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Progetto di ricerca sulle vittime delle mafie “Un nome, una storia” - classe 3^D della Scuola Michelangelo di Napoli a.s. 2007/2008 - I Magistrati PDF Stampa
Indice
Progetto di ricerca sulle vittime delle mafie “Un nome, una storia” - classe 3^D della Scuola Michelangelo di Napoli a.s. 2007/2008
Introduzione
INDICE
I Sindacalisti
I Magistrati
Forze dell'Ordine
Politici
Giornalisti
Imprenditori
Sacerdoti
Funzionari
Cittadini
Leggendo il libro di Antonina Azoti
Lo spettacolo ‘Ladri di sogni’
La Mattanza
Tutte le pagine

 


 

PIETRO SCAGLIONE

raccontato da Giorgio

Pietro Scaglione era nato a Palermo nel 1906, ed era Procuratore Capo Della Repubblica di Palermo, quando fu ucciso,  il 5 maggio 1971. Si era recato al cimitero dove  era sepolta la moglie. Dopo la visita salì a bordo dell’autovettura di servizio guidata dall’agente Antonio Lo Russo per andare in ufficio, al palazzo di giustizia. Dopo pochi metri venne assassinato a colpi di mitra da Luciano  Liggio.
Quest’ultimo aveva un odio personale contro Scaglione, che aveva mandato al confino una sua sorella nubile, mai uscita da Corleone, non potendo colpire lui direttamente.
Il delitto destò molto scalpore, poiché era il primo omicidio di un giudice del dopoguerra, il primo delitto “eccellente” commesso dalla nuova mafia corleonese che si era decisa ad attaccare il cuore dello stato.
Iniziarono le classiche tecniche di delegittimazione sulla figura di Pietro Scaglione, cioè mafiosi incominciarono a dire che il giudice era colluso, un personaggio ambiguo, che nel corso della sua carriera aveva coperto le pagine più buie della storia della Repubblica, ma tutto ciò non era vero.
In questi ultimi  anni alcune sentenze giudiziarie definitive hanno reso giustizia all’uomo e al magistrato. Le lunghe indagini condotte dalla procura della Repubblica di Genova non ottennero la condanna dei mandanti e degli esecutori del delitto, ma nella motivazione della sentenza c’era scritto che i moventi del delitto erano, in ogni caso, da ricollegare all’attività doverosa e istituzionale svolta in modo “specchiato” dal procuratore Scaglione soprattutto nella repressione della mafia [www.cuntrastamu.org/].
Anche in altre sentenze si legge che Pietro Scaglione fu un magistrato dotato di eccezionali capacità professionali e di assoluta onestà morale e persecutore spietato della mafia [  www.giustiziacarita.it/professioni/scaglio.htm].



CESARE TERRANOVA
raccontato da Camilla

Cesare Terranova  fu eletto per due legislature nelle liste del PCI e fu membro della commissione antimafia. Come magistrato aveva indagato sul traffico di droga, che, unito al consumo in Italia dava risultati allarmanti. Terranova era il magistrato che aveva fatto condannare a Milano, nel ’74 Luciano Liggio, la “Primula Rossa” di Corleone. Venne ucciso a Palermo il 25 settembre 1979 con la sua guardia del corpo.
Fino alla fine degli anni Settanta lo Stato aveva convissuto con la mafia in maniera pacifica. C’erano dirette connessioni tra potere politico e mafia, ma c’era anche molta tolleranza da parte della magistratura e delle forze dell’ordine pubblico. Verso la fine degli anni Settanta la società siciliana iniziò ad avere voci contrarie alla mafia. Fu così che Terranova venne assassinato, seguito da molti altri magistrati.

Secondo il giornalista  Michele Pantaleone [Avvenimenti Italiani:  http://digilander.libero.it/infoprc/doc2.htm ],  Terranova e La Torre, entrambi politici appartenenti al PCI, partito comunista italiano, sono stati assassinati cioè sono stati assassinati proprio quando la la mafia palermitana ha capito che avrebbero resi noti  i nomi dei politici trascritti nelle "schede " della Commissione Antimafia, le schede dichiarate segrete col voto unanime di tutti i membri dell'Antimafia il 31 marzo 1972.
Anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, secondo le indagini cui fa riferimento Pantaleone, è caduto a causa  delle "schede segrete", che conosceva e forse voleva rendere pubbliche.
Terranova era il magistrato che aveva fatto condannare nel ’74 a Milano Luciano Liggio, la “Primula Rossa” di Corleone.
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Fino alla fine degli anni Settanta lo Stato aveva convissuto con la mafia in maniera pacifica. C’erano dirette connessioni tra potere politico e mafia, ma c’era anche molta tolleranza dalla magistratura e dalle forze dell’ordine pubblico. Verso la fine degli anni Settanta la società siciliana iniziò ad avere voci contrarie alla mafia. Egli per due legislature fece parte del Parlamento, eletto nelle liste del PCI e fu membro della commissione antimafia [www.rifondazionecinecittà.it].  
Un’altra sua dichiarazione viene ricordata: [da avvenimenti italiani http://digilander.libero.it/infoprc/doc2.htm].
Cesare Terranova venne ucciso a Palermo il 25 settembre 1979 con la sua guardia del corpo. Stava indagando su casi scottanti e sul traffico di droga, che unito al consumo in Italia dava già risultati allarmanti.


 


GAETANO  COSTA
raccontato da Vincenzo

Nacque a Caltanissetta nel 1916 e fu un illustre giudice che, all'inizio degli
anni '40, era entrato in magistratura a Roma, dove aveva cominciato la carriera di sostituto procuratore, proseguendola in seguito a Caltanissetta dal '44 al '65. E, proprio lì, dopo aver indagato sulla mafia agraria che in quegli anni stava scoprendo nuove forme di accumulazione illecita, divenne procuratore capo.
Era il 1980, e il capitano dei carabinieri della compagnia di Monreale, Emanuele Basile, riuscì a chiudere il cerchio attorno ai clan che già erano finiti nel mirino di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, nelle indagini sulla pista dei corleonesi che, comunque, erano solo agli inizi. Ma, proprio a causa delle sue scoperte, Basile trovò presto la morte.   
Il 9 maggio 1980 il giudice Costa riunì nel proprio ufficio tutti i suoi sostituti, avvertendoli che tutti questi omicidi non potevano essere ignorati da chi si occupava di inchieste antimafia. Costa finì col firmare da solo gli ordini di cattura, assumendo su di sé la responsabilità di ogni possibile conseguenza di quell'azione e sconcertando gli avvocati, che videro trattenere in carcere i propri assistiti. Era solo quando, la sera del 6 agosto 1980, in via Cavour, morì dissanguato, sfigurato dai proiettili di un killer che lo aveva seguito da casa fin davanti ad un'edicola. Il giorno dopo gli avrebbero dato una scorta...
La moglie ha scritto qualche anno fa: Fatta eccezione del cosiddetto "principe dei pentiti" il signor Buscetta, che parlò del delitto Costa come da copione valido a scagionare tutti addossandone la sola responsabilità a un certo mafioso "allora emergente" il quale era convinto che uccidendo Costa, avrebbe dimostrato tutta la sua forza ai grandi capi.
Dopo vent’anni ho il diritto di pensare che i mandanti del delitto Costa non si sono voluti cercare né trovare, nel rispetto della logica dominante secondo la quale i morti sono morti e i vivi debbono sopravvivere e magari fare carriera ed essere rispettati.
Un uomo giusto che ancora non riposa in pace perché non ha avuto giustizia anche se è morto per l’affermazione della stessa.
Io oggi, dopo vent’anni, parlo non solo come donna privata, ma come cittadina delusa e mortificata nelle sue aspettative di giustizia.
Mi rimetto alla loro coscienza a alla loro sensibilità Signori Magistrati, perché la Giustizia è la più importante delle amministrazioni dello Stato e, anche se tanti anni sono passati, loro non dovranno mai dimenticare la solitudine in cui Gaetano Costa fu lasciato, solo, a contrastare l’impatto con la criminalità di questa città: e il modo ancor mi offende e offende i miei figli.>> [lettera riassunta – intera su www.avvenimentitaliani.it]
Rita Bartoli Costa, 6 agosto 2000






CIACCIO MONTALTO
raccontato da Carolina

Ciaccio era sostituto procuratore a Trapani e aveva svolto delle indagini sui clan che si dedicavano ai traffici di eroina, al commercio di armi, alla sofisticazione di vini. Ciaccio era la memoria storica della procura di Trapani dove lavorava dal 1971 e questa fu la ragione per la quale doveva essere ucciso, inoltre aveva colpito gli interessi dei mafiosi applicando la legge “La Torre” approvata nel 1982. Poco prima di essere ucciso aveva rivelato che durante un processo un imputato gli aveva fatto un segno di morte. Aveva chiesto di essere trasferito, ma nel frattempo proseguiva il suo lavoro senza sosta.
Fu ucciso a Valderice, mentre ritornava in casa nella notte del 25 gennaio 1983 senza scorta nè auto blindata, lasciando a quaranta anni la moglie e tre figlie di 12, 9 e 4 anni. Tre giorni prima a Palermo l’Associazione Nazionale Magistrati aveva chiesto al governo un maggior impegno per la lotta alla mafia.
La moglie del magistrato Costa scrisse che Montalto era stato lasciato da solo, come suo marito.
La sua inchiesta fu poi ripresa da Carlo Palermo, a sua volta oggetto di un attentato, il 2 aprile 1985, in cui morirono Barbara Asta e i figli gemelli Salvatore e Giuseppe, di sei anni [www.giustiziacarità.it].

 



BRUNO CACCIA

Era procuratore della repubblica di Torino, un magistrato serio e inflessibile, contrario alle scarcerazioni facili, affrontava con la stessa serietà le indagini su questioni importanti e su quelle più comuni. La figlia Paola racconta che lui indagava sulle Brigate Rosse e quindi la famiglia era preoccupata, perché aveva la scorta e spesso c’erano poliziotti di guardia anche sul loro pianerottolo. Ma a parte queste situazioni lui era sempre riuscito a tenere separati il lavoro e la famiglia. Ai tre figli aveva saputo dare sicurezza e libertà; dopo la sua perdita loro hanno continuato a prenderlo a modello, assumendosi sempre le responsabilità e affrontando i momenti difficili con coraggio proprio per seguire il suo esempio.
La sera dell’assassinio, il  26 giugno 1983 , era tornato dalla campagna per votare alle elezioni e aveva lasciato la scorta libera; come tutte le sere portò a spasso il cane nelle strade vicine a casa. Lo seguirono due uomini su una 128, gli spararono molti colpi. Avevano assistito all’omicidio dei ragazzi e passando vicino a loro con l’auto il killer fece segni di minaccia. All’inizio si pensò che lo avessero ucciso le Brigate Rosse, poi per scoprire i suoi assassini i servizi segreti si rivolsero ad un mafioso in carcere, che registrò le confidenze di Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta a Torino, che raccontò di essere il mandante dell’omicidio: quel giudice era troppo rigoroso, non si poteva parlargli, tanto meno accordarsi [da 31 agosto 2008].
Sabato 12 luglio 2008 è stata inaugurata la cascina di San Sebastiano da Po, confiscata alla famiglia Belfiore, mandante dell'omicidio, nel 1983. Per questo motivo il bene è stato dedicato al magistrato e a sua moglie, Carla, recentemente scomparsa.

 

 

ALBERTO GIACOMELLI
raccontato da Giorgio e Riccardo

Alberto Giacomelli nacque a Trapani il 28 settembre 1919, lì svolse il suo difficile lavoro di magistrato. La  passione per questo lavoro gli venne trasmessa dal padre, anch’egli giudice, e quindi una volta effettuati gli studi per laurearsi in  giurisprudenza, nel 1946 egli venne assegnato alla Procura della Repubblica della sua città di nascita. In questo ufficio prestò servizio per ben 25 anni, mentre per un breve periodo diresse la pretura di Calatafimi e per un altro svolse l’incarico di pretore nella città di Trapani. Nel 1968 venne nominato magistrato d’Appello, mentre nel 1971 venne trasferito presso il tribunale di Trapani come funzione di giudice fino al 1978, anno nel quale assunse funzioni di presidente di sezione dello stesso tribunale,che occupò fino al suo pensionamento. Era molto stimato dai suoi colleghi, che lo consideravano un uomo equilibrato e ricco di umanità. La sua sembrava una vita senza grandi scosse, ma si trovò ad agire in un territorio molto difficile e perciò concluse la sua vita a causa di un’azione violenta: fu trovato assassinato nella sua auto il 14 settembre 1988. Le indagini evidenziavano che il delitto era stato organizzato e compiuto da componenti della criminalità organizzata locale [www.giustiziacarita.it/archmag/alberto_giacomelli.htm].
Secondo noi quest’uomo ha vissuto una vita difficile un po’ per il tipo di lavoro che svolgeva, per i suoi numerosi spostamenti, accettati pur sapendo che questo tipo di lavoro avrebbe potuto penalizzarlo nella sua vita sociale. Pensiamo che questo lavoro, anche se rischioso, era gradito al padre, che gli aveva trasmesso proprio questa passione, facendolo arrivare in alto  grazie agli studi di giurisprudenza, che gli consentirono di svolgere il difficile lavoro di magistrato. Anche se è stato ucciso come tanti altri è sempre un uomo che ha svolto questo mestiere difficile coraggiosamente per proteggere il paese da problemi che tuttora affliggono l’Italia, anche se in minor misura ed è un uomo che va ammirato.





ANTONINO SAETTA

raccontato da Serena

E' un compito molto doloroso parlare di un padre e di un figlio morti per colpa della mafia, lui morto perché ad un certo punto ha dato fastidio a Cosa Nostra e il figlio, invece, solo perché si trovava con il padre è stato coinvolto senza nessuna colpa. Antonio Saetta  nacque a Canicatti il 25 ottobre 1922. Conseguita  la maturità classica a Caltanisetta, si iscrisse nel 1940 alla facoltà di Giurisprudenza presso l’ università di Palermo . Entrò in  Magistratura nel 1948, all'età di ventisei anni.
La sua prima sede di servizio fu in Piemonte, ad Acqui Terme (Al); si trasferì poi, nel 1955, a Caltanissetta, di lì a Palermo. Gli affidarono un caso che lui in tutta la sua carriera non aveva ancora affrontato, era un importante processo di mafia che all’ interno vedeva l’ uccisione di Rocco Chinnici, i condannati  all’ergastolo erano “ i Greco” di Ciaculli. Il figlio Roberto racconta che Antonino Saetta tornò poi definitivamente a Palermo, quale Presidente della prima sezione della Corte d'Assise d'Appello, per  occuparsi di altri processi sulla mafia, in particolare presiedette il processo relativo all’uccisione del capitano Basile. Il processo, che in primo grado si era concluso con una sorprendente, e molto discussa, assoluzione, portò in appello alla condanna degli imputati alla massima pena,
Pochi mesi dopo la conclusione del processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza, il Presidente Antonino Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 Settembre 1988, sulla strada Agrigento - Caltanissetta, di ritorno a Palermo, di ritorno dal battesimo di un nipotino.
Sette anni dopo, nel 1995, grazie a nuovi elementi investigativi nel frattempo forniti da alcuni collaboratori e grazie anche all’impegno e alla capacità di due giovani pubblici ministeri si potè riaprire l'inchiesta. Vennero individuati  come responsabili  dell’assassinio Toto Riina, Francesco Madonia, Pietro Ribisi  
Ai funerali di Antonino e Stefano Saetta, a Canicattì, volle partecipare, accanto al Capo dello Stato, a Ministri, a Segretari di partito, anche l'intero Consiglio Superiore della Magistratura, fatto questo che mai si era verificato prima, in casi analoghi, né mai si verifìcò dopo, neppure dopo le stragi del 1992.
Secondo il figlio Roberto, Antonino Saetta fu ucciso anche, o  soprattutto, perché si diceva che avrebbe presieduto il maxiprocesso d'appello contro la mafia. La storia di questo giudice era poco conosciuta tanto che nel film intitolato "II Giudice Ragazzino", il figlio Stefano venne presentato come un disabile allo stato vegetativo sulla sedia a rotelle, mentre era un giovane sano, ottimo nuotatore, che aveva avuto dei disturbi psichici, dai quali però era guarito già diversi anni prima della morte [www.rifondazione-cinecitta.org/].
Fonte:"Loyin" Laboratorio di idee per Agrigento  - Anno 1° ottobre-dicembre 2004



 


ROSARIO ANGELO LIVATINO

raccontato da Vincenzo

Rosario Angelo Livatino  nacque a Canicatti il 3 Ottobre del 1952. Da giovane seguì una brillante carriera scolastica laureandosi a pieni voti in giurisprudenza. Da lì cominciò una stupenda carriera da giudice. Fu un grande magistrato italiano e  lavorò nel tribunale di Caltanissetta. Gli  vennero assegnati casi molto importanti che lui seppe risolvere brillantemente.
Nel 1978 ricoprì altri incarichi eccellenti al tribunale di Agrigento.
Venne ucciso da quattro sicari il 21 Settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale. Gli esecutori del suo omicidio vennero indicati alla polizia dal super pentito Pietro Ivano Nava. I tre killer vennero condannati all’ergastolo, ma ai collaboratori la pena venne leggermente ridotta.
Il movente del suo omicidio è ancora oggi sconosciuto, ma certo egli ferì gravemente la mafia con la confisca dei beni.
Ricevette anche i complimenti dall’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, che lo definì “giudice ragazzino”, che è il titolo del libro, scritto da Nando Dalla Chiesa,  che parla di lui.
Un’associazione vuole proporlo per diventare santo raccogliendo testimonianze da tutte le persone che lo avevano conosciuto [www.livatino.it].
Sulla sua storia è stato anche girato un film dal regista Alessandro De Robilant.
L’associazione “TECNOPOLIS” pubblicò un giornaletto con  le sue due più famose relazioni e ogni anno celebra la sua memoria, insieme a quella del giudice Saetta, ucciso anche lui a Canicattì, insieme al figlio.

Ho letto  due libri della biblioteca di scuola che parlano di Livatino: “Il giudice ragazzino”  di Nando Dalla Chiesa, ed. Einaudi  e “Rosario Livatino – martire della giustizia” di Maria Di Lorenzo, ed. Paoline.  Questi due libri hanno quasi lo stesso contenuto, ma la forma è totalmente diversa.
Il primo libro mi ha dato molto la sensazione di un documento storico che raccontava solo i fatti senza trasmettere alcuna emozione. Il secondo, invece, mette le emozioni sullo stesso livello dei fatti rendendo il libro molto equilibrato.



ROCCO CHINNICI

Fonte: www.fondazionechinnici.it

Nato a Misilmeri (Palermo) il 19 gennaio 1925, ha frequentato il Liceo Classico "Umberto" a Palermo, conseguendo la maturità nel 1943. Si è iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, dove ha conseguito a pieni voti la laurea il 10 luglio 1947.
E' entrato in Magistratura nel 1952 con destinazione al Tribunale di Trapani. Poi è stato pretore a Partanna per dodici anni, dal 1954. Nel maggio del 1966 è stato trasferito a Palermo, presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale, come Giudice Istruttore.
Nel novembre 1979, già magistrato di Cassazione, è stato promosso Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo.
Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai.
In una delle sue ultime interviste, Chinnici ha detto:
La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare.
Rocco Chinnici è stato ucciso il 29 luglio 1983 all'età di cinquantotto anni. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere Stefano Li Sacchi.

 

ANTONINO SCOPELLITI

raccontato da Sara V e Camilla

Antonino Scopelliti era un magistrato. Grazie alla sua brillante carriera riuscì ad occuparsi di vari maxiprocessi, riguardanti mafia e terrorismo. Il 9 agosto 1991, il Giudice Solo [così fu definito Antonino Scopelliti dal giornalista Antonio Prestifilippo],  in vacanza in Calabria, sua terra d’origine, fu affiancato da un’autovettura dalla quale furono esplosi due colpi di arma da fuoco che lo raggiunsero; il magistrato fu finito poi con un colpo a bruciapelo di Walther P38.
Quando fu ucciso stava preparando il rigetto dei ricorsi per cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si crede che per la sua esecuzione si siano mossi insieme la ‘ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò 5 miliardi per sospendere il suo lavoro.
Oggi non è stata ancora accertata la piena verità sul delitto del giudice Scopelliti.

La figlia, Rosanna Scopelliti, racconta:

"Una sera di 15 anni fa rimasi raggelata davanti alla televisione. Una voce fredda e frenetica annunciava all’ Italia che in località Piale, vicino Reggio Calabria era stato ucciso mio padre: il magistrato Antonino Scopelliti. Avevo sette anni. Da quel giorno non avrei più avuto un papà. Al funerale erano presenti le massime cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica al Ministro della Giustizia, mancava giusto qualche collega di papà. Poi il silenzio. Campo Calabro tornò ad essere quella di sempre. Solite facce, solita vita. Sotto protezione delle forze dell’ordine io e la mamma fummo scortate a casa, a Roma, giusto il tempo di fare le valige ed andare in una nuova residenza. Giusto il tempo di mettere in un sacchetto immaginario i ricordi di papà e ricominciare una nuova vita. Senza di lui. Poi il silenzio. Un silenzio che lascia spazio a troppi pensieri tra cui una considerazione che si fa sempre più certezza: papà è stato ucciso più volte. E’ stato ucciso da un silenzioso patto tra mafia e ‘ndrangheta, dal silenzio comprato di alcuni calabresi, dalla distrazione della gran parte dei media e, soprattutto, della Giustizia. Il colpo mortale alla sua memoria è stato inflitto da quella stessa Giustizia per la quale papà si è immolato mettendo al centro della sua vita il suo lavoro e ciò in cui credeva. Ma niente che fosse fuori dal normale o eroico. Semplicemente quello che un magistrato doveva fare. Lui come tanti, troppi altri giudici. Livatino, Terranova, Chinnici, Saetta, Borsellino, Falcone… L’ elenco è tristemente interminabile... Ma chi siamo noi familiari delle vittime di mafia, noi vittime della violenza di una mano truculenta e troppo spesso impunita? …. Siamo i testimoni dei fallimenti dello Stato. Uno Stato che non solo non ha saputo salvaguardare i nostri cari, ma non sa dare a noi delle semplici risposte di verità e giustizia. … Infatti del giudice Scopelliti in questi 15 anni non se ne è quasi mai parlato. Alla sua memoria, dopo gli interventi decisi del giudice Caponnetto in Calabria, sono state intitolate strade, piazze e ceppi, ma all’ atto pratico nulla è stato fatto per ricordare questo figlio della nostra terra altrove, nulla è stato detto per difenderne e portarne avanti la memoria. Dopo quello che ho scritto una mente normale vacilla al pensiero di capire come mai, dopo tutto questo bruttume abbia deciso di ritornare in Calabria, così, dopo 14 anni, nonostante tutto. In realtà se ci penso ancora non ci credo nemmeno io. Comunque tutto è nato dopo l’omicidio di Franco Fortugno, dopo aver visto negli occhi dei ragazzi che sono scesi in piazza la determinazione ed il desiderio di ottenere delle risposte per i troppi morti che ci sono stati. Ho visto lo striscione dei ragazzi di AMMAZZATECI TUTTI. Bellissimo. In quelle parole c’ era tutto l’orgoglio calabrese di cui mi parlava spesso papà. C’era il coraggio, la voglia di riprendersi la propria terra, quella terra che iniziavo a sentire anche mia. In quelle parole c’era il seme del riscatto della Calabria. C’era tutto quello che non c’ è stato dopo la morte di papà. Ce ne hanno messo di tempo, ma la Calabria aveva deciso di cambiare. E io non potevo fare a meno di unirmi a quel cambiamento. Lo dovevo a papà. Lo dovevo ai suoi insegnamenti. In un anno ho imparato molto. Ho imparato a chiedere, ma non per me e per la mia silenziosa causa: per tutti noi testimoni della sconfitta dello Stato che non riusciamo ad ottenere giustizia. Ho voluto essere voce di quelle innumerevoli vittime della ‘ndrangheta che ho conosciuto durante il mio cammino. Sono tante, sapete? E non hanno il coraggio di parlare perché si vergognano, pensano che la giustizia non sia un loro diritto. …---Così eccomi qui. Nella mia fragilità di bambina che osserva il suo papà da lontano e che cerca di fare di tutto per tenerlo il più possibile nel suo cuore, nelle mie contraddizioni di giovane donna che sa che l’unico modo per onorare la memoria di un padre caduto per la sua terra è fare in modo che sia la società civile a chiedere giustizia insieme a lei. Eccomi qui nella convinzione che sconfiggere la ‘ndrangheta è possibile, basta avere il coraggio di dire No, mille volte No. Perché la gente onesta ormai non è più sola, la gente onesta è di più, solo che non ha mai avuto il coraggio di contarsi. E adesso è il momento di farlo. E’ il momento di riprenderci la nostra terra. Rivendichiamo il nostro diritto alla giustizia. Adesso. Senza sé e senza ma" .

[ww.ritaatria.it/LeStorie.aspx].

Roma, 11.12.2006




GIOVANNI FALCONE

raccontato da Susy

Ho letto un libro che parla della storia di Giovanni Falcone, uno dei più grandi magistrati della  storia italiana. Si tratta di di Luigi Garlando, ed. Fabbri. E’ stato bellissimo leggerlo, mi ha dato tante emozioni straordinarie, a tal punto da commuovermi. La cosa che più mi ha colpito del libro, oltre alla storia, è stato il modo in cui l’autore lo ha scritto: in modo semplice, ma pungente. Nel libro un padre spiega al figlio la decisione di dargli il nome Giovanni, come Giovanni Falcone, raccontando la vita del magistrato.
Quando Giovanni nacque aveva due sorelline: Maria e Anna. Maria ricorda molto bene quando vide per la prima volta suo fratello poco dopo che era nato: non piangeva e aveva i pugni stretti. Poco dopo la sua nascita successe una cosa ancora più strana: dalla finestra aperta entrò una colomba.
Il nome gli venne da un altro zio che era capitano di aviazione e che era stato ucciso durante un duello in cielo. Già da piccolo aveva un grande coraggio e una grande forza. Così lo aveva educato la madre che molto spesso ribadiva “Gli uomini non piangono, mio figlio l’ho educato così da piccolissimo”. A scuola era bravo, ma non il migliore;  una cosa che, però, era molto bravo a fare era difendere i suoi amici dai ragazzi più cattivi, lui era per la giustizia.
Da grande avrebbe voluto fare o il medico o l’ingegnere, ma nessuna delle due fu la sua scelta, infatti, quando si fece più grande, si iscrisse all’Accademia Navale. Forse perché da piccolo a furia di leggere tutti quei libri di avventura gli era venuta la voglia di prendere il largo per scoprire nuovi orizzonti. Ma rinunciò anche a questo, soprattutto per le troppe regole rigide da rispettare. Lui era uno spirito libero e non amava essere comandato a bacchetta.
Tornato a Palermo cominciò a frequentare l’Università di Legge, per diventare un avvocato o un giudice, per punire le persone che avrebbero commesso ingiustizie e difendere le persone che le avrebbero subite, come in fondo faceva già alle elementari. Giovanni cominciò a lavorare al tribunale di Palermo. Lì quando arriva trova finalmente chi ha le sue stesse idee, Rocco Chinnici. E’ un magistrato già anziano, uno duro come la roccia, non ha paura di nulla.      
Dopo il 1980 a Giovanni viene assegnata la scorta. Da quel giorno – continua il racconto del padre al figlio -  la sua vita cambia. Prima raggiungeva il Tribunale a piedi, ora invece un elicottero si abbassa sulla sua casa per controllare che non ci siano pericoli, arrivano quattro auto della scorta a sirene spiegate e con i lampeggiatori accesi. Di corsa scendono gli agenti con i giubbotti antiproiettile e mitragliette: tre accompagnano Giovanni in ascensore, altri due fanno le scale a piedi. Le auto ripartono e così tutti i giorni Giovanni va a lavorare. Purtroppo è l’unico modo che Giovanni ha di sopravvivere a Palermo con quello che sta facendo. Sua moglie Francesca per lui è un grande aiuto, soprattutto nei momenti in cui lui è giù di morale oppure è stanco. Nella sua squadra entra anche Ninni Cassarà. Lui riesce ad ottenere la collaborazione delle cosche perdenti nella lotta tra le varie cosche. E’ lui che riesce a ricostruire la nuova mappa dell’organizzazione di Cosa Nostra, i motivi delle guerre tra le famiglie. Giovanni parte proprio dal lavoro che Ninni fa per vincere la sua partita contro il mostro, la mafia. Giovanni inizia a rovistare nelle banche della mafia, studia gli assegni, ed è proprio per questo lavoro importante che Antonio Caponnetto chiede a lui e a tutta la sua squadra di andare a lavorare per un po’ lontano da Palermo. Ed è così che lui e Paolo Borsellino con i familiari vanno a stare per qualche settimana su un’isola della Sardegna, nella prigione dell’isola di Asinara, che garantiva una buona protezione dagli attentati.
La sua prima grande vittoria arriva l’8 novembre del 1985 quando il pool antimafia deposita tutti i fogli riempiti in tanti mesi, tutte le prove raccolte, tutte le accuse fatte al mostro: seicentomila pagine. Lì proprio in quel fascicolo c’è scritto che quattrocentosessantaquattro “uomini d’onore” dovranno presentarsi in un’aula di tribunale per rispondere all’accusa di mafia. Durante il maxiprocesso verranno condannati i più grandi mafiosi di quegli anni. Da quel giorno alcune persone iniziano a dire in giro che Giovanni si dà troppe arie, che pensa solo alla carriera ed è anche per questo che la mafia raggiunge più facilmente il suo obbiettivo: uccidere Giovanni. Lo fa il 23 Maggio del 1992: Giovanni parte per Palermo in macchina, anche se sarebbe dovuto partire la sera prima con l’aereo per poi arrivare il giorno dopo già in Sicilia per la mattanza di Favignana. E’ Totò Riina, boss di Palermo che ha vinto la guerra tra le cosche, che dà l’ordine di uccidere Giovanni. Sceglie dieci dei suoi uomini più bravi e li incarica di organizzare l’attentato, l’attentatuni. Gli uomini scelti vanno a Capaci e depositano l’esplosivo che serve per far saltare l’auto della scorta al suo passaggio. Posizionano l’esplosivo in un cunicolo che corre sotto la strada, decidono di farlo saltare premendo un pulsante al passaggio di Giovanni. Restano lì per giorni ad aspettare la macchina. Purtroppo quel giorno arriva, Giovanni passa per quella strada, un uomo preme quel pulsante, c’è l’inferno. Nell’attentato muoiono Giovanni, Francesca e i tre ragazzi della scorta: Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. Ogni anno il giorno della morte di Giovanni Falcone è ricordato con grande interesse e solidarietà per la sua famiglia.
Ma soprattutto quel giorno è ricordato con la speranza che la mafia venga finalmente sconfitta [ di Luigi Garlando, ed. Fabbri].  
Nel libro si intrecciano tre piani: il racconto  affettuoso della vita di Falcone serve anche come esempio per insegnare al piccolo Giovanni come difendersi dal bullo della sua scuola; il padre – narratore a sua volta si è ribellato alla richiesta di pizzo prima passivamente pagato, proprio dopo la morte del magistrato.

Dal libro è stato tratto lo spettacolo cioè non si paga più il pizzo.


Qui non si vendono più bambole
a cura dell’associazione SoleLuna
- regia di  Simona Volpe -

Il lavoro teatrale è tratto dal libro di Luigi Garlando. Un gruppo di alunni della nostra classe lo ha visto di recente. Ecco le impressioni:

Susi: "Io, che aveva letto il libro, ho trovato lo spettacolo fedele al testo, bello, ma me lo aspettavo più commovente, più forte e coinvolgente. Il modo di raccontare la storia non ha dato tanto spazio alla commozione, ma anche il libro è così. Non è stato emozionante come Ladri di sogni (vedi Appendice)."
Francesca: "Io non ho capito bene il giuramento e perché sulla scena l’Italia era  disegnata capovolta."
Susi: "Se leggi il libro lo capisci. Mancava la parte dell’incontro di Giovanni, il bambino, con Maria Falcone"
Francesca: "La cosa più bella è stata la scena dell’albero, quando venivano letti i messaggi appesi all’albero di Falcone"                                       Gianpiero: "Per capire bisognava avere una conoscenza del problema, per me è stato chiaro, mi è piaciuto"
Enrico: "La parte in cui giocavano a ping pong e parlavano era più difficile da seguire, ma è stato bello, ha dato uno stimolo per lottare contro la mafia"




Dalla trasmissione Rai  Cominciamo bene:  Gaetano Vito Montinaro ricorda il padre. Ricorda e conserva la bicicletta blu che gli regalò a tre anni e mezzo, ricorda la 500 rossa in cui il padre, alto 1,95, entrava a stento. Il figlio ama la Sicilia e continua a viverci, ma prova rabbia perché non vede giustizia. Dice che ora i giovani sono più consapevoli. Nella trasmissione si sente la voce di Antonio che dice che la paura è lasciare i figli soli, anche perché le famiglie dei poliziotti uccisi vengono lasciate sole. La moglie dopo 16 anni dice che non può assolutamente perdonare gli assassini. Il figlio dice che combatte la mafia alzandosi ogni giorno e facendo le cose giuste.



 

PAOLO BORSELLINO

raccontato da Silvia

Paolo Borsellino era un magistrato che iniziò a lavorare nel 1964; si occupava soprattutto sulle zone di Mazara del Vallo e di Marsala in Sicilia sua città natale. Nel 1986 venne nominato procuratore di Marsala; nel 1992 prese le funzioni di Procuratore Aggiunto della Repubblica.
Borsellino era molto amico di Giovanni Falcone e lavoravano insieme presso il Tribunale penale di Palermo, nel pool di magistrati  che era diretto prima da Rocco Chinnici e poi da Antonino Caponetto. Egli era dedito a combattere le associazioni mafiose tanto che si occupava di studiare il fenomeno in maniera approfondita.
Partecipò al maxi- processo contro la mafia, con 707 imputati, quindi il lavoro per provare le responsabilità degli imputati era molto complesso e bisognava muoversi con cautela. Il giorno 19 luglio 1992 una domenica (a meno di due mesi dalla morte del suo amico Giovanni Falcone), verso le ore 18,00 egli si stava recando a casa della madre a Palermo in Via D’Amelio, quando scoppiò un’ autovettura Fiat Panda, che uccise il magistrato con la sua scorta [www. Wikipedia.org].

Secondo me, Paolo Borsellino  è stato un eroe, ha avuto la forza di combattere un’ associazione mafiosa e ha avuta la  forza di andare avanti superando ogni ostacolo. La mafia ce l’ha portato via, ma noi ancora oggi sentiamo i suoi sacrifici, il suo lavoro, la sua voglia di vivere dentro di noi e sappiamo che la mafia non ci potrà mai portare via l’amore e la speranza di far avverare il suo, il nostro, il vostro desiderio: distruggere le associazioni contro lo Stato e lasciarci vivere il meglio della vita.

Si possono vedere i seguenti video su Paolo Borsellino:
www.youtube.com/watch?v=k_RzX8Tab4Q
video.google.com/videoplay?docid=2207923928642748192

dal libro “LA SCELTA”

Il giudice Ingroia nel suo racconto descrive il modo di fare di Borsellino, racconta episodi vissuti insieme e mette in risalto la sua personalità. Egli era un uomo con la barba che aveva occhi penetranti e il modo in cui osservava il mondo metteva quasi in soggezione chi gli stava attorno, eppure era una persona molto buona e perbene, ma anche un uomo deciso nelle sue scelte ed esperto nel suo lavoro; sapeva come prendere le persone, sapeva come tranquillizzarle, come entrare in relazione con chiunque, sapeva come affrontare  le situazioni più difficili  mantenendo la calma. Borsellino era il capo di Ingoia ed egli inizialmente doveva ancora riuscire ad individuare la persona che era Borsellino, e pian piano aveva conosciuto un altro lato del giudice con la sua risata fragorosa e coinvolgente, la quale il primo giorno di lavoro insieme aveva rotto la tensione che si era creata. Aveva sempre visto quel giudice come un mito, ma subito dopo averlo conosciuto capì che era soprattutto un uomo, un uomo allegro dotato di una risata che gli illuminava il viso.
Poi il giudice Ingroia racconta del rapporto che Borsellino era riuscito ad instaurare con Rita Atria, come era riuscito ad avere tutta la fiducia di una ragazza così spaventata e triste, e  come con la sua personalità aveva dato una nuova speranza a questa ragazza diventando quasi un padre per lei.
Ingroia e i suoi colleghi erano nuovi magistrati, molto giovani  ed erano li per imparare da Borsellino, che era uno dei più grandi maestri di giustizia, ma anche di vita, che si possa incontrare.
Infatti diceva di essere maschilista, mentre poi ammirava le donne, diceva di essere di destra, ma poi andava d’accordo con le persone di sinistra.





RIFLESSIONI DI CAMILLA

Ho appena finito di leggere le due fotocopie che la prof ha affidato a me. È molto toccante, ho avuto l’ “Agenda Rossa di Borsellino” seguito da un testo dove sono raggruppate alcune citazioni del fratello, l’ingegnere Salvatore.
“L'agenda Rossa di Paolo Borsellino” è un testo di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - edizioni Chiarelettere. Nei cinquantatre giorni di vita che precedettero la sua morte il giudice Paolo Borsellino annotava ogni cosa, dalle prove, ai pentiti, alle semplici intuizioni su un’agenda rossa, che dopo la morte non è stata ritrovata.
Ripeteva Borsellino: “ho capito tutto, sto vedendo la mafia in diretta, ho capito. Mi uccideranno, ma non sarà la mafia, la mafia non si vendica. Saranno mafiose le mani che mi uccideranno, ma altre le menti che lo vorranno". E ancora: "Per me non è più tempo di parlare, è tempo di scrivere… e qui dentro (l’agenda rossa) ce n’è per tutti”.
Nel documento c’è un’altra frase che Borsellino diceva negli ultimi tempi: “devo lavorare, devo lavorare in fretta, mi uccideranno presto…”. A leggerlo così è forse un po’ demoralizzante. Le persone trovando frasi del genere sono un trampolino di lancio per mandare tutto all’aria… NO! Questo dev’essere la nostra forza. Ovvio che un lavoro così per la giustizia non è il massimo del divertimento, ma è sicuramente un lavoro degno di tempo e perché no… di amore. Paolo Borsellino era consapevole dei rischi che correva, ma essendo un uomo MOLTO PREPARATO e di cultura, sapeva che della sua vita sarebbe rimasto qualcosa se non tutto.
È da qui che potrei iniziare il mio discorso, su come il nostro mondo non si fa carico di ciò che ci circonda finché non ci colpisce in prima persona.
Ultimamente sono venute a scuola alcune classi di quinte elementari, ed io e alcune mie amiche siamo andate a raccontare la nostra esperienza; il discorso sul quale mi sono basata in primis è l’esperienza del 21 marzo a Polistena: anche se ad una manifestazione come la Giornata della Memoria ci vai magari solo per fare presenza, a un certo punto inizi a sentire il respiro di tutti, di tutti coloro che camminano per chi non può più farlo e quando ti viene la pelle d’oca ascoltando le storie di persone che sono morte per tutti e perché hanno scelto di difendere la giustizia, allora capisci che il problema ti interessa proprio perché ti CIRCONDA. È così che si arriva alle oltre 100 mila persone di Bari che dedicano anche solo un giorno alla memoria di persone che tutte, più o meno note, hanno fatto qualcosa di importante.
Per concludere vorrei citare alcune frasi del fratello di Paolo Borsellino dopo la sua morte: “è l’ora di dimenticare le lacrime, è l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finché avremo voce per  pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda”.
Ecco lo spirito! Combattere, combattere sentendosi appoggiati da tutti, perché la ragione ce l’abbiamo NOI, sentirsi appoggiati anche dal vento che porta le parole di chi vorrebbe dirci ancora tanto, e tocca a noi fare da portavoce, e difendere le nostre stesse vite.
Dice ancora Salvatore Borsellino: “Ricordate che non ci può essere una repubblica, una democrazia, fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un’agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. […] . RICORDATE CHE IL FUTURO è VOSTRO E VE LO STANNO RUBANDO!”.


 

 



 

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