gli allarmi e le preoccupazioni che la ripresa in grande stile dell'attività criminale ha destato in questo ultimo periodo.



 

Foto e Articolo del 3 Settembre 2011 da  cittanuovecorleone1.blogspot.it

Clemente Bovi, un eroe semplice

Titolo: Un eroe semplice, in memoria del carabiniere Clemente Bovi
Autori: Alfonso Lo Cascio, Giuseppe Cusmano, Vito Andrea Bovi
Casa editrice:  Arianna - pagg. 144 con foto b/n e colori

Il libro è il racconto di un giovane carabiniere, Clemente Bovi, ucciso alle porte di Corleone nel settembre del 1959 durante una rapina. Il lavoro ne ripercorre i vari momenti: dal vero e proprio agguato nella notte, con il gesto eroico del militare colpito alle spalle da due scariche di lupara, alla ricerca degli assassini da parte delle forze di polizia e dei carabinieri, fino alla scoperta di una vera e propria associazione a delinquere composta da banditi, tutti di Gibellina, specializzati in quella forma di rapina cosiddetta “a passo”. Durante il successivo processo saranno accusati di circa otto azioni criminose consumate negli ultimi tre anni nel triangolo compreso tra le provincie di Palermo, Trapani e Agrigento. Poi le varie fasi del dibattimento che si svolge davanti la Corte di Assise di Palermo dove verrà scritta una bella pagina di storia giudiziaria siciliana. Ed infine il processo di Bari, tribunale in cui viene trasferito per legittima suspicione, con la sua tragica e discutibile conclusione. Sullo sfondo gli ultimi bagliori del banditismo siciliano ormai alla fine della parabola criminale, e di una magistratura giudicante, chiamata in quegli anni a decidere su gravi fatti di sangue, spesso più attenta al formalismo che alla reale ricerca della verità. Il libro fornisce uno spaccato dell’isola tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, di quel lungo ed interminabile dopoguerra. Un lavoro dedicato ai tanti carabinieri, spesso sconosciuti, che hanno sacrificato la loro vita in terra di Sicilia, affinché la legalità e la giustizia non soccombessero alla barbarie criminale.

Una macchina percorre veloce la statale 118 in direzione di Corleone, il paese dell’entroterra tristemente noto per essere un centro ad alta densità mafiosa. Ma non è la destinazione finale. I due individui a bordo della Fiat 1100 grigia hanno appena attraversato il bosco della Ficuzza: un’oasi verdeggiante e intricata di giorno, che la notte si tinge di un nero intenso, impenetrabile. Ma l’uomo accanto al guidatore sembra non curarsene, mentre sistema meglio la pistola d’ordinanza che aveva conservato all’interno del cruscotto. Anche se non indossa la divisa è un carabiniere. Classe 1926.

Improvvisamente il conducente frena bruscamente l’auto: al centro della carreggiata, sono apparsi alcuni massi che ostruiscono il passaggio, mentre, sul ciglio della strada, nota altre autovetture ferme. Un incidente, pensa, e rallenta. Ma appena il veicolo si ferma dal buio sbucano alcuni uomini armati che intimano ad entrambi di uscire dall’abitacolo e mettersi “faccia a terra”. Il militare finge dapprima di ubbidire, poi, impugnata la pistola, si lascia scivolare nella piccola scarpata che costeggia la strada. E da lì risponde al fuoco dei banditi presi alla sprovvista da quella inattesa manovra: sei colpi in direzione di quelle figure armate che si stagliano nello sfondo oscuro della notte. Si sente un grido, poi un altro: due rapinatori sono stati colpiti. Il carabiniere allora cerca con coraggiosa determinazione di riconquistare la strada per affrontare un terzo bandito. Ma da dietro si materializzano due uomini che aprono il fuoco colpendolo al fianco e alla schiena. L’uomo indietreggia poi cade riverso ai piedi della piccola scarpata, la faccia a contatto con la nuda terra, mentre dalle ferite il sangue sgorga copioso. “Sangue di eroe”, scriveranno tre anni dopo i giudici di Palermo. L’uomo che agonizza sul terreno di contrada “Case Moscato” alle porte di Corleone si chiama Clemente Bovi. È l’8 settembre dell’anno 1959.
(dal Prologo)

 

 

 

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