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7 Dicembre 1984 Palermo. Muore Leonardo Vitale, "il primo vero pentito di mafia per motivi di coscienza", che non fu creduto dalla magistratura, a seguito dell'attentato avvenuto sette giorni prima ( 2 Dicembre). PDF Stampa

Foto da leonardovitale.it

Articolo da  archivio.blogsicilia.it

Venticinque anni dall’attentato di Leonardo Vitale

di Salvatore Agueci

28 novembre 2009 - La chiesa è la stessa da cui era uscito venticinque anni fa Leonardo Vitale; poco prima si era confessato e aveva partecipato alla celebrazione Eucaristica. L’attentato avvenne davanti casa sua il 2 dicembre 1984 ma la sua morte effettiva, all’età di 43 anni, risale al giorno 7 dello stesso mese.

L’attentato di Vitale – aveva spiegato ai magistrati un ex boss, poi collaboratore di giustizia – era una lezione. “Come dire, anche fra 10, 20 anni, noi ti cercheremo sempre”.

La memoria che in quest’occasione viene fatta di Leonardo non è quella dell’uomo mafioso, né tantomeno del pentito e collaboratore di giustizia, ma della conversione e del sacrificio consapevole della sua vita. Il suo pentimento fu il frutto di un percorso interiore che, da quando rimase orfano all’età di dodici anni e fu adottato dallo zio Giovanbattista Vitale, uomo d’onore della famiglia di Altarello di Baida, lo travagliò fino al punto che il 29 marzo 1973 si recò spontaneamente in Questura per autoaccusarsi (commissario era Bruno Contrada) di gravi delitti, tra cui alcuni omicidi e quelli compiuti da Cosa Nostra.

Fu il primo che, per motivi di coscienza, rivelò l’organizzazione mafiosa in Sicilia e i legami tra mafia e politica. Vitale pagò queste rivelazioni con il carcere e con dieci lunghi anni di manicomio giudiziario, ove fu sottoposto a numerosi elettroshock perché la mafia voleva dimostrare la sua follia e invalidare così le sue dichiarazioni.

Io sono stato preso in giro – dichiarava durante un interrogatorio – dalla vita, dal male che mi è piovuto addosso sin da bambino. Poi è venuta la mafia, con le sue false leggi, con i suoi falsi ideali: combattere i ladri, aiutare i deboli e, però, uccidere; pazzi!”.

E alla mamma e alla sorella Maria (oggi monaca di clausura) scriveva: “Sono più sereno e questa serenità la devo al nostro Gesù e alla Santissima Vergine Maria che prego sempre più fervorosamente di darmi il cuore simile al loro, buono e caritatevole, affinché possa un giorno risorgere con loro per servirli eternamente in paradiso. (…) Io posso dire di essere rinato, il mio inferno, non m’interessa più. Riverserò tutto il mio amore a Dio: mi basta stare in pace con lui, per essere in pace con me stesso. Sì ora sono veramente me stesso, e per trovarmi dovevo venire in un carcere che però non mi dà nessun peso anzi, sento ogni giorno di più di andare acquistando la mia libertà, quella libertà interiore che non ho mai conosciuta, per essere sempre stato schiavo degli altri prima, e schiavo di me stesso e dei miei sensi”.

Non pochi sono i tentativi fatti sia da parte del cugino Francesco Paolo Vitale e  dall’associazione “Leonardo Vitale” che lui stesso presiede, di arrivare al riconoscimento della eroicità della sua vita, spesa, dopo la conversione, tutta per Dio, fino all’estremo sacrificio.

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Alcuni articoli dell'epoca:

Da L’Unità del 7 Aprile 1973

Suicida cugino dell'uomo che si accusa di delitti mafiosi

Di Vincenzo Vasile

Leonardo Vitale aveva detto: « Il mio parente sa tutto » - La scoperta del cadavere

Palermo, 6, Mentre Leonardo Vitale, lo sconcertante « coltivatore diretto » implicato nel sequestro Cassina — cinque ricoveri al manicomio e tre incarcerazioni sulle spalle — resta ll'Ucciardone e continua a < cantare» autoaccusandosi dell' uccisione del boss Giuseppe Bologna e tirando in ballo una caterva di nomi di « presunti » responsabili dei delitti di mafia e degli atti di criminalità che hanno sconvolto Palermo negli ultimi quattro anni, suo cugino Salvatore, un fioraio del popolare quartiere della Zisa che era a conoscenza dell'intricato groviglio di interessi e di episodi criminali rivelato da Leonardo, si è tolto la vita tappandosi definitivamente la bocca.

Il suo corpo, adagiato sul lettino di una capanna del suo giardino alla periferia di Palermo è stato trovato stanotte esanime con la testa sfregiata da alcuni colpi di coltello. L’ipotesi che si fa, abbiamo detto, è suicidio: Salvatore Vitale si sarebbe tolto la vita con un potente anticrittogamico e poi, per affrettare la morte, avrebbe tentato di sfondarsi la testa a colpi di coltello. In tutti i casi è una morte misteriosa.

L’autopsia, conclusa in serata dal medico legale prof. Marco Stassi. All’Istituto di Medicina Legal dell'Università, alla presenza del sostituto procuratore dottor Virga. Un accurato esame del cadavere avrebbe accertato che le ferite alla testa sono state causate da un coltello maneggiato dallo stesso Vitale per accelerare la morte. Il coltello è stato trovato a terra, vicino al letto sul quale il fioraio è stato scoperto morto.

Le circostanze che hanno portato al suicidio «presunto» di Salvatore Vitale, comunque, ormai hanno convinto anche i più scettici a valutare in tutta la loro gravità le rivelazioni fatte nel corso della sua confessione-fiume da Leonardo Vitale:  intanto.perché non solo Salvatore Vitale sarebbe l'uomo cui era stato affidato il fucile col quale il cugino aveva freddato il 12 marzo del '69 il boss Giuseppe Bologna, ma anche e soprattutto perché secondo le dichiarazioni di Leonardo Vitale («Totò ne sa più di me, anzi sa tutto lui »). Salvatore sarebbe stato, fino alla morte, il detentore della soluzione di uno dei più grossi gialli della cronaca nera palermitana degli ultimi anni: e cioè quello del nome dei mandanti del sequestro del giovane industriale Luciano Cassina riscattato solo due mési fa con mezzo miliardo.

La pista Cassina, col suicidio, o ancor meglio con l'eliminazione di Totò Vitale da parte di mandanti o complici, impauriti dalle rivelazioni del cugino — che è la seconda ipotesi che si fa stasera — non svanisce dietro al polverone delle rivelazioni «retrospettive» di Leonardo, ma anzi si può con tutto agio accoppiare a quella che attribuisce alla famiglia Vitale un ruolo di rilievo negli atti di violenza mafiosa del 1969.

Sembra insomma che, con questa sequenza allucinante di notizie-bomba, smentite e controsmentite — sino al pomeriggio inoltrato il Vitale era stato dato per ucciso a randellate in testa — si stia per giungere sulla soglia della soluzione di alcuni dei più grossi episodi di mafia e di violenza criminale degli ultimi anni a Palermo.

 

 

Da L’Unità del 10 Aprile 1973

Retata di mafiosi: presi in trentacinque

Leonardo Vitale « il pazzo » aveva promesso di parlare e lo ha fatto

Polizia e CC dicono che gli arresti sono la conclusione di lunghe indagini - Il cugino morto misteriosamente forse sapeva cose importanti - Mobilitazione in mezza Italia - Una serie di vecchie vicende rispolverate per l'occasione - Ancora punti oscuri

Palermo, 9. Che cosa ha rivelato al giudice Leonardo Vitale, che ormai da una settimana «canta» all’Ucciardone. Innestando il meccanismo dal quale è scaturita prima la misteriosa morte del cugino Salvatore, poi l’ordine di cattura e l’arresto per il vecchio zio Giovanbattista, confinato a Linosa e, tra stanotte e le prime ore di stamane, una retata spettacolare di polizia e carabinieri ancora in corso che ha condotto sinora all’arresto di 35 mafiosi?

E’ infatti la confessione fiume di questo ambiguo «coltivatore diretto» (detto anche il Valachi italiano) – che i suoi avvocati considerano «pazzo» e gli inquirenti solo «depresso» - la molla che ha fatto scattare la ricerca in mezza Italia di 48 piccoli e medi quadri di una associazione a delinquere che sarebbe in attività fin dal lontano 1956.

Il rapportone – qualcosa simile a quello stilato nel 1972 da polizia e carabinieri contro i 113 della cosiddetta «nuova mafia» - non è stato ancora ratificato dalla Magistratura riguarda 27 personaggi pescati a Palermo stanotte e nelle prime ore del mattino e già rinchiusi all’Ucciardone, altri 8 il cui arresto è avvenuto in varie località d’Italia, i due Vitale (lo zio-padrino ed il giovane che «canta») ed infine altri 13 ancora irreperibili.

Sono accusati di qualcosa come quattro omicidi, tre tentati assassini, cinque estorsioni, nove tentativi di estorsione, sette danneggiamenti, furti, violenze private e, ovviamente, detenzione di armi da fuoco.

Il delatore-bomba ha iniziato con l’autoaccusa: don Giuseppe Bologna, il boss freddato a lupara sotto casa sua il 12 marzo del 1968 l’ho ucciso io – ha detto – per conto di mio zio e il fucile ancora fumante l’ha «conservato» mio cugino Salvatore. E Totò Vitale, un fioraio taciturno che sapeva troppo, l’hanno trovato morto – suicidio o omicidio? – or sono solo quattro giorni, imbottito di estere fosforico in una capanna del suo giardino. Lo zio Giovambattista, stamane, ha varcato i cancelli dell’Ucciardone.

Po altri nomi – un po’ la storia degli omicidi di mafia a Palermo nell’ultimo ventennio – e sono quelli di Vincenzo Mannino un mafioso di Borgetto, un centro agricolo presso Palermo, ucciso alla periferia del capoluogo il 14 ottobre del 1960; e di Pietro Di Marco, un vaccaro freddato a colpi di lupara solo un anno fa, il 26 Gennaio 1972. Insomma, dalle lotte tra le cosche della mafia delle campagne, per questioni di pascoli e di guardianie  il rapporto passa a trattare della mafia delle aree edificabili della prima fase degli scontri a Palermo, fino alla mafia «nuova, quella che ha sviluppato una rete di «rapporti» con i pubblici poteri, di connivenze e di interessi che ne hanno mutato le fisionomie originali. La mafia, insomma, che traffica in tabacchi e droga e che organizza sequestri.

Tant’è che si arriva fino ai giorni nostri, confermando la presenza della mano della mafia in uno dei più grossi sequestri che sono stati consumati nel capoluogo siciliano.

Tra i 48 del nuovo rapporto che Vitale ha aiutato a stilare, ci sono infatti i nomi degli assassini di Vincenzo Traina, il figlio di un costruttore edile ucciso il 17 ottobre del 1971, nel corso di un tentato sequestro.

V.VA.


Da L’Unità del 11 aprile 1973

Facoltosi e «insospettabili» nella nuova lista dei mafiosi

Chi sono i 48 arrestati e ricercati

Palermo, 10. 48 mafiosi o mezze calzette? A capo di una rete organizzativa criminale che dal 1960 ai giorni nostri si è insediata sui pascoli delle campagne vicino Palermo, ha dato l'assalto alla città, speculato sulle aree, raggranellato potere , imbastito traffici di sigarette e di droga, organizzato sequestri, questi 48 del rapporto stilato da polizia sulla base delle rivelazioni di Leonardo Vitale, pochi li immaginano. E in tutti i casi rimangono molti punti oscuri.

In primo luogo perché «nomi grossi » nell'elenco dei 35 attestati e in quello dei 13 ricercati non ce ne sono fatta salva qualche sporadica eccezione.

E poi perché questo ambiguo coltivatore diretto — che chiamano il Valachi italiano — questo Leonardo Vitale, a quanto sembra, di nomi ne aveva fatti a centinaia in uno sfogo durato quattro giorni; e per questi 48 spigolati dalla polizia dovrà ancora decidere il magistrato, entro due giorni se convalidare i fermi, entro sei giorni a partire da oggi (cioè da quando il rapporto è stato inoltrato alla procura), se emettere gli ordini di cattura.

Chi sono i «48»? innanzitutto dieci « incensurati »; e questo potrebbe essere un elemento di interesse, specie se si pensa alla presenza nella lista di un professionista omonimo del delatore, il dottor Filippo Vitale, abitazione di lusso, moglie elegante e due figli che vanno a scuola nel miglior liceo « privato » della Palermo bene. Egli da ieri è all’Ucciardone. Poi l’elenco continua con capo mafia della zona dove ha spanodreggiato anche o Alberti

(« 'u paccarè »). Giuseppe Calò. 42 anni, implicato nel sequestro Cassina come lo stesso Vitale; con un ex giocatore della squadra di calcio locale, Francesco Paolo Calò di 50 anni; con un contrabbandiere invischiato nel processo ai finanzieri ed ai me: anti di sigarette che organizzavano un traffico — anche d’armi — nello specchio di acqua dei Corsari, presso Palermo, , Nunzio La Mattina; e con Giuseppe Guddo, un boss che è da sempre ritenuto implicato in una catena di delitti mafiosi consumati dal '56 al '66, ma sul quale mai polizia e magistrati erano riusciti a produrre prove concrete. Poi tutti gli altri, per lo più ancora poco noti alle cronache mafiose.

v. va.

 

Articolo da L’Unità del 12 aprile 1973

Prosindaco DC nella lista dei 48 mafiosi

PALERMO, 11. Da questo pomeriggio, il rapporto-fiume sui quarantotto mafiosi accusati da Leonardo Vitale, il «coltivatore direttto» diventato una sorta di Valachi in questo momento, è nelle mani del magistrato Vincenzo Terranova incaricato appunto di vagliare il contenuto.

Vent'anni di attività mafiosa: quattro omicidi, tre tentati omicidi, cinque estorsioni, nove tentate estorsioni, sette danneggiamenti, furti e altro sono in sintesi il contenuto del rapporto. Ne scaturisce una sorta di mappa delle cosche mafiose della città, piena di chiaroscuri: le ombre si addensano soprattutto ai vertici dell’organizzazione.

In una borgata, Altarello di Badia, i poliziotti hanno pescato un personaggio « al di sopra di ogni sospetto », il dottor Domenico Calafiura , 51 anni, democristiano. Da 15 anni Calafiura rappresenta nella borgata il sindaco e le giunte capeggiate dalla DC che si sono fin qui Succedute. il pro-sìndaco è un funzionario di banca in pensione, proprietario di giardini, parente lontano di Vitale; cosi come parente del delatore e altrettanto «incensurato» è il pediatra dr. Filippo Vitale,sindacalista «autonomo» dei medici della mutua, professionista arrivato.

v. va.

 

Articolo da L’Unità del 22 Aprile 1973

Incriminati 30 accusati dal «Valachi»

Gli atti sono sfati rimessi nelle mani del consigliere istruttore – Leonardo Vitale (secondo alcuni) sarebbe pazzo

PALERMO, 21. Trenta delle quarantotto persone accusate da Leonardo Vitale, lo sconcertante «Valachi » palermitano, di aver commesso una serie impressionante di delitti di mafia da vent'anni a questa parte, sono state incriminate dal Sostituto Procuratore Vincenzo Terranova che ha rimesso gli atti dell'inchiesta nelle mani del consigliere istruttore, per la formalizzazione.

Intanto, nel volgere di pochi giorni, si è assottigliata sotto i colpi di confronti «all’americana» tra indiziati e «parti lese», la schiera degli incarcerati: all'Ucciardone sono rimasti infatti solo 15 dei 30 che erano incappati nella retata della scorsa settimana.

Gli altri sono stati scarcerati per mancanza di indizi. Il rinvio a giudizio riguarda oltre che costoro ed i tre che erano precedentemente in stato di detenzione, altri 12 ancora latitanti; tra questi ultimi i nomi più di spicco compresi nel rapporto fiume: Giuseppe Calò, indicato come proprio complice dallo stesso Vitale per il delitto Bologna, di cui il «Valachi » si è autoaccusato trascinandosi dietro in carcere anche il vecchio zio Giovan Battista;Salvatore Spadaro, già compreso nel rapporto sulla cosiddetta «nuova mafia » e prosciolto in istruttoria: Salvatore Riina, noto come uno dei luogotenenti di Luciano Liggio. Poi solo figure minori.

La rete degli inquirenti, insomma, è pressoché vuota, malgrado il grande battage: protagonisti della nuova fase della vicenda sono ormai gli avvocati di Leonardo Vitale, che insistono nella loro tesi

che vuole il loro assistito «pazzo da legare»: tesi che — se fosse confermata tra 40 giorni dai risultati della perizia psichiatrica ordinata dal magistrato che si occupa delle indagini sul sequestro Cassina, in cui è implicato il «Valachi » — farebbe crollare in un sol colpo la credibilità del rapporto di polizia stilato sulla falsariga delle rivelazioni di Vitale e quella di sue responsabilità dirette nel rapimento dell’industriale.

 

 

 

Articolo da L'Unità del 6 Ottobre 1973

 

 

 

Articolo da L’unità del 9 Dicembre 1984

«Pentiti, gravissime omissioni»

Di Vincenzo Vasile

«E’ una vera strategia di terrore mafioso»

Dopo l’omicidio Busetta, polemiche sul mancato sostegno alle inchieste

Una lettere a Scalfaro

Aldo Rizzo: «Che fanno i servizi?»

 

ROMA – La lettera porta la data del dodici novembre. E reca la firma dei giudici dell'ufficio istruzione di Palermo. La indirizzarono al ministro degli interni, Scalfaro, per segnalare drammaticamente la necessità di proteggere gli imputati, nelle inchieste di mafia, che hanno collaborato, ed i loro familiari, potenziali bersagli della strategia di terrore imboccata dalle cosche dopo i grandi blitz.

Il documento venne scritto di getto quel giorno. A Palermo, nel «salotto buono» dell’appartamento nel quale Salvatore Anselmo, uno di quelli che avevano , ”parlato”, era agli arresti domiciliari, i sicari mafiosi avevano iniziato a colpi di P 38 quella catena di sangue che è sfociata l’altra sera nell'assassinio del cognato di Buscetta. Anselmo non è stato colpito solo per «vendetta», scrivevano i giudici. Ma perché altri capissero e si regolassero di conseguenza. Un sanguinoso avvertimento. E proprio in un momento in cui clamorose rivelazioni di imputati (una ventina, oltre al Buscetta, al Contorno, al Koh Bah Kin), testimonianze finora inusuali (come quelle dei familiari della strage del cortile Macello) non soltanto incrinavano il muro dell’omertà, ma consentivano – come nei casi degli esattori Salvo e di Ciancimino – di alzare il tiro verso il  «terzo livello».

Proprio in questa fase, invece, c'è stato chi dal centro degli apparati dello Stato ha tirato i remi in barca. Era proprio Buscetta l’importante  «detenuto in pericolo»  di cui Alinovi ha parlato l’altro giorno all’antimafia? Da Palermo una conferma. Ed una inquietante messe di particolari: al giudice Giovanni Falcone sarebbe stato recentemente comunicato che incredibilmente le autorità ministeriali (Giustizia) avrebbero disposto, una volta cessati gli interrogatori, il trasferimento del «Grande Accusatore» dal luogo di detenzione segreto e superprotetto attuale ad una «carcere ordinario».

«Una sorta di condanna a morte», commenta, amareggiato, uno dei giudici.

Di più: la struttura investigativa, che faceva capo al dirigente della Criminalpol del Lazio Di Gennaro, sulla quale s'è retta gran parte dell’impalcatura dell'inchiesta di Falcone, sarebbe stata proprio adesso smembrata: Di Gennaro destinato ad altro incarico, un valido collaboratore in meno. Un altro di essi, il maggiore Titobaldo Honorati, valoroso dirigente negli ultimi anni roventi del reparto operativo dei Carabinieri di Palermo, ha avuto recentemente la stessa sorte: è stato trasferito da un giorno all’altro da Palermo a Venezia. Solo coincidenze?

«Sarebbe bastato leggere l’Unità di venerdì mattina che riportava le nostre denunce durante la seduta della Commissione Antimafia, e quell’uomo, il cognato di Buscetta sarebbe ancora vivo. Anzi si sarebbero potuti catturare i killer prima ancora che compissero il delitto», dichiara, inquieto, Aldo Rizzo, magistrato deputato della «Sinistra indipendente»  e vicepresidente della Commissione.

Cosa si disse in quella seduta? Alinovi comunicò di aver compiuto un passo presso Scalfaro in merito alla segnalazione dei giudici di Palermo, che riferì sommariamente, per ovvie preoccupazioni di riserbo. Rizzo citò il caso della sorella di Buscemi, Serafina, proprio la moglie dell’ucciso dell’altra sera. «Non ci risulta che sia protetta adeguatamente denunciai. E riferii che mi risultava che per fortuna avesse intenzione di trasferirsi in America». Eppure i segnali drammatici che investigatori e giudici mandavano alle sedi romane erano stati numerosi.

Dopo la lettera di novembre dell’Ufficio Istruzione, rimasta senza esito, i magistrati palermitani sollecitarono un incontro con una delegazione della Commissione Antimafia. Quest’incontro avvenne nelle settimane scorse a Palermo. La situazione s’era ulteriormente aggravata: al fratello di uno dei primi cosiddetti «pentiti», Stefano Calzetta, le cosche avversarie avevano raso al suolo con un attentato dinamitardo un piccolo stabilimento industriale. Il 14 novembre, un cruento avvertimento «trasversale»: viene ucciso Mario Coniglio fratello di Salvatore, altro «collaboratore »  di un’inchiesta che a prima vista sembrava minore e che poi era salita in alto. E Coniglio fa sapere dal carcere: «Ritratto tutto. Anch’io sono un morto vivo» .

2 Dicembre: Leonardo Vitale, il primo «Valachi»   della mafia siciliana, sta tornando a casa con la madre e la sorella da una gita. Ferito a morte Vitale cesserà di vivere ventiquattro ore prima  dell’assassinio del cognato di Buscetta. Durante la sua agonia avviene l’incontro tra giudici e commissari antimafia. «Ci dissero – ricorda Rizzo – cose allarmanti che trasferimmo in una interrogazione che reca la firma mia e dei comunisti Luciano Violante e Nino Mannino, rivolta al ministro degli Interni. Chiedemmo: cosa fate per fronteggiare quella che ormai appare una vera strategia? Prevenzione, vigilanza, indagini, informazioni, controlli; compiti che sarebbero d’istituto dei servizi di sicurezza. Perché anche stavolta non c’è traccia di una loro iniziativa, d’una loro attenzione? Non essendo stato possibile trattare l’interrogazione nel “question time” di mercoledì, informai personalmente il Gabinetto del ministro».

Dagli apparati investigativi palermitani questa sollecitazione era venuta più volte: il comunista Sergio Flamigni ha per esempio rivelato nel corso della seduta dell'Antimafia, che un uomo di punta delle indagini, il capo della sezione investigativa della Squadra Mobile di Palermo, Ninni Cassarà, formulò tempo addietro, in una sede ufficiale, l'ipotesi che Vitale, di ritorno dal soggiorno obbligato, divenisse un bersaglio.

«Vitale me lo ricordo bene. Fui proprio io — dice Rizzo— il giudice che dodici anni fa raccolse le sue deposizioni. Esse coincidono in maniera impressionante con le cose che rivelato Buscetta, circa la mappa, le interconnessioni e l’organizzazione del potere mafioso. Ascoltai 250 testimoni, svolsi perizie e accertamenti anche fuori d’Italia. Una trentina di ordini di cattura, delitti, associazione per delinquere, estorsioni. Poi il processo finì in una serie di assoluzioni e di scarcerazioni per l’effetto combinato delle pene lievi e dei termini della carcerazione preventiva. Ucciderlo è stato insieme una vendetta, un segnale intimidatorio, un delitto preventivo: Vitale aveva detto la verità: E tutta la verità. Buscetta l’ha confermato. Altro che «pazzo», come lo definì una perizia psichiatrica, che gli ha regalato solo qualche anno in più da vivere! Era ed è evidente che occorreva e bisogna sottoporre a vigilanza eccezionale, zone, persone, movimenti. Si poteva intervenire efficacemente. Non lo si è fatto, nonostante che fosse alla luce del sole la terribile strategia che si stava dispiegando. Il pericolo non è che si rimanga fermi. Ma che si torni pericolosamente indietro, dopo i colpi duri che erano stati inferti solo qualche settimana fa al potere mafioso».

L’uccisione di Pietro Busetta è l’ultimo capitolo di questa “strage annunciata”. Ieri la notizia s’è sparsa nel carcere di Paliano (Frosinone) dove undici detenuti per mafia camorra ‘ndrangheta e terrorismo stanno effettuando uno sciopero della fame. Hanno deciso di proseguirlo ad oltranza.

 

 

Il Film

 

Foto e Articolo da rai.it

L'uomo di vetro

La storia tragica del primo pentito di mafia in uno speciale di "Tg3 Primo Piano". Il servizio ricostruisce la vicenda di Leonardo Vitale, primo "picciotto" a collaborare con la giustizia e punito due volte: prima accusato di malattia mentale, sottoposto a elettrochoc e recluso per 11 anni in manicomio criminale; infine ucciso da Cosa Nostra nel tentativo di arginare il fenomeno nascente del "pentitismo".

Lo speciale, curato da Nicola Alosi e Rino Cascio, utilizza brani originali di un'intervista rilasciata dallo stesso Vitale nel 1983, un'intervista che era andata dimenticata ed è stata recuperata negli archivi della Rai.

Tra le testimonianze anche quella di Bruno Contrada, il primo dirigente della polizia a raccogliere le dichiarazioni di Vitale, intervistato poco prima della condanna definitiva che lo ha portato in carcere.

Nel servizio pure alcune sequenze del film "L'uomo di vetro" di Stefano Incerti, dedicato alla vicenda di Vitale, che aprirà il festival del cinema di Taormina.

 

 

 

Fonte: fuoririga.com

Palermo. Condannato in Cassazione il killer del pentito Leonardo Vitale

venerdì 15 febbraio 2008

PALERMO. Aveva parlato delle cosche mafiose in tempi in cui pronunciare la stessa parola mafia era difficile, tanto che Leonardo Vitale venne rinchiuso in manicomio negli anni '70. Ma Cosa Nostra sapeva che aveva detto la verità e non mancò di vendicarsi, molti anni dopo, quando Vitale uscì dall' ospedale psichiatrico, uccidendo nel 1984 davanti casa. La Cassazione (sentenza n.7330) chiude oggi il capitolo dell' omicidio del primo pentito di mafia, confermando la sentenza di condanna a 30 anni per uno dei killer di Vitale, Domenico Ganci.

La Corte d'appello aveva a sua volta confermato la condanna del tribunale di Palermo per Domenico Ganci, colpevole in concorso con Calogero Ganci (quest'ultimo pentitosi e giudicato separatamente), Raffaele Ganci e Domenico Guglielmini per omicidio premeditato. Era stato lo stesso ex boss della Noce, Calogero Ganci, che molti anni dopo, come collaboratore di giustizia aveva spiegato il perchè di quell' omicidio: «Quella di Vitale era una lezione.

Come dire, anche fra 10, 20 anni, noi ti cercheremo sempre» aveva detto ai magistrati. Un'azione dimostrativa contro tutti i pentiti, come Buscetta e Contorno, che avevano osato sfidare l'omertà di Cosa Nostra. Negli anni successivi altri collaboratori avevano poi confermato esecutori e mandanti dell' omicidio Vitale. Calogero Ganci aveva partecipato, assieme a Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi, all' omicidio di Vitale, mentre Domenico Ganci e Domenico Guglielmini erano stati gli esecutori materiali, attendendolo davanti casa in vespa e uccidendolo a colpi di pistola. Domenico Ganci aveva fatto ricorso in Cassazione contro la condanna adducendo tra i motivi «dichiarazioni contrastanti dei collaboratori di giustizia e dei testimoni oculari». La I sezione penale della Cassazione ha rigettato tutti i motivi di ricorso, confermando la condanna e dando ragione ai giudici di merito che avevano ritenuto «precise e reciprocamente convergenti le dichiarazioni rese dai collaboratori (uno dei quali aveva spontaneamente confessato il gravissimo reato), ponendo in luce i gravi e molteplici riscontri sia oggettivi sia individualizzanti emersi nel corso del giudizio e ritenendo minime e quindi ininfluenti le divergenze emerse).

 

 

 

 

 

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