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7 Dicembre 1984 Bagheria (PA). Assassinato Pietro Busetta, vittima innocente, cognato di Tommaso Buscetta "l' ex boss dei due mondi che con le sue rivelazioni ha messo in ginocchio le cosche della mafia vincente". PDF Stampa

Foto da facebook.com Dedicato Alle Vittime Delle Mafie

Articolo di La Repubblica dell'8 Dicembre 1984

ASSASSINATO IL COGNATO DI BUSCETTA

di Giuseppe Cerasa

PALERMO - La vendetta della mafia torna a colpire Tommaso Buscetta, l' ex-boss dei due mondi che con le sue confessioni ha aperto un varco sugli affari e i misteri delle "famiglie" palermitane. Ieri sera poco prima delle venti un commando ha ucciso a Bagheria, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano, Pietro Busetta, 62 anni, marito di Serafina Buscetta sorella di don Masino. I killer sono entrati in azione in via Roccaforte, accanto allo stadio comunale. Pietro Busetta, incensurato, era appena uscito insieme alla moglie dal grande negozio di articoli da regalo di sua proprietà, quando tre sicari lo hanno circondato. Un' esecuzione spietata e poi la fuga. Sembra che i killer abbiano ucciso con pistole di grosso calibro. PER gli inquirenti, corsi immediatamente sul luogo del delitto, non c'è altra spiegazione: "E' una vendetta trasversale". Colpendo il cognato di Buscetta si è voluto lanciare un messaggio preciso a Don Masino. Come dire: Chiudi la bocca, ritratta tutto, altrimenti completeremo lo sterminio della tua famiglia". L' ex-boss dei due mondi, rinchiuso in un luogo segreto del Lazio, ha già subito un autentico massacro dei suoi congiunti. In piena guerra di mafia (era il settembre 1982) furono inghiottiti dalla lupara bianca i suoi due figli. Nel dicembre successivo un commando di killer fece irruzione nella pizzeria New York Place uccidendo Giuseppe Genova, genero del super boss siculo-brasiliano, e due suoi cugini Onofrio e Antonio D' Amico. Tre giorni dopo l' ultima azione di sangue. I killer della mafia vincente sorpresero il fratello di don Masino, Vincenzo e il nipote Benni all' interno della fabbrica di vetro nella quale lavoravano. Li uccisero senza pietà. Tommaso Buscetta tentò una reazione, ma rilanciò con lucidità la sua sfida all' inizio dell' estate scorsa quando consegnò ai giudici palermitani Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci una lunghissima confessione disegnando la geografia della mafia, definendo il ruolo di boss gregari e uomini d' onore e arrivando al terzo livello (per ultimi sono finiti in carcere i due potentissimi finanzieri Ignazio e Nino Salvo). Il risultato di quella preziosissima collaborazione è stato condensato in 366 mandati di cattura che hanno consentito a inquirenti e magistrati palermitani di far scattare il clamoroso blitz di San Michele del 29 settembre scorso e di chiarire i misteri su quattordici anni di delitti di mafia. La reazione delle cosche però non si è fatta attendere. Prima la strage di piazza Scaffa (otto morti per dimostrare la potenza di fuoco delle famiglie vincenti), poi una lenta e precisa strategia della "terra bruciata" fatta attorno ai pentiti. A cadere quasi contemporaneamente sotto il fuoco dei killer sono stati per primi Mario Coniglio e Salvatore Anselmo, rispettivamente fratello e "maestro" di Stefano Coniglio, uno degli uomini d' onore che aveva deciso di collaborare con la giustizia. Poi domenica scorsa l' agguato a Leoncavallo Vitale (morto ieri mattina) e i segnali minacciosi che si addensavano sempre più attorno a Buscetta. "C' è un importante detenuto in pericolo", aveva detto poche ore prima dell' agguato di Bagheria il presidente della commissione antimafia Abdon Alinovi. "Abbiamo informato subito il ministro dell' Interno per rafforzare le misure di protezione". Il nome di Buscetta non era stato fatto esplicitamente ma il riferimento era chiaro. "Sappiamo che una sorella di don Masino vive a Bagheria" aveva detto Aldo Rizzo dell' ufficio di presidenza dell' antimafia. "Mi domando se sono stati disposti i servizi necessari per garantirne l' incolumità". La risposta della mafia non si è fatta attendere.

 

 

 

Articolo di La Repubblica del 9 Dicembre 1984

A BAGHERIA REGNA LA PAURA

di Giuseppe Cerasa

PALERMO - "Un galantuomo senza colpe. Che c'entrava lui? Mio marito era fuori dalla mischia. Non sapeva nulla di mafia. E invece l' hanno ucciso sotto i miei occhi. Come un cane". Serafina Buscetta è stravolta. Ha pianto tutta la notte. Le lacrime solcano senza tregua quel volto che ripete come in fotocopia i tratti del fratello, di Tommaso Buscetta, l' ex boss dei due mondi che con le sue rivelazioni ha messo in ginocchio le cosche della mafia vincente. Lei adesso non riesce a pensare ad altro. Le immagini dell' agguato di venerdì sera ritornano come un' ossessione: tre colpi di pistola, l' urlo di Pietro Busetta, 62 anni, proprietario di una piccola fabbrica di ceramiche e di un negozio di articoli da regalo, il sangue. E poi i neon dei negozi disseminati lungo via Roccaforte accesi all' improvviso, lo strazio della figlia Giuseppina che era assieme alla madre nella macchina che seguiva a poca distanza la Renault di Pietro Busetta. E ancora i Tir incolonnati sul lato destro di questo breve tratto di strada che delimita il campo sportivo di Bagheria e l' immagine sbiadita di quel giovane che ha sparato i colpi mortali. "Quasi un ragazzo", ha raccontato Serafina Buscetta agli investigatori. "Era a bordo di un vespino, ha aspettato che mio marito uscisse dalla macchina e ha sparato col motore ancora acceso. Ed è fuggito. In un primo momento credevo si trattasse di mortaretti, poi ho visto barcollare Pietro e ho capito subito. Se mi fossi travata accanto a lui avrebbe ucciso anche me". Serafina Buscetta non vuole aggiungere altro. Non parla di don Masino, preferisce non dire nulla delle sue preoccupazioni, delle sue paure, della sua vita trasformata in incubo da quando la mafia vincente ha deciso di far terra bruciata attorno al fratello. "Ha "cessato" di vivere nel settembre del 1982", dicono in via Roccaforte. Da quando cioè scomparvero nel nulla Antonio e Benedetto Buscetta, figli del boss siculo-brasiliano, inghiottiti dalla lupara bianca. Pochi giorni dopo un altro tonfo al cuore. Tre killer entrarono nella pizzeria New York Place e uccisero Giuseppe Genova, genero di don Masino, assieme a due cugini. A fine dicembre venne il turno di Vincenzo, fratello di Serafina, e del nipote Benni, uccisi senza pietà nella piccola fabbrica di vetro, dove don Masino aveva lavorato quando era ancora a Palermo. Poi il silenzio, infranto dalle clamorose rivelazioni del boss e dalla spettacolare operazione di "San Michele", 366 mandati di cattura, gli organigrammi di Cosa Nostra ricostruiti con scrupolosa precisione, i primi grossi calibri in manette (Vito Ciancimino e i cugini Ignazio e Nino Salvo). E tutto grazie alla determinante collaborazione del boss siculo-brasiliano attualmente in carcere. "Da qualche mese Serafina Buscetta era irriconoscibile", ricorda Francesco Sostino, appuntato di Guardia di Finanza in pensione, amministratore del condominio di via Roccaforte 147, una palazzina di cinque piani costruita una decina di anni fa. La sorella di don Masino aveva paura, viveva nell' angoscia, temeva un agguato, non apriva mai la porta di casa se prima non era certa su chi aveva bussato. Era diventata schiva. Assieme al marito usciva la mattina alle otto per andare nella fabbrica vicino alla stazione ferroviaria, la Dap di via Rossi, dove si lavora ceramica (un tempo quando gli affari andavano meglio si riusciva a vendere qualcosa anche all' estero). Nella Dap erano impegnati anche alcuni dei cinque figli. Dalla notte di San Michele tutto era diventato più incerto, più angoscioso. "Serafina era stata sempre una donna coraggiosissima. Adesso aveva paura del buio", raccontano in via Roccaforte. Era come un presentimento. Del resto la mafia aveva lanciato segnali espliciti. Poco più di un mese fa un commando aveva ucciso Mario Coniglio, fratello di Salvatore, uno dei pentiti che adesso ha ritrattato tutto accusando il magistrato di avergli estorto le confessioni. Il 12 novembre scorso era toccato a Salvatore Anselmo, un altro mafioso che aveva chiesto di collaborare con la magistratura (fu "giustiziato" dentro casa). Domenica mattina due sicari avevano sparato contro Leonardo Vitale, il primo "Valachi" della mafia palermitana, morto dopo cinque giorni di agonia. E adesso il cognato di Buscetta. Proprio giovedì il presidente della Commissione antimafia Abdon Alinovi aveva detto: "C' è un importante detenuto che corre seri pericoli. Abbiamo avvertito il ministro dell' Interno che non era informato della specifica questione, ma si è mostrato estremamente sensibile". Il riferimento era chiarissimo e riguardava i fratelli, le sorelle, i nipoti di Tommaso Buscetta. I loro nomi, dicono gli investigatori, erano stati inseriti in un elenco abbastanza lungo di familiari di pentiti da "vigilare saltuariamente". Per i Busetta la sorveglianza era abbastanza agevole. Abitavano tutti al numero 147 di via Roccaforte: la sorella di Tommasino, il marito e i cinque figli (quattro sposati). Una volante della polizia era passata da quel budello di strada che si allunga fino alla nazionale per Santa Flavia proprio dieci minuti prima dell' agguato. "La zona del campo sportivo del resto era ormai da tenere strettamente sotto controllo", dice Vincenzo Zangara, insegnante di lettere alle medie. "Lì, a centocinquanta metri appena, tre mesi fa avevano ammazzato il senatore Ignazio Mineo". E invece il killer di Busetta è riuscito ad uccidere con tranquillità. Ha usato una calibro 38, lo stesso tipo di arma che ha ucciso Mario Coniglio, Salvatore Anselmo e Leonardo Vitale. "Cosa c' è da dire adesso?", domanda il figlio di Serafina Buscetta. "No, per il momento è meglio tacere. Del resto i fatti si commentano da soli". Il silenzio dunque è assoluto: bocche chiuse, porte sbarrate, occhi impauriti che guardano dallo spioncino senza rispondere. E il timore che possa accadere ancora di peggio. Fuori, per strada il sole asciuga le chiazze di sangue sotto gli occhi di tre bambini che si divertono a raccontare ai passanti i particolari di un agguato senza troppi testimoni.

 

 

 

Fonte: ildue.it

MAFIA: NIPOTE PENTITO BUSCETTA, BOSS MI DEVONO RISARCIRE
PADRE UCCISO PER VENDETTA E FAMIGLIA ISOLATA, CHIESTI OLTRE 6 MLN -


PALERMO- 24/05/2006

Che prezzo ha il dolore sofferto per l'assassinio del proprio padre e per l'ostilità di una comunità che, nonostante il tempo, continua a far pagare al familiare di un pentito di mafia la colpa di una parentela scomoda? Lui, Giovanni Busetta, figlio di Pietro, ucciso solo perchè era cognato di Tommaso Buscetta, prima gola profonda di Cosa Nostra, ha deciso di chiederlo al giudice civile di Palermo, facendo causa a due dei capimafia che decretarono la morte del padre. E ha anche presentato il 'conto: 6 milioni e 700 mila euro. In giudizio ha citato due ex big della 'cupola di Cosa nostra: Michele Greco, detto 'il papa e Pippo Calò. Una condanna al carcere a vita ormai definitiva ha chiuso la loro partita con la giustizia penale. In sede civile, però, Busetta ritiene di avere diritto ancora a una risposta. Per sè e in qualità di erede della madre, Serafina, sorella del 'boss dei due mondì, morta anni fa. Lei e suo marito con Buscetta non avevano più rapporti da tempo. Giovanni lo zio l'ha visto solo in foto. «Sono nato nel '57, l'anno in cui è iniziata la sua latitanza - racconta - Eppure mi ha sconvolto l'esistenza». Pietro Busetta viene ucciso il 7 dicembre del 1984. Una morte preceduta dalla lunga scia di sangue versato da decine di congiunti del pentito: i due figli, il fratello, un nipote, il genero e un cugino di quest'ultimo. Da allora la vita di Giovanni non è stata più la stessa. «Alla perdita di mio padre - racconta - è seguito il totale isolamento a cui la mafia ci ha condannato». La chiamano 'intimidazione ambientale, il diktat silenzioso che fa terra bruciata attorno a chi resta. Gli abitanti di Bagheria, paese del palermitano in cui Busetta vive, hanno interrotto ogni rapporto con la famiglia della vittima. A Giovanni, unico figlio maschio, è toccata in eredità la gestione dell'azienda del padre, un'azienda di decorazione di porcellane che, dopo l'omicidio, è passata da un fatturato di 400 milioni l'anno a una sostanziale inattività. Le uniche commesse rimaste erano quelle straniere. Da Bagheria, da Palermo, dalla Sicilia ai Busetta non si è più rivolto nessuno. Lo status di vittima della mafia, riconosciuto dal Viminale, gli è arrivato nel '90. Da allora la vita di Giovanni è stata un ininterrotto peregrinare tra ministeri e prefetture per richieste di aiuti economici e sussidi. Qualcosa dallo Stato è arrivata: un una tantum di 200 milioni alla madre e, recentemente, un aiuto della Regione per fare ripartire l'impresa di famiglia che gli eredi erano stati costretti a chiudere. «Ho chiesto non so quante volte - racconta Busetta - un mutuo a fondo perduto per la mia azienda. Nessuno mi ha mai risposto». Dagli ex ministri dell'Interno Mancino e Bianco a Silvio Berlusconi: la lista delle personalità interpellate è interminabile. Le mille istanze presentate, le conserva tutte in un fascicoletto: «Qui dentro c'è la mia vita», dice. «In fondo - spiega - non mi pare di chiedere molto. Avrei potuto lasciare la Sicilia e ricominciare altrove o farmi assumere come familiare di vittima della mafia ma io non voglio questo». Il sogno di Busetta è mantenere fede alla promessa fatta il giorno dell'assassinio del padre: portare avanti l'attività di famiglia. «Sono arrabbiato con questo Stato che ci ha lasciati soli», continua con rammarico. Ma non si arrende. «Io vado avanti - dice - Con i mezzi che la legge mi ha messo a disposizione, come la causa civile contro gli assassini di mio padre, a dimostrazione che noi combattiamo le ingiustizie con le armi della legalità». In una lunga e articolata comparsa, firmata dal suo legale, l'avvocato Claudia Amato, Busetta ha indicato uno per uno i danni patiti dall'uccisione del familiare: quello «da perdita della vita iure ereditatis», quantificato in 2 milioni di euro; quello morale soggettivo, che ammonterebbe a 3 milioni e mezzo; quello non patrimoniale da uccisione di congiunto, il cosiddetto 'danno esistenziale', quantificato in 2 milioni e infine il danno patrimoniale derivante dalla chiusura dell'attività che la vittima svolgeva, stimato in 250 mila euro. La parola passa ora al giudice Cristina Midulla che dovrà valutare la complessa perizia psichiatrica elaborata dall'equipe del professore Girolamo Lo Verso, esperto di studi su 'psiche e mafia, prodotta agli atti del procedimento.

 

 

 

 

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