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25 Dicembre 1981 Bagheria (PA). Resta ucciso Onofrio Valvola, un pensionato, durante un raid tra clan mafiosi contrapposti. PDF Stampa

Articolo da L'Unità del 29 Dicembre 1981

Palermo: 6 le vittime della strage mafiosa

PALERMO — Sono sei anziché cinque le vittime? L'ipotesi di un ulteriore aggiornamento del tragico bilancio della strage mafiosa di Natale e Santo Stefano nel Palermitano si basa su nuove testimonianze. I killer che hanno trasformato le strade di Bagheria in una specie di Chicago-anni 30, braccando a tutto gas venerdì la BMW del capomafia di Villabate. Giovanni Di Peri, non soltanto avrebbero ucciso tre uomini (lo stesso boss, il suo delfino Biagio Piurresi ed un ignaro pensionato, Onofrio Valvola, che stava a guardare) ma avrebbero anche portato via, sequestrandoli per eliminarli successivamente, altri due uomini, e non uno solo, come in un primo tempo si era pensato.
Di uno di essi si conosce già il nome: Antonino Pitarresi, il mafioso di mezza tacca, padre del giovane Biagio, che domenica figurava tra i firmatari di una necrologia in memoria del figlio (la famiglia l'ha scrìtta per lui, ostinandosi a sostenere che è partito venerdì per curarsi in una non meglio precisata clinica svizzera). Dell'altro, appartenente sembra allo stesso clan, per ora non si conosce l'identità. L'opera, com'è noto, sarebbe stata comunque completata 24 ore più tardi, sabato sera, con un infernale tiro al bersaglio incrociato contro Giuseppe Caruso, amico stretto, oltre che vicino di casa, del vecchio patriarca di Villabate.
L'attenzione degli investigatori si concentra soprattutto sulla dinamica del drammatico inseguimento delle tre auto
per le vie di Bagheria. In specie su un particolare: quanti erano sulla «Golf» di Di Perì?
C'è chi giura fossero in quattro, il capomafia, per l'appunto, i due Pitarresi, ed un altro uomo. Chi era? E che fine ha
fatto? Nel gran pandemonio, dopo la tremenda sparatoria, in pochi hanno avuto tempo d'osservare attentamente la
scena. Si è udito un grido lacerare il silenzio, dopo il massacro: «Sono finiti i colpi. Che facciamo?». In un attimo la decisione: «Portiamoli via».
Il ferito, trasportato sulla macchina dei killer, è con ogni probabilità Antonino Pitarresi. Ora, sulla base di un semplice
calcolo dei contendenti rimasti sull'asfalto e degli aggressori, si ipotizza che anche il quarto occupante della «Golf» abbia fatto la stessa fine: rapito, e ucciso.
v. va.

 

 

 

Articolo da Il Corriere della Sera del 10 Marzo 1993

" pocket coffee " di piombo per la mattanza

di Andrea Purgatori

i retroscena di centinaia di delitti nei racconti dei killer: orrori, commenti e battute dopo le stragi. cronaca e nomi della guerra di mafia cominciata la sera del 23 aprile 1981 e arrivata fino ad oggi

ROMA . Uomo mite, stratega finissimo, capo spietato. Questo e' Salvatore Toto' Riina. E cosi' lo raccontano quei pentiti di mafia che lui nega persino di conoscere. Un padrino assoluto e temibile che per 19 anni ha scalato il vertice di Cosa nostra. Sostituendosi al rissoso Luciano Liggio, spazzando via gli avversari, governando col terrore. Questo e' Salvatore Toto' Riina. E cosi' ce lo raccontano le 400 pagine firmate dal pool degli investigatori della Procura di Palermo. Cucite su misura sugli elementi raccolti dalla Dia. Che mentre in aula Riina parlava, lanciava messaggi, erano invece al lavoro sulle confessioni di quel manipolo di uomini d' onore che l' aveva ormai abbandonato. Per svelare i segreti dell' ultima guerra di mafia. La guerra che negli anni Ottanta ha segnato la (ir)resistibile ascesa dei corleonesi. Strangolamenti e bidoni d' acido e grigliate di cadaveri. E 500 morti. Tutti nemici, piu' o meno pericolosi o colpevoli di rappresentare un ostacolo al disegno di potere che Toto' Riina comincia a coltivare il 5 maggio 1974, giorno dell' arresto di Luciano Liggio. E non fatica a sostituirlo nel "triumvirato" che dirige Cosa nostra, Riina: con Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Lui, cosi' mite ma carismatico, tuttavia non si accontenta. Impiega sette anni a tesser trame, a "reclutare" infiltrati nelle altre famiglie, per prepararsi al gran salto. Quando Bontate intuisce e' troppo tardi. Riina e' "alle porte di Palermo" e ha gia' deciso l' eliminazione fisica del suo rivale con un cocktail di lupara, 38 special, 357 magnum e kalashnikov che Antonino Madonia ribattezza divertito il "pocket coffee". La guerra di mafia comincia proprio quella sera. E' il 23 aprile 1981. E gli uomini che partecipano all' agguato sono Giuseppe Gambino, Antonino Madonia, Giuseppe Greco e Raffaele Ganci, Mario Prestifilippo e Giuseppe Lucchese, Giovanbattista Pullara' e Filippo e Giuseppe Marchese. Gli stessi (piu' o meno) che 20 giorni dopo arrivano con le auto e un furgone nella via Brunelleschi, dove abita l' amante di un altro bontatiano: Salvatore Inzerillo. E' l' undici maggio 1981. E mezz' ora dopo mezzogiorno una valanga di pallottole gli si scarica addosso mentre sta per salire sull' Alfetta blindata. Un' esecuzione col tiro a fuoco incrociato, dice l' ordinanza: Giuseppe Marchese "senti' fischiare le pallottole accanto alle orecchie e rimase stordito. Vide che alcuni proiettili lasciavano scintille". Per evitare sorprese con la blindatura dell' auto, il gruppo di fuoco aveva fatto le prove coi kalashnikov la sera prima, sulle vetrine della gioielleria Contino lungo la via Liberta' . Commento di Antonino Madonia: "Il pocket coffee funziona". Ma il piu' sconvolto sembra Giuseppe Marchese. E Giacomo Giuseppe Gambino lo prende in giro: "Ancora ti suonano le orecchie?". La "mattanza" va avanti. Duecento sono i morti in due anni. E la caccia senza quartiere e' estesa agli "scappati" all' estero ma anche ai familiari e agli amici di tutti gli uomini d' onore che il clan dei corleonesi considera avversari. Il 14 ottobre finiscono strangolati anche Franco Mafara e Antonino Grado. Se ne occupano Salvatore e Mario Prestifilippo con Giuseppe Greco, Giuseppe Lucchese e Filippo Marchese. Una esecuzione turbolenta, perche' quando Mafara capisce scoppia a piangere e implora di risparmiarlo mentre Grado, impassibile, gli dice di comportarsi da uomo d' onore fino alla fine: "Fagli fare i cornuti e di' che si sbrighino". Li strangolano, poi il gruppo rimane li' a scherzare sulle lacrime di Mafara. Quando arriva Salvatore Cucuzza, li trova ancora a discutere vicino ai due cadaveri. Gli raccontano la scena e lui dice: "Mi sono perso il meglio". Intanto, i tre Giuseppe (Marchese, Greco e Prestifilippo) si occupano di far fuori anche il fratello di Mafara, Giovanni. Lo ammazzano in azienda, a viso scoperto. Natale 1981, la strage di Bagheria. Le vittime designate: Giovanni Di Peri, Antonino e Biagio Pitarresi. Anche per loro era previsto lo strangolamento, poi le cose vanno diversamente e tutto si risolve a colpi di fucile e pistola. Solo che Greco sbaglia mira e finiscono le munizioni: Antonino viene caricato su un' auto ancora vivo e ammazzato in campagna. Ci rimette la pelle un pensionato, Onofrio Valvola. Poco tempo dopo, ce la rimette anche Paolo Giaccone, un perito che scopre le impronte di Giuseppe Marchese su una delle auto. Poi, a fine novembre del 1982, la mattanza che fa piazza pulita di 15 avversari tra cui Rosario Riccobono e Salvatore Scaglione: tutti strangolati e poi sciolti dentro bidoni pieni d' acido. Autunno 1985, Riina decide di togliere di mezzo il feroce Giuseppe Greco. 29 settembre 1987: e' la volta di Mario Prestifilippo. 28 settembre 1988: tocca a Francesco Citardo e Giovanni Bontate. 11 maggio 1989: all' Ucciardone, Antonino Marchese sfonda il cranio di Vincenzo Puccio con una bistecchiera. E al cimitero, ammazzano suo fratello Pietro Puccio. Siamo alle ultime battute. L' esecuzione delle donne di casa Mannoia: Vincenza, Leonarda e Lucia, che non troncano i rapporti con l' "infame" Francesco, pentito e collaboratore di Falcone. Le ammazzano, poi guardano la tv e vedono Falcone. Peccato, dicono i killer: a saperlo prima si poteva mettere l' esplosivo sotto l' auto coi cadaveri e far "saltare anche lui". Infine, Libero Grassi. L' ammazzano il 29 agosto del 1991 perche' si ribella alle regole del "pizzo". Lo Stato sembra reagire. Commenta Giuseppe Madonia: "Pazienza, passera' anche questa. Ma se a questo cornuto non gli si sparava, tutti gli altri avrebbero seguito il suo stesso esempio di ribellarsi. Tocca farsi sentire ogni tanto".

 

 

Articolo da La Stampa del 25 Aprile 1984

I Marchese accusati per cinque omicidi e una lupara bianca

PALERMO — Per la "strage di Natale"., compiuta a Bagheria. è stato chiesto li rinvio a giudizio di Filippo Marchese, boss di corso del Mille, e di suo figlio Giuseppe. La strage fù compiuta nel 1981. Durante un drammatico iInseguimento lungo le strade di Bagheria vennero uccisi Giuseppe Di Peri e Biagio Pltarresi ed inoltre un pensionato, Onofrio Valvola, raggiunto da un colpo di pistola proprio nel momento in cui usciva dal portone di casa. Il padre di Biagio Pitarresi, Antonino, che viaggiava insieme con il figlio, venne prelevato a viva forza. Di lui non si sono avute più notizie e si pensa che sia rimasto vittima della "lupara bianca". Ai due Marchese si fa carico anche dellll'omicidio di Giuseppe Caruso assassinalo due giorni dopo la strage di Bagheria. Secondo l'accusa, determinante sarebbe, al fini dell'accertamento delle responsabilità una perizia sulle impronte digitali eseguita dal prof. Paolo Giaccone. Il medico legale ucciso nell'agosto del 1982. Il prof. Giaccone — secondo gli Inquirenti — è stato assassinalo perché avrebbe rifiutato di sostenere che le Impronte rilevate non erano quelle di Giuseppe Marchese. Filippo e Giuseppe Marchese sono inoltre accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso. (Agi)

 

 

 

Articolo da La Stampa del 2 Ottobre 1984

Gli autori e i moventi dei principali delitti

La ricostruzione dei magistrati di Palermo

PALERMO — Anche se hanno richiesto più di 160 pagine, si tratta ancora soltanto di accenni: eppure sulla base delle rivelazioni di Tommaso Buscetta i giudici di Palermo hanno già potuto individuare autori e moventi di una lunghissima serie di delitti.

Vediamo i principali.

Pietro Scaglione — «Buscetta — scrivono i giudici — lo definisce magistrato Integerrimo e persecutore della mafia. L'omicidio, Ispirato e voluto dal corleonesi, venne eseguito nel territorio di Porta Nuova, della cui famiglia già allora era capo Pippo Calò».

Giuseppe Russo — «L'omicidio del colonnello dei carabinieri venne eseguito da un commando del quale faceva parte anche Pino Greco».

Emanuele Basile — Accusati dell'assassinio del capitano del carabinieri, tre mafiosi erano stali assolti dopo un lungo processo. Secondo i giudici però il giudizio, come molti altri, adesso andrà rivisto: Michele Greco, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia riemergono come i veri responsabili dalle confessioni di Buscetta.

Paolo Giaccone — «Stimatissima figura di professionista, venne ucciso soltanto perché incaricato dall'autorità ' giudiziaria di svolgere una perizia sulle impronte rinvenute nell'auto usata per l'omicidio di Onofrio Valvola». Fra i probabili autori dell'assassinio. Giuseppe Marchese, figlio del boss Vincenzo.

Alfio Ferlito — Assassinato sulla circonvallazione, coi tre carabinieri che lo scortavano. Venne ucciso «per rendere un favore a Nino Santapaola, capo della famiglia di Catania e strettamente collegato coi corleonesi. Uccidendolo, non solo si faceva un grosso favore a Santapaola ma si eliminava un grosso personaggio mafioso che per la sua vecchia amicizia con Salvatore Inzerlllo era tutt'altro che favorevole allo strapotere di quest'ultimo».

Mario D'Aleo — Anch'egli capitano dei carabinieri: fu ucciso per lanciare «un'aperta sfida al poteri dello Stato. Forse finora non è stato sufficientemente considerato come la compagnia dei carabinieri di Monreale costituisca un vero avamposto'nella roccaforte dei corleonesi. E' indubbio che di questo omicidio debba rispondere tutta la 'commissione', e cioè il gruppo mafioso in quel momento prevalso nella guerra».

g.z.

 

 

 

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