VittimeMafia.it

31 Ottobre 1999 Benestare (RC) Ucciso l'imprenditore Antonio Musolino. Si era ribellato alla 'ndrangheta. PDF Stampa

Articolo del 2 Novembre 1999 da  ricerca.repubblica.it

Si ribella alla 'ndrangheta, ucciso

di Sergi Pantaleone

Benestare (RC) - Non era un eroe e non viveva in un paese di eroi. Era solo un piccolo imprenditore cha alla mafia non voleva piegarsi. Anni fa aveva pure denunciato un tentativo di estorsione ma gli uomini dei pizzo erano rimasti senza volto. Ora l'hanno ammazzato il geometra Antonio Musolino, 54 anni, famiglia perbene, stimata, "lontana dagli ambienti malavitosi", come dicono gli investigatori. Aveva una piccola impresa edile e non avrebbe voluto assumere gente segnalata dai clan, aveva un piccolo frantoio e non intendeva proprio assecondare le richieste estorsive e non solo quelle, pensano gli investigatori della polizia coordinati dal sostituto procuratore Mirella Conticelli. L'hanno ammazzato, così, sabato sera, davanti al figlio Giuseppe, ventottenne studente di Pisa, impotente davanti al fuoco delle lupare di due giovani arrivati a bordo di una Fiat Uno bianca, già vista in paese nel pomeriggio, già segnalata alla polizia che è giunta a Benestare e l'ha incrociata mentre fuggiva dopo il brutale omicidio.

Musolino, centrato dalla rosa dei pallettoni, è morto all'istante. I killer se ne sono andati indisturbati.

Un delitto "didascalico", dicono un po' tutti evitando però telecamere e taccuini, tipico del racket dei frantoi che vive di speculazione sui contributi comunitari e non tollera intromissioni nel "proprio" mercato.

Due sicari, quasi per "firmare" il messaggio, sono andati a ucciderlo proprio nel frantoio che sabato aveva inaugurato la stagione olearia.

Il delitto del geometra ' un colpo di maglio per questa piccola comunità della Locride in faccia allo Jonio. Stretto tra Ardore, Bovalino, Careri, Platì e San Luca, Benestare ieri sembrava un paese fantasma, assolato come nella controra estiva. Era impressionante il silenzio. Non c'era un bar aperto e per il giorno della festa gli uffici pubblici erano chiusi.

Scatena paure perché è il primo omicidio di mafia mai avvenuto nel centro del paese assediato però dagli appetiti dei clan: a giugno scorso, prima delle elezioni comunali, la 'ndrangheta si era presentata depositando davanti all'ingresso del municipio una bara e un messaggio di morte per gli amministratori.

E la gente ora è stordita, impaurita. "Qui non si vive", dice una ragazza su via Vittorio Emanuele, la strada che taglia in due il paese e porta all'Aspromonte. La casa dei Musolino è sulla sinistra, il frantoio del delitto quasi di fronte: sulla porta d'ingresso sprangata è rimasto incollato un avviso ai clineti: "Si comunica che il frantoio riaprirà il 31 ottonre".

Quasi un appuntamento del titolare con la morte. Una morte che però Antonio Musolino non aveva proprio motivo di temere, almeno secondo chi gli stava accanto. "Mai una minaccia, mai un mezzo danneggiato o incendiato, mai una richiesta di tangente" ripete un cognato agli amici che si stringono attorno alla famiglia, "non aveva nessun motivo di prendere precauzioni, tanto che venerdi, per esempio aveva fatto tardi con amici, tranquillo, senza timori, passeggiando sul corso fino a notte fonda".

Le piste investigative, alla fin fine, diventano così soltanto un sentiero impervio e poco praticabile. Gli elementi in mano agli inquirenti sono pochi e non tutti concordanti. Nella notte sono stati interrogati diversi pregiudicati della zona, ma sa tanto di routine investigativa. "Si batte soprattutto la pista della concorrenza di marca mafiosa", spiega comunque il procuratore di Locri Rocco Lombardo, "anche perché, secondo me, le estorsioni e i tentativi di estorsione in questa zona ci sono sempre, anche quando le vittime tacciono, per timore e per paura. E' il male delle aree di mafia come la Locride, anche perché questi fenomeni ostacolano lo sviluppo e chi vuole investire viene scoraggiato".
Musolino non aveva parlato e non aveva denunciato. Dopo l' episodio di cinque anni fa, quando gli era stato chiesto il pizzo e lui aveva denunciato la cosa ai carabinieri, ha continuato a lavorare apparentemente senza preoccupazioni di sorta. La sua impresa familiare in questo momento aveva piccoli lavori ad Africo e a Castrovillari, quanto basta comunque per suscitare l' interesse del racket o l' intervento delle imprese di mafia concorrenti. Ma gli inquirenti guardano di più al frantoio. Sull' olivicoltura le cosche hanno sempre fatto affari d' oro, sfruttando anche certificazioni di comodo di gente amica o minacciata. Chi non cede sa di rischiare.
Due anni fa, nella vicina San Luca, ci fu un delitto analogo: Fedele Stranges, ristoratore molto noto, venne assassinato nel suo frantoio. La morte è rimasta un mistero. E i ricatti dei clan sull' imprenditoria reggina si fanno devastanti. "C' è un problema di sicurezza degli imprenditori", lamenta allarmato il presidente della giunta regionale calabrese Luigi Meduri, "nel momento in cui la Regione sta cercando di allargare il clima di fiducia per attrarre nuovi investimenti. Ma gli attentati ai cantieri e alle nuove imprese, secondo Meduri, frenano la fiducia: "E un delitto come questo di Antonio Musolino, ci fa tornare indietro".

 

Articolo del 2 Novembre 1999 da  archiviostorico.corriere.it

Racket: imprenditore ammazzato con tre colpi al volto davanti al figlio

di Carlo Macrì

BENESTARE (Reggio Calabria) - Per ucciderlo hanno usato un fucile caricato a pallettoni. Tre colpi sparati da breve distanza da due killer mascherati hanno sfigurato il volto all' imprenditore Antonio Musolino, 54 anni, geometra, titolare di un' impresa di costruzione. Un delitto ancora avvolto nel mistero, che ha colpito una delle piu' note famiglie di Benestare, piccolo centro preaspromontano. Gli inquirenti seguono la pista mafiosa. L' omicidio e' avvenuto domenica sera, all' interno del frantoio della vittima. Testimone del delitto, il figlio maggiore di Musolino, che era rientrato il giorno prima da Pisa, dove frequenta la facolta' di ingegneria, per trascorrere in famiglia il ponte di Ognissanti. L' imprenditore in passato aveva avuto richieste di estorsione da parte di clan della zona. Musolino, pero' , non si era piegato ai ricatti del racket. Un' altra pista sulla quale lavorano polizia e carabinieri riguarda l' attivita' dell' imprenditore che negli ultimi anni aveva vinto diverse gare d' appalto per opere pubbliche, non solo nella Locride, ma anche nel resto della provincia di Reggio Calabria. + possibile che la sua presenza abbia in qualche modo ostacolato qualche altro pretendente in odor di mafia, interessato a quel tipo di appalto. "C' e' un problema che riguarda la sicurezza degli imprenditori nel momento in cui la Regione sta cercando di allargare il clima di fiducia per attrarre nuovi investimenti in Calabria" sostiene Luigi Meduri, presidente della giunta calabrese. Le indagini coordinate dal sostituto procuratore della Repubblica di Locri, Conticelli, si estendono pero' anche nel settore della olivicoltura. Antonio Musolino, infatti, aveva interessi anche in questo campo. Coltivare olive e' in effetti una delle poche attivita' redditizie in questo lembo di terra. Moltissime famiglie vivono grazie ai contributi che la Comunita' europea elargisce a seconda della quantita' di olio prodotto. E per ottenere la cosiddetta "integrazione" occorre che i proprietari dei frantoi rilascino ad ogni privato una fattura che attesti il quantitativo di olive macinate. + possibile quindi che Musolino si sia rifiutato di aumentare la consistenza dell' olio ricavato dalla macinazione. L' atteggiamento intransigente potrebbe essergli costato la vita. In passato, stessa sorte tocco' ad altre due persone che gravitavano nel settore. Fedele Stranges, albergatore di S. Luca e proprietario di un frantoio, fu ucciso all' interno del locale. E poco prima a Bovalino un ragioniere, Domenico Fotia, che curava le pratiche per i sussidi comunitari, fu assassinato nel suo studio.

 

 

 

Articolo del 6 Settembre 2011 da  stopndrangheta.it

"La verità per Totò"

di Giuseppe Trimarchi - L'Indro

L'imprenditore edile di Benestare, Antonio Musolino (nella foto accanto), viene ucciso il 31 ottobre 1999. In questa intervista di Giuseppe Trimarchi pubblicata da L'Indro, il fratello Domenico ricostruisce la vicenda e chiede verità per Totò.

"Il senso della presente intervista è da ricercare nella sete di giustizia e, quindi, di libertà per me e per la mia famiglia, che ci siamo visti strappare la vita ed i sogni di Totò. In vero, la sete di giustizia riguarda non solo noi, ma tutta la Locride, anzi tutta la Calabria, meglio l'Italia intera. Si, perché la prospettiva di rinascita del Sud Italia in generale e della Provincia di Reggio Calabria in particolare, non può che passare dal corretto e civile funzionamento delle Istituzioni e del potere giudiziario soprattutto. Purtroppo non posso non evidenziare, con pessimismo, che se le condizioni sociali, politiche ed economiche del territorio interessato persistono nello stato attuale, le prospettive della popolazione locale sono senza futuro".

Introduce così, la nostra chiacchierata Domenico Musolino, ingegnere nato e cresciuto a Benestare, piccolo centro pre-aspromontano della Locride. Stimato professionista, che subito prima e immediatamente dopo la laurea ha ricevuto allettanti offerte di lavoro al Centro e al Nord Italia. Tutte respinte. Allora era un grande idealista, convinto della necessità del ritorno in Calabria della gioventù allontanatesi per motivi di studio e di lavoro. Soprattutto dei laureati. Ma a posteriori "posso dire, senza possibilità di rivalsa, che il rientro in questa regione dei giovani intelletti non serve a nulla se i poteri legali non innestano quei meccanismi di svolta nelle Istituzioni". Anche per le motivazioni che stanno alla base di questa conversazione, la sua residenza non è più a Benestare, ma in Toscana: "un altro mondo, distante anni luce dalla povera Calabria, dove si riesce a spendere meno del 20% dei finanziamenti ricevuti dalla Unione Europea. E non mi si dica che l'argomento è fuori tema. No, quello della mafia e quello dello scadente funzionamento delle Istituzioni sono due diversi aspetti della stessa medaglia".

Domenico, chi era Antonio Musolino?

"Antonio Musolino, detto Totò, era mio fratello, il secondogenito di quattro figli. Nato anche lui a Benestare nel marzo del 1945, subito dopo il servizio militare aveva avviato un'impresa di costruzioni. Era un imprenditore puro, che ha sempre amato il suo lavoro e la sua 'Terra di Calabria'. Era simpatico e sempre disponibile ad ascoltare le opinioni di tutti. Senza però, mai accettare i ricatti più subdoli che la realtà sociale, ambientale esercitava (ed esercita, purtroppo, tuttora) sulla popolazione locale. Era un instancabile lavoratore, sempre pronto a dialogare con tutte le sue maestranze al solo fine di ottenere opere di alta qualità, con un elevato livello di garanzia per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Nonostante tutto e nonostante tutti. Si, perché era cosciente del fatto che tutti gli appetiti illeciti si sfogavano sulle imprese, considerate delle vacche da mungere. La sua, ai tempi, era una delle maggiori aziende presenti sul territorio ed era, regolarmente, per titoli e non per acquisizioni, abilitata per la costruzione di Lavori Pubblici (con antica iscrizione all'allora Albo Nazionale Costruttori tenuto presso il Ministero dei Lavori Pubblici). Ha realizzato importantissime opere, anche private: strade, acquedotti, fognature, edifici, scuole, strutture sanitarie, uffici postali, edifici commerciali e quant'altro. Nonostante le possibilità organizzative ed economiche ha, per libera scelta, evitato di comprare e gestire macchine per il movimento di terra, notoriamente, nelle mani della criminalità mafiosa della zona. Essendo un profondo conoscitore della legge sui lavori pubblici, ogni qualvolta riceveva richieste 'irricevibili' ricordava, con calma e serenità a tutti i suoi interlocutori, che"la legge non lo consente".
Nella sua vita si è sempre lamentato per la diffusa illegalità esistente nella zona e per l'assoluta mancanza di spirito anglosassone nella scoraggiata gente del posto, non abituata a guardare come proprie le cose pubbliche. Sfiducia derivante, secondo lui, dal mancato esempio da parte di coloro che, nel tempo, hanno rappresentato ai vari livelli la classe dirigente.

Tuo fratello è stato ucciso a colpi di pallettoni il 31 ottobre 1999. Cosa accadde esattamente quella sera?

"Era domenica. Le lancette dell'orologio segnavano le ore 21. Totò si trovava all'interno del frantoio oleario di sua proprietà. Era il primo giorno di apertura di quella stagione e mio fratello aveva appena finito di lavare i macchinari. D'un tratto, due killer a bordo di una Fiat Punto di colore grigio, risultata poi rubata giorni prima nella vicina città Bianco, hanno fatto irruzione e lo hanno colpito a morte con cinque colpi di fucile a canne mozze, la famosa 'lupara'. Ricordo che durante quel pomeriggio, il frantoio era pieno di contadini che avevano portato per la molitura le olive appena raccolte. Verso le ore 19.45, passandoci davanti, mi sono fermato per scambiare qualche commento sulla futura campagna olearia con alcune persone che stavano lì ad aspettare. Subito dopo mi sono recato nell'abitazione dei miei genitori per stare in loro compagnia. Con loro ho ascoltato il Tg delle 20.00 e dopo una chiacchierata sono ritornato a casa. Durante il tragitto, in Piazza Matrice, che dista circa 50m dal frantoio, ho notato la presenza di tanta gente, incuriosita dal rinnovo delle cariche della Confraternita. Tutte queste persone, come me d'altronde, hanno notato la presenza di una Fiat Punto, condotta da due figuri molto brutti, con lo sguardo truce e violento, con il volto un po' 'travisato' da cappellini muniti di lunga visiera calata sul viso. Questa inquietante presenza era stata avvertita e segnalata alle forze di polizia da alcuni cittadini già un paio di ore prima, intorno alle 17.00. Accanto al frantoio era parcheggiato, come di rito, un camioncino di Totò per la raccolta della sansa proveniente dal processo di lavorazione. Quindi, l'auto dei sicari ha dovuto procedere, dopo l'uccisione, con cautela stante le ridotte dimensioni della carreggiata disponibile. I killer muovendosi dal centro verso il cimitero ad elevata velocità, hanno incrociato, dopo pochi secondi dal delitto, a circa 100 m dal frantoio e poco prima della Piazza San Giuseppe, la pattuglia della Polizia di Bovalino, 'allertata' dalle precedenti telefonate. La volante, pur avendo il diritto di precedenza, pur avendo sentito i colpi di fucile, pur avendo notato l'elevata velocità dell'auto che sopraggiungeva, pur in presenza degli occupanti ancora travisati dal passamontagna, si sono scostati, facendoli passare indisturbati. Essendo quella l'unica strada accessibile per la fuga sarebbe bastato piantarsi sulla via per bloccare qualsiasi scappatoia, considerato inoltre che gli agenti erano a bordo di una macchina blindata.
Poi, il resto è diventato solo commento ironico. I killer sono andati verso il cimitero, la Polizia, dopo aver fatto inversione di marcia e dopo un po' di tempo, è andata a cercarli in direzione di Careri. Quella opposta in pratica. Anche da un punto di vista logico. La strada verso il cimitero porta, senza alcun ostacolo, senza attraversare centri abitati verso Natile e Platì. Viceversa la direzione Careri, costringe ad attraversare tutto l'abitato di Benestare e va verso la Stazione dei Carabinieri di quel paese!
Tutti questi assurdi eventi mi hanno fatto scaturire una serie infinita di domande, di perché, rimasti sempre senza risposta. Per esempio, perché la Polizia è intervenuta con tanto ritardo? Perché scostandosi dalla posizione acquisita casualmente ha fatto passare la macchina dei killer? Perché al di la di ogni ragionevole ipotesi è andata verso Careri e non verso il cimitero secondo la strada seguita dagli assassini? Perché non sono stati istituiti immediatamente dei posti di blocco lungo le due strade carraie che si allontanano dal centro di Benestare verso la periferia Sud, Sud-Est? Perché gli agenti del commissariato, intervenuti in forze dopo il delitto, invece di inseguire gli assassini, si sono attestati intorno al frantoio, alla mia casa e a quella di mio fratello, considerato che subito dopo l'evento, dopo aver tamponato alla meglio le ferite, ho caricato in auto Totò per portarlo all'ospedale di Locri? Perché la polizia non è subito venuta nella zona dove è stata segnalata la presenza di quei due loschi individui e si è fermata all'ex Bar Galletta? Perché? Perché?"

Tu ti poni una serie infinita di perché, ora te ne pongo uno io. Perché Totò è stato ucciso?

"È una domanda alla quale le Istituzioni dovrebbero dare una risposta. Risposta che finora non mi è stata data. Ma nonostante siano trascorsi ben 12 anni, come familiari, ma soprattutto come cittadini di questa sventurata terra, ancora cerchiamo, aspettiamo e pretendiamo. Perché coscienti che il progresso e lo sviluppo del territorio passano, inevitabilmente, dall'acquisizione di un adeguato livello di legalità e di giustizia. Diritti inalienabili, ora come ora però, negate alla numerosa cittadinanza onesta, civile, lavoratrice, che seppur indignata, per la paura non riesce a sfuggire al giogo criminale. Tornando alla domanda, replico analizzando i fatti. Totò era un imprenditore edile di media grandezza, ma comunque uno dei più grandi della zona, che sistematicamente, durante l'autunno e l'inverno si dedicava, per passione, al frantoio oleario. Gli interessi economici in questo settore erano talmente modesti che non ci sarebbe stata, secondo me, alcuna convenienza a cercare ipotetici approcci di illegalità. Considerato poi, che da qualche tempo era preoccupato per la grave malattia della moglie, sono da scartare presunte questioni di natura sessuale. Tutti conoscevano la vita tranquilla che Totò faceva nell'ambito paesano. Resta quindi la pista legata alla sua l'impresa, che ragionevolmente, è quella da cui ha trovato origine la sciagurata determinazione mafiosa. Si, mafiosa, perché Totò svolgeva un'attività importante per tutto il comprensorio. Senza l'avallo del vertice 'ndranghetista, un cane sciolto non avrebbe potuto compiere una simile azione. Azione fatta con modalità strettamente malavitose. Quasi per dare un segnale a tutte le ditte operanti sul territorio. Circostanza che ha funzionato allora e funziona ancora oggi nell'appalto di ogni opera pubblica. Chi vuol vedere veda. Né, tantomeno, è il caso di nascondersi dietro un dito, come continuano a fare personaggi che gravitano nel mondo della politica locale e delle istituzioni, i quali sostengono e certificano l'assenza della mafia dai cantieri pubblici per l'esistenza della Stazione Unica Appaltante (Sua). Ma scherziamo? Torno all'attività imprenditoriale di Totò. In quel periodo aveva in portafoglio, a parte alcuni piccoli lavori, tre commesse pubbliche di una notevole importanza, anche economica: Poste di Castrovillari, Centro disabili di Condassondolo di Siderno e infine il recupero di edifici pubblici a Careri e Natile. Il primo cantiere, quello di Castrovillari, era praticamente ultimato con un certo appagamento della Stazione Appaltante. I piccoli lavori di completamento sono stati eseguiti e diretti da me personalmente e, durante le visite fatte in quel centro, ho potuto registrare solo apprezzamenti verso Totò. E mai alcuno si è presentato con richieste economiche o di altra natura illecita. Il secondo cantiere, stavolta siamo a Siderno, era stato appena iniziato e, se si esclude una richiesta illegittima, fatta da un tecnico e prontamente rigettata da Totò, non risultano, per quanto di mia conoscenza, richieste estorsive di natura mafiosa. I suddetti lavori, una volta allontanato il professionista parassita, sono proseguiti sotto la mia direzione e controllo senza registrare alcuna pretesa illegale. Il terzo e ultimo cantiere era stato impostato e sviluppato da mio fratello, in modo tale da realizzare i lavori prima a Careri e poi a Natile. Praticamente aveva completato i lavori nel primo paese e ha dato immediatamente inizio ai lavori su Natile. Ma in quel frangente di tempo è avvenuto l'omicidio e la Stazione Appaltante ha sciolto il contratto ed ha affidato i rimanenti lavori ad un'altra ditta. Perché allora è stato ucciso Totò? È la domanda che, ancora, mi pongo anch'io. Chi ha dato ordine per l'uccisione di Totò? Chi ha assentito per l'uccisione di Totò? Chi era il capobastone che ha sottoscritto la condanna? Perché i killer hanno agito con tanta spavalderia, gironzolando per l'intero pomeriggio in paese, come se non avessero timore alcuno? Chi ha coperto i sicari a Benestare? Chi era il capetto mafia locale in quel periodo? Chi erano i mafiosi locali che avevano interessi e che quindi lo frequentavano? In quale anfratto del paese i killer hanno tenuto nascosta l'automobile rubata con targhe rubate e le armi durante i loro primi giri di perlustrazione ? Chi ha tratto vantaggio economico dalla morte di Totò? A queste domande, ancora non sono riuscito ad ottenere risposte.

Tu denunci spesso delle anomalie investigative. Qualche esempio?

"Nelle premesse ho precisato ed ora ribadisco l'espressa ed esclusiva determinazione nel voler ottenere giustizia per l'assassinio di mio fratello. Per una questione di legalità, di libertà, di progresso e di sviluppo del territorio. E, per tentare di fare in modo che quello che ha passato la mia famiglia non lo debba passare nessun altro. Rammentato, ancora una volta, per la sua estrema importanza e non per la necessità di ripetere retoricamente tale concetto, che non ci si può trattenere, purtroppo, dal mettere in evidenza alcune gravi lacune che varie volte, personalmente, in forma orale ed in forma scritta, ho contestato alla Polizia Giudiziaria e alla Procura della Repubblica. Mi chiedi degli esempi, eccone in sintesi alcuni. Innanzitutto non è stata effettuata alcuna perlustrazione del territorio subito dopo il delitto al fine di rintracciare l'auto usata dai killer, trovata poi da un contadino che ha telefonato ai carabinieri. Non si è riusciti a capire dove sia stata custodita l'auto dalla data del delitto alla data del ritrovamento, avvenuto una diecina di giorni dopo a qualche centinaio di metri dal cimitero di Benestare. Inoltre, sono scomparsi alcuni reperti, come per esempio il cappellino con visiera utilizzato da uno dei due killer e il telo da spiaggia adoperato per nascondere il fucile durante i loro svariati giri intorno al frantoio. In aggiunta, non è stato effettuato l'esame del Dna sull'abbondante peluria rivenuta nel passamontagna artigianale che portava uno dei killer: mentre al Nord Italia si effettuano anche esami a tappeto per scovare un colpevole, nella Locride ci si rifiuta di farlo subito, nonostante le sollecitazioni, scritte ed orali del sottoscritto. E come non dire che l'auto dei killer, una volta rinvenuta, è stata custodita in un garage privato, praticamente accessibile a chiunque e con i vetri dei finestrini aperti, compromettendo la possibilità di svolgere accurate indagini scientifiche. Eppure i Carabinieri, con il loro referto e con la relativa documentazione fotografica, hanno consegnato l'auto con i vetri chiusi. Ma non è tutto: i rilievi scientifici sull'auto sono stati effettuati solo 7 anni dopo. E c'è da sottolineare anche che poco dopo il delitto la Procura di Locri ha sottoposto ad indagine, fino a poco tempo fa, tre persone: una di Natile, una di Platì ed una di San Luca, quest'ultima ad oggi latitante. Se è vero, come affermato dalle stesse forze di Polizia, che i suddetti tre ex indagati appartengono ad altrettante potenti famiglie mafiose della zona, non si capisce perché il fascicolo non sia stato trasmesso, per competenza, come ripetutamente ho richiesto, alla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) che, certamente, non avrebbe perseverato nella reiterazione di errori ed omissioni. Altra anomalia: quando è stato effettuato il primo raffronto del Dna ritrovato sui reperti dei killer e gli indagati, tutti di sesso maschile, il Ctu (consulente tecnico d'ufficio) ha sentenziato che il reperto di uno degli indagati, il latitante, apparteneva ad una persona di sesso femminile. Addirittura e assurdamente in fase di ripetizione del raffronto del Dna, sono stati ripetuti platealmente e analogamente gli stessi errori grossolani fatti con la prima Ctu. Infine, assodato che uno dei killer portava un cappellino con un preciso logo pubblicitario, successivamente scomparso dai corpi di reato, nessuno si è preoccupato di indagare sull'intestatario di una tesserina di punti rilasciati da una catena di servizio di carburante. Perché tutto questo? Chi si è arrabbiato, indignato, civilmente incavolato per questa sfilza infinita di assurdità prima logiche e poi investigative?".

Perché, secondo te, i killer e i mandanti non sono mai stati trovati?

In gravissimi fatti mafiosi, come quello che ha colpito la nostra famiglia, è necessario, per individuare i killer ed i mandanti che si verifichi almeno una delle tre ipotesi che seguono. La prima, è che la Polizia Giudiziaria sia all'altezza della situazione dal punto di vista della professionalità. Quindi inquirenti che esaminino attentamente i fatti, che indaghino le circostanze sospette, che propongano iniziative alla Procura della Repubblica di competenza. Con estrema tristezza, devo riconoscere che la Pg incaricata non è stata all'altezza della circostanza. Mi è oscuro il motivo della suddetta inefficienza. Eppure, se è vero come unanimemente riconosciuto, che il vertice della mafia calabrese è nella Locride, non si capisce perché lo Stato, in questa zona, non impegna le migliori intelligenze investigative.  La seconda ipotesi, è che sia la Magistratura, da un punto di vista professionale, all'altezza della situazione. Ho ascoltato tanta gente civile ed onesta dal delitto di Totò, ma nessuno, mai, finora, ha esposto un concetto di sufficienza sul loro operato. Terza ed ultima ipotesi, è che qualcuno di quelli che sanno (almeno dodici persone dalle mie indagini) parlasse confessando il delitto al fine di liberarsi la coscienza. Ma, se è vero come sembra essere vero, che il delitto èstato pianificato dai vertici delle consorterie mafiose della zona, la possibilità di vedersi realizzata una simile ipotesi è rimandata alle calende greche. Bisognerebbe aspettare, eventualmente, un decadimento o un annullamento della potenza mafiosa di coloro che hanno organizzato il delitto. Ora come ora non mi sembra che ci sia stato alcun annientamento delle famiglie mafiose operanti sul territorio.Tale ipotesi richiede, forse, tempi biblici e pazienza cinese, per aspettare, con calma, in riva al fiume, per vedere il passaggio del cadavere degli assassini.

Tu però non ti sei arreso…

"Non solo non mi sono arreso, ma non mi arrenderò fintanto che non saranno assicurati alla legge i killer ed i mandanti di mio fratello. E questo atteggiamento, questa determinazione, l'ho fatta conoscere, da allora, ininterrottamente, a tutti coloro che a vario titolo hanno interagito con le indagini ed a quelli che, come me, hanno sete di giustizia. Per Totò, per se stessi e per tutta la Calabria".

Ti senti deluso dallo Stato?

"Lo Stato siamo tutti noi che ne facciamo parte. In quanto tale non è oggettivamente responsabile. Se, invece, come Stato intendiamo le persone che a vario titolo hanno rappresentato e rappresentano le istituzioni, delle quali sono un profondo e sincero sostenitore, l'argomento è totalmente diverso.Sì, sono deluso per la mancata efficienza, per la mancata volontà politica di porre rimedio ad un problema incancrenito nel tessuto sociale. La mafia è penetrata nei gangli del potere istituzionale senza che nessuno facesse niente. Senza che nessuno impugnasse il bisturi al fine di estirpare il cancro che sta necrotizzando compiutamente i tessuti vitali calabresi.
Quanta rettitudine imperversa. Quanti errori ed omissioni coprono colpa e dolo che nessuno ha interesse a portare alla luce? La mafia, come evidenziato da recenti indagini investigative, è molto capace, con la corruzione, a permeare ogni piccolo anfratto istituzionale. Tra la più totale indifferenza di chi di dovere".

Che differenza c'è tra la Locride del 1999 e quella attuale?

"Mi piacerebbe dire il contrario, ma nella Locride, da quel lontano ma vicinissimo 31 ottobre 1999, ad oggi, sostanzialmente, non è cambiato nulla. Non c'è niente di nuovo sotto il sole. Solo i romantici ed i ciechi possono ipotizzare il contrario. Nella Locride si è senza futuro. Ma per uscire dal buio è necessario che il cittadino si ponga dei punti di domanda. Solo così può ipotizzare di passare ai punti esclamativi, come ben noto derivanti da un 'evviva', corrispondente alla parola latina 'Io', e da qui, con gli amanuensi, al ! (evviva appunto). Con questa nota mi auguro che qualcuno, oltre a me, si ponga alla propria coscienza un punto di domanda: perché? Perché?
Tutto questo lamento perché mai a nessun altro essere umano debbano essere rubati i sogni, come a Totò".

Cos'è per te la 'ndrangheta?

"È un potere occulto che infiltrandosi, illegalmente, fraudolentemente, illecitamente, nei gangli delle istituzioni e della società civile cerca di controllare il potere economico, politico e sociale di un territorio. Togliendo alla gente il bene più grande di cui ogni essere umano dovrebbe godere, in ogni parte del mondo: la libertà. Si, perché dove la mafia impera non c'è libertà per i cittadini. Che, ribadisco, seppur indignati non possono da soli liberarsi dal giogo del malaffare mafioso. Ma, nonostante tutto, è necessario guardare al futuro con ottimismo: solo per il futuro remoto, perché per quello prossimo, non c'è speranza".

 

 

Articolo da La Gazzetta del Sud del 10 Giugno 2012

Omicidio Musolino la Procura chiede ulteriori indagini

di Rocco Muscari

LOCRI. La Procura di Locri ha chiesto la riapertura delle indagini sull’omicidio di Antonio Musolino, ucciso a Benestare il 31 ottobre 1999. La richiesta porta la firma del sostituto procuratore Rosanna Sgueglia, che rileva sopravvenute esigenze di nuove investigazioni, nei confronti dei tre indagati: Francesco Ietto, Domenico Strangio e Francesco Perre. A sostegno della richiesta il pm Sgueglia ha rilevato l’assoluta necessità di esperire nuove  indagini, in particolare relativamente alla comparazione del dna già estratto dai reperti rinvenuti nell’autovettura che sarebbe stata utilizzata dagli  esecutori del delitto Musolino, con il dna da estrarre dai campioni biologici prelevati direttamente dagli indagati. Nel procedimento archiviato il 30  novembre 2011 veniva espletato l’incidente probatorio, con esito negativo, volto alla comparazione del dna con quello estratto e tipizzato dai reperti rinvenuti nell’autovettura che sarebbe stata utilizzata dai killer di Musolino, con quello estratto dagli oggetti e indumenti in uso agli indagati.
Ma nel frattempo sono intervenuti due nuovi fattori ritenuti di fondamentale importanza dalla Procura, al fine di fugare ogni dubbio circa la  completezza dell’indagine.
Il primo riguarda l’intervenuta modifica legislativa che consente il prelievo coattivo di campioni biologici, introdotto con la legge 85/2009. Il  secondo fattore è l’intervenuto arresto, dopo 12 anni di latitanza, di Francesco Perre (cl. 67), avvenuta  ad opera dei carabinieri il 26 agosto  2011, in una zona impervia di Palizzi Superiore,  mentre il ricercato pare stesse irrigando una piantagione di circa duemila piantine di marijuana. Perre era stato condannato in via definitiva nel 2001 a 28 anni di carcere, insieme ad altre cinque persone, per il sequestro dell’imprenditrice milanese Alessandra Sgarella, rapita 11 dicembre del 1997 a Milano, e rilasciata nove mesi dopo nella Locride. (Lo stesso giorno della cattura di Perre da parte dei carabinieri, dopo lunga malattia l’imprenditrice si è spenta a Milano). Riguardo al prelievo di campione biologico, previo tampone salivare, allo stato risulta che l’indagato Francesco Ietto, assistito dall’avv. Adriana Bartolo, ha sicuramente prestato il consenso all’operazione.  Probabilmente Domenico Strangio, difeso dall’avv. Vincenzo Nobile, e Francesco Perre, assistito dall’avv. Piermassimo Marrapodi, se non lo hanno  già fatto, presteranno consenso al prelievo che, comunque sarebbe effettuato in maniera coattiva.
L’archiviazione dell’indagine sull’omicidio Musolino, di professione ingegnere, era avvenuta dopo che il gip di Locri aveva valutato tutti gli tutti gli indizi e constatato i risultati degli accertamenti tecnici irripetibili fino a quel momento espletati, dai quali non ha riscontrato la presenza di un valido quadro indiziario dimostrativo delle responsabilità in capo a Ietto (cl. ’70), Domenico Strangio (‘67) e Perre, indagati quali presunti responsabili dell’assassinio.
A carico dei tre rimaneva solo il riconoscimento fotografico di una testimone oculare, che aveva affermato di aver notato una «forte somiglianza» tra gli indagati e i gli occupanti della Fiat Uno probabilmente utilizzata dal commando per eseguire il delitto. La macchina, a seguito di una  segnalazione, fu incrociata da una volante della polizia, ma riuscì a sfuggire al controllo, e fu rinvenuta dopo alcuni giorni in una scarpata, con all’interno numerosi reperti, tra i quali un passamontagna, tre bossoli calibro 12, del terriccio e tre cicche di sigarette, nonché un bidone di plastica contenente benzina presumibilmente da utilizzare per incendiare l’auto e far sparire le tracce biologiche.

 

 

 

Articolo del 12 Giugno 2012 da stopndrangheta.it

Omicidio Musolino, la Procura riapre le indagini

di Giuseppe Trimarchi

REGGIO CALABRIA - "La sete di giustizia riguarda non solo noi, ma tutta la Locride, anzi tutta la Calabria, meglio l'Italia intera. Si, perché la prospettiva di rinascita del Sud Italia in generale, e della provincia di Reggio Calabria in particolare, non può che passare dal corretto e civile funzionamento delle istituzioni e del potere giudiziario soprattutto". Qualche tempo fa Domenico Musolino commentava con queste parole lapidarie il torpore giudiziario attorno all'omicidio irrisolto del fratello Antonio, ucciso il 31 ottobre del 1999 a Benestare. Un caso irrisolto. Uno dei tanti. Archiviato perché il gip di Locri non aveva riscontrato un quadro indiziario tale da dimostrare la responsabilità degli indagati. Totò, come lo chiamavano in paese, era un imprenditore di razza, amante del suo lavoro e della sua terra. Era instancabile e con la schiena dritta: aveva denunciato e fatto arrestare chi gli aveva chiesto il pizzo.

L'omicidio e le indagini - Quella sera si trovava all'interno del suo frantoio quando, intorno alle ore 21.00, un "uomo tozzo, testa grossa e squadrata,  di carnagione scura e brutto come un diavolo" a bordo di una Fiat Uno di colore grigio, guidata da un complice, lo freddò a colpi di lupara.  A quasi tredici anni dall'omicidio, e ad un anno esatto dall'accorato appello del fratello, il velo di fitto mistero sul caso Musolino potrebbe finalmente cadere. Il sostituto procuratore di Locri, Rosanna Sgueglia, ha infatti chiesto la riapertura delle indagini al fine di eseguire ulteriori accertamenti e verifiche nei confronti dei tre ex indagati: Francesco Ietto, Domenico Strangio e Francesco Perre. Tante, troppe, infatti, le circostanze "anomale" ancora da chiarire. A partire da quanto avvenne la sera dell'agguato. Era domenica e a Benestare tutti si erano accorti di una Fiat Punto con a bordo due individui con il volto seminascosto da cappelli con lunga visiera. Una presenza sospetta segnalata alle forze dell'ordine già intorno alle 17.00. Pochi secondi dopo l'assassinio, spostandosi ad alta velocità dal centro cittadino verso il cimitero, l'auto avrebbe incrociato una volante della Polizia che incredibilmente avrebbe fatto sfilare via i killer.  Nonostante i colpi di fucile, le segnalazioni, il diritto di precedenza in un tratto a senso unico alternato, la velocità con cui procedeva la vettura, e il passamontagna indossato dagli occupanti. La Fiat punto sparirà, imboccando la strada verso il cimitero. Gli agenti sarebbero andati a cercarla, alcuni minuti dopo e nella direzione opposta.

Le domande senza risposta - "Perché tutto questo?", si chiede da 13 anni la famiglia Musolino. Tanti gli interrogativi che accompagnano anche la riapertura delle indagini cui potrebbe aver dato impulso l'arresto, dopo 12 anni di latitanza, di Francesco Perre, condannato a 28 anni di carcere per il sequestro Sgarella.  Una cosa è certa: il fascicolo è rimasto di competenza della Procura di Locri. Una circostanza, quella della mancata trasmissione degli atti alla Dda di Reggio nonostante le chiare modalità mafiose dell'omicidio e l'appartenenza dei tre indagati a contesti criminali, che ha suscitato negli anni la perplessità della famiglia Musolino, sconcertata anche dalla sparizione dal Tribunale di Locri di alcuni importanti reperti sequestrati dai carabinieri: il cappellino con visiera indossato da uno degli assassini e il telo da spiaggia utilizzato per occultare il fucile. "Com'è potuto accadere?", chiedono e si chiedono i familiari dell'imprenditore la cui ditta, ai tempi dell'omicidio, risultava impegnata in tre importanti commesse pubbliche: le Poste di Castrovillari, il Centro disabili di Condassondolo di Siderno e infine il recupero di edifici pubblici a Careri e Natile.

 

 

Fonte: stopndrangheta.it

La ballata di Antonio Musolino

di Fortunato Sindoni

Calabria, terra di Corrado Alvaro,
dove la gente ancora ha il dono raro
d'essere onesta e d'animo fiero!
Ma, l'uomo è di se stesso prigioniero!
Senza lavoro e senza futuro
in molti vanno fuori a lavorare

chi resta, spesso, lotta contro il muro
di un maledetto male da estirpare!
'Ndrangheta è questo brutto male,
che ammazza gente onesta e per bene.
Nel nome della violenza più brutale
è disposta a tutto per soldi e per potere!
Chi è mafioso è violento e malvagio
con chi mostra al mondo il suo coraggio!
E per fermare chi non ha paura
sa usare una sola arma: la lupara!
Antonio Musolino, calabrese
cedere non voleva alle pretese.
Di dar denaro a gente parassita
a costo di rischiar la propria vita!
Gridava forte: "noialtri imprenditori
dobbiamo denunciare gli estortori!"
E per dare esempio ha denunciato
qualcuno che l'aveva minacciato,
voleva lavorare nella sua terra
a Benestare, terra di frontiera,
dove lo Stato è spesso latitante
e qualche volta è pure accomodante!
Ma, Musolino, lui, tira avanti
senza pregare mafiosi o santi..
col suo lavoro dava altro lavoro
che per il Sud è il solo vero oro!
Trenta ottobre, di sera tardi
viene ammazzato da due codardi
Antonio Musolino, imprenditore..
Per lui pagare il pizzo era disonore!
Dolore e pianto si sente ora tra la gente
che grida la sua rabbia, impotente!
La 'ndrangheta agli onesti fa la guerra
e lo Stato non difende questa terra!
Ma, i calabresi onesti voglion giustizia
spazzando via la 'ndrangheta con la sua sporcizia!
Articolo del 20 Dicembre 2016 da ildispaccio.it

Totò Musolino, ammazzato 17 anni fa: tante domande, nessuna risposta

di Giuseppe Trimarchi

Non posso non tornare a parlare di Totò Musolino. Non posso non farlo a 17 anni dalla sua uccisione. Non posso non farlo per l'ignobile e meschino silenzio che ruota intorno a tutta questa storia. Intorno a tutta questa buia, taciuta e miserabile storia di Calabria iniziata drammaticamente il 31 ottobre del 1999.

Erano circa le nove di sera a Benestare. Totò si trovava all'interno del suo frantoio, quando una raffica di piombo esplosa con una lupara a distanza ravvicinata da un vigliacco senza onore "tozzo, testa grossa e squadrata, di carnagione scura e brutto come un diavolo" a bordo di una Fiat Uno di colore grigio, guidata da un complice, lo centrò al fianco. Per Totò, imprenditore di 54 anni, titolare di un'impresa di costruzione con la schiena dritta, non ci fu nulla da fare.

Di quei pezzi di merda che spararono e dei loro mandanti non si seppe più nulla. Morto ammazzato e senza giustizia nonostante siano passati 17 anni. Morto ammazzato e senza giustizia nonostante, quattro anni fa, ad un anno esatto dall'accorato appello del fratello Domenico che ebbi l'onore di raccogliere e pubblicare, il sostituto procuratore di Locri, Rosanna Sgueglia, riaprì le indagini al fine di eseguire ulteriori accertamenti e verifiche nei confronti dei tre ex indagati: Francesco Ietto di Natile, Domenico Strangio di San Luca e Francesco Perre di Platì.

Come ebbi modo di scrivere quando appresi la notizia, "troppe le circostanze "anomale" ancora da chiarire. A partire da quanto avvenne la sera dell'agguato. «Era domenica – ricorda Domenico Musolino – e a Benestare tutti si erano accorti di una Fiat Uno con a bordo due individui con il volto seminascosto da cappelli con lunga visiera. Una presenza sospetta segnalata alle forze dell'ordine già intorno alle 17.00. Pochi secondi dopo l'assassinio, spostandosi ad alta velocità dal centro cittadino verso il cimitero, l'auto – ribadisce ancora il fratello di Totò - ha incrociato una volante della Polizia che incredibilmente ha fatto sfilare via i killer, nonostante i colpi di fucile, le segnalazioni, il diritto di precedenza in un tratto a senso unico alternato, la velocità con cui procedeva la vettura e il passamontagna indossato dagli occupanti. La Fiat Uno sparirà, imboccando la strada verso il cimitero. Gli agenti, invece, sarebbero andati a cercarla, alcuni minuti dopo e nella direzione opposta»".

Oggi, nulla è ancora cambiato. Nessuna verità. Nessuna giustizia. Nessuna attenzione mediatica al caso. Solo la battaglia di un fratello orfano di fratello che non si stanca di pretendere Giustizia e Libertà, perché, come dice lui «l'uomo per essere libero ha bisogno, costantemente, di inseguire e difendere la Giustizia. E per far ciò deve reagire a tutte le avversità rimboccandosi le maniche. Sempre. Senza tentennamenti. Pena la perdita della libertà e del futuro».

È arrabbiato Domenico. È furioso e non può, ancora una volta, non rammentare «la sensazione di incompetenza, di sciatteria, di mediocrità manifestata dai rappresentanti delle Istituzioni. Allora –– prosegue Musolino – speravo fossero reazioni dovute alle peculiari circostanze, affettività, condizioni. Mi dicevo "vedrai, sapranno venirne a capo del delitto". Ora, dopo 17 anni, dopo una serie di proteste orali e scritte rivolte al Potere Esecutivo Centrale e al Potere Giudiziario Superiore, non posso che affermare la presenza, da allora ad ora, senza soluzione di continuità, di squallore, di incompetenza, di mediocrità, quando non di colpa (O dolo?). E, a vedere i risultati raggiunti nel contesto giudiziario, posso affermare che non c'è nessuna novità. Con buona pace di coloro a cui sta bene questo "status quo"».

Rabbia, delusione e frustrazione combattiva che aumentano e annientano anche a causa di una stampa che, subito dopo il delitto, ha trattato il caso in modo distratto e superficiale: «il vero giornalista – sottolinea Domenico – è colui che pone domande a tutti, cerca riscontri, chiede notizie alle persone presenti e/o a conoscenza dei fatti. Quella sera centinaia di persone legate alla Confraternita del Rosario erano presenti in Piazza Chiesa Matrice, a pochi passi dal luogo del delitto. Per il giorno dopo erano previste le elezioni per il rinnovo delle cariche della Confraternita e i capannelli dei confratelli, degli opposti schieramenti confabulavano in piazza. Costoro non possono non aver visto una macchina, non del paese, guidata da persona sconosciuta (?) con un passeggero che per 4 volte passava davanti alla Chiesa. Ripeto, pur comprendendo lo stato di paura che può averle colpite, ma tutte queste persone non possono non aver visto i due killer che per tante volte sono andati avanti e indietro con la Fiat Uno grigia rubata alcuni giorni prima davanti alla Stazione ferroviaria di Bianco.

È pur vero che né la Polizia Giudiziaria né la Procura di Locri si sono preoccupati di individuare ed interrogare i "confratelli", ma questo non vuol dire che non possano farlo i giornalisti. Anche loro avrebbero potuto sapere di "uno, brutto come la malannata, scuro di carnagione, tozzo, tarchiato". Chiunque, tra coloro che si trovavano in Piazza Matrice o lungo le vie percorse dalle 17.00 alle 21.00 dai killer, in qualsiasi momento, può rivolgersi a me per parlarne, anche in modo riservatissimo».

"Per parlarne": ecco, è questo un altro assunto fondamentale dell'intera vicenda. La parola in opposizione al silenzio e all'omertà, che regna e impera in tutta la Calabria. La Parola intesa non come rottura di scatole o disturbo del vivere quieto ma come mezzo per provare a «trovare una soluzione ad un problema, ad una epidemia – continua ancora Domenico – che attacca il vivere civile e democratico di una comunità. Specialmente quando chi è preposto alla lotta ai mafiosi non fa il proprio dovere. Come nel caso specifico. Purtroppo, oggi, dopo 17 anni, "nulla di nuovo sul fronte occidentale"».

Un fronte, dove alla fine, ogni cosa, è mescolanza. «Dove i vincitori (mafiosi) ed i vinti (cittadini e vittime) vivono mischiati – prosegue Musolino - in una perenne tragedia. Come se fosse di comune condivisione la gioia del delinquente mafioso vincitore e la tristezza del cittadino vinto. La forza ha il dominio dei luoghi, dell'apparire, ma riduce coloro che la esercitano in "cose morte"».

Un fronte dove la mescolanza porta a porsi numerose domande. A partire da una molto semplice: «esiste – chiede Domenico – un nesso tra mafia ed istituzioni nella Locride?». E soprattutto «perché – continua – le istituzioni hanno omesso di fornire risposte alle varie domande presentate?».

E allora, a 17 anni dall'omicidio di una persona perbene della Locride che ebbe il coraggio di rifiutare il pizzo e il puzzo mafioso, forse è giunto il momento di riproporre, pubblicamente non solo quelle domande, ma anche delle altre: «Perché – domanda ancora Domenico – il fascicolo è rimasto di competenza della Procura di Locri e non è stato trasmesso alla Dda di Reggio nonostante le chiare modalità mafiose dell'omicidio e l'appartenenza dei tre indagati a contesti criminali 'ndranghetisti? Com'è stata possibile la sparizione dal Tribunale di Locri di alcuni importanti reperti sequestrati dai carabinieri, come il cappellino con visiera indossato da uno degli assassini e il telo da spiaggia utilizzato per occultare il fucile? Come mai le forze dell'ordine non hanno controllato/bloccato le poche strade convergenti nel paese e le zone circostanti, dove a poche decine di metri dal Cimitero, qualche giorno dopo verrà ritrovata l'auto dei killer?

Tutte le responsabilità dirette o indirette devono emergere alla luce del sole oppure no? Chi ha interesse a far calare il silenzio sul caso?».

La speranza dei giusti di Calabria è che stavolta qualche risposta arrivi.
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