VittimeMafia.it

Lucca Sicula (AG). Il 17 Dicembre 1992 fu ucciso l'imprenditore Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l'arresto degli assassini del figlio Paolo, ucciso il 21 Aprile 1992. PDF Stampa

Foto dal Blog di Benny Calasanzio nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino

Fonte 19luglio1992.com

Giuseppe Borsellino: orgoglio dell'Italia del riscatto

di Serena Verrecchia

Di famiglia siciliana, nacque a Lucca Sicula il 15 febbraio 1938. Fu costretto dal mondo e dalle situazioni a maturare in fretta e iniziò a lavorare giovanissimo, mettendo su famiglia a soli 18 anni. Aveva tre figli, Antonella, Pasquale e colui che condivise il suo destino, Paolo, insieme al quale gestì, nell'ultima parte della sua vita, una piccola impresa di calcestruzzo. Paolo e Giuseppe erano uomini coraggiosi, uomini d'onore veri, lavoratori che credevano nel significato profondo del sacrificio che si compie ogni mattina quando ci si sveglia presto per andare ad aprire le saracinesche della propria impresa, costruita non con la bacchetta magica, ma col sudore e con lo sforzo. Loro non guadagnavano intimidendo le persone e rifiutandosi di fare qualsiasi sorta di sacrificio. È questa la profonda differenza che intercorre tra uomini e i cosiddetti uomini d'onore: da una parte Paolo e Giuseppe, che ricavavano i propri soldi da un lavoro più che onesto, lavorando ogni giorno, difendendo la propria Libertà e i propri inviolabili e sacro santi diritti; dall'altra parte l'angheria, l'ingiustizia, l'imposizione, la forza bruta della mafia che conquista consensi e soldi con il ricatto, con le minacce, con le richieste di pizzo.

Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Nonostante la nemesi della mafia e la rappresaglia nei confronti di tutti coloro che non piegavano la testa davanti alle angherie della criminalità, Giuseppe non si arrese; al contrario, era più determinato di prima e altresì più convinto che la battaglia che stava portando avanti non solo rappresentasse l'embrione del riscatto della società civile alle richieste di pizzo della mafia, ma poneva le basi nella profonda convinzione che la Giustizia debba trionfare sempre su tutto, affinché “il fresco profumo di libertà” possa inebriare la voglia di legalità di un intero popolo che non riesce a ribellarsi alla soperchieria della criminalità. Giuseppe Borsellino si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio. Per questa impavida spavalderia e per il coraggio con il quale stava portando avanti i suoi ideali, Giuseppe Borsellino fu ucciso, il 17 dicembre del 1992, meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

Quando sentii parlare per la prima volta di quest'uomo, lo collegai immediatamente al giudice Paolo Borsellino, convinta che fosse un suo parente; mi dissero invece che non era accomunato da alcun legame di parentela con il giudice simbolo dell'antimafia. Presi atto della cosa, eppure non riuscivo a distaccare queste due figure: quando sentivo parlare dell'imprenditore di Lucca Sicula pensavo subito a Paolo Borsellino e viceversa. Poi ho capito che Giuseppe e Paolo non sono affatto due persone diverse, ma hanno davvero tanto in comune. Non riuscivo a rompere il legame che c'è tra loro semplicemente per il fatto che il vincolo di cui parliamo andava ben al di là dei vincoli di parentela. Esso accomunava le storie di due grandi eroi del nostro tempo, due storie che ci consentono ancora di poter dire “Io resto perché sono Italiano. Io resto perché Paolo e Giuseppe Borsellino erano Italiani e hanno combattuto e sono morti non per il ricatto, ma per il riscatto di questo Paese”.

 

 

 

Articolo del 1 Dicembre 2006 tratto dal Blog di Benny Calasanzio

[...]

Mio nonno, Giuseppe Borsellino, nasce a Lucca Sicula nel 1936 , in una di quelle famiglie siciliane nelle quali appena nato devi subito fare del tuo per portare il pane a casa perchè la fame è tanta. Si sposa giovanissimo con mia nonna Lilla e comincia una lunga sequela di lavori andati più o meno bene che lo portano condurre camion e a fare il trasportatore. Qui la sua vita si intreccia a doppio filo con quella di suo figlio, mio zio Paolo, nato nel 1961 e orientato da sempre verso quel tipo di lavoro “duro”, tutto polvere, camion e cemento che ora era diventato anche quello di suo padre. I due cominciano a dedicarsi completamente a ciò che riguarda il movimento terra e il trasporto di inerti, e con un budget poco al di sopra dello zero iniziano questa attività di cui avrebbero condiviso l’inizio e purtroppo anche la fine. Comprano un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente rateizzato. Non ci sono soldi neanche per installarlo. I miei parenti non avevano boss che finanziassero per loro, se li avessero avuti probabilmente avrebbero aperto una bella clinica privata a Bagheria, avrebbero amici “importanti” in Regione e soprattutto sarebbero vivi. Ma mio zio e mio nonno erano un altro genere di persone, un altra “razza”. Erano fondamentalmente persone oneste. Umili, in difficoltà finanziarie, a tratti disperate, ma oneste. Siamo alla metà degli anni ottanta, e piano piano l’impresa avvia la sua produzione, fornendo materiali prevalentemente ai privati, visto che, stranamente, a contendersi i lavori pubblici della zona di Lucca sono sempre le stesse tre imprese, due di Agrigento e una di Giuliana, come se esistesse un “patto” tra amministrazione e imprese per la spartizione dei lavori. Ma questo non interessa me e non interessava mio zio e mio nonno che lentamente stavano avviando la loro impresa con grandissimi sacrifici. Ma come le regole implicite della sicilianità più ortodossa insegnano, prima di fare qualcosa sul territorio devi chiedere il permesso, devi essere autorizzato da un ente parastatale a cui ogni tanto devi cedere parte del ricavo se vuoi continuare ad essere “protetto”: il “Ministero dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Non chiedere il permesso ed essere un’alternativa alle imprese “protette” evidentemente non piacque ai vertici e forse fu il primo passo falso. La neonata impresa di calcestruzzi: contava quattro operai, disponeva di un capitale minimo e di certo non ambiva a conquistare nessuna posizione dominante nel panorama imprenditoriale della zona; anzi, furono proprio la situazione economica critica, la scarsità di lavoro filtrata dalle tre imprese preminenti ad essere un segnale per coloro i quali avevano capito da tempo che quella azienda momentaneamente in difficoltà, in quella posizione strategica doveva essere rilevata, e doveva esserlo a qualunque costo. Infatti le offerte non tardarono ad arrivare, e questo, si può dire, fu realmente l’inizio della fine. La prima offerta, 150 milioni, ricevette come risposta da parte di mio zio Paolo una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese, e dopo evidentemente un’attenta valutazione da parte della cosca di Lucca, giunge ai miei parenti una nuova offerta apparentemente più appetibile: 150 milioni di lire per il 50% dell’impresa da parte di Calogero Sala, imprenditore di Burgio. Non si poteva più rifiutare perchè ormai la situazione economica era al collasso, e padre e figlio, di comune accordo decidono di vendere. I nuovi soci dell’impresa si chiamano Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro, Polizzi Paolo. Concretizzato l’acquisto, il gruppo comincia ad investire subito in mezzi e beni per l’impresa, in modo tale da aumentare il capitale sociale e costringere i miei parenti a cedere ulteriori quote, fino a metterli fuori gioco: questo sembrava il tentativo fin dall’inizio, quello di liberarsi dei Borsellino il prima possibile e in qualunque modo. I rapporti, come prevedibile, si deteriorano da subito. Gli alberi dei nostri terreni cominciarono ad essere tagliati, i camion ad essere incendiati, e le minacce si moltiplicavano ogni giorno. Le pressioni per abbandonare l’impresa non erano più tanto implicite, e più volte, anche davanti ad altre persone, mio zio e mio nonno furono minacciati dagli altri soci. Ma la morte è lontana dai pensieri della nostra famiglia. Non potevano arrivare ad uccidere un uomo per un’impresa, al massimo avrebbero provato a spaventarlo. E’ stata questa forse la nostra più grande ingenuità, pensare che se eri onesto non dovevi temere, anche perchè avevi la giustizia accanto. E fu questo punto che ebbe inizio un breve piano inclinato, sul quale il primo a rotolare fu mio zio Paolo, che trovò la morte ad aspettarlo alla fine della sua discesa il 21 Aprile del 1992. Viene ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua Panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì. E’ un bluff. Nonostante il pressapochismo delle indagini si può intuire che mio zio sia stato ucciso in un altro luogo, poi portato in quel posto e nuovamente colpito per completare la messa in scena. Mio zio è morto molto lontano da lì, ma questo evidentemente non era importante per il proseguo delle indagini. Quel giorno tornava da Alcamo, con un suo amico e compagno di lavoro da sempre: Giuseppe Maurello. Erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per il camion, ma la strada del ritorno si è interrotta prima di arrivare a Lucca. Forse quell’amico che era con lui sapeva fin dall’inizio che mio zio non sarebbe più tornato, forse lungo il tragitto era prevista una tappa che mio zio non conosceva, e che forse conosceva Maurello. Ciò che è certo è che quella fu la sua ultima tappa. Dopo pochi giorni riconsegnarono alla mia famiglia l’auto nella quale fu ritrovato mio zio: c’erano ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, sembrava quasi che non fosse stata neanche esaminata, era come se i rilievi sul posto del ritrovamento e sull’auto fossero stati volutamente fatti superficialmente. Ciò mi porta alla mente le indagini preliminari svolte dopo l’omicidio di Peppino Impastato, ma questa è un’atra storia. Sembra, a nostro parere, che non ci sia mai stata la voglia e la forza di trovare i colpevoli, che non ci siano state indagini svolte seriamente e in maniera ponderata fin dall’inizio, e che non ci sia stata infine una minima apparenza di interesse da parte degli inquirenti ad andare avanti. Mio zio Paolo fu ucciso perchè rappresentava l’ultimo baluardo alla conquista dell’impresa e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito: nella zona dovevano realizzarsi le canalizzazioni di tre fiumi. Era la prima vera occasione per i neo-soci di entrare nei giri importanti dei lavori pubblici che contavano. E mio zio era l’ultimo problema. Tolto di mezzo Paolo, mio nonno si sarebbe zittito e avrebbe ceduto la propria quota e allora gli affari sarebbero potuti decollare. Mio nonno Giuseppe non era un eroe, e non sarebbe mai voluto diventarlo, proprio come tutti i veri eroi. La sera stessa dell’omicidio, quando i miei genitori ancora dovevano raggiungere Lucca, lui era già in caserma per iniziare a collaborare con la giustizia, con la dott.sa Plazzi, perchè sapeva tante cose che se fossero davvero state ascoltate e prese in considerazione, almeno mio nonno sarebbe stato salvato, e qualcun altro sarebbe in galera. Ma, come scrive mio zio Pasquale, “quando in Sicilia uccidono qualcuno si pensa che abbia fatto comunque qualcosa di cattivo, che se la sia cercata la morte”, e questo pensiero sembra aver dato una direzione quantomeno superficiale per non dire criminale alle indagini. Mio nonno si reca in caserma e parla, parla e parla fin quando non ha più nulla da dire, descrive minuziosamente tutte le circostanze, dalle offerte per la cessione dell’impresa, fino alle minacce e ai pedinamenti. Ma mentre lui parla forse non tutto viene ascoltato e scritto. Parla di cosche, delle implicazioni politiche nei malaffari, delle infiltrazioni mafiose della zona nelle istituzioni, e quello che girava intorno agli appalti e soprattutto quello che riguardava il settore del calcestruzzo.. Dice, forse, troppe cose anche per un giudice. Certe cose, si sa, è meglio lasciarle sotto il tappeto, pulire si, ma solo fino ad un certo punto. Lasciamo nell’ombra ciò che nell’ombra deve restare. Chiaramente dopo poco tempo, per un’accidentale fuga di notizie la sua collaborazione è già di dominio pubblico. Anche per lui il piano comincia ad inclinarsi, ma nessuno ci crede, non possono uccidere anche lui. Negli otto mesi trascorsi fino al giorno del suo omicidio mio nonno quasi quotidianamente si trova a parlare con gli inquirenti, non lascia nulla di intentato, chiama la commissione antimafia, si mette in contatto con il Centro Studi Impastato, cerca magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si ferma un solo minuto fino a quando il pomeriggio del 17 dicembre del 92 lo fermano altri. Parla anche con Umberto Santino. Egli mi racconta in questi giorni di quella chiamata, mi dice che la ricorda con emozione, e che avevano fissato un appuntamento a Lucca: “purtroppo gli assassini arrivarono prima”. Giorno dopo giorno sente sempre di più la solitudine, non solo da parte di un paese che lo ha completamente lasciato da solo, per paura o per vigliaccheria, ma anche da parte di una magistratura che non lo protegge, che lo lascia circondare dagli sciacalli che di li a poco lo raggiungeranno. “Prendeteli o quelli mi ammazzano” implora gli inquirenti. Fa nomi e cognomi, ricostruisce circostanze, ma nessuno viene arrestato. “Sono un morto che cammina” ebbe modo di sentire mia madre dalla sua bocca. Ormai si era rassegnato: barba lunga, vestiti neri, sprofondato in una vecchia poltrona aspettava quella fine che forse solo lui aveva intuito e alla quale forse andava incontro per porre fine ad un dolore che dall’interno, forse lo avrebbe portato via comunque. La morte di mio nonno fu come nel romanzo di Gabriel Garcia Màrquez la “Storia di una morte annunciata”: le istituzioni quando non sono nutrite dalla vigoria, dalla forza e dai valori di certi uomini diventano scatole vuote non in grado di aiutare più nessuno. La Prefettura rilasciò a mio nonno l’autorizzazione al porto d’armi per una pistola per difesa personale. Uno stato che concede come unico aiuto l’autorizzazione a difendersi con le armi. [continua...]

 

 

Articolo del 2 Dicembre 2006 tratto dal Blog di Benny Calasanzio

Ultima parte della storia

[...]Tutte le sue dichiarazioni rese alla giustizia, dopo pochi giorni arrivavano alle orecchie di coloro i quali lo avrebbero ucciso; infatti nel 93 nel corso dell’ operazione antimafia “Avana 2” vengono arrestati un impiegato della Cancelleria di Sciacca e gli agenti di scorta del magistrato cui mio nonno si rivolgeva. Purtroppo mio nonno era già stato ucciso. Il 17 dicembre 92 esce di casa per comprare le sigarette, chiede a mio cugino, piccolo figlio di Paolo, di accompagnarlo, ma quel giorno per pura fortuna mio cugino non ha voglia di uscire. Parcheggia la sua macchina di fronte al tabacchino, compra le sigarette e risale in auto. Mentre sta per fare retromarcia vede dallo specchietto una moto di grossa cilindrata, una enduro, allora si ferma e la lascia passare. La piazza è piena di gente. Gente al bar, gente che passeggia, gente che guarda, gente che ride. I due in moto lo affiancano e scaricano su di lui un caricatore di mitraglietta. La pallina aveva terminato la sua corsa su di un piano che ormai era diventato verticale. Mio nonno sapeva tutto, sapeva chi aveva ucciso mio zio, conosceva mandanti ed esecutori. Poteva prendere una pistola e farsi giustizia da solo. Poteva fregarsene di quella giustizia che lo aveva abbandonato e fare una pazzia. Non lo fece, e la fine è nota a tutti. Mia madre ebbe a dire: “ si potevano toccare i proiettili sotto la pelle, sulla spalla” e lì forse mi feci un’idea reale, materiale di ciò che era successo. Faccio mie a questo punto le tre domande che mio zio affidò ad un foglio che non aveva un destinatario preciso e che spero lo trovi adesso:

 

1) Mio zio Paolo è stato ucciso. Mio nonno ha fatto nomi e cognomi, ha descritto fedelmente fatti e circostanze fornendo indizi ben precisi; perchè non è successo niente? Perchè la magistratura non è intervenuta tempestivamente?

2) Se quello che ha detto era tutto falso, perchè allora lo hanno ucciso? Alla luce della morte di mio nonno, le sue dichiarazioni non sono mandati di cattura?

3) Di chi è la responsabilità della sua morte?

Queste sono domande alle quali si deve dare una risposta, perchè non si può accettare che un uomo si fidi della giustizia, e che quest’ultima, di fatto, lo consegni, pur senza intenzionalità, nelle mani dei suoi killer. La mia famiglia a quell’epoca chiese giustizia, “giustizia subito, non quando questa sembrerà vuota e inutile”. Da quei mesi terribili sono passati quattordici anni, che a me sembrano tantissimi. Poi guardo mia madre, mia nonna e mio zio e capisco che per loro è passato poco più di un attimo. Mentre li guardo penso a quanto poco si sia fatto per evitare che la vita di un’intera famiglia venisse resa un inferno, quasi un’attesa faticosa e quotidiana della pace eterna. E guardo a quel paese, Lucca, che dalle finestre delle case vide prima mio zio già morto depositato su una macchina e teatralmente colpito, e poi mio nonno giustiziato in perfetto stile mafioso in piazza, in pieno giorno. Guardo a quelle persone che con il loro silenzio hanno forse salvato la loro vita, ma che hanno condannato noi ad odiare quel paese, ad odiare quella gente e quell’omertà che uccide più dei pallettoni che noi, e non gli inquirenti, trovammo nell’auto. Se vieni ucciso per mafia in Sicilia rischi di essere ucciso due volte: la prima dai proiettili, la seconda dall’indifferenza.

Poi guardo a quella giustizia così appannata, così provinciale, così pressapochista a cui mio nonno si affidò in quell’epoca per dare un senso a quella vita che gli rimaneva, per potere continuare a vivere sapendo di aver fatto di tutto perchè coloro che gli avevano ucciso suo figlio pagassero. Forse fu un terribile sbaglio affidarsi ad un sistema giudiziario frammentario, che di li a poco, nelle tristi occasioni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio mostrò tutte le spaccature e le contraddizioni che vi erano al suo interno. O forse era la cosa giusta da fare, dare tutto e subito prima che i killer tornassero a finire il lavoro, e lasciare nelle mani dei giudici quanto più materiale possibile per fare giustizia e per dare una svolta a quella Sicilia sonnecchiante sotto quel sole che ti spinge a socchiudere gli occhi quando è “giusto” che tu non veda. Quattordici anni sono passati, e la mia famiglia ancora aspetta. Per Paolo ancora non ci sono colpevoli, non ci sono processi e non ci sono imputati. Per mio nonno un killer è in carcere. Può questo bastare a placare il dolore e la rabbia per tutto quello che è successo? Ci si aspetterebbe da noi forse una condanna della giustizia e dei suoi uomini, senza distinzioni, forse sarebbe comprensibile, forse legittima. Ma nonostante tutto, noi come famiglia, da “buoni stupidi idealisti”, non riusciamo ancora a rinnegare quella giustizia che ci ha abbandonati. Non riusciamo a dire che la giustizia non esiste, non siamo mai riusciti anche solamente a pensare di affidarci ad un altro tipo di giustizia. Anzi, paradossalmente questa storia è un appello, un urlo a fare della giustizia e della legalità i pilastri portanti da cui ricostruire una Sicilia in ginocchio. Voglio dire e sottolineare, e a questo tengo più di tutto, che non ci sentiamo affatto sconfitti dalla mafia, che ci sentiamo orgogliosi di aver avuto dei parenti che hanno avuto il coraggio di dire no ad un sistema condiviso e quotidiano che schiaccia i siciliani e li fa sentire paradossalmente protetti, senza spazio e senza aria, ma protetti. Mio zio e mio nonno non sono più accanto a noi, è vero, ma quello che hanno fatto è per noi un percorso di fiume ben segnato, dal quale non si può straripare, dal quale non si può anche solo casualmente deviare: è la via della legalità e dell’antimafia, della lotta a quel cancro che sta corrodendo la Sicilia da anni e che non accenna a mollare la presa, è il rifiuto del puzzo del compromesso mafioso, è la voglia di respirare il profumo di quella primavera nuova che verrà. La mafia non è stata sconfitta, come qualcuno allegramente proclamava. E stando alle indagini è presente ai vertici delle istituzioni regionali. E’ questo che fa più male a chi come noi ha vissuto già una volta sulla propria pelle il significato di “mafia”. Ci fa male vedere un presidente della regione indagato per favoreggiamento alla mafia, fa male vedere i suoi assessori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, e fa male quando lo stesso presidente dice che “la mafia fa schifo”. Noi, come familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo che queste cose si lascino dire a chi può permetterselo, a chi ha l’onore e la reputazione per farlo; chi se ne è appropriato, francamente, stando alle indagini, è sempre più inadatto a farsi padre di questi proclami.

La strada è ancora lunga, e forse ci siamo mossi poco dal 92. Ma i nuovi che ci sono e quelli che verranno libereranno la Sicilia nel segno di quegli eroi antimafia che formano il più grande patrimonio che la nostra regione può offrire al mondo. Cominciamo a fare tutti qualcosa.

 

 

 

">Filmato Youtube

I Borsellino a "Il Rosso e il Nero" nel 1993

 

 

">Filmato Youtube

Documentario su due omicidi: Giuseppe e Paolo Borsellino

 

 

Articolo del 17 Maggio 2013 da  libera.it

Verità e giustizia per la famiglia Borsellino

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. Sono gli anni '80, Giuseppe è un uomo di cinquant'anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent'enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013  sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute  vittime innocenti della mafia. Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole  vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera  chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese .E  che non venga mai dimenticato che è l'impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire "no" alla mafie.

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. Sono gli anni '80, Giuseppe è un uomo di cinquant'anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent'enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013  sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute  vittime innocenti della mafia. Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole  vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera  chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese .E  che non venga mai dimenticato che è l'impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire "no" alla mafie.

 

 

 

 

 

 

 

Share/Save/Bookmark
 

Menu

Sei  : Home Vittime Lucca Sicula (AG). Il 17 Dicembre 1992 fu ucciso l'imprenditore Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l'arresto degli assassini del figlio Paolo, ucciso il 21 Aprile 1992.