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2 Aprile 1991 Altofonte (PA). Ucciso Francesco Pipitone (62 anni), direttore della Cassa Artigiana, aveva tentato di opporsi a dei mafiosi che stavano compiendo una rapina. PDF Stampa

Foto da  youtu.be "Non è mai troppo tardi... in memoria di Francesco Paolo Pipitone "  

 

Articolo da L'Unità del 3 Aprile 1991

Bandito uccide complice e direttore della banca

di Francesco Vitale

Tragica rapina alle porte di Palermo

PALERMO. Si sono travestiti da operai della Sip ed hanno tentato il colpo in banca. Avevano previsto tutto, tranne la reazione del presidente dell'istituto di credito che si è avventato contro un rapinatore nel tentativo di disarmarlo. Francesco Paolo Ptpitone, 62 anni, presidente della «Cassa rurale ed artigiana» di Altofonte, era quasi riuscito nella sua impresa. Mentre gli impiegati della banca cercavano rifugio dietro le scrivanie, lui ingaggiavava un violentissimo corpo a corpo con uno dei due rapinatori che stringeva in pugno una «Smith & Wesson» calibro 45. Il
presidente ce l'aveva quasi fatta quando ha udito alle sue spalle due colpi di pistola. Settimo Russo, 35 anni, una fedina penale zeppa di reati, ferito  a morte, ha allentatato la presa e si è accasciato ai piedi del responsablle della banca. Ucciso dal suo complice dalla mira insicura. Una breve fuga alla ricerca di un impossibile rifugio e poi il dottor Pipitone viene giustiziato dallo stesso bandito che ha ucciso il complice. Sono da poco passate le 14. All'interno della «Cassa rurale ed artigiana» di piazza Umberto I, nel cuore di Altofonte, gli impiegati stanno facendo conti della giornata. L'ultimo cliente ha lasciato la banca da alcuni minuti. Un furgoncino della Sip si ferma davanti all'entrata dell'istituto di credito. Scendono due uomini in tuta blu ed appoggiano una scala alla vetrata della banca. Raggiungono il primo piano, sfondano a colpi di mazza un vetro antiproiettile e si calano all'interno. Il frastuono attira l'attenzione degli impiegati e del presidente della Cassa rurale. Francesco Paole Pipitone divora le scale e raggiunge il primo piano. Si trova davanti uno dei due rapinatori. Gli si scaglia contro. Riesce quasi a disarmarlo. Arrampicato ancora sul cornicione, ma già all'interno della banca, l'altro rapinatore apre il fuoco. Colpisce il suo complice. Il presidente capisce di non aver scelta. Deve impossessarsi dell'arma del
bandito ucciso per difendersi. Ci riesce e decide di fuggire verso pianoterra. A questo punto il secondo rapinatore ha due possibilità: fuggire, visto che il colpo è ormai da considerarsi fallito, oppure vendicare il suo amico. Opta per la seconda soluzione.
Con la pistola in pugno, accecato dalla rabbia, si lancia all'inseguimento del presidente. Lo scova nascosto dietro
una scrivania. Gli dà un calcio, poi gli spara due colpi a bruciapelo: uno alla testa e uno alla gola. Adesso il rapinatore deve lasciare la banca. Non può farlo dall'uscita principale perché è sbarrata. Decide di fare a ritroso percorso dell'andata. All'esterno nessuno si accorge di nulla. Il bandito si mette alla guida del furgoncino della Sip e si allontana. Scatta l'allarme.
Adesso decine di volanti della polizia e di gazzelle dei carabinieri invadono il piazzale di fronte la banca. Arriva anche l'ambulanza. Ma per il presidente e per uno del rapinatori non c'è nulla da fare. La caccia all'uomo non da alcun esito, nessuna traccia del bandito né dell'auto di servizio della Sip, utilizzata per il colpo e che è risultala rubata ieri mattina in uno dei magazzini della società del telefoni. Non è la prima volta che la Cassa rurale di Altofonte viene presa di mira dai rapinatori: il 4 marzo scorso un gruppo di malviventi si impossessò di ottanta milioni e dopo aver messo a segno il colpo fece un giro di perlustrazione negli uffici della direzione. Gli vestigatori non escludono che di quel commando facessero parte anche Settimo Russo e il suo complice. La rapina, forse, doveva servire per finanziare le «famiglie» del Palermitano.

 

 

Articolo di La Repubblica del 3.04.91

TENTATA RAPINA: DUE MORTI

PALERMO Hanno tentato il colpo in banca travestiti da operai della Sip. Per evitare i controlli all' ingresso, i vigilantes e le porte blindate, si sono calati dall' alto all' interno dei locali, dopo aver sfondato una finestra. Contavano di non trovare nessuno, a quell' ora, dentro la stanza del tesoro. Ma la rapina si è conclusa tragicamente per la reazione del presidente della banca: il banchiere si è scagliato contro di loro e i rapinatori hanno fatto fuoco. Riversi sul pavimento sono rimasti due morti, uno dei malviventi è riuscito invece a fuggire. Le vittime sono il presidente della Cassa rurale e artigiana di Altofonte (un piccolo centro alle porte di Palermo) Francesco Paolo Pipitone, 62 anni, centrato da una pallottola alla testa, e Settimo Russo, 36 anni. E' scattata una grande caccia all' uomo, con posti di blocco in tutta la provincia ed elicotteri in volo, per bloccare l' altro complice in fuga. Settimo Russo e il complice hanno studiato per settimane la pianta esterna della Cassa rurale, per poi decidere di entrare da una finestra al piano superiore, anche se protetta da vetri corazzati. Qualche metro più in basso c' è il cuore della Cassa rurale, la cassaforte con i risparmi degli artigiani e dei piccoli commercianti del paese. A quel punto non resta che escogitare il trucco per avvicinarsi all' istituto: fingersi dipendenti della Sip per un improvviso sopralluogo. Il piano è scattato ieri quando, poco dopo le 14, l' auto dei banditi entra in piazza Umberto I, si avvicina lentamente alla Cassa rurale che ha da poco chiuso le porte per la pausa del pranzo. Russo e il complice scendono con calma, mettono giù dalla macchina una lunga scala, si arrampicano per raggiungere la finestra. I vetri cedono, i rapinatori scivolano dentro la banca con le armi in pugno e si ritrovano faccia a faccia con il presidente della Cassa rurale che accorre richiamato dal trambusto. A questo punto il banchiere si sarebbe scagliato a mani nude contro i banditi, in un disperato corpo a corpo ma i banditi hanno fatto fuoco, uccidendo all' istante Francesco Paolo Pipitone. Anche Russo è rimasto vittima dei colpi sparati all' impazzata dal complice che è poi riuscito a scappare. - u r



 

Articolo del  21 aprile 2005 da  ricerca.repubblica.it

Un pentito ha svelato lo stratagemma studiato dalla cosca di San Giuseppe Jato: furono riconvocati sposi e invitati per le foto

di Alessandra Ziniti

La maledetta cravatta dello sposo e un "infame". Fine dell' alibi perfetto studiato dalla cosca mafiosa di San Giuseppe Jato per salvare il killer dal grilletto veloce che, con il benestare dei boss di Cosa nostra, aveva provato a rapinare la Cassa rurale e artigiana di Altofonte, uccidendo il presidente ma anche il suo complice. Un "incidente" che rischiava di mettere nei guai esponenti di primo piano di Cosa nostra, da Giovanni Brusca (che aveva autorizzato il colpo) a Mario Santo Di Matteo (che vi aveva partecipato). Che cosa, meglio di un grande matrimonio di mafia, avrebbe potuto fornire un alibi di ferro al rapinatore maldestro? Detto fatto: tre giorni dopo la cerimonia, svoltasi contemporaneamente alla rapina, il matrimonio fu "rifatto", o almeno le foto delle nozze. Tutti, sposi, testimoni e invitati, si rivestirono con gli stessi abiti, le signore si rifecero i capelli, poi tornarono davanti alla chiesa e nella sala banchetti per farsi immortalare sorridenti e con i calici in mano nelle immancabili foto ricordo. Nelle quali, questa volta, compariva anche il rapinatore-killer. Assolutamente geniale, perfetto, se non fosse stato per la cravatta, la cravatta dello sposo che, così come vuole la tradizione mafiosa, venne tagliata dagli invitati durante il rinfresco. E dunque non poteva essere riproposta per le foto truccate. Ci provarono ugualmente i due sposi, Cosimo Vernengo e Rosaria Marchese, a ricomporre la galleria degli scatti, utilizzando una cravatta simile, il più possibile coperta dagli abbracci degli amici. Ma quando, 5 anni dopo, Giovanni ed Enzo Brusca cominciarono a collaborare e fecero luce anche sulla rapina alla Cassa rurale e artigiana di Altofonte, dall' album delle nozze sparirono quattro foto. Probabilmente proprio quelle incriminate. L' incredibile storia del matrimonio "rifatto" è stata raccontata ieri in aula proprio da Enzo Salvatore Brusca, chiamato a deporre in videoconferenza dal pm Francesco Del Bene al processo che, dopo 14 anni, vede sul banco degli imputati Michele Traina, il rapinatore di Santa Maria di Gesù poi diventato uno dei killer del gruppo di fuoco di San Giuseppe Jato e oggi pluriergastolano, Giovanni Brusca e Mario Santo Di Matteo, oggi entrambi collaboratori di giustizia. I fatti risalgono al 2 aprile del 1991. Alle due del pomeriggio, Michele Traina e Settimo Russo entrarono nella banca nella piazza principale di Altofonte. Il direttore, Francesco Paolo Pipitone reagì e tentò di disarmare Russo. L' imprevisto gettò nel panico Michele Traina, che fece fuoco colpendo alla nuca il suo complice e uccidendo anche il direttore. «Per costruirsi l' alibi - ha raccontato ieri Enzo Brusca ai giudici della seconda sezione della Corte d' assise presieduta da Salvatore Di Vitale - Traina pensò di rifare le foto delle nozze di Cosimo Vernengo, che si erano svolte lo stesso giorno della rapina, come se lui avesse partecipato alla festa, persino come testimone. Qualche giorno dopo le nozze - ha proseguito Brusca - si rivestirono tutti, gli sposi e i parenti stretti, indossando gli stessi abiti del matrimonio. Ma il trucco non riuscì, perché durante la festa di nozze, come si usa, allo sposo era stata tagliata la cravatta, e Vernengo non riuscì a trovarne una identica». Brusca sostiene di aver saputo dell' espediente fallito dagli stessi Traina e Vernengo, e da Santi Pullarà, figlio di Giovanni. «Traina era molto addolorato - ha concluso Brusca - per l' uccisione involontaria del suo complice. Seppi che parte dei proventi di quella rapina furono poi versati ai familiari del ragazzo morto per errore». I due sposi, interrogati dai magistrati, hanno ovviamente confermato che Traina era presente alle nozze. Li aspetta un' incriminazione per falsa testimonianza.



 

Nota di MAFIAZERO

43 anni di carcere a tre boss

PALERMO - La II Sezione della Corte d'Assise di Palermo ha condannato, per omicidio e rapina, a 13 anni di carcere i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Mario Santo Di Matteo e a 30 anni Michele Traina. Erano accusati dell'assassinio di Francesco Pipitone, direttore della Banca di Altofonte, ucciso, nel '91, da Traina, durante una rapina all'istituto di credito. Brusca e Di Matteo, all'epoca ai vertici della cosca di San Giuseppe Jato, diedero l'autorizzazione della mafia al colpo. Pipitone, però, reagì. Traina fece fuoco e colpì la vittima ed il suo complice che morì sul colpo. Per Di Matteo il Pm aveva chiesto l'assoluzione. Gli imputati sono stati condannati a versare una provvisionale immediatamente esecutiva di 100 mila euro, ciascuno, alla moglie ed alle due figlie di Pipitone costituite parte civile attraverso il penalista palermitano Fausto Amato.

19/05/2006

Fonte: La Sicilia

 

 

Non è mai troppo tardi... in memoria di Francesco Paolo Pipitone

 

Fonte https://www.youtube.com/watch?v=xI_92Jcwq3o

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