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11 Novembre 1989 Napoli. Strage del Bar Sayonara. Restarono a terra Gaetano De Cicco, Salvatore Benaglia, Domenico Guarracino e Gaetano Di Nocera "«Quattro vittime “innocenti” immolate sull’altare di un onnivoro e spregiudicato disegno di affermazione». PDF Stampa

Foto da http://www.noninvano.it/

Articolo del Corriere del Mezzogiorno del 25 Gennaio 2011

Strage di Ponticelli del 1989, 13 arresti
Il boss : quegli innocenti mi pesano ancora

di Titti Beneduce

Affiliati al clan Aprea e Sarno. Sono tra i mandanti e gli esecutori del raid nel bar Sayonara: uccise 6 persone

quattro vittime erano estranee alla camorra

NAPOLI - Tredici persone, affiliate ai clan camorristici dei Sarno e degli Aprea, attivi nella zona orientale del capoluogo campano ed in vaste aree della provincia, ritenute a vario titolo responsabili di strage pluriaggravata, sono state arrestate dai carabinieri del nucleo Investigativo di Napoli. Nei loro confronti è stata emessa dalla magistratura un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Durante le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, (i pm Vincenzo D’Onofrio e Francesco Valentin) i carabinieri hanno scoperto autori, mandanti e movente della cosiddetta strage del bar Sayonara, avvenuta a Napoli, nel quartiere Ponticelli, l’11 novembre 1989, durante lo scontro tra gli «alleati» clan Sarno ed Aprea e quello degli Andreotti, per il controllo degli affari illeciti sul territorio. In quell’occasione furono uccise sei persone, quattro delle quali risultate estranee alla camorra, e ferite tre persone, tra le quali una bambina.

Le ordinanze sono state notificate, in particolare, ai fratelli Antonio, Ciro e Giuseppe Sarno, ritenuti i capi dell’omonimo clan camorristico assieme ai loro cugini Ciro, Vincenzo, Giuseppe e Pasquale, oggi collaboratori di giustizia

IL GIP: ORRORE ANCHE NEGLI ASSASSINI - Scrive il giudice Antonella Terzi nell'ordinanza di custodia cautelare: «Ho cercato invano nel mio limitato vocabolario aggettivi che potessero rappresentare i sentimenti suscitati dalla vicenda oggetto della richiesta cautelare. Nessuno, tra quelli che mi venivano alla mente (feroce, folle, crudele, insensato) mi è parso adatto a descrivere l’orrore di quel tragico tardo pomeriggio di un ormai lontanissimo novembre del 1989». «Quel che accade è davvero troppo. Ed è troppo persino per gli ideatori ed artefici del gesto, che ne ricevono o ne riportano la notizia con inusuale sgomento. “Le mani nei capelli” sono la visibile manifestazione di un raccapriccio cui non riescono a sottrarsi neppure delinquenti incalliti, già rotti ad ogni esperienza».

LA STRAGE - E’ sabato, 11 novembre 1989., sono circa le 18,30 ed a Ponticelli, quartiere di una periferia povera, molte persone affollano le strade adiacenti la gelateria «Sayonara» ed il limitrofo bar «Luisa». Gente normale, che si gode la piacevolezza del clima e si concede un modesto svago. Nei giardinetti di fronte giocano i bambini. «Ma la morte, sotto le sembianze di killer ebbri di droga e assetati di sangue - scrive la gip - è in agguato. I sicari irrompono, armati di armi lunghe e corte. Cercano il figlio del proprietario della gelateria, cercano i suoi amici che si ritrovano abitualmente nel locale e nel bar vicino. Li cercano per ucciderli, senza pietà e mettendo in conto il sacrificio di altre vite».
Sparano all’impazzata, decine e decine di colpi, alla cieca, in una sarabanda tragica di violenza sterminatrice. Quindi si allontanano, lasciandosi dietro cinque cadaveri ed un corpo agonizzante. Quattro certamente estranei a qualsivoglia coinvolgimento in storie di criminalità. «Quattro vittime “innocenti” immolate sull’altare di un onnivoro e spregiudicato disegno di affermazione», annota sconsolata la gip Terzi.

LUCE DOPO 21 ANNI - Morti che per oltre un ventennio sono rimaste impunite, avvolte dalla spessa cortina di omertà. «Solo oggi - aggiunge il magistrato - siamo in condizione di leggere compiutamente quegli eventi, di inquadrarli nella loro genesi, di decriptarne gli effetti. Tutto questo è reso possibile dalle recenti scelte collaborative dei fratelli Sarno, intervenute, a pioggia, dall’estate del 2009 e che hanno, sostanzialmente, dissolto l’impero criminale che costoro erano riusciti a creare».

IL BOSS PENTITO: ANCORA MI PESA - Uno dei mandanti, il boss oggi pentito Ciro Sarno, soprannominato «il sindaco», racconta ai pm in un interrogatorio: «È uno degli episodi più eclatanti e che ancora mi pesa, anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell’azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti». Sarno ricorda la preparazione dell’agguato; c’erano già le avvisaglie che sarebbe accaduto qualcosa di brutto: «Prima che (i killer, ndr) partissero venni chiamato da parte da mio cugino Esposito Pacifico, che era preoccupato per il fatto di aver notato che quelli di Barra erano tutti drogati e quindi poco lucidi per un’azione del genere. Gli dissi di non preoccuparsi e diedi il via all’azione». L’ottimismo, però, si dimostrò mal riposto: «Le prime notizie che mi giunsero, portatemi da mio cugino Esposito Giuseppe, erano drammatiche per due ordini di ragioni, sia perchè mi diceva che non era stato ucciso nessuno degli uomini dell’Andreotti sia perchè mi aggiungeva erano state uccise persone innocenti. Solo successivamente si apprese che invece, era rimasto a terra, oltre a quattro vittime innocenti, anche Borrelli Antonio e colpito Vincenzo Meo, che morì dopo qualche giorno in ospedale».

I PADRINI GUARDAVANO LA SCENA - «Io e mio fratello - racconta Sarno - ci andammo a posizionare su un lastrico solaio di un edificio del parco Vesuvio, da cui si dominava tutta la scena e l’intero rione. Le prime notizie che mi giunsero, portatemi da mio cugino Esposito Giuseppe “’o maccarone” erano drammatiche per due ordini di ragione, sia perché mi diceva che non era stato ucciso nessuno degli uomini dell’Andreotti sia perché mi aggiungeva erano state uccise persone innocenti. Solo successivamente si apprese che invece, era rimasto a terra, oltre a quattro vittime innocenti, anche Borrelli Antonio e colpito Vincenzo Meo, che morì dopo qualche giorno in ospedale. Le auto con i killer andarono via dopo l’azione recandosi a Barra dove c’era ad attenderli Gennaro Aprea. Durante il percorso gli autori della strage furono costretti ad abbandonare una delle macchine; l’altra invece venne dato alle fiamme nelle zone di Barra. Quando fece ritorno mio cugino Sarno Ciro era ancora sconvolto da ciò che era successo. Si era infatti reso conto che erano stati colpiti degli innocenti e che invece erano riusciti a scappare gli altri appartenenti al gruppo di Andreotti. Mi parlò dei fratelli Viscovo (uno dei quali, se non erro venne ferito) e di Vincenzo Avolio. Dopo un paio di giorni, nei quali io e mio fratello Giuseppe ci allontanammo dal rione, nell’incontrarmi con De Luca Bossa Umberto pretesi da lui spiegazioni su come potesse essere successa quell’incredibile strage. Egli si giustificò dicendo che il suo obiettivo, Borrelli Antonio, era riuscito a colpirlo, inseguendolo fino a dentro la gelateria, per cui non era riuscito a controllare e a dirigere l’azione degli altri, che avevano sparato all’impazzata».

 

 

Articolo di La Repubblica del12 Novembre 1989

NAPOLI, I KILLER UCCIDONO TRA LA FOLLA

di Ermanno Corsi

NAPOLI Una infernale pioggia di proiettili, urla, orrore e rivoli di sangue lungo i marciapiedi per una strage di camorra. Cinque persone ammazzate, una gravemente ferita, e un' altra colpita di striscio. A Ponticelli, uno dei più popolosi quartieri della periferia napoletana, un sabato sera maledetto. I killer hanno agito in mezzo alla folla usando mitragliette, pistole e fucili a canne mozze. I corpi degli uccisi sono rimasti per terra molto tempo: sparsi a poca distanza l' uno dall' altro per oltre sessanta metri. Droga, appalti, lotto clandestino e racket delle estorsioni scatenano scontri furibondi, commentano in questura. Dall' inizio dell' anno sono quasi duecento i morti nella guerra fra le bande dell' area napoletana. E' una situazione drammatica. Il ministero ci deve fornire nuovi mezzi, altrimenti la malavita dilagherà senza limiti, afferma con rabbia un funzionario della Squadra Mobile. A Ponticelli sembrava una serata tranquilla, un sabato in cui i giovani, come al solito, si raccolgono nel tratto più frequentato del corso principale. C' è la Casa del popolo che richiama sempre molta gente. Ci sono i bar, Luisa e Sayonara, sempre affollati. Sul lato opposto una piazzola con aiuole e fiori e bambini che giocano. Altri si trattengono su una pista di pattinaggio. All' improvviso l' inferno. Prima alcuni spari, poi una pioggia di colpi. Un giovane che sta nella Casa del popolo si affaccia. Ho visto corpi che si scontravano, ho sentito il fragore delle armi. Poi è stato come se le figure umane fossero avvolte da una nube di fumo. Non ho potuto scorgere più niente. Ho soltanto provato una grande paura. Sulla strada in tanti che gridavano e invocavano aiuto. Gli assassini in tuta Secondo la prima ricostruzione fatta da polizia e carabinieri, è un commando omicida formato da sette-otto killer che arriva all' improvviso in corso Ponticelli. E' uno squadrone della morte che si è servito di tre-quattro macchine. Vestiti con tute da meccanico, appena scendono si mettono sul viso dei passamontagna. Davanti al bar gelateria Luisa e al bar Sayonara spianano le armi. Per diversi minuti sparano all' impazzata dentro e fuori il locale. Il primo ad essere colpito e a cadere è il pregiudicato Antonio Borrelli, di ventisette anni. Quando lo raccolgono dà ancora qualche segno di vita. Muore mentre lo trasportano all' ospedale, il Loreto Mare. Il padre è il gestore del Sayonara. Forse hanno sparato contro il negozio per colpire tutti e due dicono gli inquirenti. Senza scampo le altre quattro persone investite dalla pioggia di proiettili. Difficile l' identificazione Muoiono quasi all' istante Mario Guarracino, 45 anni; Salvatore Benaglia soprannominato o Bill di 53; Gaetano Di Nocera, 52 anni cassintegrato dello stabilimento siderurgico Italsider di Bagnoli; Gaetano De Cicco, 38 anni, dipendente del Comune di Napoli: non è stato facile identificarlo in quanto aveva la faccia spappolata dai colpi ed era senza documenti. Almeno due di loro erano semplici passanti. Due le persone ferite: Vincenzo Meo 35 anni, ricoverato in gravi condizioni all' ospedale, e Antonio Cito di 38. Terrificante lo scenario per i dirigenti della Squadra mobile che sono arrivati sul posto poco dopo. I corpi erano distanziati fra loro di pochi metri tra il circolo ricreativo Vico e la gelateria, dentro un fiume di sangue. Una cosa orrenda. Cominciano i rilievi mentre la gente continua a scappare terrorizzata. Ci vuole un po' di tempo per ricostruire in maniera attendibile la dinamica della spedizione punitiva. Per terra più di sessanta bossoli. Gli inquirenti parlano di furibondo scontro fra il clan del boss Giorgio Norcaro che da anni ha il predominio incontrastato della zona, e l' emergente Andrea Andreotti soprannominato o Cappotto ora latitante. Causa della guerra il controllo di un vasto ventaglio di attività illegali: la droga, gli appalti, il racket delle estorsioni, il lotto clandestino che è una fonte di denaro sporco. Nel bar Luisa vengono trovate numerose matrici di toto nero. Il Sayonara serviva di più, molto probabilmente, come luogo per lo spaccio degli stupefacenti. Una delle automobili usate per la micidiale spedizione viene trovata a pochi metri, dietro un grosso edificio: una Seat Ibiza che i killer hanno incendiato preferendo scappare a bordo di altre macchine. Forse avevano paura di essere stati visti, dice uno degli inquirenti. Il sostituto procuratore che arriva dopo poco coordina le indagini. Insieme con il capo della Squadra mobile e con il questore Antonio Barrel si fanno le prime valutazioni. E' la guerra scatenata fra le bande dopo la scomparsa delle grandi organizzazioni criminali. I piccoli gruppi agiscono come schegge impazzite e non esitano ad affrontarsi con efferata spietatezza, senza esclusione di colpi, coinvolgendo nelle sparatorie anche chi si trova a passare.

 

 

 

Foto e Articolo del 1 Febbraio 2012 da .inchiestanapoli.it

Strage bar Sayonara, parla il pentito Mario Nemolato

Di   Giancarlo Donadio  

Continuano le indagini a 23 anni dalla mattanza di Ponticelli

Napoli – Si svelano nuovi retroscena sulla strage del bar Sayonara. A parlare ai giudici della terza sessione della Corte D’Assise di Napoli, 23 anni dopo la mattanza, che vide un comando di killer dei clan Sarno e Aprea lasciare sul posto sette morti, tra cui quattro innocenti (leggi qui), è il pentito Mario Nemolato, figura chiave nella malavita organizzata nell’area Est di Napoli in quegli anni. Interrogato dai giudici, Nemolato ha ricostruito lo sfondo in cui maturarono  i tragici eventi. All’epoca dei fatti Nemolato gestiva i traffici criminali su Barra, mentre Ponticelli era nelle mani del capo zona Andrea Andreotti. Da loro dipendevano una serie di gang criminali, tra cui i Sarno, desiderosi di prendere il potere della famiglia Andreotti su Ponticelli. Nemolato ha raccontato agli inquirenti di aver creduto, dopo la strage, di essere lui la vittima designata. Una settimana prima, infatti, qualche giorno prima di un incontro programmato con Andreotti, Nemolato si era recato al bar Sayonara. Il pentito pensa che la sua presenza non fosse passata inosservata, tanto che killer avevano poi agito convinti che il bar fosse un luogo di incontro tra lui e Andreotti.

Oltre a Nemolato hanno testimoniato oggi Raffaele Cirella e Ciro Esposito, altri due collaboratori di giustizia, in passato vicini al clan dei Sarno. Ora si attende la testimonianza di Ciro e Giuseppe Sarno che per gli inquirenti rappresenta il passaggio più importante dell’udienza.

Nel mese di novembre scorso una marcia anticamorra, organizzata dai ragazzi di Terra di Confine, ha ricordato Gaetano de Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera, le vittime innocenti della cieca brutalità della malavita dell’area.

 

 

Articolo del 27 Febbraio 2013 da  agi.it/cronaca

Camorra: strage bar Sayonara, 11 ergastoli per clan Sarno

(AGI) - Napoli, 27 feb. - Dopo 23 anni e' arriva la sentenza di primo grado per la stage del bar 'Sayonara', avvenuta nel 1989 nel quartiere di Napoli di Ponticelli, quando furono uccise sei persone, quattro delle quali vittime per caso dei sicari. E ci sono 11 ergastoli e 6 condanne che oscillano tra i 16 e i 20 anni, per i collaboratori di giustizia. Una strage voluta dal clan Sarno per vendicare la morte di uno dei propri affiliati nel corso della faida con la cosca degli Andreotti per il controllo degli affari criminali. Sono passati molti anni prima che un muro d'omerta' fosse infranto e ci fossero gli elementi per andare a dibattimento. A parlare della mattanza sono stati i fratelli Vincenzo e Ciro Sarno, ex capoclan passati con lo Stato. "Non volevo che venissero coinvolte persone innocenti.
E' una strage che ancora mi pesa - aveva raccontato al pm Ciro Sarno - anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell'azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti". L'obiettivo principale dell'agguato, infatti, era Antonio Borrelli, un fedelissimo di Andrea Andreotti che, mentre ''o sindaco' era detenuto, aveva risposto male al fratello Giuseppe Sarno. Carcere a vita per Ciro, Antonio e Giuseppe Sarno; Giovanni, Ciro e Gennaro Aprea; Vincenzo Acanfora; Luigi Piscopo; Gaetano Caprio; Roberto Schisa; Pacifico Esposito. (AGI) .

 

 

Articolo del 19 Maggio 2014 da  retenews24.it

Strage di Ponticelli, 25 anni dopo comincia il processo di Appello a Napoli

A cura di Pasquale Napolitano

Al via questa mattina in Corte di Assise di Appello di Napoli il processo per la cosiddetta la strage di Ponticelli del 1989 al bar «Sayonara cui persero la vita sei persone tra cui quattro innocenti. L’udienza si è aperta con la relazione del presidente del collegio giudicante e con la costituzione delle parti. Prossima udienza il 30 giugno con la requisitoria del procuratore generale. A venticinque anni di distanza, non è stata ancora messa la parola fine sulla mattanza di quel sanguinoso sabato sera del 11 novembre. Nella sentenza di primo grado sono stati inflitti undici ergastoli: Pacifico Esposito, Luigi Piscopo, i fratelli Antonio, Ciro e Giuseppe Sarno, Roberto Schisa, i fratelli Ciro, Gennaro e Giovanni Aprea, Vincenzo Acanfora e Gaetano Caprio. La strage fu ordinata dal clan Sarno per vendicare la morte di uno dei propri affiliati nel corso della faida con la cosca degli Andreotti per il controllo degli affari criminale nel quartiere di Ponticelli. Il processo si poggia essenzialmente sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia in particolare quella di Ciro Sarno “detto o sindaco” capo dell’omonimo clan. L’obiettivo della spedizione punitiva doveva essere Antonio Borrelli, un fedelissimo di Andrea Andreotti, ma i killer entrati nel bar Sayonara cominciarono a sparare all’impazzata uccidendo quattro persone che con la camorra non avevano nulla a che fare. Oltre a Borrelli persero la vita Mario Guarracino, 45 anni; Salvatore Benaglia soprannominato o Bill di 53; Gaetano Di Nocera, 52 anni cassintegrato dello stabilimento siderurgico Italsider di Bagnoli; Gaetano De Cicco, 38 anni, dipendente del Comune di Napoli.  “Il processo di appello ruoterà appunto sull’attendibilità dei collaboratori di giustizia come spiega a Reneews24 – l’avvocato Cuomo che con il collega Saverio Senese difende gli imputati Ciro Sarno ( cugino del boss pentito ) e Pacifico Esposito condannati all’ergastolo in primo grado.

 

 

Articolo del 12 Luglio 2014 da  ilroma.net

STRAGE DEL BAR SAYONARA, IL BOSS CHIEDE SCUSA IN AULA CON UNA LETTERA

NAPOLI. Una lettera di poche righe e consegnata ai giudici di Corte d’Assise d’Appello. Nella quale ammetteva di essere il responsabile di quella strage e chiedeva scusa ai familiari delle vittime innocenti. Si tratta di Ciro Sarno detto “’o piccirillo”, uno degli ultimi a non essere passato a collaborare con lo stato (erroneamente era stata pubblica una sua foto con la dicitura “pentito” ma non lo è affatto). Era stato condannato in primo grado, così come altre dieci persona alla pena dell’ergastolo. Carcere a vita per una strage senza precedenti a Ponticelli, avvenuta nel 1989 e dove furono uccise sei persone, quattro delle quali vittime innocenti. Il procuratore generale ha chiesto la conferma della pena inflitta in primo grado per tutti quanti gli imputati. Fu una strage voluta dal clan Sarno per vendicare la morte di uno dei propri affiliati ammazzato nel corso della faida con la cosca degli Andreotti per il controllo degli affari criminali, ma ci sono voluti oltre 20 anni prima che il muro d'omertà fosse infranto. A parlare della mattanza sono stati i fratelli Vincenzo e Ciro Sarno, due boss passati con lo Stato. «Non volevo che venissero coinvolte persone innocenti. È una strage che ancora mi pesa - aveva raccontato al pm Ciro Sarno - Anche in ragione del fatto che, sebbene sia stato il mandante dell'azione, di certo non volevo gli esiti che poi si sono avuti».

 

Articolo del 14 Febbraio 2016 da napolitan.it

Strage Bar Sayonara: la sentenza attesa da 27 anni è finalmente giunta

di Luciana Esposito

La strage del bar Sayonara: una delle vicende di cronaca più cruente della storia della criminalità organizzata, una ferita che sanguina ancora nel cuore del quartiere Ponticelli, teatro di quel feroce agguato costato la vita a persone innocenti, colpevoli di essersi trovate lì, sulla scena di un imprevedibile agguato di camorra, allorquando dei killer sono entrati in azione per rispondere al sangue con altro sangue.

Era l’11 novembre del 1989, era un sabato sera come tanti, tramutatosi in pochi attimi in un incubo. Scene da far west catapultate nella vita reale, capaci di tingere con i colori dell’inferno una delle strade più battute del quartiere Ponticelli.

A 27 anni di distanza da quella tragedia, giungono le sentenze definitive da parte della Cassazione.

Ciro, Antonio e Giuseppe Sarno, Giovanni, Ciro e Gennaro Aprea, Vincenzo Acanfora, Luigi Piscopo, Gaetano Caprio, Roberto Schisa, Pacifico Esposito: tutti condanni al carcere a vita.

Sedici anni per Giuseppe Esposito.

Una strage “comandata” dal clan Sarno per vendicare la morte di Vincenzo Duraccio, uno degli affiliati al clan, ucciso nel corso della faida in corso all’epoca con il clan Andreotti per il controllo degli affari criminali nella periferia est di Napoli.

A far luce sulla strage sono gli stessi mandanti, Vincenzo e Ciro Sarno, due boss che negli anni ’80-’90 hanno ricoperto un ruolo egemone nell’ambito della configurazione dello scenario criminale all’ombra del Vesuvio, attualmente pentiti e pertanto confluiti nelle vesti dei collaboratori di giustizia.

La camorra che fa e disfa, che ordina e non prevede, che ammazza e non perdona, che sbaglia, incappando in quel genere di errori ai quali non si può porre rimedio. Perché un errore della camorra è assai più madornale, soprattutto se sporco di sangue innocente.

L’obiettivo dell’agguato messo a segno quella sera di novembre di 27 anni fa era Antonio Borrelli detto “’o cappotto”, uomo di fiducia del clan Andreotti. A rivelarlo sono gli stessi boss pentiti.

Emblematiche, in tale ottica, le rivelazioni di Ciro Sarno: il cugino Pacifico Esposito, gli telefonò per dirgli che quelli di Barra, ovvero i sicari ai quali era stato commissionato l’agguato, erano drogati, quindi poco lucidi. Ciò nonostante Ciro Sarno diede l’ordine di procedere. Il morto si doveva fare quella sera.

Una costante che si ripete, invariata, una sorta di macabro e tacito rituale, quello dei killer che prima di “fare il pezzo”, ovvero mettere a segno un agguato, pippano cocaina, per enfatizzare il senso di esaltazione, esponendosi così ad una maggiore probabilità di imbattersi in un errore di precisione che troppo spesso costa la vita ad anime esenti da colpe ed estranee alle logiche criminali.

Per diversi minuti i killer sparano all’impazzata dentro e fuori il locale. Il primo ad essere colpito e a cadere è il pregiudicato Antonio Borrelli, di ventisette anni. Quando lo raccolgono dà ancora qualche segno di vita. Muore mentre lo trasportano all’ ospedale Loreto Mare. Il padre è il gestore del Sayonara. Senza scampo le altre quattro persone investite dalla pioggia di proiettili. Difficile l’identificazione. Muoiono quasi all’ istante Mario Guarracino, 45 anni; Salvatore Benaglia soprannominato o Bill di 53; Gaetano Di Nocera, 52 anni cassintegrato dello stabilimento siderurgico Italsider di Bagnoli; Gaetano De Cicco, 38 anni, dipendente del Comune di Napoli: non è stato facile identificarlo in quanto aveva la faccia spappolata dai colpi ed era senza documenti.

Le famiglie delle vittime innocenti hanno dovuto attendere 27 anni per ottenere giustizia. Questa è l’altra paradossale faccia della realtà che, insieme alla camorra, concorre a svilire il senso della legalità, della giustizia, della vita.

 

 

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