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3 Maggio 2005 Napoli. Ucciso Emilio Albanese, pensionato vittima di una rapina. PDF Stampa

Articolo de La Repubblica del 4 Maggio 2005

L' urlo della figlia Eleonora 'Qui non si può più vivere'

di Irene De Arcangelis

IL DOLORE di Jacopo Fo per la perdita del suocero: «Gli volevo tanto bene...», ripete l'attore figlio del premio Nobel Dario tra le lacrime. La rabbia carica invece le parole della sua compagna, la regista Eleonora Albanese, figlia della vittima della rapina: «Non si può campare in una città così. E non credo che Napoli possa cambiare, per questo non capisco come i miei genitori abbiano potuto continuare a vivere qui. Ora voglio giustizia, perché mio padre è stato ammazzato. Che se la veda la polizia». Una coppia che vive nell' Italia dell' arte e dello spettacolo catapultata nella città della criminalità feroce. Che improvvisamente si trova al centro di una beffa crudele: è a Napoli per lo spettacolo di Dario Fo "Il concerto per Scià Scià" in cartellone oggi al teatro Augusteo, ma il viaggio si trasforma in una incontenibile sofferenza. Perché il padre di Eleonora, Emilio Albanese, settantenne ex ingegnere dell' Alenia in pensione, è stato ammazzato per rapina ieri mattina a mezzogiorno. Aggredito nel suo palazzo di via Santa Maria a Costantinopoli 89 dopo aver fatto un prelievo alla Banca nazionale del lavoro di via Toledo. Ucciso per tremilatrecento euro. Ammazzato da due balordi ingoiati dal nulla dei vicoli a monte di via Pessina senza lasciare tracce né un

testimone utile alle indagini. Un "filo di banca" come tanti ne avvengono ogni giorno a Napoli, questa volta finito con un omicidio raccapricciante e con i colpevoli, al momento, ancora liberi. L' ingegner Albanese viene aggredito a mezzogiorno nell' androne di casa, sulla rampa che conduce al primo piano. è il colpo che subisce alla testa a ucciderlo provocando la frattura della teca cranica. «Non c' erano lesioni cutanee - spiega il primario della Rianimazione del San Giovanni Bosco, Ottorino Esposito - Questo significa che gli è stato assestato un grosso colpo con un pugno particolarmente violento o con un mezzo non tagliente». L' ingegnere muore nel giro di due ore, e pur nel dolore profondo, la famiglia non esita a dare il consenso per l' espianto di organi. Attorno a loro, la città comincia a scuotersi, a stringersi attorno a una famiglia perbene di artisti e professionisti. A cominciare dai vicini di casa. «Sono corso fuori perché ho sentito delle grida. Pensavo a una lite per un parcheggio. Poi ho visto l' ingegnere a terra, senza conoscenza, gli ho preso la mano stringendogliela forte», racconta il liutaio Riccardo Sirleto. Un dramma vissuto tutto nel palazzo, da principio. Che poi si abbatte sul mondo dello spettacolo, rimbalza a Roma dove lavora uno dei figli della vittima, Ernesto, dirigente generale del Coni Servizi. Sette figli che con la madre Vera si chiudono nel dolore, fatta eccezione per Eleonora che è un fiume in piena. «Non è normale quello che è successo a mio padre - dice - Mi aspettavo che morisse per la sua malattia di cuore, e non in questa maniera. Mio padre è stato ammazzato da quella che era la mia più grande paura. La gente deve uscire da questa situazione, fare una rivoluzione anche se non credo che questa città possa cambiare. Fin da bambina mi è stato detto che quando mi trovavo a Napoli non dovevo indossare oggetti preziosi, e già questo di per sé non è normale. Quando sentivo in tv di episodi simili pensavo sempre: speriamo che non si tratti di uno dei miei familiari...». Le fa eco un nipote della vittima, Maurizio Merolla, anche lui attore e regista teatrale. «è il fallimento di una città. Questa morte è l' ennesima dimostrazione che questa è una città dove le vittime sono soprattutto le persone perbene. Come si può - si chiede Merolla - uccidere una persona quando esce di casa per andare a fare un prelievo in banca?». Domanda per ora senza risposta, come è già successo, a Napoli. Come non hanno per ora un volto i due assassini fuggiti in sella a un motorino. Scuote la testa la titolare dell' edicola di via Costantinopoli dove ogni mattina l' ingegner Albanese comprava il giornale. «Di solito scendeva di casa ogni mattina verso le 10.30. Stamattina era invece sceso prima, intorno alle 9, perché doveva andare in banca... Forse, se fosse uscito al solito orario... «

 

 

Articolo da: http://www.internapoli.it/articolo.asp?id=4085

 

pubblicato da  Il Mattino del 6 Maggio 2005

NON E' L'ANNO ZERO»

Lettera di don Ciotti, Tano Grasso e Sandro Ruotolo dopo l'omicidio Albanese

NAPOLI. Cara Franca Rame e caro Dario Fo, ognuno di noi ha sofferto con voi, con Jacopo, con Eleonora che ha perso il suo papà, Emilio Albanese, picchiato a morte nell’androne di casa, nel centro di Napoli, da due rapinatori. Napoli è una città divisa, come sono divise tutte le città in terra di mafia. C’è chi vive e sopravvive nella illegalità. C’è chi si mette in gioco ogni giorno e con coraggio per combattere l'illegalità e la camorra. Poi c’è chi non vede o non vuole vedere quello che accade sotto gli occhi di tutti. Un anno fa, dopo l’omicidio di Annalisa Durante, sentimmo il bisogno di rivolgere un appello forte alla città: ci sembrava che non fosse completamente acquisita la consapevolezza di come la camorra fosse elemento costitutivo della vita quotidiana a Napoli. Da allora molte cose sono cambiate, anche in meglio. L’area di quelli che si oppongono alla camorra si è allargata. Si sono moltiplicate le forme di organizzazione del coraggio da parte della società civile. Le istituzioni locali hanno saputo tenere il fronte in situazioni difficilissime come quella scatenata dalla guerra di Scampìa. Per fortuna non si è all’anno zero. Siamo consapevoli che la battaglia in cui si è impegnati non può che essere di lungo periodo perché comunque si tratta di cambiare le coscienze. La discussione su Napoli deve riguardare l’intero mezzogiorno d’Italia oggi aggredito dalle varie mafie, da quelle che sparano e da quelle che, nel silenzio, fanno affari e occupano il territorio. Voi avete ragione a urlare la vostra rabbia. A Napoli e nel Sud incontrerete tanti compagni di viaggio. La rabbia deve diventare un progetto di liberazione del territorio. Napoli è una questione di tutti. Se non si è liberi a Napoli non lo si è dovunque. Noi non possiamo darla vinta ai malavitosi. Loro sono minoranza, anche se sono una robusta minoranza. Non è giusto che migliaia di napoletani onesti, con quella profonda umanità che proprio voi sottolineate, debbano convivere con la barbarie. Migliaia di cittadini onesti stanno perdendo i più elementari diritti di cittadinanza. Per questo bisogna rivolgersi con forza ai tanti indifferenti che purtroppo ci sono per fare scegliere loro il campo in cui giocare. Avete ragione, mille ragioni. In questo momento ognuno di noi si deve assumere le proprie responsabilità. Anche le istituzioni, il legislatore e soprattutto il governo nazionale, anche ora che è finita la campagna elettorale. Noi chiediamo un diritto elementare, una giustizia giusta, efficiente, la certezza delle pene. Vogliamo che la lotta alle mafie a Napoli e in Italia diventi questione nazionale. Napoli è una città ferita ma proprio per questo vi proponiamo un percorso comune di impegno. Con passione, con intelligenza. Un progetto di legalità, in un quartiere a rischio. C’è una società civile che, anche senza riflettori accesi, sta lavorando tra mille difficoltà a cominciare dalle scuole. Voi dite che la gente è rassegnata. Non è così. Ci sono imprenditori e commercianti che si stanno ribellando al racket facendo arrestare i loro estorsori. È ancora poco ma la battaglia per la legalità non è ancora persa. Dipende da tutti noi, noi vi vogliamo adesso più di prima compagni di strada.

don Luigi Ciotti

Tano Grasso

Sandro Ruotolo


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