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23 Novembre 1989 Bagheria (PA). Uccise Leonarda Cosentino, Vincenza Marino Mannoia e Lucia Cosentino, rispettivamente madre, sorella e zia del pentito Francesco Marino Mannoia PDF Stampa

 

Articolo da L'Unità del 24 Novembre 1989

Trappola mortale a Bagheria

di Francesco Vitale

La mafia ha superato se stessa. Ieri sera, sulla strada che collega Bagheria a Palermo. Alcuni kille hanno scaricato una valanga di fuoco su tre donne: tutte parenti di Agostino e Francesco Mannoia. Il primo, scomparso il 21 aprile scorso; L'altro condannato a 17 anni nel maxiprocesso palermitano. Una vendetta trasversale o qualcosa di più inquietante. Sul posto si  è recato il capo del pool antimafia Giovanni Falcone.

PALERMO. Strage di mafia ieri sera a Bagheria: tre donne sono state massacrate da almeno due killer armati di un fucile calibro 12 e di una pistola calibro 38. Le vittime sono tutte
parenti di Francesco e Agostino Mannoia, il primo condannato a 17 anni di carcere nel maxi processo di Palermo, il secondo sparito con il metodo della lupara bianca» il 21 aprile di quest'anno. Entrambi sono ritenuti dagli investigatori molto vicini alle famiglie vincenti ed in particolare ai corleonesi di Totò Riina. L'agguato, senza precedenti nella storia di Cosa Nostra, è scattato poco dopo le 21 in via De Spuches, nella parte nuova di Bagheria, a circa un chilometro dallo svincolo autostradale per Palermo.
A cadere sotto i colpi dei killer sono state Leonarda Costantino, 65 anni, e Vincenza Marino Mannoia, 25 anni, rispettivamente madre e sorella dei due boss, e Lucia Costantino, sorella di Leonarda. Le tre donne sono state sorprese dentro l'auto, una Citroenn Ax bianca, di proprietà di Vincenza Marino Mannoia. I killer le hanno probabilmente attirate in un tranello, forse un appuntamento concordato precedentemente. Vincenza Marino Mannoia, alla guida, ha avuto solo il tempo di posteggiare l'auto, spegnere le luci, quando la prima scarica di lupara è partita dalla parte posteriore della macchina devastando il lunotto termico ed uccidendo sul colpo Lucia Costantino, che aveva preso posto nel sedile posteriore della Citroen.

Francesco Mannoia, il più grande dei due fratelli, si trova detenuto nel carcere romano di Regina Coeli dove sta scontando una condanna a 17 anni di carcere che gli è stata inflitta dalla Corte del primo maxiprocesso per traffico di droga e associazione mafiosa. Francesco Mannoia, dopo una breve militanza nell'esercito di Stefano Bontade (il padrino della mafiaperdente ucciso nel 1981) passò con i corleonesi che da anni governano, ormai inconcontrastati, Cosa Nostra. Il passaggio alle cosche vincenti avvenne con un matrimonio definito importante dai mafiologi siciliani: il boss, infatti, aveva sposato una figlia di Giuseppe Vernengo capo della famiglia di Corso dei Mille. Pregiudicato per riciclaggio di denaro sporco, Francesco Marino Mannoia venne arrestato nel 1985 dagli uomini del commissario Beppe Montana, ucciso sei mesi dopo. Gli agenti lo sorpresero in una intercapedine di un muro, coperta da un armadio, in un appartamento nel centro di Bagheria. Diverso e forse più tragico il destino del fratello Agostino, di qualche anno più giovane di Francesco. Le sue tracce si sono perse la sera del 21 aprile di quest'anno quando, sempre nei pressi di Bagheria la sua auto, una Renault 5 intestata alla sorella Vincenza uccisa iri sera, venne trovata da una pattuglia della polizia con gli sportelli aperti, le luci accese, e tracce di sangue sui sedili. La scomparsa di Agostino Marino Mannoia venne messa in relazione con l'arrivo in Sicilia del pentito Totuccio Contorno, arrestato due mesi dopo in una villa bunker di San Nicola l'Arena, a 10 chilometri da Bagheria.

Sul luogo dell'agguato i sera è arrivato, e questo la dice lunga sull'importanza del triplice omicidio, il giudice Giovanni Falcone. Il magistrato antimafia è stato raggiunto pochi minuti più tardi dai suoi colleghi Giammanco, Morvillo e Sciacchitano. Nessuna ipotesi viene formulata, a caldo, dagli inquierenti. Di certo c'è un fatto: la strage di ieri sera è l'inizio di un nuovo capitolo di sangue che le cosche hanno aperto con inaudita ferocia.

 

 

Articolo da La Repubblica del 25 novembre 1989

UNA STRAGE CHIAMATA PENTIMENTO

di Attilio Bolzoni

PALERMO Il lutto lo portavano dai primi giorni di aprile. Agostino una sera non era tornato a casa, quei vestiti neri addosso alle donne della famiglia dicevano molto più di una confessione ai carabinieri. Loro sapevano che il ragazzo non lo avrebbero più visto, sapevano che la lupara bianca lo aveva inghiottito per sempre. Conoscevano bene le regole dell' onorata società anche se erano donne, anche se a decidere le cose importanti erano sempre i mariti, i padri, i fratelli. Quello che non potevano sospettare era che sarebbero morte ammazzate, uccise per colpa di una spia, uno di loro, uno della famiglia. Stese dalla lupara in un notte di vendetta, sfigurate dai pallettoni per un parente passato dall' altra parte, un pentito, uno che stava vuotando il sacco. Chi? Il più duro di tutti, il più spietato nonostante quel nome, Mozzarella, proprio Francesco Marino Mannoia, 38 anni a dicembre, il raffinatore dell'organizzazione, l' esperto che trasformava quintali di morfina base in miliardi. Lui sta cantando e i suoi nemici gli hanno ucciso la madre Leonarda, la sorella Vincenza, la zia Lucia. La strage di Bagheria è stata firmata dai corleonesi per punire con ferocia un collaboratore dei giudici, uno che stava raccontando tante storie nuove sull' organizzazione di Cosa nostra dopo i maxiprocessi. Un agguato per l' eliminazione della stirpe, dice un investigatore che ieri notte ha visto con i suoi occhi di cosa sono stati capaci i killer. Il suo racconto è crudo: L' automobile dove c' erano le tre donne sembrava un colabrodo, il portellone posteriore è stato tranciato via dai pallettoni della lupara, le teste delle vittime sembravano crateri. Fuori non usciva la lava ma materia cerebrale.... Orrore, belve feroci, titola a tutta pagina il quotidiano L' Ora distribuito alle prime ore del mattino nelle vie di Bagheria, il paese del massacro. Ma lo sfondo della carneficina non è solo Bagheria. C' è il quartiere palermitano di Romagnolo, dove due delle tre donne abitavano. C' è l' Ucciardone, il carcere dove fino a pochi mesi fa era stato rinchiuso Mozzarella. Un' indiscrezione ufficiosa Questa è un' indiscrezione che nessuno naturalmente conferma a livello ufficiale: Francesco Marino Mannoia era più di un semplice pentito, era un vero e proprio infiltrato tra gli imputati del maxiprocesso. Collaboratore della giustizia era diventato dopo la scomparsa del fratello Agostino, ma non si era fatto subito rinchiudere in un carcere di massima sicurezza, non era stato subito superprotetto in un bunker. Prima del trasferimento a Regina Coeli era un detenuto dell' Ucciardone. Un detenuto che vedeva, sentiva, riferiva. Un prezioso informatore sulle ultimissime dal pianeta mafia. Equilibri, scontri, organigrammi. I suoi nemici non l' hanno potuto colpire e si sono scatenati con le donne della sua famiglia. E' in qualche modo il secondo tempo della cosidetta operazione-pentiti, un massacro come risposta al tentativo di intrappolare i superlatitanti con l' aiuto di informatori sul campo, nelle zone di grande manovra, nelle prigioni, sul terreno di battaglia. Ma come sapevano i killer e i loro mandanti che Francesco Marino Mannoia stava collaborando con poliziotti e magistrati? Chi ha puntato il dito contro Mozzarella? Le ipotesi sono due, solo due. La prima: i boss hanno scoperto in qualche modo che Mozzarella era una spia, uno che li seguiva come un' ombra nelle sezioni dell' Ucciardone e poi riempiva verbali. La seconda ipotesi: una talpa nell' apparato poliziesco o giudiziario che ha informato i capi mafia della cantata del mafioso. Ma questi sono rebus che nessuno può risolvere in queste prime ore di indagini. E poi nessuno sembra avere molta voglia di parlare oggi dei Mannoia e del pentimento di uno del clan. Porte chiuse alla Procura della Repubblica, bocche cucite alla Squadra Mobile. Nessuno racconta nulla su Mozzarella e sulle sue rivelazioni, si dice e non si dice, si formulano tante ipotesi, si ricostruiscono tanti episodi. Le notizie vere riguardano tutte la dinamica dell' agguato, i rilievi tecnici, i primi accertamenti della polizia scientifica. Piccoli particolari che serviranno a leggere meglio il massacro, che aiuteranno a seguire una traccia concreta. Indagini nel vicolo dove hanno sparato i killer e summit al Palazzo di Giustizia. Il primo nella notte. C' erano anche il questore Masone e il giudice Falcone. Il secondo in mattinata, un' altra lunga riunione per capire come e perché i killer sono entrati in azione proprio ieri notte a Bagheria. Le tre donne sono state uccise solo perché erano parenti al pentito o c' è dell' altro? Fuga di notizie Il tam tam ufficioso porta altre voci. Una parla di certe fughe di notizie dal carcere dell' Ucciardone, di certi messaggi ricevuti all' esterno dopo i colloqui con i boss. Quelle tre erano donne che svolgevano un ruolo nell' organizzazione. Così si spiegherebbe l' azione particolarmente feroce dei killer, i colpi alla testa, la tecnica dell' esecuzione, l' inferno di piombo contro le tre vittime. Prima l' appostamento in una strada vicina a via De Spuches, poi l' attesa. Le tre donne scendono dal primo piano di un palazzo dove abita Leonarda, la più anziana. Vanno tranquille verso la piccola utilitaria, una Citroen AX. Vincenzo si siede dietro, Leonarda davanti, Lucia è al volante. Non fa in tempo a girare le chiavi, i carabinieri un quarto d' ora dopo trovano il quadro dell' auto ancora spento. I killer dovevano essere in due. Il primo sparava da dietro con un fucile semiautomatico con le canne mozze. L' altro ha fatto fuoco dal lato sinistro della Citroen. Non un grido, non un lamento. Nemmeno il tempo di vedere in faccia gli assassini. Vincenza è la prima a morire. I killer si accaniscono con lei, la lupara le porta quasi via la testa. Sente tutto dal primo piano Rosario Marino Mannoia, il padre di Mozzarella, il marito di Leonarda. Non ho visto nulla ma ho sentito i botti, confesserà nella notte in una stanza della Squadra Mobile. Cominciano le ricerche di archivio, emerge una ragnatela di parentele anche con altre famiglie di mafia, gli Scaduto, altri picciotti caduti. Si studiano le nuove mappe di Cosa nostra. L' ala corleonese di Riina da una parte e il gruppo legato a Michele Greco dall' altra. Si parla di un legame tra questa strage e il delitto dell' Ucciardone, la morte del killer Vincenzo Puccio nella sua cella del settimo braccio. Qualcuno avrebbe avvertito i corleonesi che si stava organizzando una congiura contro Totò Riina, che il nuovo capo sarebbe stato proprio Puccio, che Mozzarella, corleonese di ferro, sarebbe passato con gli avversari. Ma Francesco Marino Mannoia ha commesso un peccato ancora più grave. Ha tradito amici e nemici, è diventato come Buscetta, che l' aveva fatto arrestare, che l' aveva fatto condannare a sedici anni di carcere.

 

 

Articolo da L'Unità del 26 Novembre 1989

Cosa nostra: «Tappiamo la bocca Mannoia »

di Francesco Vitale

La strage strage di giovedi sera a Bagheria sarebbe una vendetta trasversale. È questa l' ipotesi più accreditata, tra le tante, a tre giorni dal triplice omicidio di Vincenza Marino Mannoia Leonarda e Lucia Costantino
A vuotare il sacco sarebbe Francesco Marino Mannoia ex corleonese condannato a 18 anni di carcere nel maxiprocesso di Palermo. Falcone «C'è una a in atto tra due cosche»

PALERMO. Dopo la strage restano lo sgomento, i  buchi sul muro provocati da colpi esplosi dai killer e una chiave di lettura quasi certa. Giovedì sera a Bagheria sono state uccise tre donne parenti di un pentito, il boss Francesco Marino Mannoia, uomo d'onore al corrente dei segreti più  scottanti ma soprattutto più recenti della mafia. Un uomo troppo pericoloso per le cosche un vero e proprio infiltrato nel seno dei corleonesi.
L effetto delle sue rivelazioni potrebbe sonvolger il pianeta mafia. Si spiegherebbe così la rabbiosa inaudita violenza con cui gli assassini si sono scagliati contro le tre donne della famiglia Marino Mannoia. Una esecuzione «esemplare» ma anche un avvertimento da far accapponare la pelle diretto al cicrocosmo dei pentiti ai loro familiari.
A chi gli chiede una conferma a questa ipotesi investigativa il neoprocuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone risponde con un «no comment» Poi aggiunge «Quella commessa a Bagheria è una strage mafiosa in piena regola. Non bisogna dimenticare che ci sono due cosche in guerra ed in guerra valgono le regole di guerr. Per chi sbaglia ci sono sanzioni pesanti».
Francesco Marino Mannoia, condannato a diciotto anni di carcere nel maxiprocesso di Palermo chiede di incontrare il gudice Falcone o l'alto commissario Domenico Sica a metà aprile scorso. Pochi giorni prima sullo svincolo autostradale per Bagheria un commando ferisce e sequestra suo fratello Agostino. Quando Francesco Marino Mannoia apprese della scomparsa del fratello suo referente fuori del carcere capisce di avere ormai le ore contate. In quel  periodo si trova detenuto nel carcere dell'Ucciardone e assiste regolarmente
mescolato agli uomini della mafia vincente alle udienze del maxiprocesso.
Non fiuta una buona aria. Il clima in carcere è surriscaldato. Chiede di incontrare Falcone o Sica. E' l' unica possibilità che ha di lasciare vivo L'Ucciardone. In quei giorni nel carcere palermitano accade un clamoroso fatto di sangue Vincenzo Puccio ex braccio destro di Michele Greco killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile viene ucciso a colpi di bistecchiera di ghisa nella cella n 4 del settimo braccio dove sono detenuti gli imputati del maxi. Passano pochi giorni e con procedura d'urgenza Francesco Marino Mannoia insieme ad altri detenuti viene trasferito. I corleonesi hanno capito che un nuovo clan stava tentando la scalata ai vertici dell'organizzazione s'apprestava a contrastare la leadership del capo dei capi Totò Riina, latitante da quindici anni.
La risposta delle truppe dei corleonesi non si fa attendere. Viene rapito Agostino Marino Mannoia, muoiono in rapida successione i fratelli Vincenzo, Pietro e Antonino Puccio. I vertici della della nuova cosca vengono cosi decimati. Ormai solo braccato dai nemici, Frqancesco Marino Mannoia avrebnbe deciso di collaborare. Per i magistrati si aprono nuovi orizzonti. Cosa Nostra ritorna a tremare. Cosa accadrà adesso? Scorrerà altro sangue a Palermo, Bagheria, Casteldaccia? Intanto circola voce che si sono perse le tracce della giovane compagna di Francesco Marino Mannoia, Rita S. Polizia e carabinieri la stanno cercando da giovedi sera.

 

 

Articolo del Giornale di Sicilia dell'11 Febbraio 2010

Fonte: siciliaantiusura.it

Marino Mannoia è un uomo libero

di Riccardo Arena

"Fine pena" per il super pentito

Palermo. Il pentito non ha più debiti con la giustizia: Francesco Marino Mannoia, 59 anni il prossimo 5 marzo, è un uomo libero a tutti gli effetti. La Procura generale di Palermo ha infatti dichiarato che dopo poco meno di undici anni e mezzo trascorsi tra carcere e detenzione domiciliare, Mannoia ha espiato tutto quanto doveva. Per mafia, una trentina di omicidi, traffici di droga: Negli Stati Uniti, dove vive dall'inizio degli anni '90, "Mozzarella" non ha pendenze giudiziarie perché fu premiato con l'immunità per la sincerità delle sue deposizioni, per le confessioni dei suoi delitti e per la testimonianza al processo contro il boss newyorkese John Gotti.

Il provvedimento è esecutivo, ma dev'essere ancora notificato all'interessato: tra un disguido e l'altro, l'ex mafioso di Santa Maria di Gesù ancora non ha ricevuto le tre pagine con tutti i bolli necessari. Intanto, però, "nulla rimanendo da espiare", l'ufficio esecuzioni della Procura generale ha informato l'avvocato Carlo Fabbri del deposito dell'ordinanza. Nei confronti dell'ex boss è stato fatto il cosiddetto  "cumulo" di tutte le condanne, calcolate in diciassette anni. Di effettiva carcerazione, Mannoia ha scontato undici anni, cinque mesi e undici giorni. Ha goduto di 405 giorni di liberazione anticipatata, del condono di complessivi cinque anni e dunque ha finito di scontare la pena. Il provvedimento. che dev'essere tradotto in inglese e che dovrà essere consegnato brevi manu oltreoceano, servirà a Mannoia per ottenere tutti i diritti riconosciuti ai residenti negli Stati Uniti.
E' un pentito consederato ad alta affidabilià, "Mozzarella", così chiamato per la sua passione per la caprese, fatta di mozzarella e pomodori, ma detto anche il chimico per la sua abilità nel "tagliare" l'eroina. E' lui il collaboratore di giustizia che ha convinto i giudici del processo Andreotti a non assolvere del tutto l'ex presidente del Consiglio, ma a dichiarare la prescrizione per una parte dei reati che gli erano stati contestati (l'associazione per delinquere semplice): quella sentenza è oggi verità processuale conclamata, è passata in giudicato e stabilisce che Andreotti incontrò un boss di Cosa Nostra del calibro di Stefano Bontade. Comportamento però non perseguibile, perché quell'incontro risale al marzo del 1980 e dunque i fatti sono prescritti. Per le vicende successive all'80, invece il senatore fu assolto "perché il fatto non sussiste". Testimone nei processi più importanti celebrati a Palermo e non solo,Marino Mannoia ha pagato a caro prezzo la scelta di collaborare con la giustizia: il 23 novembre del 1989, a Bagheria, furono sterminate la sorella, Vincenza Marino Mannoia, la madre, Leonarda Cosentino e la sorella di quest'ultima, Lucia. Un segnale preciso, che Mannoia, pentito da pochi mesi, allora, non raccolse: gli avevano ucciso pochi mesi prima anche il fratello Agostino, cui era molto legato, e lui decise di non tirarsi indietro. Testimoniò in decine di processi di mafia, contribuì alle condanne di boss, picciotti e gregari, ma anche ai processi eccellenti. Parlò di Giulio Andreotti, di Bruno Contrada e Ignazio D'Antone, due superpoliziotti, entrambi condannati a dieci anni, del giudice Corrado Carnevale, assolto in primo grado, condannato in appelllo e poi definitivamente scagionato in Cassazione. Mannoia quattro anni fa balzò agli onori delle cronache per la proposta che gli era stata fatta di uscire dal programma di protezione, previa "ricapitalizzazione" del suo stipendio mensile: si parlò di una cifra vicina al milione di euro come possibile buonuscita, ma lo stesso pentito, dagli Usa, negò la propria disponibilità a un accordo di questo tipo. Ancora oggi, così, Marino Mannoia riceve uno stipendio dal nostro Paese: "Se mi fanno uscire da programma - disse al Giornale di Sicilia quattro anni fa - prendo un aereo e vengo subito in Italia".

 

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