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1 Maggio 1947 La Strage di Portella della Ginestra (Palermo). 11 morti e una trentina di feriti a cui aggiungiamo 3 morti avvenute successivamente a causa delle ferite. PDF Stampa

Dal Blog di Dino Paternostro Foto da: cittanuovecorleone.blogspot.com   

Tratto dal libro di Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia.

Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani, Milano 2005.

[...]"Vide cadere accanto a sé Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, e Giovanni Megna. All’incredulità e al terrore collettivo seguì un fuggi fuggi generale, tra urla di disperazione di madri che chiamavano i figli, di persone che cercavano un riparo nelle scarpate o nei cunettoni dello stradale, o dietro qualche roccia. Giovanni Grifò, dodici anni, di San Giuseppe Jato, era andato a comprare delle nespole nei mercatini improvvisati dalle Camere del lavoro; fece in tempo a raggiungere la madre per dirle che era stato colpito al fianco destro da un proiettile. Venne adagiato, con gli altri feriti, su un carro e quindi trasportato nel suo paese e poi a Palermo, dove morì in ospedale il 15 maggio. Sorte analoga toccò ad altri suoi compaesani: Vincenza La Fata, una bambina di nove anni, che morì sul colpo, Giuseppe Di Maggio, tredici anni, Filippo Di Salvo, quarantotto anni (morirà, dopo atroci sofferenze, il successivo 11 giugno). Si contavano, poi, gli altri morti, di Piana degli Albanesi: Francesco Vicari, Castrenze Intravaia, un ragazzo di diciotto anni, Serafino Lascari, Vito Allotta di diciannove anni. Undici morti. La furia criminale sembrava essersi abbattuta di più sui pianesi che avevano tardato ad arrivare, come se un cupo presentimento li avesse prima avvertiti.

Sul terreno restavano ancora ferite ventisette persone: Giorgio Caldarella che perdeva la funzionalità dell’arto inferiore destro, Giorgio Mileto, Antonio Palumbo, Salvatore Invernale, Francesco La Puma, Damiano Petta, Salvatore Caruso (che resterà invalido a vita), Giuseppe Muscarella, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello, Pietro Schirò, Provvidenza Greco (che perderà l’uso della vista e della parola), Cristina La Rocca, Marco Italiano, Maria Vicari, Salvatore Renna (ferite anche per lui invalidanti), Maria Caldarera, Ettore Fortuna (che sarà costretto a rimanere per sei mesi a letto, con postumi invalidanti), Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenze Ricotta, Francesca Di Lorenzo, Gaetano Modica. Tutti, con una pietosa opera di volontariato, nei modi più improvvisati, furono condotti ai loro paesi di origine per ricevere i primi soccorsi, e da qui poi, con mezzi di fortuna o autocorriere a disposizione sul posto, furono trasportati all’ospedale della Filiciuzza di Palermo, dove giunsero nel primo pomeriggio. Alcuni di questi feriti, come Vincenza Spina, moriranno in seguito a causa delle lesioni riportate. Ma nessuno ha mai fatto un calcolo dei morti in conseguenza dei danni irreparabili subiti durante la strage e anche a causa dell’assoluta mancanza di una qualsiasi forma di soccorso da parte delle ambulanze dei vari ospedali, che rimasero totalmente inerti.

 

Fonte: C.to siciliano document. "Giuseppe Impastato"

Margherita Clesceri era madre di sei figli e incinta.

Serafino Lascari aveva 15 anni.

Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bimba di 9 anni ferita a Portella, con la figlia sulle spalle si recò a piedi a San Cipirello e morì qualche settimana dopo, stremato dalla fatica.

Tra i morti del primo maggio c'è anche il campiere Emanuele Busellini, ucciso dai banditi della banda Giuliano che l'avevano incontrato lungo la strada per recarsi sul luogo della strage.

 

Articolo de La Sicilia del 1 Maggio 2011

Una strage con troppi misteri

di Dino Paternostro

La mattina del 1º maggio 1947 a Portella delle Ginestre furono falciate 11 persone. Sott’accusa finirono gli agrari, la mafia e la banda Giuliano, che, con la copertura dello Stato e della politica, non avevano esitato a sparare sulla folla inerme.

Quella mattina del 1° maggio 1947, il pianoro di Portella della Ginestra traboccava di contadini di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello. Erano lì, con le loro famiglie, per passare una giornata in allegria, per ricordare la festa del lavoro. Una festa "politica", a cui li aveva abituati il medico socialista di Piana degli Albanesi, Nicola Barbato, mitico capo dei fasci contadini di fine ’800. Era stato lui, circa 60 anni prima, ad "inventare" questo raduno popolare, per parlare delle conquiste del lavoro. Il ventennio fascista aveva interrotto quell’appuntamento annuale.
Ma, adesso, dopo la Liberazione e la nascita della Repubblica, i contadini erano di nuovo lì, attorno al "sasso" di Barbato, per riprendere il loro cammino e sognare "il riscatto del lavoro". Avevano le bandiere rosse e tanta voglia di battere la miseria e la povertà, in cui li costringevano a vivere gli agrari e i gabelloti mafiosi. Tra l’altro, quel giorno, avevano un motivo in più per festeggiare. Appena dieci giorni prima - il 20 aprile 1947
- la lista del Blocco del Popolo, composta da comunisti e socialisti, aveva ottenuto un successo storico nelle prime elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, conquistando 567.392 (29,13%), contro i 399.860 (20,52%) della Dc. Erano quasi le dieci e gli altoparlanti annunciavano l’imminente arrivo dell’oratore che avrebbe parlato ai contadini e alle loro famiglie. C’era molta attesa per il comizio che si sarebbe svolto da lì a qualche minuto. Nell’attesa, Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato, salì sul "sasso" di Barbato, coperto di bandiere rosse, e iniziò a parlare. All’improvviso dei rumori sordi: Ta-pum... ta-pum... ta-pum. I contadini guardarono il cielo ridendo: "I giochi d’artificio... i giochi d’artificio... è cominciata la festa!". Ma non era la festa, erano colpi di armi da fuoco, sparati ad altezza d’uomo. Sicuramente di mitra, forse anche lo scoppio di qualche granata... il finimondo. Urla, pianti, gente che fugge, muli imbizzarriti. Infine, decine di corpi straziati per terra: undici morti e ventisette feriti.
La strage di Portella della Ginestra. In poche ore, la tragedia di Portella fece il giro d’Italia. E l’Italia intera rimase sbigottita. In un angolo del cuore interno della Sicilia, a sangue freddo, erano stati assassinati uomini, donne e bambini. Un fatto inaudito, intollerabile. Tutti i leader della sinistra arrivarono a Piana, a San Giuseppe, a San Cipirello. Il 3 maggio fu proclamato lo sciopero generale nazionale, con una imponente manifestazione a Palermo, fioccarono le interrogazioni parlamentari.
Sott’accusa finirono gli agrari, la mafia e la banda Giuliano, che, con la copertura politica di "pezzi" dello Stato e della politica, non avevano esitato a sparare sulla folla inerme, pur di bloccare le lotte contadine e l’avanzata della sinistra. A minimizzare l’accaduto, nella seduta del 9  maggio 1947 dell’Assemblea Costituente, pensò il ministro degli interni, Mario Scelba: "Non c’é movente politico. Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona fortunatamente ristretta le cui condizioni sono assolutamente singolari". Scelba mentiva. Sapeva benissimo delle trame siciliane e, in qualche modo, era pure uno degli artefici. Tra l’altro, la violenza contro i contadini e la sinistra politica e sindacale non si fermò a Portella. Infatti, scrive Umberto Santino nella "Storia del movimento antimafia" (Editori Riuniti, Roma 2009): "L’8 maggio 1947 a Partinico venne ucciso il contadino Michelangelo Salvia. Il 22 giugno si ha una serie di attentati con bombe e colpi di arma da fuoco contro le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi, alle sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato e alla sezione socialista di Monreale. A Partinico ci sono due morti: Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Jacono". Nel 1949, al processo di Viterbo, furono soltanto il "Re di Montelepre" e la sua banda ad essere condannati quali esecutori dell’orrenda strage di Portella della Ginestra. Troppo poco.
Durante un’udienza Gaspare Pisciotta aveva lanciato una terribile accusa: "Furono Marchesano, il principe Alliata, l’onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra… Prima del massacro incontrarono Giuliano…". Ma non si riuscì mai a provarlo.

 

Portella Della Ginestra
Renato Guttuso


La Storia Siamo Noi - Portella Della Ginestra 1° Maggio 1947


 

 

 

">Video Youtube

 

Portella della Ginestra: la prima strage di stato

Rassegna.it - La prima strage di stato dell'Italia repubblicana si consumò esattamente 60 anni fa, quando, il primo maggio del 1947, la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sui contadini e gli operai che si erano raccolti a Portella della Ginestra per celebrare la festa dei lavoratori.

 

 

 

Articolo da La Stampa del 2 Dicembre 2004

«Un'altra verità dietro la strage di Portella»

TORNA IN PRIMO PIANO UNO DEGLI EVENTI PIÙ'CONTROVERSI DELLA STORIA REPUBBLICANA

I familiari delle vittime chiedono giustizia: «Riaprite l'indagine» Nuovi documenti dopo mezzo secolo di silenzi e depistaggi «Ci furono misteriosi contatti tra Cosa nostra e reduci fascisti»

di Francesco La Licata

SEMBRA di vederla, la piccola Cristina La Rocca, nata a San Cipirello, nove anni, «seduta su un sasso a circa venti metri dal podio, con la Pizzuta alle spalle». E, come in una moviola della memoria, arrivano persino i colpi che la piccola scambia «per fuochi d'artificio» tanto che «prende a battere le mani». Il seguito del film racconta di una «gragnuola» che solleva le pietre circostanti e della bambina che pensa: «Ma che tirano sassi»? No, non era una sassaiola e se ne accorgerà Cristina quando cercherà di andare incontro al padre, verso il podio dove si sarebbe dovuto tenere il comizio. Non ha più forza nelle gambe, viene meno e cade. Dalla montagna, dalla Pizzuta appunto, arriva l'inferno, il fuoco del bandito Giuliano. Deve sfidare i proiettili, il padre di Cristina, per riuscire a prenderla in braccio. «La solleva ed inizia a correre verso Piana degli Albanesi. A piedi, la porterà in braccio fino a San Cipirello dove, sfinito, morirà di collasso cardiaco alcuni giorni dopo». No, non è la sceneggiatura di un film. E' il racconto autentico, raccolto tra i superstiti, di quella tragica mattinata siciliana. Un racconto che diventa documento, guida ad una richiesta che il prof. Giuseppe Casarubea* inoltra alla procura di Palermo, nell'intento di ottenere giustizia per i familiari di quelle vittime. Il ferimento di Cristina - rievocato insieme con tutti gli altri e con una messe di particolari che consentono di ricostruire la dinamica della sparatoria - data 1" Maggio 1947, giorno della Strage di Portella della Ginestra. Davanti al ceppo di Barbato rimarranno 11 morti e una trentina di feriti. Oggi, dopo quasi 50 anni di silenzio, di depistaggi, di negligenze, la ricerca di Casarubea intende offrire alla magistratura una «lettura nuova» di quella giornata che cambiò il destino del Paese. Dice Casarubea, nella sua memoria che nei prossimi giorni - per mano del professore accompagnato dall'avv. Armando Sorrentino - sarà consegnata al procuratore Pietro Grasso: «Portella non è stata soltanto il risultato dello scontro tra proprietari terrieri e braccianti agricoli, tesi esposta da Scelba all'Assemblea Costituente». «Varie ricerche e pubblicazioni - si legge nelle motivazioni che accompagnano la richiesta di riapertura delle indagini hanno messo in evidenza nuovi elementi su una delle vicende più oscure del Novecento. Emergono ora documenti che possono finalmente condurre alla verità, quella verità che sarebbe stato impossibile appurare nel corso del processo di Viterbo». Cos'è intervenuto di nuovo, per poter chiedere addirittura la riapertura del processo? Una parte dell'esposto è dedicato a ciò che «non» è stato fatto durante le indagini che portarono al processo. Le testimonianze raccolte da Casarubea offrono una dinamica, diciamo, più complessa dell'agguato e certificano, in qualche modo, una presenza più «variegata» tra i monti di Piana degli Albanesi. E un clima quasi da presagio di ciò che sarebbe accaduto. La stessa picola Cristina La Rocca, tanto per fare solo un esempio di ciò che la folla diceva ed intuiva, quella mattina, riferirà che, mentre andava a Portella col padre e la madre, la gente chiedeva loro: «Va purtastivu a mattula cu spiritu»? Cioè, vi siete portati la bambagia e l'alcool? Proprio come se andassero incontro a qualcosa di pericoloso e cruento. Di simili testimonianze, a proposito di sinistri presagi, il documento di Casarubea è pieno, a sorreggere il sospetto che forse molti, soprattutto chi aveva amici mafiosi o potenti, sapevano ciò che sarebbe accaduto a Portella. Le perizie medicolegali sui morti, quelle (fatte male) sui bossoli recuperati, inoltre, spingono a ritenere che su quei monti non c'era solo Giuliano e i suoi, come dimostrerebbe la presenza di munizioni (calibro 9) che potevano essere sparate solo da armi per esempio in dotazione all'esercito americano. Ma è il quadro «politico» generale che imporrebbe una rilettura di quegli eventi (le nuove indagini riguardano anche gli assalti alle Camere del Lavoro della Provincia di Palermo del 22 giugno 1947) che sembrano, nell'interpretazione del dossier, quasi una contromisura per frenare l'avanzata delle forze contadine che aveva già prodotto un primo risultato eclatante, favorendo il successo elettorale del blocco del Popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947. A contrastare quell'avanzata, stando ad alcune «scoperte» degli storici, c'erano si gli americani, ma soprattutto una specie di costellazione di formazioni del clandestinismo fascista nato dopo la fine della Repubblica Sociale e della X Mas di Valerio Borghese. Di questa ambigua rappresentazione, personaggio centrale sembra essere quel «Fra Diavolo» (Salvatore Ferreri, un po' bandito, un po' spione, confidente degli Alti commissari e uomo di «Turiddu») morto, insieme con altri quattro testi che sarebbero risultati molto utili per la comprensione del fenomeno-Giuliano, in uno strano conflitto a fuoco avvenuto dentro la caserma dei carabinieri di Alcamo. Un documento dell'808° battaglione controspionaggio indica un «Fra Diavolo» capo di una banda di fascisti» operante a 40 chilometri a Sud di Roma. E' lo stesso che andrà poi in Sicilia? Un altro documento (datato 25 giugno 1947), tra i tanti, indica esplicitamente l'esistenza di un «nucleo romano della banda Giuliano, comandato da un certo Franco e da un maresciallo della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana)». I due «richiedevano la presenza a Palermo di otto uomini completamente sconosciuti in Sicilia». Per che fare? E, secondo fonti del Sis, Selene Corbellini, strana militante anticomunista piovuta in Sicilia, riferiva ai «camerati di Palermo di dover stabilire contatti diretti col noto Martina, capo della banda Giuliano». Un altro fascicolo rivela che un Angelo Martina esisteva ed era membro delle Brigate Nere sin dal 17 agosto 1944. Ma sull'ambiguità di Ferreri fa testo una lunga testimonianza (videoregistrata da Casarubea) di Vito Coraci, cugino di «Fra Diavolo». E' proprio il cugino a rivelare che Ferreri, intorno al '44, dopo aver frequentato la base aerea di Boccadifalco (Palermo), era solito far visita al familiari (ad Alcamo) «indossando una divisa dell'esercito Usa». Ma chi è veramente Ferreri? Ergastolano libero e confidente del commissario Messana. Dopo una condanna, lo si trova ristoratore a Firenze, per alcuni mesi. Poi, marzo 1947, Messana lo riporta in Sicilia e lo infiltra nella banda Giuliano. Secondo i giudici di Viterbo (processo per la strage) - si legge nel documento di Casarubea - «Ferreri è a Portella coi fratelli Pianelle per partecipare alla strage». I Pianelle moriranno con «Fra Diavolo» (moriranno anche il padre e lo zio del bandito) nel famoso conflitto a fuoco coi carabinieri. E non è escluso, stando ancora alla testimonianza di Vito Coraci, che «Ferreri prenda parte agli assalti del 22 giugno ai danni delle Camere del Lavoro della Provincia di Palermo, assalti che, a Partinico, hanno provocato la morte di due persone». Ecco, per grandi linee, la «nuova lettura su Portella». Casarubea lavora da anni a questa operazione di revisionismo che risulta basata non solo sulla storia. Non è secondario l'aspetto che riguarda le «carenze tecniche» delle indagini scientifiche sulla strage di Portella della Ginestra, definite, nell'esposto, «a senso unico». Come il disconoscimento «a caldo» delle testimonianze univoche dei testimoni (interpellati a distanza di anni da Casarubea) che parlano di un crepitìo di colpi scambiati quasi da tutti per mortaretti. Quasi tutti i presenti, cioè, ricordano un fischio e i successivi «botti». Ciò potrebbe voler dire che anche tra la folla potevano esserci agenti provocatori, magari in possesso di «simulatori di bomba aerea», allora in dotazione agli agenti del controspionaggio americano. Ma la «verità ufficiale» ammette solo la presenza del bandito Giuliano.


*Nell'articolo è indicato erroneamente più volte il nome Casarubea da leggersi: Giuseppe Casarrubea

 

 

Fonte: cgil.it/Archivio/EVENTI

[...]
Il primo maggio 1947 i primi lavoratori a raggiungere Portella della Ginestra furono quelli di San Giuseppe Jato e San Cipirello, al canto di inni proletari e tra lo sventolio di bandiere rosse. Solo dopo alcuni minuti, quando sopraggiunse il corteo da Piana, più numeroso e disciplinato, i dirigenti contadini dei tre comuni salirono sul «Sasso Barbato», l’antico podio costituito da una roccia completata con la costruzione di un muro a secco, per pronunciare i propri discorsi, senza attendere, come l’anno precedente, l’oratore ufficiale Francesco Renda, giovane dirigente della Federterra.
Prese per primo la parola il segretario della sezione del partito socialista di San Giuseppe Jato: il calzolaio Giacomo Schirò, originario di Piana degli Albanesi. Appena Schirò pronunciò le prime frasi Giuliano nascosto a più di 500 metri tra i sassi della montagna Pizzuta diede inizio all’agguato sparando con la mitragliatrice Breda 30. Seguirono gli altri banditi che fecero esplodere colpi di fucile e di mitra.
La maggior parte dei manifestanti notò che i colpi sparati provenivano dalle pendici del monte Pelavet e «precisamente da quella parte che è conosciuta con la denominazione di ‘Pizzuta’ per la conformazione del monte: rocce appuntite», ma credette in un primo momento che si trattasse di mortaretti fatti esplodere per «dare maggiore colore alla festa», ma solo dopo che furono notati, ai margini della folla, dei quadrupedi uccisi o feriti; e  attorno al podio furono viste delle persone cadere a terra sanguinanti, si capì che non si trattava di mortaretti, ma di colpi d’arma da fuoco.
Al quel punto la folla, presa dal panico, si diede ad un fuggi fuggi generale in cerca di un qualunque riparo che la potesse sottrarre ai micidiali colpi che provenivano dalla Pizzuta. Molti trovarono riparo lungo il cunettone che fiancheggiava la strada che mette in comunicazione Piana con San Giuseppe Jato, altri dietro le rocce che a Portella in quel tempo abbondavano, altri ancora preferirono semplicemente distendersi a terra.
La sparatoria iniziata verso le 10.30 durò poco più di dieci minuti e «finiti gli spari, a gran voce, ognuno chiamò i propri congiunti ed insieme od anche isolatamente, si avviarono per far ritorno al proprio paese, utilizzando, a tale scopo, ogni mezzo. I feriti furono raccolti e con carri, carretti, biciclette, quadrupedi, furono accompagnati a Piana degli Albanesi o a San Giuseppe Jato, donde furono avviati verso Palermo per farli ricoverare negli ospedali della città.
Il bilancio di quella giornata, che doveva essere di festa, fu il seguente:
undici i morti trovati sul terreno, ventisette i feriti più o meno gravemente».
Persero la vita: Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Vito Allotta, Serafino Lascari, Francesco Vicari, Vincenza La Fata, Giovanni Grifò, Giuseppe Di Maggio, Castrenze Intravaia e Filippo Di Salvo, mentre rimasero feriti da colpi d’arma da fuoco: Giorgio Caldarella, Giorgio Mileto, Antonino Palumbo, Salvatore Invernale; Francesco La Puma; Damiano Petta; Salvatore Caruso; Giuseppe Muscarello; Eleonora Moschetto; Salvatore Marino; Alfonso Di Corrado, Giuseppe Fratello; Pietro Schirò; Provvidenza Greco, Cristina La Rocca; Marco Italiano; Maria Vicari, Salvatore Renna, Maria Calderera, Ettore Fortuna, Vincenza Spina, Giuseppe Parrino, Gaspare Pardo, Antonina Caiola, Castrenza Ricotta, Francesca Di Lorenzo e Gaetano Di Modica.
Ai dati ufficiali, desunti dalle sentenze di Viterbo e Roma, vanno aggiunti la dodicesima vittima Vita Dorangricchia da Piana degli Albanesi, che morì nove mesi dopo il 31 gennaio 1948 in conseguenza del tragico eccidio (Ai familiari di Vita Dorangricchia la Regione siciliana corrispose un sussidio straordinario di diecimila lire perché fu riconosciuto che la morte della giovane avvenne «in conseguenza dei fatti verificatesi a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947». Antimafia, Portella della Ginestra, doc. XXIII, n. 24, 1999, Eccidio di Portella della Ginestra, Il Presidente della Regione Siciliana al sig. Prefetto di Palermo, Palermo, 21 luglio 1949, p. 114.), e tre feriti: Michelangelo Castagna, Vincenzo Cannavò e Giorgio Bovì, colpito di striscio ad una gamba da un proiettile.
Della tragica giornata del 1° maggio 1947 Concetta Moschetto, figlia di Margherita Clesceri, conserva tuttora un indelebile ricordo:
Mio padre con mio fratello più grande andavano ogni anno a Portella per la festa del lavoro, io, mia madre e le mie sorelle invece non avevamo mai partecipato a quella grande festa. Quel giorno, primo maggio 1947, mia madre disse a mio padre: ‘Rosario perché quest’anno non ci porti a Portella con te?’. E mio padre gli rispose: ‘Dove andiamo se non abbiamo neanche cosa portare da mangiare’.
Non erano tempi felici vivevamo quasi in povertà. Alla fine mia madre riuscì a convincere mio padre.
Una delle mie sorelle, Eleonora, anche se ancora molto giovane, era già sposata e aspettava un bambino, abitava vicino casa nostra e quella mattina mia madre andò a svegliarla e anche se si sentiva poco bene, volle partecipare lo stesso alla grande festa.
Dopo che mio fratello aveva sistemato il cavallo e preso quel poco che avevamo da mangiare, ci siamo messi in cammino verso un piccolo terreno di proprietà di una zia, lì abbiamo aspettato che arrivasse il corteo, appena arrivato ci siamo messi dietro e abbiamo continuato verso la valle di Portella.
Eravamo arrivati all’altezza di contrada ‘Casalotto’ (Piana degli Albanesi) quando passò il giovane (18 anni) Giovanni Megna e gridò a mia madre: ‘Signora Margherita sbrighiamoci altrimenti non riusciremo a vedere come si incontrano le bandiere di Piana con quelle di San Giuseppe Jato’, e si mise a correre con i suoi amici.
Mia madre arrivati a metà strada si voleva fermare per non far stancare mia sorella, ma lei volle continuare senza nessuna pausa.
Arrivati a Portella c’era una marea di gente, chi arrostiva carne, chi arrostiva pesce, c’era di tutto. Mia madre ci disse: ‘prima ascoltiamo il comizio e poi mangiamo’ così ci siamo sistemati dalla parte che dà verso San Giuseppe Jato. Mio padre prese in braccio mio fratello più piccolo, nove anni, io, mia madre e le mie sorelle stavamo ascoltando il discorso del primo oratore di cui non ricordo il nome. Improvvisamente si misero a sparare dal monte ‘Pizzuta’, i primi colpi andarono a vuoto, quelli successivi furono sparati sulla folla, se tutti quei colpi fossero stati sparati sulla folla, Portella sarebbe diventata un cimitero. Uno dei colpi sparati colpì mia madre e quasi contemporaneamente anche mia sorella Eleonora fu colpita. Mia madre fu colpita in un fianco e mia sorella in una spalla. Mia madre non ebbe neanche il tempo di pronunciare mezza parola, mi girai e la vidi in una pozza di sangue, ebbe solo la forza di mettersi la mano sulla bocca sanguinante e farmi cenno con gli occhi mentre le cadeva una lacrima, mia sorella invece fu solo ferita. L’abbiamo tenuta tra le braccia fino a quando abbiamo potuto poi l’abbiamo messa distesa per terra.
Accanto a noi c’era anche un uomo ferito, un certo Pietro Schirò, e intorno solo gente che urlava di dolore. Appena alzata da terra vidi da lontano il giovane Megna che gridava: ‘mi hanno sparato’ nel frattempo gli arrivò un altro colpo e cadde a terra morto.
Quando smisero di sparare mio padre ci indicò la strada per il paese e mentre scendevamo veniva verso di noi mio fratello maggiore gridando che ci avevano ucciso il cavallo e noi tutti gli gridammo, piangendo che avevano ucciso nostra madre, restò muto, si mise le mani tra i capelli e non gli scese neanche una lacrima. Dopo un po’, incontrammo tutti gli zii, fratelli di mia madre, che avevano saputo dell’accaduto e accorsero sul luogo, contemporaneamente stava salendo anche un camion dove far salire tutti i cadaveri e portarli in paese ma mio padre non volle far salire il corpo di mamma sul camion. Tempo prima sul monte ‘Pizzuta’ era caduto un aereo e lì vicino si trovava l’ala di questo aereo, i miei zii andarono a prendere quest’ala ci distesero sopra il corpo di mia madre e la scesero in paese sulle spalle.
Quando noi figli arrivammo in paese insieme a mia sorella ferita chiedemmo aiuto al farmacista di Piana [Nicolò Loncao, proprietario del feudo Frisella richiesto dai contadini di Piana, n.d.a.] che si trovava sul balcone di casa sua con la moglie e non me lo dimenticherò mai, ci rispose che era colpa di mia sorella, che sarebbe dovuta, come tutti noi, rimanere a casa senza partecipare alla festa.
Per le strade si vedevano solo scene strazianti di persone che avevano perso qualche caro. Mia sorella fu portata subito in ospedale a Palermo e non vide mai più mia madre. Mentre si svolgevano i funerali nella Cattedrale di San Demetrio ci vennero a dire che mia sorella aveva dato alla luce una bambina e poco dopo fosse morta ma, per fortuna non era vero, infatti mia sorella partorì un mese dopo.
Abbiamo vissuto una grande tragedia, siamo rimasti sei bambini orfani, mio fratello di nove anni e mia sorella di sei ci furono tolti e dati in adozione a una famiglia del nord.
Sono sicura che c’era chi quel giorno sapeva quello che sarebbe accaduto infatti mentre salivamo in festa un signore ci disse: ‘state salendo cantando e scenderete piangendo’.

 

 

 

 

 

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